SOGNI NEL CASSETTO E LAVORO GIOVANILE

Tiziana Bonarrigo | Avvocato

INTERVISTA A PIETRO ZOCCONALI PRESIDENTE ASSOCIAZIONE NAZIONALE SOCIOLOGI

Cosa ne pensa del microcredito come forma di intervento sul tessuto socioeconomico e sviluppo sociale?

In questo momento, dato che è molto difficile ottenere dagli istituti bancari tradizionali denaro liquido, soprattutto da parte dei giovani che non hanno un lavoro fisso, tantomeno garanzie, penso che questa nuova forma di assistenza esistente in Italia, che si rivolge quasi esclusivamente al ceto medio-basso, sia una buona cosa. Credo, per quanto ne sappia, che il microcredito, possa anche andare a contrastare il crimine. Mi spiego: ci sono molte persone che, non avendo ottenuto denaro dagli istituti di credito, ricorrono a prestiti privati altamente costosi, o, peggio, sono costretti a rivolgersi ad individui senza scrupoli che esercitano e proliferano nell’illegalità; c’è chi pensa ci siano impiegati di banca che consigliano ai propri clienti di rivolgersi a certi personaggi, a dir poco alternativi, per cercare dei finanziamenti, anche minimi, che la banca si rifiuta di concedere, e questa è una cosa che fa paura. A proposito di piccoli prestiti mi viene in mente il film “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica: quel povero cristo interpretato da Lamberto Maggiorani, attaccava i manifesti e si guadagnava da vivere; nel momento in cui gli era stata rubata la bicicletta, il suo mezzo di trasporto necessario per l’attività professionale, aveva pensato, con un gesto disperato, di rubare a sua volta una bicicletta e si era ritrovato rincorso e malmenato; è un episodio terribile, emblematico del dopoguerra che può essere rapportato ai giorni nostri: verosimilmente pensando ad un’automobile, anziché ad una bicicletta. Se quel poveretto avesse avuto l’opportunità di chiedere un piccolo prestito per ricomprarsi una bicicletta, avrebbe potuto tranquillamente continuare a svolgere il suo lavoro. Ma anche oggi c’è mancanza di welfare, specie in riferimento ai giovani; manca proprio un mezzo, una struttura che possa favorire il ceto medio-basso che sia disposto a mettere in secondo piano quelle garanzie e certezze che sono spesso richieste dalle banche le quali, altrimenti, non concedono prestiti.

In riferimento all’economia sociale di mercato, crede che il microcredito possa essere uno strumento, un mezzo concreto per dare opportunità, per la realizzazione di progetti che, senza di esso, resterebbero dei “sogni nel cassetto” per i giovani di oggi?

Il microcredito potrebbe essere il mezzo migliore per permettere a tanti giovani di sfruttare il loro potenziale; potrebbe concedere loro certe opportunità. Sto pensando a quei ragazzi intelligenti e pieni di spirito di iniziativa, fulmini di guerra ai quali manca soltanto quel minimo di denaro, quel quid in più per far partire un progetto qualsiasi, magari l’apertura di un negozio, anche se con dei sacrifici iniziali. Tutto ciò viene vanificato di fronte alla mancanza di un tesoretto iniziale che nessuna banca è disposta a concedere senza una montagna di garanzie.

Pensa che i programmi di microcredito possano avere un impatto positivo sul contesto politico, sociale e istituzionale del nostro Paese? Pensa che possano favorire sviluppo, capacità di consumo e produttività? Se sì, in che modo?

Sì. Certamente. È, pero, importante che chi gestisce il microcredito non debba approfittarsi del fatto che le banche non soddisfano i bisogni dei giovani. Il dover richiedere meno garanzie non deve far automaticamente alzare i tassi di interesse. In questo periodo di crisi c’è tanta gente costretta a ricorrere ai prestiti e per soddisfarla bisognerà trovare delle soluzioni. A proposito del welfare di una volta mi vengono in mente due personaggi dei “Promessi sposi” di Manzoni: Don Abbondio che usava fare dei piccoli prestiti ai suoi parrocchiani, e Fra’ Cristoforo che per aiutare i poveri e i malati è stato prima espulso dal suo paese ed ha poi compiuto l’estremo sacrificio per assistere i malati di peste. Anche oggi abbiamo bisogno di eroi; ci vuole tanta umanità da parte anche di chi gestisce il microcredito, bisognerà evitare di cercare di ottenere lauti guadagni alle spalle dei più bisognosi. Lo scopo è quello di risolvere i problemi della povera gente, dei giovani in particolare, per far loro ritrovare una serenità persa.

Crede che attraverso il microcredito possa esserci una maggiore integrazione tra l’individuo e il contesto socio-istituzionale? Se sì, come?

Ci sono tante persone ai margini della società, che non riescono ad entrare in quel circuito virtuoso che consiste nel vivere serenamente; c’è gente, invisibile ai più, che sta ferma a guardare, relegata in un angolo del tessuto sociale cercando di soddisfare i bisogni primari. Qualcuno, ogni tanto, dovrebbe fermarsi o rallentare per tendere una mano a queste persone. Lo strumento del microcredito, usato saggiamente, può essere una grande opportunità. In particolare, credo che, tra i giovani, le ragazze siano le più bisognose. Per un ragazzo probabilmente è più facile partire e andare a fare il cameriere in Inghilterra o mettere su una pizzeria in Australia. Per una ragazza è tutto più difficile. Se questa volesse aprire una attività, senza poter dare garanzie sufficienti ad una banca tradizionale, il microcredito è lo strumento giusto e potrebbe essere l’unica opportunità per la realizzazione di un progetto e, quindi, per aiutare una o più persone ad integrarsi nel contesto socio-istituzionale.

Dal punto di vista sociologico, che suggerimenti ha da dare per la utilità del microcredito, specialmente per i giovani?

Una volta, specie nei piccoli centri, le persone erano più a contatto; alcuni personaggi, il parroco, il maresciallo, il farmacista, sapevano tutto di tutti e in un certo senso i ragazzi erano più protetti: oltre che sulla loro famiglia potevano contare sull’aiuto di una miriade di parenti e di alcuni personaggi influenti. Oggi non è più così, la frammentazione delle famiglie e la drastica riduzione del numero dei componenti familiari rende i giovani sempre più soli. Per di più i giovani, per buona parte, si stanno allontanando dalla religione, e la mancanza di una figura che sostituisce il buon parroco, si fa sentire. Qualcuno ha asserito che il sociologo potrebbe essere il nuovo parroco del 2000, fare le funzioni del prete di una volta, ma ciò è molto difficile, sia per la loro scarsità che per la mancanza di preparazione in quel contesto. Anche gli impiegati del microcredito, a mio avviso, potrebbero prendere questa posizione di tutor e seguire step by step quei ragazzi che hanno chiesto un finanziamento. Dopo aver concesso il credito, dovrebbero seguire la loro attività e restare in contatto comportandosi da buoni consiglieri. In definitiva, alla richiesta di credito, per una diversa tipologia di garanzia non a livello economico, dovrebbero chiedere come sarà impiegato quel denaro e, anche dopo l’avvio di quella certa attività, partecipare agli sviluppi della stessa, dare consigli per rispettare leggi e regolamenti, per non fare errori di mercato; già ora, in alcune banche, ci sono impiegati che entrano in amicizia con i clienti, addirittura si recano nelle loro case, specie di chi ha soldi da investire in azioni, e questo potrebbe essere un buon suggerimento per lo sviluppo del microcredito.