Print Friendly, PDF & Email

IL MICROCREDITO COME NUOVA FRONTIERA PER I GIOVANI

Tiziana Bonarrigo | Avvocato

Sentiamo sempre più spesso, oggi, parlare di ripresa dalla crisi economica, di aumento del tasso degli occupati e dell’apertura dei mercati e delle aziende verso nuove assunzioni. Contemporaneamente, tuttavia, leggiamo altrettante notizie allarmanti riguardo la disoccupazione giovanile (una vera e propria piaga, in netto aumento e a livelli che non venivano registrati dal lontano 2011), le difficoltà a mantenersi, l’aumento dell’esposizione creditizia nei confronti delle banche. I motivi sono diversi: da un lato la crisi ha indubbiamente avuto il suo ingente peso, dall’altro vi è da dire che nel momento in cui un giovane ha finalmente trovato un impiego, la sua posizione tende a essere più a rischio rispetto a quella di lavoratori che sono entrati in azienda prima, che hanno maggiori esperienze e responsabilità (le imprese tendono a tutelare questi ultimi rispetto ad un neofita). A completare tutto ciò, c’è anche una triste realtà: l’aspetto economico. Un giovane che ha idee meritevoli di attenzione, che potrebbe realizzare un qualcosa di importante, dar vita ad un progetto valido, al giorno di oggi non sempre si trova nella condizione economica di avere un capitale (se pur piccolo) per creare una impresa, per realizzare “un sogno nel cassetto”. Mancano, cioè, gli strumenti finanziari per avviare, in autonomia, una qualsiasi attività: aprire un ristorante successivamente all’aver intrapreso la scuola alberghiera e/o corsi di cucina, realizzare un’idea, un brevetto, dopo aver studiato ingegneria, magari seguito un master, uno stage, diventa una utopia per mancanza di mezzi, perché, in altre parole, esiste un sistema creditizio più nemico che amico dei giovani. È vero che l’Italia è il Paese delle grandi idee, degli imprenditori che non si arrendono, dei giovani che credono nel futuro, capaci pure di inventarsi un lavoro, ma è pur vero che privi di un sostegno economico iniziale, tanti giovani rinunciano ad un progetto, quindi al loro futuro. Non è raro constatare che anche quando un giovane ha un sogno, un progetto e vorrebbe realizzarlo da solo, “sulle proprie gambe”, aprendo la sua microimpresa, avviando un business (con la prospettiva magari di poter creare, se le cose andranno bene, anche posti di lavoro per altri), imbattendosi nelle banche italiane vede sfumare la sua avventura imprenditoriale che, verosimilmente, avrebbe contribuito allo sviluppo del Paese. Se, quindi, in Italia, oggi, l’occupazione cresce è soltanto perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i sessant’anni (ciò è dovuto alle riforme pensionistiche), mentre il tasso di occupazione dei giovani è in drammatico calo. Sempre più trentenni, invero, tendono a rimanere in casa con i genitori, a formarsi meno una propria famiglia. I giovani (e meno giovani) spesso coabitano con i propri genitori fino a tardi (soprattutto in Italia) e questo certamente rallenta il processo di transizione, anzi lo cambia nella sua stessa natura. Si entra nella vita pubblica in modo diverso, ancora un po’ dipendenti. Nella realtà odierna, da una fotografia dei giovani emergono termini come “generazione del quotidiano”, “generazione degli sprecati”, addirittura “bamboccioni”. Effettivamente, è una generazione “sprecata” perché non si ascolta la loro capacità di innovare e si dilaziona la loro possibilità di dare un contributo alla società. Ma non per colpa loro. La “colpa” – se così si può dire – è piuttosto dei genitori che non hanno colto l’importanza del ricambio generazionale e non hanno fornito loro strumenti per essere autonomi. È colpa delle istituzioni che costruiscono percorsi di esclusione istituzionalizzata, senza proteggere i giovani nelle delicate fasi di transizione, a cominciare dall’ingresso nel mercato del lavoro. Avere tassi di disoccupazione giovanile oltre il 30% non è solo un problema individuale del giovane disoccupato, è anche un problema sociale di una società. La questione, inoltre, ha anche un aspetto contingente legato alla crisi. Non è casuale l’aumento dei giovani adulti (18-34 anni) che vivono con i genitori. Nel nostro Paese, per esempio, la mancanza di un mercato degli affitti aperto ed economico riduce di molto le possibilità di uscita in presenza di redditi da lavoro dei giovani, che sono piuttosto ridotti. La mancanza di una politica della casa ormai da decenni è un forte limite strutturale. Con la crisi il fenomeno si amplifica. Ci sono molti giovani che, anche quando hanno avviato il loro percorso di vita indipendente (andando a vivere da soli e facendosi una famiglia), vivono vicino ai genitori perché sono una delle poche risorse per affrontare i bisogni più svariati. Ovviamente è una situazione che nel medio periodo diventa insostenibile. In particolare, quando diventeranno anziane le fasce di popolazione oggi in età lavorativa, la loro situazione patrimoniale, reddituale e pensionistica non permetterà più questo trasferimento di risorse e servizi, lasciando i giovani del futuro “abbandonati a loro stessi”. In virtù del fatto che la transizione all’età adulta è oggi più lunga e lenta che in passato, viene maturato nei giovani il diffondersi di un orientamento ancorato al presente e la conseguente riduzione della progettualità legata al futuro. Sicuramente, dunque, ci devono essere cambiamenti profondi, che affrontino alla radice l’esclusione sistematica che i giovani subiscono per rendere concreta questa possibilità. Bisogna, cioè, cercare di contenere gli aspetti negativi delle nuove transizioni e trasformarli in opportunità di cambiamento. In passato una laurea portava un giovane ad un miglioramento sociale, correlato da speranze ed opportunità. Oggi nemmeno l’istruzione superiore tutela i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, ovvero dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali. Quelli che hanno più possibilità di occupazione, forse, sono coloro che si laureano in ingegneria, nelle materie scientifiche o del gruppo chimico-farmaceutico; bisogna, tuttavia, intraprendere una strada in salita e fare fatica per emergere. Non sorprende, perciò, che quasi il 43% dei ragazzi italiani sogna di vivere all’estero e di costruire lì il proprio futuro. I giovani, inoltre, in Italia, sono pochi. Se si diventa anziani sempre più tardi, rileviamo che il numero di giovani si riduce sempre di più. