DALL’OCSE COMPETENZE PER IL LAVORO E PER L’IMPRESA, SINERGIE CON IL MICROCREDITO

Tiziana Lang | Ricercatrice INAPP

Nel mese di ottobre 2016 si è tenuto a Parigi il Comitato per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali (ELSA) dell’OCSE. L’agenda dei lavori ha toccato in più punti il tema delle competenze di giovani e adulti quale strumento fondamentale per una partecipazione piena e attiva alla vita economica (e sociale). Le competenze e abilità degli individui sono al centro di una serie di indagini e studi dell’OCSE2 che giungono alla medesima conclusione: competenze e abilità (competences and skills) personali devono essere adeguate alla luce dei cambiamenti introdotti nei mercati del lavoro dalle tecnologie digitali, dall’automazione, dalla globalizzazione e dal cambiamento climatico. Per cogliere appieno le nuove opportunità offerte in molti settori produttivi dalle tecnologie digitali, è indispensabile che gli individui sviluppino il giusto insieme di competenze per fare un uso significativo di tali tecnologie.

I Governi sono chiamati ad attivarsi per formare nei più giovani le competenze utili in un mercato del lavoro dinamico e, al contempo, per sostenere gli adulti già occupati nel processo di miglioramento e aggiornamento costante delle proprie capacità e competenze. Fra le politiche esaminate dal Comitato ELSA anche quelle promosse a livello globale per l’accrescimento e il miglioramento delle competenze delle donne in attuazione della Raccomandazione OCSE del 2013 “sulla parità di genere nell’istruzione, nell’occupazione e nell’imprenditorialità”. A quattro anni di distanza, l’organizzazione internazionale sta realizzando un rapporto sugli avanzamenti registrati nei diversi ambiti oggetto delle raccomandazioni: istruzione, occupazione e imprenditorialità. Il tema dell’istruzione, quello delle differenze uomo/donna nei livelli di alfabetizzazione finanziaria e quello dell’avanzamento delle donne nei tassi di imprenditorialità assumono un significato particolare se riferiti alla microfinanza e al contributo che gli strumenti finanziari possono offrire all’emancipazione delle donne (sociale e finanziaria). Secondo uno studio OCSE di quest’anno sulla parità di genere nei percorsi di istruzione(The ABC of Gender Equality in Education, 2016), meno del 5% delle ragazze di 15 anni ha in programma di intraprendere una carriera in settori tecnici (ingegneristico, informatico, ecc.) mentre il 16% di esse intende specializzarsi nel settore della salute (anche se non come infermiera e ostetrica).

Il dato relativo alle donne che si sono laureate in discipline afferenti l’ambito ingegneristico, manifatturiero e delle costruzioni nel 2012 si ferma al 28%, se pur in crescita di 5 p.p. dal 2001 ad oggi. A conferma dello scarso interesse delle ragazze per questo tipo di studi il trend delle immatricolazioni sempre nel 2012: solo il 14% delle studentesse si sono iscritte a percorsi di laurea tecnico-scientifici contro il 39% dei colleghi uomini. Per una volta il nostro Paese si mostra in controtendenza rispetto alla media: infatti, sono donne circa 1/3 dei laureati negli ambiti tecnico-scientifici dello stesso anno. Da non sottostimare un effetto collaterale della scarsa presenza femminile nei corsi di laurea tecnici, ossia, la futura minore presenza femminile nelle professioni più richieste e meglio retribuite sia come lavoratrici autonome che lavoratrici dipendenti. Sempre con riferimento alla possibilità di svolgere lavori meglio retribuiti e affermarsi lavoro autonomo e imprenditoriale, può essere interessante riflettere sullo stato dell’arte della competenza finanziaria dal punto di vista del genere. Come più volte ribadito sulle pagine di questa rivista, le capacità finanziarie rientrano tra le abilità che possono contribuire a una piena e migliore partecipazione alla vita economica e sociale. L’alfabetizzazione finanziaria è essenziale affinché uomini e donne siano in grado di meglio comprendere la complessità dei prodotti finanziari, dei servizi e dei sistemi oggi disponibili e di utilizzare al meglio l’offerta, comprendendone i possibili rischi e le incertezze. Si deve tener conto del fatto che i giovani di oggi (maschi e femmine) saranno esposti al cosiddetto “rischio finanziario” per un periodo più lungo a causa dell’aumentata aspettativa di vita generale, della progressiva riduzione delle prestazioni sociali di natura pubblica e di un’accresciuta incertezza economica e lavorativa (continuità dei percorsi professionali, interruzioni per motivi di cura familiare, fasi di crisi, ecc.).

Secondo l’OCSE (v. grafico 4.23), non esistono grandi squilibri di genere nelle conoscenze della materia finanziaria a livello di scuole superiori. Fa eccezione l’Italia, dove i maschi sembrano essere più preparati delle femmine, con un gap di genere pari a otto punti percentuali che aumenta fino a 15 p.p. se si considerano, oltre alle capacità finanziarie, anche quelle di matematica e lettura.

