Angelo Perfetti

È un medico, nato a Roma ma laureato a Milano, e residente a Brescia, dove dirige il Dipartimento
di Neurochirurgia-Neurologia dell’Istituto ospedaliero Fondazione Poliambulanza. Massimo
Gandolfini, organizzatore del Family Day, è presidente dell’Associazione medici cattolici
Regione Lombardia e già vicepresidente dell’Associazione Scienza&Vita.
Nato nel 1951, si è sposato nel 1977, e non potendo avere figli, ha adottato una bambina
peruviana. A quella prima adozione ne sono seguite ben altre sei, due bimbi brasiliani e
quattro italiani. Lo abbiamo raggiunto per fare insieme il punto sul concetto stesso di famiglia,
alla luce dell’evoluzione anche legislativa dal secondo Novecento ad oggi.
Dal primo dopoguerra, la famiglia ha rappresentato tanto: un ammortizzatore sociale,
una linea guida educazionale, in poche parole “un punto di riferimento”. Parliamo
della famiglia in senso tradizionale: un marito, una moglie e dei figli. Oggi lo scenario è
completamente diverso. Come valuta questo cambiamento? Quali possono essere state le
cause?
Il cambiamento è stato davvero un cambiamento epocale, che però si è realizzato tutto
sommato in pochi anni; direi dal 1974 fino ad arrivare a oggi. La prima grande ferita inferta
alla famiglia, come l’avevano descritta in maniera ispirata i padri costituenti, ossia una
società naturale fondata sul matrimonio - perché io sottolineo sempre che non si tratta di dare
una descrizione della famiglia secondo un credo religioso, che nel mio caso sarebbe quello
cristiano cattolico, ma in maniera assolutamente laica - ha iniziato a conoscere le prime
derive con la legge sull’aborto prima, nel ‘74, poi la legge sull’aborto nel 1978, con i due
relativi referendum, fino ad arrivare al 2016, alla legge sulle unioni civili, passando anche
attraverso altri stadi intermedi..
E’ chiaro che si è destrutturata la cellula fondamentale di quel tessuto che si chiama società,
e quindi il tessuto comincia a lacerarsi da ogni parte, e questa a mio avviso è una delle cause
principali, più importanti, di questa smagliatura che progressivamente si sta realizzando, e
che purtroppo stiamo registrando ad ogni livello nella nostra società”.
Perché è accaduto?
Penso che si tratti sempre frutto di un pensiero ideologico che sostiene innanzitutto il primato
della massa rispetto all’individuo, e poi la dittatura dell’individualismo e del relativismo”.

Come è stato possibile che il tessuto cattolico si sia fatto trovare così impreparato nel
gestire un cambiamento del genere, fino a non essere in grado di contrastarlo?
“All’inizio soprattutto, il mondo cristiano cattolico - che io ricordo benissimo in quegli anni
perché ero alla fine dell’Università e stavo per laurearmi - è caduto nel grande inganno che
purtroppo miete vittime ancora oggi è famoso slogan ‘perché mi vieti di fare ciò che tu non
faresti mai’. Io ricordo benissimo nella campagna prima sul divorzio e poi sull’aborto, in cui
lo slogan mediatico era ‘non si può negare a un altro di fare quello che io reputo non essere
giusto’. Ma è un errore, perché la democrazia, secondo questo punto di vista, sarebbe la somma
di tutte le libertà degli individui, e più si allargano le libertà tanto più una società sarebbe
democratica, cosa che invece è falsa.
Non è con l’allargamento dei diritti che si forma una società più civile e più democratica ma
è con la costruzione di diritti che sono poggiati su dei valori costruttivi per il soggetto e per la
società intera.
Il nostro mondo è caduto in questo inganno, abbiamo cominciato ad aprire uno spiraglio con
la legge sul divorzio, allorché si diceva ‘è soltanto questo passaggio, ma dopo, i grandi valori
non vengono assolutamente messi in discussione’; e poi siamo invece andati avanti con la
deriva del ‘78 e il referendum del 1981, in cui si decretava quello che secondo me è il trionfo
dell’individualismo e del relativismo: di fronte al diritto di nascere di una nuova vita, di un
bambino, si è fatto prevalere il diritto di scelta di un’altra persona sulla vita del proprio figlio.
Questo secondo me è stato gravissimo”.
Il diritto di un forte che prevarica quello di un debole per definizione, il nascituro...
“Debole e praticamente senza voce, senza nessuno che lo tuteli. Dall’altra parte abbiamo il
diritto di un più forte che ha tutta la voce per far valere le proprie ragioni, e ancora una volta,
con la legge 194, si è dato un colpo al concetto di famiglia, perché la libertà di scelta riguarda
la donna, e il padre del bambino è totalmente esautorato da qualsiasi tentativo anche lontano
di poter dire una parola, di poter far sentire il peso della propria coscienza.
In una società ormai frammentata come quella contemporanea, come va intesa oggi la
famiglia e quale ruolo può avere ancora?
“Stiamo andando incontro a una società dove c’è l’esaltazione dei diritti dell’individuo a scapito
di una visione collettiva armonica e democratica. Oggi tutti i desideri si stanno trasformando
in diritti, e questo è un passaggio dal punti di vista culturale antropologico gravissimo. Faccio
un esempio per chiarire il mio pensiero: si arriva all’assurdo di chiamare diritto il suicidio
di una persona. Stiamo toccando il fondo. Cioè un evento drammatico come il suicidio viene
trasformato in un diritto, e quindi come tale in un bene che la legge deve garantire e tutelare.
Che anche oggi la famiglia possa avere ancora un grande ruolo è un fatto certo, ma lo avrà
sempre; anche in questi tempi durissimi, non solo in passato, la famiglia è una struttura
fondamentale per il welfare. Se l’Italia ha in qualche misura tenuto sulla crisi economica, non
sono stati gli 80 euro, né certamente gli aiuti spot del governo di turno, ma il fatto che esiste