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un’età compresa tra 0 e 24 anni (una quota che si è dimezzata dal 1926 ad oggi). Si tratta di una delle percentuali più basse in Europa. Il 2015 è stato un anno record per il calo delle nascite, sono state 488.000, vale a dire15.000 in meno rispetto al 2015. Oltre ciò, come detto, sei giovani su dieci vivono con i genitori. Il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, con una forte differenza tra le donne (56,9%) e gli uomini (68%), ma soprattutto una consistente differenza con la media europea, che si attesta al 48,1%. Vi è una tendenza a posticipare molte cose: si sposta il matrimonio, si aspetta per fare il primo figlio e anche l’età nella quale si diventa nonni è differente rispetto al passato. Tutto ciò è dovuto alle grandi difficoltà che i giovani incontrano nel mercato del lavoro, che, non garantisce stabilità e penalizza le retribuzioni. I nostri giovani sono, per la maggior parte, disoccupati. Neanche la laurea, come detto, riesce a salvaguardarli, posto che il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni è passato dal 79,5% del 2005 all’attuale 73,7%. E infine tra i giovani il tasso dei sovraistruiti (in possesso di un titolo di studio superiore rispetto al lavoro che fanno) è triplo rispetto a quello degli adulti. Nel 2015, su 100 ragazzi di età compresa tra 15 e 19 anni soltanto quattro hanno trovato occupazione ( mentre erano 15 nel 1993). Il calo è dovuto esclusivamente all’aumento degli inattivi per motivi di studio: nel 2015, invero, gli studenti hanno rappresentato l’84,7 per cento dei giovanissimi. Peraltro l’allungamento dei percorsi di istruzione ha determinato l’aumento dell’inattività anche nelle classi di età successive, sebbene in misura decrescente. I ragazzi del terzo millennio sono flessibili, dinamici, aperti alle diversità e ai cambiamenti ma, certamente, la loro è una generazione che nutre una sfiducia verso la politica, che vive nella precarietà esistenziale. I giovani, tuttavia, sentono la necessità di riscattarsi, affermarsi nella società (anche economica). Per questo il concetto di autoimpiego diventa fondamentale. I nostri giovani imprenditori sono bravi, hanno idee, voglia di fare. È un vero peccato che siano tenuti a margine nella società italiana, atteso che quando hanno l’opportunità dimostrano di valere molto. Per fare un esempio: nelle microimprese, che rappresentano oltre il 85% delle unità produttive italiane, le aziende guidate da imprenditori giovani hanno aumentato i posti di lavoro in misura maggiore rispetto a quelle guidate da imprenditori anziani. In analoghe analisi svolte in precedenza dall’Istat si è mostrato come, nell’ambito delle aziende di minore dimensione, quelle con un titolare più giovane avessero una maggiore probabilità di creare posti di lavoro nell’ultimo biennio. Ne deriva che imprenditori giovani creano più lavoro degli anziani. Il microcredito, pertanto, alla luce di ciò, può essere considerato una “nuova frontiera”. Con le difficoltà economiche che si sono presentate negli ultimi tempi, gli istituti di credito si sono sempre più resi conto di quanto la popolazione italiana sia con un povero e limitato fondo finanziario. Posto che chi ne ha risentito principalmente sono soprattutto i giovani, il microcredito può essere considerato come “salvagente”, come “ancora di salvezza” per tutti coloro che hanno difficoltà a chiedere credito avvalendosi del classico sistema dei prestiti. Riuscire, invero, ad ottenere un microcredito può essere l’inizio di una partenza o realizzazione di una nuova realtà. In sostanza, per i nostri giovani, piccoli prestiti possono tramutarsi in grandi opportunità. Le iniziative del microcredito, così intese, sono finalizzate sia ad individuare le misure per stimolare lo sviluppo dei sistemi finanziati a favore dei soggetti in stato di povertà (al fine di incentivare la costituzione di microimprese in campo nazionale ed internazionale), sia a promuovere la capacità e l’efficienza dei fornitori di servizi di microcredito e di micro finanziamento, nel rispondere alle necessità dei soggetti in stato di povertà. Questo è il senso del microcredito che va a favore dei giovani: concedere finanziamenti a tasso agevolato per sostenere imprese esistenti, nuovi progetti e nuove esperienze imprenditoriali affinché possano affermarsi sul mercato, potendo così far fronte al rientro del prestito attraverso il reddito prodotto dalla stessa iniziativa imprenditoriale. Il microcredito d’impresa, infatti, garantisce all’iniziativa privata una via che non basa il suo finanziamento su garanzie reali o sul suo reddito futuro, ma solo ed esclusivamente sulla fattibilità dell’opera e sulla sua coerenza tecnica, finanziaria ed economia. Può, quindi, aprirsi un spiraglio importante per la gioventù di oggi, da cui possono derivare grandi vantaggi. Di contro al crescere della povertà e della marginalità sociale in Italia dei giovani, il microcredito non può che essere considerato un indispensabile strumento per fronteggiare i problemi che li affliggono. Il microcredito diventa, quindi, una forma di riscatto, una opportunità per gli “svantaggiati”, i giovani bisognosi, i capaci ma privi di mezzi economici per mettere in pratica e realizzare i loro progetti, “dando vita anche a piccoli sogni da non lasciare morire in un cassetto”.