L’OCSE valuta i gap di genere nelle competenze finanziarie osservando la distribuzione dei voti di ragazzi e ragazze in più materie. Tra i giovani che presentano performance superiori al 90° percentile (cosiddetti top performers) i maschi presentano risultati migliori delle femmine, mentre tra gli studenti che si piazzano al di sotto del 25° percentile (low performers) le ragazze tendono a ottenere giudizi migliori dei maschi. Secondo lo studio, dunque, quando ci si rivolge agli studenti con un livello di alfabetizzazione finanziaria insufficiente è importante rammentarsi del fatto che i maschi che presentano performance scarse hanno con ogni probabilità carenze generalizzate (voti bassi in più materie), mentre le femmine potrebbero avere bisogno di sviluppare solo le competenze utili ad aumentare l’alfabetizzazione finanziaria. Le differenze nei livelli di alfabetizzazione finanziaria si registrano, invece, tra gli adulti (Agnew et al., 2013; Arrondel et al., 2013; Fornero e Monticone, 2011; Crossan et al., 2011; Lusardi e Mitchell, 2011) e sembrerebbero dipendere soprattutto dalle diverse caratteristiche maschili e femminili dal punto di vista socio-economico. E’ come se, terminati gli studi, maschi e femmine fossero esposti a differenti opportunità di apprendere e migliorare le proprie competenze finanziarie (per es. accesso a lavori in settori diversi a causa di stereotipi culturali diffusi, minori opportunità di accesso delle ragazze al mercato finanziario, ecc.) e a causa di ciò sviluppassero sia livelli differenti di conoscenza della materia finanziaria sia strategie finanziare diverse. Il grafico 2, dedicato alle opportunità di formazione e accesso alle risorse economiche per avviare una attività autonoma ci mostra le differenze ancora esistenti tra uomini e donne. Le donne hanno meno opportunità di accedere al credito in quasi tutti i paesi OCSE. Lievemente migliore la situazione per quanto riguarda la formazione imprenditoriale.

Il gap di genere nella percentuale di imprenditori sul totale degli occupati rimane elevato in tutti i Paesi OCSE (solo in Nuova Zelanda uomini e donne hanno la medesima percentuale di imprenditori). La quota di donne lavoratrici autonome imprenditrici è pari al 10% mentre quella degli uomini supera il 18%. In Italia le imprenditrici rappresentano il 16% degli occupati, contro il 27% ca. dei colleghi uomini (vedi grafico 3 da Entrepreneurship at a Glance, 2016).

I lavoratori autonomi uomini tendono ad assumere dipendenti più frequentemente delle donne (in media 2,5 volte) e lavorano circa otto ore in più delle donne a settimana. Nella maggioranza dei paesi OCSE le imprenditrici e lavoratrici autonome si occupano di servizi (70% circa contro il 50% degli uomini imprenditori). Superate le difficoltà nell’accesso al credito e alla formazione, e avviata la propria attività, le donne imprenditrici mostrano un atteggiamento molto simile a quello dei colleghi uomini rispetto al futuro (vedi grafico 4 sul campione intervistato) con percentuali molto simili di “positività” in relazione alle condizioni delle proprie imprese.

Le piccole imprese orientate al digitale, presenti on line e che utilizzano gli strumenti dell’economia digitale per promuovere la propria attività tendono ad esprimere valutazioni più positive in relazione al futuro (vedi grafico n. 5). Non essendo possibile desumere dai dati disponibili se questo sia un segnale di un cambiamento generazionale nella conduzione delle PMI, si evidenzia come le sperimentazioni in corso anche nel nostro Paese per la fertilizzazione del tessuto imprenditoriale artigianale con i talenti digitali delle nuove generazioni (“Crescere in digitale” di Google e Unioncamere, per es.).

Non rimane che attendere l’esito dell’attività di ricognizione sull’attuazione della Raccomandazione dell’OCSE che presenterà un riepilogo delle principali barriere all’imprenditorialità femminile e delle nuove tendenze politiche che si sono dimostrate vincenti per la riduzione del gender gap nell’imprenditoria. DUE PROPOSTE PER IL FUTURO La riduzione degli squilibri di genere nell’alfabetizzazione finanziaria nel nostro Paese dovrebbe essere perseguita con una strategia apposita tesa ad evitare lo “scollamento” tra il periodo scolastico e le scelte di istruzione terziaria e di settore lavorativo da parte delle giovani donne. Dovrebbero essere sviluppati e attuati iniziative e programmi (anche a valere sulla programmazione dei Fondi SIE 2014-2020) rivolti a soddisfare i bisogni manifestati dalle donne in questo ambito e, in particolare, ad incoraggiare la loro consapevolezza, fiducia, competenza e abilità nel trattare la materia finanziaria. Tale compito dovrebbe essere svolto dalle amministrazioni competenti in materia di istruzione, educazione finanziaria, mercato del lavoro, credito alle imprese e sviluppo di impresa. Infine, in considerazione di quanto atteso da OCSE sull’attuazione della Raccomandazione del 2013, potrebbe essere utile strutturare un Osservatorio sulle imprese e l’autoimpiego delle donne. Il Dipartimento per le pari opportunità, l’ISTAT, Unioncamere, l’ENM e i dicasteri competenti in materia di inclusione sociale e incentivi alle imprese (MLPS e MiSE) potrebbero così contare su una fonte condivisa di dati sulle differenze di genere nell’imprenditorialità, nell’accesso al credito, nell’accesso ai servizi di accompagnamento alla creazione di impresa e autoimpiego, nella propensione all’innovazione e nella proiezione internazionale. Con l’obiettivo finale di sviluppare politiche innovative di settore per il miglioramento della imprenditoria femminile e del suo contributo alla crescita dell’impresa italiana.