un tessuto familiare ancora sufficientemente solido, che mantenendo l’aiuto tra generazioni,
sta tenendo in piedi la società”.
Ma a livello legislativo si sta modificando la definizione stessa di famiglia. E’ un rischio
questo?
“Dal punto i vista legislativo, e da quello culturale, la vedo nera. Quando mi sento dire che
non esiste più ‘la famiglia’ ma che esistono ‘le famiglie’ perché – e cito testuale - la famiglia
è un soggetto giuridico polimorfo variabile nel tempo, è evidente che il buco dentro il tessuto
sociale diventa immenso, perché allora tutto diventa famiglia, qualsiasi relazione affettiva,
tra 2, 3, 4 persone; addirittura si parla di famiglie monoparentali, il singolo stesso è diventato
una famiglia, e questo dal punto di vista antropologico - e antropologico vuol dire ricaduta
sulle generazioni - sarà veramente devastante”.
Dunque la battaglia non sarà nel breve periodo, ossia sul piano meramente legislativo, ma
di lungo periodo, ovvero sul piano del recupero culturale?
“Certamente. E’ ciò che stiamo continuando a fare con il mio Comitato, perché oggi come
oggi sembra che per aiutare la famiglia basta che il governo decida di dare qualche sostegno
economico, ma non è quello il punto nodale.
Ad esempio si parla tanto di denatalità, di inverno demografico, mettendo il fenomeno in
relazione alla mancanza di disponibilità economica. Allora, intendiamoci bene: gli aiuti
economici servono e il sostegno alle famiglie numerose in termini di soldi è una buona cosa,
ma sia ben chiaro che questo non è sufficiente. Oserei dire che rappresenta il secondo passo,
perché il primo passo è quello di rimettere al centro il fatto che la famiglia è una società
naturale fondata su un patto il possibile stabile, e che garantisce la continuazione delle
generazioni, o se vogliamo dirla più laicamente, la sopravvivenza della specie.
Nel momento in cui noi apriamo a delle unioni che sono formazioni sociali basate esclusiva,ente
di un rapporto affettivo temporaneo non naturali - nel senso che l’unione maschio-maschio
femmina-femmina non garantisce il mantenimento della specie, e quindi in questo senso non
è secondo natura, andiamo incontro ad una società il cui livello demografico diventerà uno
zero assoluto.
Il secondo punto culturale, che volevo dire alla conferenza alla quale hanno vietato che io
potessi partecipare, è questo: ci riempiamo la bocca con gli allarmi per i quali in Italia il 2016
si è chiuso con un passivo di meno 160.000 nati rispetto ai deceduti, anche con l’immigrazione
non invertiremo questa tendenza... Qui nessuno ha il coraggio di dire che però in Italia, ogni
anno, intorno ai 100.000 cittadini italiani circa, vengono uccisi nell’utero della madre. Sono
100.000 bambini italiani che potrebbero nascere e che in qualche misura potrebbero dare
il loro apporto positivo contro l’inverno demografico potrebbero darlo. Questo nessuno lo
dice, perché la legge 194 sulla libertà di scelta è un moloch intoccabile, Chiunque si scagli
contro questo è immediatamente è accusato di essere omofobo, o un cattofascista, o un
fondamentalista; non viene considerato come una persona che oggettivamente e laicamente
guarda le cose. Oggi trionfa l’ideologia, il buon senso è andato in vacanza e probabilmente ha
perso anche il biglietto di ritorno”.