Print Friendly, PDF & Email

Print Friendly, PDF & Email

DALL’OCSE COMPETENZE PER IL LAVORO E PER L’IMPRESA, SINERGIE CON IL MICROCREDITO

Tiziana Lang | Ricercatrice INAPP

Nel mese di ottobre 2016 si è tenuto a Parigi il Comitato per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali (ELSA) dell’OCSE. L’agenda dei lavori ha toccato in più punti il tema delle competenze di giovani e adulti quale strumento fondamentale per una partecipazione piena e attiva alla vita economica (e sociale). Le competenze e abilità degli individui sono al centro di una serie di indagini e studi dell’OCSE2 che giungono alla medesima conclusione: competenze e abilità (competences and skills) personali devono essere adeguate alla luce dei cambiamenti introdotti nei mercati del lavoro dalle tecnologie digitali, dall’automazione, dalla globalizzazione e dal cambiamento climatico. Per cogliere appieno le nuove opportunità offerte in molti settori produttivi dalle tecnologie digitali, è indispensabile che gli individui sviluppino il giusto insieme di competenze per fare un uso significativo di tali tecnologie.

I Governi sono chiamati ad attivarsi per formare nei più giovani le competenze utili in un mercato del lavoro dinamico e, al contempo, per sostenere gli adulti già occupati nel processo di miglioramento e aggiornamento costante delle proprie capacità e competenze. Fra le politiche esaminate dal Comitato ELSA anche quelle promosse a livello globale per l’accrescimento e il miglioramento delle competenze delle donne in attuazione della Raccomandazione OCSE del 2013 “sulla parità di genere nell’istruzione, nell’occupazione e nell’imprenditorialità”. A quattro anni di distanza, l’organizzazione internazionale sta realizzando un rapporto sugli avanzamenti registrati nei diversi ambiti oggetto delle raccomandazioni: istruzione, occupazione e imprenditorialità. Il tema dell’istruzione, quello delle differenze uomo/donna nei livelli di alfabetizzazione finanziaria e quello dell’avanzamento delle donne nei tassi di imprenditorialità assumono un significato particolare se riferiti alla microfinanza e al contributo che gli strumenti finanziari possono offrire all’emancipazione delle donne (sociale e finanziaria). Secondo uno studio OCSE di quest’anno sulla parità di genere nei percorsi di istruzione(The ABC of Gender Equality in Education, 2016), meno del 5% delle ragazze di 15 anni ha in programma di intraprendere una carriera in settori tecnici (ingegneristico, informatico, ecc.) mentre il 16% di esse intende specializzarsi nel settore della salute (anche se non come infermiera e ostetrica).

Il dato relativo alle donne che si sono laureate in discipline afferenti l’ambito ingegneristico, manifatturiero e delle costruzioni nel 2012 si ferma al 28%, se pur in crescita di 5 p.p. dal 2001 ad oggi. A conferma dello scarso interesse delle ragazze per questo tipo di studi il trend delle immatricolazioni sempre nel 2012: solo il 14% delle studentesse si sono iscritte a percorsi di laurea tecnico-scientifici contro il 39% dei colleghi uomini. Per una volta il nostro Paese si mostra in controtendenza rispetto alla media: infatti, sono donne circa 1/3 dei laureati negli ambiti tecnico-scientifici dello stesso anno. Da non sottostimare un effetto collaterale della scarsa presenza femminile nei corsi di laurea tecnici, ossia, la futura minore presenza femminile nelle professioni più richieste e meglio retribuite sia come lavoratrici autonome che lavoratrici dipendenti. Sempre con riferimento alla possibilità di svolgere lavori meglio retribuiti e affermarsi lavoro autonomo e imprenditoriale, può essere interessante riflettere sullo stato dell’arte della competenza finanziaria dal punto di vista del genere. Come più volte ribadito sulle pagine di questa rivista, le capacità finanziarie rientrano tra le abilità che possono contribuire a una piena e migliore partecipazione alla vita economica e sociale. L’alfabetizzazione finanziaria è essenziale affinché uomini e donne siano in grado di meglio comprendere la complessità dei prodotti finanziari, dei servizi e dei sistemi oggi disponibili e di utilizzare al meglio l’offerta, comprendendone i possibili rischi e le incertezze. Si deve tener conto del fatto che i giovani di oggi (maschi e femmine) saranno esposti al cosiddetto “rischio finanziario” per un periodo più lungo a causa dell’aumentata aspettativa di vita generale, della progressiva riduzione delle prestazioni sociali di natura pubblica e di un’accresciuta incertezza economica e lavorativa (continuità dei percorsi professionali, interruzioni per motivi di cura familiare, fasi di crisi, ecc.).