MICROFINANZA UE PER L’INCLUSIONE E L’IMPRESA SOCIALE – LO STATO DELL’ARTE

Il 15 novembre 2016 nel corso del Comitato di Gestione del programma “Employment and Social Innovation (EaSI)” la Commissione Europea ha presentato i dati di attuazione dell’Asse Microfinanza e Impresa sociale del programma (2014- 2020) e quelli relativi allo Strumento Progress di Microfinanza a sei anni dal suo avvio. In base ai dati disponibili al 31 marzo 2016 a partire dal 2010 sono stati mobilizzati - dallo strumento finanziario europeo “Progress Microfinanza” (predecessore dell’Asse Microfinanza e Impresa Sociale di EaSI) - più di 440 milioni di euro. Tali risorse sono state utilizzate nel territorio dell’Unione Europea per l’erogazione di 53.500 microcrediti destinati a più di 50mila microimprenditori per la maggior parte persone vulnerabili a rischio di esclusione sociale e con difficoltà di accesso al credito. E’ stato pertanto ampliamente superato il target dei 46mila micro-mutuatari (beneficiari finali) inizialmente fissato per il 2020 per lo strumento finanziario. La misura ha contribuito a creare più di 85mila posti di lavoro (tra auto-impiego e personale dipendente delle microimprese avviate), dimostrando una forte capacità della misura in termini di impatto occupazionale e di inclusione sociale, nonché di efficacia nella diffusione del paradigma della microfinanza inclusiva nell’UE. Le opportunità di microcredito sono state colte soprattutto da coloro che erano privi di occupazione – circa la metà dei beneficiari finali - ed hanno avviato e sviluppato le proprie aziende rivolgendosi alle istituzioni di microfinanza e agli istituti di credito che avevano aderito al programma Progress microfinanza. Per quanto concerne gli strumenti di garanzia del programma EaSI, dal suo lancio a metà del 2015 e in base ai dati disponibili al 10 ottobre 2016, l’Asse Microfinanza e impresa sociale è stato raggiunto da una forte domanda da parte degli intermediari finanziari che fungono da erogatori dei microcrediti garantiti dall’Unione Europea (FEI e BEI) ai beneficiari finali. Sono già 33 gli accordi sottoscritti e 18 paesi in cui si erogano i “microcrediti EaSI” per un valore totale di 52,7 milioni di euro, che rappresentano più della metà del budget disponibile di 96 milioni di euro, destinato allo strumento per l’intero periodo di programmazione 2014-2020. A loro volta, queste transazioni approvate e sottoscritte dovrebbero sbloccare circa 661 milioni di euro di finanziamento in favore di circa 50mila microimprese e imprese sociali (grazie al programmato effetto leva). In totale, pertanto, la Commissione ha mobilizzato oltre 1 miliardo di euro in favore di più di 100mila micro-imprenditori in 23 Stati membri di cui 440milioni già erogati dallo strumento Progress Microfinanza e 661milioni che l’Asse Microfinanza e impresa sociale di EaSI è atteso erogare entro il 2020. Infine, come da comunicati stampa della Commissione Europea, si sta tentando di rafforzare il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (EFSI) con l’introduzione di Piattaforme che consentano di investire in partenariati pubblico-privati nel campo dell’innovazione, inclusa quella sociale. Il Fondo rappresenta il Primo pilastro del Piano degli investimenti per l’Europa di Juncker. È istituito nell’ambito della BEI con l’obiettivo di stimolare l’economia creando un contesto favorevole agli investimenti privati anche grazie all’assunzione su di sé di parte del rischio attraverso una garanzia di prima perdita, con un previsto effetto moltiplicatore complessivo di 1:15 in termini di investimenti reali (c.d. Addizionalità pubblica). Tale effetto leva dovrebbe consentire di mobilitare più di 300 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi durante un periodo di investimento di tre anni (la garanzia diretta del Bilancio UE ammonta a 16 miliardi di euro e quella della Banca Europea per gli Investimenti a 5 miliardi).