IL MICROCREDITO COME NUOVA FRONTIERA PER I GIOVANI

Tiziana Bonarrigo | Avvocato

Sentiamo sempre più spesso, oggi, parlare di ripresa dalla crisi economica, di aumento del tasso degli occupati e dell’apertura dei mercati e delle aziende verso nuove assunzioni. Contemporaneamente, tuttavia, leggiamo altrettante notizie allarmanti riguardo la disoccupazione giovanile (una vera e propria piaga, in netto aumento e a livelli che non venivano registrati dal lontano 2011), le difficoltà a mantenersi, l’aumento dell’esposizione creditizia nei confronti delle banche. I motivi sono diversi: da un lato la crisi ha indubbiamente avuto il suo ingente peso, dall’altro vi è da dire che nel momento in cui un giovane ha finalmente trovato un impiego, la sua posizione tende a essere più a rischio rispetto a quella di lavoratori che sono entrati in azienda prima, che hanno maggiori esperienze e responsabilità (le imprese tendono a tutelare questi ultimi rispetto ad un neofita). A completare tutto ciò, c’è anche una triste realtà: l’aspetto economico. Un giovane che ha idee meritevoli di attenzione, che potrebbe realizzare un qualcosa di importante, dar vita ad un progetto valido, al giorno di oggi non sempre si trova nella condizione economica di avere un capitale (se pur piccolo) per creare una impresa, per realizzare “un sogno nel cassetto”. Mancano, cioè, gli strumenti finanziari per avviare, in autonomia, una qualsiasi attività: aprire un ristorante successivamente all’aver intrapreso la scuola alberghiera e/o corsi di cucina, realizzare un’idea, un brevetto, dopo aver studiato ingegneria, magari seguito un master, uno stage, diventa una utopia per mancanza di mezzi, perché, in altre parole, esiste un sistema creditizio più nemico che amico dei giovani. È vero che l’Italia è il Paese delle grandi idee, degli imprenditori che non si arrendono, dei giovani che credono nel futuro, capaci pure di inventarsi un lavoro, ma è pur vero che privi di un sostegno economico iniziale, tanti giovani rinunciano ad un progetto, quindi al loro futuro. Non è raro constatare che anche quando un giovane ha un sogno, un progetto e vorrebbe realizzarlo da solo, “sulle proprie gambe”, aprendo la sua microimpresa, avviando un business (con la prospettiva magari di poter creare, se le cose andranno bene, anche posti di lavoro per altri), imbattendosi nelle banche italiane vede sfumare la sua avventura imprenditoriale che, verosimilmente, avrebbe contribuito allo sviluppo del Paese. Se, quindi, in Italia, oggi, l’occupazione cresce è soltanto perché i cinquantenni rimangono al lavoro ben oltre i sessant’anni (ciò è dovuto alle riforme pensionistiche), mentre il tasso di occupazione dei giovani è in drammatico calo. Sempre più trentenni, invero, tendono a rimanere in casa con i genitori, a formarsi meno una propria famiglia. I giovani (e meno giovani) spesso coabitano con i propri genitori fino a tardi (soprattutto in Italia) e questo certamente rallenta il processo di transizione, anzi lo cambia nella sua stessa natura. Si entra nella vita pubblica in modo diverso, ancora un po’ dipendenti. Nella realtà odierna, da una fotografia dei giovani emergono termini come “generazione del quotidiano”, “generazione degli sprecati”, addirittura “bamboccioni”. Effettivamente, è una generazione “sprecata” perché non si ascolta la loro capacità di innovare e si dilaziona la loro possibilità di dare un contributo alla società. Ma non per colpa loro. La “colpa” – se così si può dire – è piuttosto dei genitori che non hanno colto l’importanza del ricambio generazionale e non hanno fornito loro strumenti per essere autonomi. È colpa delle istituzioni che costruiscono percorsi di esclusione istituzionalizzata, senza proteggere i giovani nelle delicate fasi di transizione, a cominciare dall’ingresso nel mercato del lavoro. Avere tassi di disoccupazione giovanile oltre il 30% non è solo un problema individuale