Secondo l’OCSE (v. grafico 4.23), non esistono grandi squilibri di genere nelle conoscenze della materia finanziaria a livello di scuole superiori. Fa eccezione l’Italia, dove i maschi sembrano essere più preparati delle femmine, con un gap di genere pari a otto punti percentuali che aumenta fino a 15 p.p. se si considerano, oltre alle capacità finanziarie, anche quelle di matematica e lettura.

L’OCSE valuta i gap di genere nelle competenze finanziarie osservando la distribuzione dei voti di ragazzi e ragazze in più materie. Tra i giovani che presentano performance superiori al 90° percentile (cosiddetti top performers) i maschi presentano risultati migliori delle femmine, mentre tra gli studenti che si piazzano al di sotto del 25° percentile (low performers) le ragazze tendono a ottenere giudizi migliori dei maschi. Secondo lo studio, dunque, quando ci si rivolge agli studenti con un livello di alfabetizzazione finanziaria insufficiente è importante rammentarsi del fatto che i maschi che presentano performance scarse hanno con ogni probabilità carenze generalizzate (voti bassi in più materie), mentre le femmine potrebbero avere bisogno di sviluppare solo le competenze utili ad aumentare l’alfabetizzazione finanziaria. Le differenze nei livelli di alfabetizzazione finanziaria si registrano, invece, tra gli adulti (Agnew et al., 2013; Arrondel et al., 2013; Fornero e Monticone, 2011; Crossan et al., 2011; Lusardi e Mitchell, 2011) e sembrerebbero dipendere soprattutto dalle diverse caratteristiche maschili e femminili dal punto di vista socio-economico. E’ come se, terminati gli studi, maschi e femmine fossero esposti a differenti opportunità di apprendere e migliorare le proprie competenze finanziarie (per es. accesso a lavori in settori diversi a causa di stereotipi culturali diffusi, minori opportunità di accesso delle ragazze al mercato finanziario, ecc.) e a causa di ciò sviluppassero sia livelli differenti di conoscenza della materia finanziaria sia strategie finanziare diverse. Il grafico 2, dedicato alle opportunità di formazione e accesso alle risorse economiche per avviare una attività autonoma ci mostra le differenze ancora esistenti tra uomini e donne. Le donne hanno meno opportunità di accedere al credito in quasi tutti i paesi OCSE. Lievemente migliore la situazione per quanto riguarda la formazione imprenditoriale.

Il gap di genere nella percentuale di imprenditori sul totale degli occupati rimane elevato in tutti i Paesi OCSE (solo in Nuova Zelanda uomini e donne hanno la medesima percentuale di imprenditori). La quota di donne lavoratrici autonome imprenditrici è pari al 10% mentre quella degli uomini supera il 18%. In Italia le imprenditrici rappresentano il 16% degli occupati, contro il 27% ca. dei colleghi uomini (vedi grafico 3 da Entrepreneurship at a Glance, 2016).

I lavoratori autonomi uomini tendono ad assumere dipendenti più frequentemente delle donne (in media 2,5 volte) e lavorano circa otto ore in più delle donne a settimana. Nella maggioranza dei paesi OCSE le imprenditrici e lavoratrici autonome si occupano di servizi (70% circa contro il 50% degli uomini imprenditori). Superate le difficoltà nell’accesso al credito e alla formazione, e avviata la propria attività, le donne imprenditrici mostrano un atteggiamento molto simile a quello dei colleghi uomini rispetto al futuro (vedi grafico 4 sul campione intervistato) con percentuali molto simili di “positività” in relazione alle condizioni delle proprie imprese.

Le piccole imprese orientate al digitale, presenti on line e che utilizzano gli strumenti dell’economia digitale per promuovere la propria attività tendono ad esprimere valutazioni più positive in relazione al futuro (vedi grafico n. 5). Non essendo possibile desumere dai dati disponibili se questo sia un segnale di un cambiamento generazionale nella conduzione delle PMI, si evidenzia come le sperimentazioni in corso anche nel nostro Paese per la fertilizzazione del tessuto imprenditoriale artigianale con i talenti digitali delle nuove generazioni (“Crescere in digitale” di Google e Unioncamere, per es.).

