IL MICROCREDITO NELLA TERRA DI MEZZO

Stefano Battaggia |Consulente in affari europei

Nicoletta Ferro |Ricercatrice senior sui temi della sostenibilità; ha lavorato per alcuni anni alla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) a Shanghai

Le invenzioni cinesi non si contano: la seta, le banconote, la stampa, la bussola, la polvere da sparo, e forse anche il microcredito. Fu infatti durante il regno dell’imperatore Shenzong della dinastia Song (1068-85) che furono introdotte le riforme dello statista Wang Anshi, fra le quali il programma dei ‘giovani germogli’ (qingmiao), microprestiti agrari concessi dallo Stato agli agricoltori a primavera da rimborsare con gli interessi al momento delraccolto. Lo Stato tendeva così riscattare i contadini dall’indebitamento con i grossi proprietari, e incamerare introiti che fino a quel momento erano stati lucrati da speculatori e usurai. In tempi a noi più ravvicinati, la terra di mezzo sembrerebbe, a prima vista, un terreno ideale per il fiorire della microfinanza: ancora un ampio strato di popolazione, soprattutto rurale che vive al di sotto della soglia di povertà e con scarso accesso al credito, disponibilità di liquidità, volontà del governo di contribuire allo sviluppo delle zone svantaggiate.

Gli elementi sembrerebbero esserci tutti. Eppure, benché presenti nel paese fin dagli anni ‘90, i prodotti bancari non convenzionali, non riescono a decollare, o almeno non nella forma che si potrebbe immaginare. L’atteggiamento di Pechino si è da sempre mostrato prudente nei confronti del microcredito. Pur considerato un utile mezzo per supportare l’opera di sviluppo delle zone rurali avviata a livello nazionale, il governo ha ritenuto opportuno tenere le redini ben salde. A partire dal 2006, alle società di microcredito è stato riconosciuto lo status legale, e nel 2008 la Commissione Regolatrice (CBRC), ha emanato una regolamentazione (Rule 23), che, nel tentativo di regolare le attività di queste imprese, ne limita di fatto la flessibilità, complicandone l’operatività. Intendiamoci, la versione cinese del m icrocredito è sui generis. Sotto questa etichetta si intende sia l’erogazione di piccole somme (intorno ai 1000 dollari), sia la concessione di crediti più importanti. Se nel primo caso le operazioni vengono demandate alle numerose ONG che costellano il territorio nazionale, e che vedono la loro azione limitata dal fatto di poter raccogliere fondi solo attraverso donazioni (che prendono la forma di aiuto di emergenza (in seguito a grandi disastri naturali) oppure dell’aiuto allo sviluppo; nel caso di prestiti che possono andare dai 500mila al milione di dollari, esistono società di microcredito for profit, riconosciute dal governo.

Queste imprese di microcredito vanno, con i loro finanziamenti, ad assistere quella fascia di clientela individuabile nelle piccole e medie imprese, che i grandi attori finanziari cinesi non riescono a raggiungere. “Solo il 10% del totale dei prestiti elargiti da queste società per azioni possono essere definiti ‘micro’; il resto è rappresentato da somme più ingenti distribuite da queste agenzie di credito, spesso concentrate nelle zone a maggiore industrializzazione, e che non attendono altro che l’evolversi delle regolamentazioni nazionale per divenire veri e proprie credit companies” commenta Michele Geraci, co-autore del primo di una serie di rapporti sullo stato della microfinanza in Cina e di raccomandazioni per i governi locali, pubblicato dal Global Policy Institute della Metropolitan University di Londra. A completare la lista degli attori del microcredito cinese sono le banche rurali e di villaggio, vere e proprie banche, con una forte diffusione sul territorio, ma con un orientamento verso i prestiti ad attività agricole. Questo quadro viene ulteriormente complicato dalla mancanza di personale adeguatamente formato sul campo e, secondo alcuni, troverebbe in variabili di ordine culturale (eredità del confucianesimo) un forte ostacolo alla diffusione. L’esistenza nella società cinese di un forte reticolo di connessioni parentali e amicali che assistono gli individui anche finanziariamente, metterebbe infatti, a parere di alcuni esperti cinesi, in dubbio la reale necessità di uno strumento come il microcredito.

Ma non tutto rema contro e tra gli elementi culturali, prettamente cinesi, che volgono a favore del microcredito in Cina vi è il concetto di “mianzi” (faccia). In mancanza di un sistema di credito collettivo (come quello praticato in India o Bangladesh, dove le somme vengono distribuite tra gruppi di persone che esercitano un’opera di controllo e di moral suasion sugli individui) la paura di perdere la faccia si dimostra un deterrente efficace, che ha fino ad oggi garantito tassi di ritorno che si aggirano intorno al 98%. In questo scenario, il governo di Pechino non sta alla finestra e sembra anzi interessato a imprimere un slancio al microcredito. A tale proposito, su suggerimento della Commissione Regolatrice, le Ubique Poste Cinesi, attraverso la Postal Savings Bank of China (PSBC, inaugurata nel 2007 e divenuta la quinta banca del Paese con il 60% dei clienti in zone rurali), hanno iniziato ad erogare microcrediti in tutto il Paese. PSBC conta su alcuni vantaggi rispetto alle prime quattro banche commerciali del Paese1: Anzitutto, PSBC ha una posizione dominante nelle aree rurali con ca. 40.000 filiali, che servono 400 milioni di clienti, il 70% dei quali in piccole cittadine e villaggi.

Oltre ad utilizzare gli uffici postali esistenti, PSBC ha istituito dei punti di appoggio al microcredito, i cd: “Sannong”2, che forniscono servizi di assistenza e tutoraggio alle microimprese e ai contadini. PSBC ha inoltre innovato il modello di business per supportare le microimprese attraverso lo sviluppo di una specifica tecnologia del credito chiamata “IT-Pads”4, che ha migliorato sensibilmente l’efficacia e la scala del microcredito nelle zone rurali. Infine, 2009, PSBC ha definito una strategia di capacity building per i giovani laureati locali che intendono intraprendere una carriera nella microfinanza. I giovani dottori vengono selezionati in base alla loro capacità di comprensione dei bisogni dei contadini e della situazione nelle campagne. In tempo reale, a Pechino, nella sede nella sede centrale di PSBC, un sistema di controllo informatico monitora ogni esborso di microcredito. Nonostante i progressi, rimangono ancora passi da fare. Centinaia di milioni di persone, soprattutto contadini e migranti interni, sono ancora escluse dall’accesso al credito formale. Nelle aree rurali, dove vive ancora quasi metà della popolazione cinese, i prestiti alle famiglie e imprese non bancabili rappresentano solamente il 5.4% di tutti i prestiti in corso nel Paese. Le barriere principali sono costituite dagli alti costi dei servizi finanziari, un limitato uso della tecnologia, la mancanza di dati attendibili, marketing e tecniche di user experience rudimentali, ma soprattutto la mancanza di una strategia di finanza inclusiva con conseguente assenza di coordinamento delle azioni delle varie agenzie governative e istituzioni coinvolte. Il filosofo Laozi soleva dire che ‘ogni lungo viaggio comincia con un primo passo’: oggi giorno per molti piccoli imprenditori cinesi non bancabili quel passo porta diritto all’ufficio postale.

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