del giovane disoccupato, è anche un problema sociale di una società. La questione, inoltre, ha anche un aspetto contingente legato alla crisi. Non è casuale l’aumento dei giovani adulti (18-34 anni) che vivono con i genitori. Nel nostro Paese, per esempio, la mancanza di un mercato degli affitti aperto ed economico riduce di molto le possibilità di uscita in presenza di redditi da lavoro dei giovani, che sono piuttosto ridotti. La mancanza di una politica della casa ormai da decenni è un forte limite strutturale. Con la crisi il fenomeno si amplifica. Ci sono molti giovani che, anche quando hanno avviato il loro percorso di vita indipendente (andando a vivere da soli e facendosi una famiglia), vivono vicino ai genitori perché sono una delle poche risorse per affrontare i bisogni più svariati. Ovviamente è una situazione che nel medio periodo diventa insostenibile. In particolare, quando diventeranno anziane le fasce di popolazione oggi in età lavorativa, la loro situazione patrimoniale, reddituale e pensionistica non permetterà più questo trasferimento di risorse e servizi, lasciando i giovani del futuro “abbandonati a loro stessi”. In virtù del fatto che la transizione all’età adulta è oggi più lunga e lenta che in passato, viene maturato nei giovani il diffondersi di un orientamento ancorato al presente e la conseguente riduzione della progettualità legata al futuro. Sicuramente, dunque, ci devono essere cambiamenti profondi, che affrontino alla radice l’esclusione sistematica che i giovani subiscono per rendere concreta questa possibilità. Bisogna, cioè, cercare di contenere gli aspetti negativi delle nuove transizioni e trasformarli in opportunità di cambiamento. In passato una laurea portava un giovane ad un miglioramento sociale, correlato da speranze ed opportunità. Oggi nemmeno l’istruzione superiore tutela i giovani dalla precarietà e dalla disoccupazione, ovvero dalla sottoccupazione, della quale sono le vittime principali. Quelli che hanno più possibilità di occupazione, forse, sono coloro che si laureano in ingegneria, nelle materie scientifiche o del gruppo chimico-farmaceutico; bisogna, tuttavia, intraprendere una strada in salita e fare fatica per emergere. Non sorprende, perciò, che quasi il 43% dei ragazzi italiani sogna di vivere all’estero e di costruire lì il proprio futuro. I giovani, inoltre, in Italia, sono pochi. Se si diventa anziani sempre più tardi, rileviamo che il numero di giovani si riduce sempre di più. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un’età compresa tra 0 e 24 anni (una quota che si è dimezzata dal 1926 ad oggi). Si tratta di una delle percentuali più basse in Europa. Il 2015 è stato un anno record per il calo delle nascite, sono state 488.000, vale a dire15.000 in meno rispetto al 2015. Oltre ciò, come detto, sei giovani su dieci vivono con i genitori. Il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, con una forte differenza tra le donne (56,9%) e gli uomini (68%), ma soprattutto una consistente differenza con la media europea, che si attesta al 48,1%. Vi è una tendenza a posticipare molte cose: si sposta il matrimonio, si aspetta per fare il primo figlio e anche l’età nella quale si diventa nonni è differente rispetto al passato. Tutto ciò è dovuto alle grandi difficoltà che i giovani incontrano nel mercato del lavoro, che, non garantisce stabilità e penalizza le retribuzioni. I nostri giovani sono, per la maggior parte, disoccupati. Neanche la laurea, come detto, riesce a salvaguardarli, posto che il tasso di occupazione di un laureato di 30-34 anni è passato dal 79,5% del 2005 all’attuale 73,7%. E infine tra i giovani il tasso dei sovraistruiti (in possesso di un titolo di studio superiore rispetto al lavoro che fanno) è triplo rispetto a quello degli adulti. Nel 2015, su 100 ragazzi di età compresa tra 15 e 19 anni soltanto quattro hanno trovato occupazione ( mentre erano 15 nel 