Non rimane che attendere l’esito dell’attività di ricognizione sull’attuazione della Raccomandazione dell’OCSE che presenterà un riepilogo delle principali barriere all’imprenditorialità femminile e delle nuove tendenze politiche che si sono dimostrate vincenti per la riduzione del gender gap nell’imprenditoria. DUE PROPOSTE PER IL FUTURO La riduzione degli squilibri di genere nell’alfabetizzazione finanziaria nel nostro Paese dovrebbe essere perseguita con una strategia apposita tesa ad evitare lo “scollamento” tra il periodo scolastico e le scelte di istruzione terziaria e di settore lavorativo da parte delle giovani donne. Dovrebbero essere sviluppati e attuati iniziative e programmi (anche a valere sulla programmazione dei Fondi SIE 2014-2020) rivolti a soddisfare i bisogni manifestati dalle donne in questo ambito e, in particolare, ad incoraggiare la loro consapevolezza, fiducia, competenza e abilità nel trattare la materia finanziaria. Tale compito dovrebbe essere svolto dalle amministrazioni competenti in materia di istruzione, educazione finanziaria, mercato del lavoro, credito alle imprese e sviluppo di impresa. Infine, in considerazione di quanto atteso da OCSE sull’attuazione della Raccomandazione del 2013, potrebbe essere utile strutturare un Osservatorio sulle imprese e l’autoimpiego delle donne. Il Dipartimento per le pari opportunità, l’ISTAT, Unioncamere, l’ENM e i dicasteri competenti in materia di inclusione sociale e incentivi alle imprese (MLPS e MiSE) potrebbero così contare su una fonte condivisa di dati sulle differenze di genere nell’imprenditorialità, nell’accesso al credito, nell’accesso ai servizi di accompagnamento alla creazione di impresa e autoimpiego, nella propensione all’innovazione e nella proiezione internazionale. Con l’obiettivo finale di sviluppare politiche innovative di settore per il miglioramento della imprenditoria femminile e del suo contributo alla crescita dell’impresa italiana.

MICROFINANZA UE PER L’INCLUSIONE E L’IMPRESA SOCIALE – LO STATO DELL’ARTE

Il 15 novembre 2016 nel corso del Comitato di Gestione del programma “Employment and Social Innovation (EaSI)” la Commissione Europea ha presentato i dati di attuazione dell’Asse Microfinanza e Impresa sociale del programma (2014- 2020) e quelli relativi allo Strumento Progress di Microfinanza a sei anni dal suo avvio. In base ai dati disponibili al 31 marzo 2016 a partire dal 2010 sono stati mobilizzati - dallo strumento finanziario europeo “Progress Microfinanza” (predecessore dell’Asse Microfinanza e Impresa Sociale di EaSI) - più di 440 milioni di euro. Tali risorse sono state utilizzate nel territorio dell’Unione Europea per l’erogazione di 53.500 microcrediti destinati a più di 50mila microimprenditori per la maggior parte persone vulnerabili a rischio di esclusione sociale e con difficoltà di accesso al credito. E’ stato pertanto ampliamente superato il target dei 46mila micro-mutuatari (beneficiari finali) inizialmente fissato per il 2020 per lo strumento finanziario. La misura ha contribuito a creare più di 85mila posti di lavoro (tra auto-impiego e personale dipendente delle microimprese avviate), dimostrando una forte capacità della misura in termini di impatto occupazionale e di inclusione sociale, nonché di efficacia nella diffusione del paradigma della microfinanza inclusiva nell’UE. Le opportunità di microcredito sono state colte soprattutto da coloro che erano privi di occupazione – circa la metà dei beneficiari finali - ed hanno avviato e sviluppato le proprie aziende rivolgendosi alle istituzioni di microfinanza e agli istituti di credito che avevano aderito al programma Progress microfinanza. Per quanto concerne gli strumenti di garanzia del programma EaSI, dal suo lancio a metà del 2015 e in base ai dati disponibili al 10 ottobre 2016, l’Asse Microfinanza e impresa sociale è stato raggiunto da una forte domanda da parte degli intermediari finanziari che fungono da erogatori dei microcrediti garantiti dall’Unione Europea (FEI e BEI) ai beneficiari finali. Sono già 33 gli accordi sottoscritti e 18 paesi in cui si erogano i “microcrediti EaSI” per un valore totale di 52,7 milioni di euro, che rappresentano più della metà del budget disponibile di 96 milioni di euro, destinato allo strumento per l’intero periodo di programmazione 2014-2020. A loro volta, queste transazioni approvate e sottoscritte dovrebbero sbloccare circa 661 milioni di euro di finanziamento in favore di circa 50mila microimprese e imprese sociali (grazie al programmato effetto leva). In totale, pertanto, la Commissione ha mobilizzato oltre 1 miliardo di euro in favore di più di 100mila micro-imprenditori in 23 Stati membri di cui 440milioni già erogati dallo strumento Progress Microfinanza e 661milioni che l’Asse Microfinanza e impresa sociale di EaSI è atteso erogare entro il 2020. Infine, come da comunicati stampa della Commissione Europea, si sta tentando di rafforzare il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI) con l’introduzione di Piattaforme che consentano di investire in partenariati pubblico-privati nel campo dell’innovazione, inclusa quella sociale. Il Fondo rappresenta il Primo pilastro del Piano degli investimenti per l’Europa di Juncker. È istituito nell’ambito della BEI con l’obiettivo di stimolare l’economia creando un contesto favorevole agli investimenti privati anche grazie all’assunzione su di sé di parte del rischio attraverso una garanzia di prima perdita, con un previsto effetto moltiplicatore complessivo di 1:15 in termini di investimenti reali (c.d. Addizionalità pubblica). Tale effetto leva dovrebbe consentire di mobilitare più di 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi durante un periodo di investimento di tre anni (la garanzia diretta del Bilancio UE ammonta a 16 miliardi di euro e quella della Banca Europea per gli Investimenti a 5 miliardi).

Print Friendly, PDF & Email

Print Friendly, PDF & Email

DARE VALORE

Emma Evangelista | Direttore MicroFinanza

Dare valore alle persone, alle idee ai progetti è sempre stato il compito di chi si fa carico degli altri in modo responsabile. Responsabilizzare coloro che vogliono crescere ed emanciparsi è compito dell’educazione e di chi ne esercita la professione come una missione. In questa filosofia bene si colloca la dinamica del processo che si attiva con un programma di microcredito. Attraverso questo strumento, infatti, si cerca di sostenere un individuo in un percorso di crescita sociale ed economica che tenda ad una emancipazione in senso produttivo in un senso e in un percorso di miglioramento della qualità della vita nell’altro. Nell’epoca della post-verità, ossia di una dissimulazione che santifica le parole rispetto ai fatti, la concretezza di uno strumento piccolo ma efficace come il microcredito ha un impatto dirompente quanto inatteso. Lo hanno ben compreso il Governo, che quest’anno ha aumentato la dotazione del fondo di garanzia nazionale delle PMI, dopo i risultati ottenuti in un solo anno di attività, lo ha compreso il Ministero del Lavoro che sostiene le progettualità giovani attraverso questo strumento per favorire l’autoimpiego. Allo stesso tempo anche le banche si sono accorte di quanto possa rendere l’attivazione di un progetto e di come possano acquisire nuovi clienti. in questo processo win-win, l’Ente Nazionale per il Microcredito, dopo aver direttamente e concretamente sperimentato il modello italiano, oggi si pone l’obiettivo di sostenere la fede pubblica con un’attenta analisi e selezione dei formatori e dei tutor che affiancano il neo-imprenditore nel suo percorso di attività di microimpresa. All’Ente, infatti, è stato riconosciuto l’onere-onore di essere il depositario dell’elenco degli operatori di microcredito, coloro che sono identificati per erogare i servizi aggiuntivi che per legge caratterizzano lo strumento del microcredito e sono fondamentali alla buona realizzazione di un’impresa attiva e destinata a durare nel tempo. Dare valore ad una idea, significa formare nuove professionalità che operino in questo mondo economico liberale e non liberista , che si ispira ad una economia sociale e di mercato che trova fondamento sul rapporto personale tra gli individui, sulla creazione di una responsabilità che da collettiva e sussidiaria diventi personale e produttiva e contribuisca ad aumentare i valori del BES (Benessere Equo e Sostenibile), oggi, l’unica la vera misura possibile del progresso.

Print Friendly, PDF & Email

Print Friendly, PDF & Email

EDUCAZIONE, SERVIZI AUSILIARI E OCCUPAZIONE: LA STRATEGIA ECONOMICA VINCENTE DEL MICROCREDITO

Mario Baccini | Presidente ENM

Il microcredito è ormai uno strumento universalmente riconosciuto a sostegno della lotta alle povertà e all’esclusione finanziaria. Dal 2005 anno internazionale del Microcredito per le Nazioni Unite, ad oggi l’italia si è dotata di uno strumento pubblico utile a sostenere questo processo che rappresenta, quindi, una forte leva di finanza sociale e si può annoverare tra gli strumenti più importanti dell’economia sociale e di mercato, capace di incidere sulle fasce più svantaggiate della popolazione ed escluse dai circuiti economici tradizionali. L’obiettivo politico che è stato affidato dal Parlamento e dai Governi che negli anni si sono succeduti, all’Ente Nazionale per il Microcredito è quello di trasformare il disagio dei cosiddetti “esclusi” – che rappresenta un costo per la collettività – in una nuova opportunità, con persone che diventano nuovi contribuenti, consumatori, clienti per il sistema bancario e soprattutto nuovi imprenditori e cittadini, che in molti casi vengono sottratti ai circuiti della criminalità e dell’usura. A vantaggio del cosiddetto microcredito produttivo l’Ente ha sviluppato una vera e propria ‘via italiana alla microfinanza e al microcredito” certificando un modello strutturale di significativo valore per l’indotto economico e sociale del Paese e non solo. Il predetto modello offre un significativo volano di crescita economica, utilizzando gli strumenti messi a disposizione dalle Istituzioni e producendo un effetto leva occupazionale pari a 2,43 nuovi posti di lavoro per ogni iniziativa di microcredito finanziata. In Italia, grazie al Fondo di garanzia per le PMI e ai servizi ausiliari, attualmente il microcredito sviluppa un ingente indotto economico: ad oggi, l’Ente ha stipulato convenzioni con 12 banche per un numero di 1.109 filiali, che hanno destinato agli interventi di microcredito un volume complessivo di risorse pari a circa 200 milioni di Euro. Inoltre negli ultimi 11 mesi, sono state finanziate 2.800 imprese, che hanno potuto generare un totale di 6.800 posti di lavoro. Peraltro, il potenziale finanziario messo a disposizione del Paese è in grado di sostenere circa 10.000 imprese con un incremento occupazionale di ben 24.300 nuovi posti di lavoro ed un trend fortemente in crescita. L’azione dell’Ente, che si sostanzia nel monitoraggio del bisogno, nell’individuazione dei possibili beneficiari, nell’accompagnamento fino al finanziamento e al successivo tutoraggio, è accompagnata anche da attività di educazione finanziaria, al fine di dare nuovo impulso alla domanda, tramite un’informazione credibile, chiara e concreta, con la consapevolezza che ogni azione genera una conseguente attività. Grazie proprio all’insieme di tutte queste attività non solo è stato possibile strutturare ed implementare un modello vincente per il microcredito per l’impresa, ma sostenere le politiche occupazionali nazionali del Ministero del Lavoro come le attività del progetto SelfiEmployment, che affronta uno dei temi cruciali per l’economia del Paese in un contesto europeo e di sviluppo globale: l’occupazione giovanile. Il tema dell’occupazione degli under 40 è un annosa questione che può trovare un naturale sostegno nell’autoimpiego sostenuto dalle politiche del microcredito. Il presupposto di un modello realmente operativo per lo sviluppo d’impresa ha dato il via anche alla progettazione di un modello di microcredito per il sociale che possa essere replicabile e attuabile per tutte quelle politiche familiari che sono il futuro delle politiche di welfare del Paese.