1993). Il calo è dovuto esclusivamente all’aumento degli inattivi per motivi di studio: nel 2015, invero, gli studenti hanno rappresentato l’84,7 per cento dei giovanissimi. Peraltro l’allungamento dei percorsi di istruzione ha determinato l’aumento dell’inattività anche nelle classi di età successive, sebbene in misura decrescente. I ragazzi del terzo millennio sono flessibili, dinamici, aperti alle diversità e ai cambiamenti ma, certamente, la loro è una generazione che nutre una sfiducia verso la politica, che vive nella precarietà esistenziale. I giovani, tuttavia, sentono la necessità di riscattarsi, affermarsi nella società (anche economica). Per questo il concetto di autoimpiego diventa fondamentale. I nostri giovani imprenditori sono bravi, hanno idee, voglia di fare. È un vero peccato che siano tenuti a margine nella società italiana, atteso che quando hanno l’opportunità dimostrano di valere molto. Per fare un esempio: nelle microimprese, che rappresentano oltre il 85% delle unità produttive italiane, le aziende guidate da imprenditori giovani hanno aumentato i posti di lavoro in misura maggiore rispetto a quelle guidate da imprenditori anziani. In analoghe analisi svolte in precedenza dall’Istat si è mostrato come, nell’ambito delle aziende di minore dimensione, quelle con un titolare più giovane avessero una maggiore probabilità di creare posti di lavoro nell’ultimo biennio. Ne deriva che imprenditori giovani creano più lavoro degli anziani. Il microcredito, pertanto, alla luce di ciò, può essere considerato una “nuova frontiera”. Con le difficoltà economiche che si sono presentate negli ultimi tempi, gli istituti di credito si sono sempre più resi conto di quanto la popolazione italiana sia con un povero e limitato fondo finanziario. Posto che chi ne ha risentito principalmente sono soprattutto i giovani, il microcredito può essere considerato come “salvagente”, come “ancora di salvezza” per tutti coloro che hanno difficoltà a chiedere credito avvalendosi del classico sistema dei prestiti. Riuscire, invero, ad ottenere un microcredito può essere l’inizio di una partenza o realizzazione di una nuova realtà. In sostanza, per i nostri giovani, piccoli prestiti possono tramutarsi in grandi opportunità. Le iniziative del microcredito, così intese, sono finalizzate sia ad individuare le misure per stimolare lo sviluppo dei sistemi finanziati a favore dei soggetti in stato di povertà (al fine di incentivare la costituzione di microimprese in campo nazionale ed internazionale), sia a promuovere la capacità e l’efficienza dei fornitori di servizi di microcredito e di micro finanziamento, nel rispondere alle necessità dei soggetti in stato di povertà. Questo è il senso del microcredito che va a favore dei giovani: concedere finanziamenti a tasso agevolato per sostenere imprese esistenti, nuovi progetti e nuove esperienze imprenditoriali affinché possano affermarsi sul mercato, potendo così far fronte al rientro del prestito attraverso il reddito prodotto dalla stessa iniziativa imprenditoriale. Il microcredito d’impresa, infatti, garantisce all’iniziativa privata una via che non basa il suo finanziamento su garanzie reali o sul suo reddito futuro, ma solo ed esclusivamente sulla fattibilità dell’opera e sulla sua coerenza tecnica, finanziaria ed economia. Può, quindi, aprirsi un spiraglio importante per la gioventù di oggi, da cui possono derivare grandi vantaggi. Di contro al crescere della povertà e della marginalità sociale in Italia dei giovani, il microcredito non può che essere considerato un indispensabile strumento per fronteggiare i problemi che li affliggono. Il microcredito diventa, quindi, una forma di riscatto, una opportunità per gli “svantaggiati”, i giovani bisognosi, i capaci ma privi di mezzi economici per mettere in pratica e realizzare i loro progetti, “dando vita anche a piccoli sogni da non lasciare morire in un cassetto”.