Print Friendly, PDF & Email

Print Friendly, PDF & Email

IL MODELLO DELL’ENTE NAZIONALE DEL MICROCREDITO

Marco Paoluzi | Responsabile area credito ENM

INTRODUZIONE

Il repentino sviluppo che la disciplina sul microcredito ha avuto nel recente periodo, a seguito della pubblicazione del DM 176/2014, attuativo dell’art. 111 TUB, e all’emanazione dei due Decreti MiSE del 24/12/2014 e del 18/03/2015, che hanno attivato l’intervento del Fondo Centrale sulle operazione di microcredito, ha consentito agli istituti nanziari di guardare con interesse ad un mercato no a ieri considerato marginale e ad alto rischio. Facilitare la di usione dello strumento e garantire al contempo le sue caratteristiche distintive, è stata s da raccolta dall’Ente Nazionale per il Microcredito che, in supplenza ad un mercato ancora in via di consolidamento, ha voluto o rire la propria collaborazione agli Enti erogatori attraverso una partnership nalizzata all’erogazione dei servizi ausiliari di assistenza e monitoraggio. Oggi con questa progettualità abbiamo realizzato un modello di accesso al microcredito e cace, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Un modello che può rappresentare la chiave di accesso al microcredito per tutti gli istituti nanziari che guardano ancora a questo strumento con diffdenza. MONITORAGGIO ATTIVITÀ DI MICROCREDITO 2011-2014*

  • In 4 anni in Italia sono stati erogati oltre 370 milioni di euro • 277 milioni di euro sono stati erogati per nalità produttive
  • 14.000 persone sono state in grado di avviare o sostenere un’attività lavorativa
  • ogni bene ciario di microcredito produttivo genera in media 2,43 posti di lavoro (lui compreso)
  • dal 2011 il microcredito produttivo ha creato oltre 34.000 posti di lavoro
  • ogni posto di lavoro è stato creato con una anticipazione di credito di circa 8.100 € per occupato

IL MICROCREDITO PRIMA DEL 2015

EVOLUZIONE NORMATIVA SUL MICROCREDITO

  • Art. 111 T.U.B. Introdotto dall’art. 7 D.lgs. 13 agosto 2010; D.lgs.19 settembre 2012, n. 169
  • Decreto MEF n. 176 del 17/10/2014, pubblicato in GURI il 1/12/2014
  • Articolo 39, comma 7-bis, DL 6 dicembre 2011, n. 201
  • Decreto MiSE del 24/12/2014, pubblicato in GURI il 3/02/2015 • Decreto MiSE del 18/03/2015, pubblicato in GURI il 11/05/2015
  • Disposizioni di Banca d’Italia per l’iscrizione e la gestione dell’elenco degli operatori di microcredito in attuazione dell’art. 111 del TUB e dell’art. 15 del Decreto MEF 176/2014, pubblicate in GURI il 3 giugno 2015

INTERVENTO DEL FONDO PMI PER IL MICROCREDITO

IL MICROCREDITO DOPO IL 2015 OPPORTUNITA'

  • Capienza pressoché illimitata della garanzia
  • circa 2 mld in garanzia ordinaria e 500 mln in garanzia diretta
  • Appetibilità della garanzia da parte del sistema bancario
  • 0 assorbimento di capitale sulla quota di finanziamento garantita.
  • 0 rischio sulla quota di finanziamento garantita (max 80%)
  • l’intervento del Fondo completamente gratuito • sulle operazioni di microcredito non viene e ettuata alcuna valutazione di merito di credito da parte del gestore del Fondo RISCHI
  • Mancanza di pregressi storici sulla normativa del microcredito
  • diffidenza del mercato finanziario
  • assenza di soggetti specializzati nella prestazione dei Servizi ausiliari (Art. 3 c. 2 DM MEF n.176 del 2014).
  • Scarsa qualità nell’erogazione dei servizi ausiliari
  • La necessità di contenere i costi dei servizi ausiliari

IL RUOLO DELL’ENM PER I SERVIZI AUSILIARI PER IL MICROCREDITO

  • Ciò che caratterizza il microcredito, e lo pone su un piano differente rispetto al sistema di credito tradizionale, è l’attenzione che viene rivolta alla persona.
  • I servizi di accompagnamento, di tutoraggio e di monitoraggio, essenziali e complementari rispetto ai prestiti erogati, rappresentano il cuore dello strumento.
  • Essi consentono di trasformare l’attendibilità professionale dei richiedenti, la validità, la coerenza tecnica, economica e finanziaria dell’attività e/o del progetto per il quale è richiesto il finanziamento, in una garanzia affidabile.
  • La necessità di indirizzare il mercato verso un corretto utilizzo dello strumento microcredito ha indotto l’ENM, in funzione di supplenza ad un mercato che ancora necessita di consolidamento, ad offrire la propria collaborazione agli Enti erogatori attraverso una partnership finalizzata all’erogazione dei servizi ausiliari di assistenza e monitoraggio.

IL MODELLO ENM - BANCA

  • Mutuo chirografario: a tasso sso
  • Durata: minima 24 mesi e massima 60 mesi aumentati di 6 in caso di preammortamento (max 12 mesi)
  • Importo max: € 25.000.
  • Garanzia: pubblica del Fondo di Garanzia Nazionale gestita da Medio Credito Centrale SPA, la Banca potrà richiedere ulteriori garanzie personali (non reali) solo relativamente alla parte non coperta dalla garanzia pubblica.
  • Spese di istruttoria pari a 0,20 su importo erogato
  • T.A.N. 5,60
  • T.E.G. 5,94
  • Non sono previste commissioni per i Servizi di Tutoraggio forniti da Ente Nazionale del Microcredito

BREVE DESCRIZIONE DELLA PROCEDURA

  • Il Cliente richiede alla lale un finanziamento di microcredito L’operatore della filiale effettua i controlli relativi alla caratteristiche del soggetto richiedente ed alle finalità del finanziamento. Effettuate le veri che sulle pregiudizievoli provvede a inoltrare all’ENM la richiesta di Tutoraggio. (Allegato I) Il Tutor del microcredito entro 5 giorni lavorativi contatta il cliente per definire un primo incontro. Lo stesso Tutor entro 30 giorni o entro un massimo di 120 giorni a secondo delle caratteristiche del soggetto richiedente e del progetto di investimento relativo, porterà a termine l’istruttoria di microcredito comunicandone l’esito alla filiale che aveva inserito la richiesta. Il tutor, nei tempi previsti, assisterà il cliente nel veri care la fattibilità della sua idea imprenditoriale. In particolare, attraverso una vera e propria intervista, cercherà di acquisire quante più informazioni possibili, utili all’elaborazione condivisa del business plan; Il documento di business plan si compone dei seguenti prospetti:
  • uno illustrativo dei punti di forza e di debolezza dell’idea imprenditoriale e delle strategie che il richiedente credito intende adottare per la realizzazione della propria idea imprenditoriale;
  • Il piano degli investimenti e del prospetto dei ricavi attesi;
  • Il conto economico e dello stato patrimoniale, corredati del prospetto di calcolo del cash ow finanziario. Qualora il Tutor valuta positivamente l’impresa, invia la valutazione dell’attività proposta (allegato II) con il documento di business plan. La filiale, presa visione della documentazione, sarà tenuta a deliberare – positivamente o negativamente - rispetto all’erogazione del prestito, dandone comunicazione all’ENM. (allegato III). Il credito deliberato viene reso disponibile al cliente per il 20% dell’importo richiesto, previa firma di un’auto- dichiarazione di destinazione d’uso dell’importo, mentre il restante 80% rimane vincolato con «prenotazione dare» sul conto corrente ed i pagamenti effettuati direttamente dalla Banca alla presentazione dei giusti cativi di pagamento. Il Tutor effettua un monitoraggio almeno annuale rispetto al finanziamento erogato ed invia una puntuale reportistica rispetto alla gestione dell’impresa ed ai servizi erogati, alla filiale (Allegato IV). Su segnalazione della Banca, interviene contattando il cliente anche in caso di ritardi nei pagamenti del mutuo. Il rendiconto dell’attività di tutoraggio sarà inserito nel portale e potrà essere utilizzato dalla filiale anche per monitorare il rischio di credito e/o veri care ulteriori esigenze finanziarie e creditizie del cliente.

LA SOLUZIONE SOFTWARE PER LA GESTIONE DELLA FILIERA DEL MICROCREDITO

  • integrazione dei dati: i dati inseriti dai vari soggetti (ENM, Banca e Tutor) sono fruibili attraverso un’unica piattaforma
  • condivisione: ogni fase del processo di erogazione del prestito è monitorata, a diversi livelli, dai soggetti coinvolti.
  • operatività di un software CRM.
  • potenzialità di un software di Business intelligence.
  • supporta le varie fasi di valutazione e delibera, in modo e cace e coerente, al ne di minimizzare la dispersione dei dati e le eventuali incongruenze del processo.
  • consente di massimizzare economie di scala contenendo i costi per i servizi ausiliari

Scarica pdf

Print Friendly, PDF & Email

Sottocategorie

Pagina 11 di 11

© 2019 Rivista Microfinanza. All Rights Reserved.