TECNOLOGIA E FINANZA : UNA NUOVA LEVA PER L'INCLUSIONE FINANZIARIA

Lorenzo Semplici | Dottore di ricerca in Scienze dell'Economia civile. Ricercatore e docente SEC (Scuola di Economia civile)

Abstract
L’obiettivo del presente articolo è quello di mettere insieme tre aspetti che negli ultimi anni, seppur per ragioni
differenti, stanno assumendo in misura sempre più importante un ruolo centrale nella pianificazione di interventi
sociali ed economici: la tecnologia, la finanza e l’inclusione finanziaria. I primi due elementi sono contraddistinti da
un processo innovativo rapido ed in continua evoluzione che apre spazi ed opportunità di crescita e sviluppo in tutti i
settori economici, contribuendo a trasformare ogni tipologia di relazione umana, da quelle interpersonali a quelle
economiche.

Alla luce della recente crisi finanziaria non sono mancate le critiche al binomio costituito da tecnologia e
finanza. Per tale ragione e per quanto contenuto anche in materia di servizi finanziari negli obiettivi dell’Agenda
2030, ci sembra opportuno allargare la riflessione al tema dell’inclusione finanziaria, tentando di offrire una risposta
al come l’innovazione tecnologica nel campo della finanza possa aprire nuove possibilità di inclusione, diventando uno
strumento di leva per la partecipazione economica di tutti i cittadini della società globale. Lo sviluppo umano equo e
sostenibile non può prescindere dalla tecnologia e dalla finanza, a patto che questi ultimi non siano ridotti ai processi
di ingegnerizzazione finanziaria a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Le riflessioni qui proposte faranno
riferimento in particolar modo a quanto riportato nel Rapporto del World Bank Group intitolato “e Global Findex
Database 2017.

Measuring Financial Inclusion and Fintech Revolution”. I dati riportati ci permettono di fare anche
dei collegamenti con dei temi di fondamentale importanza per l’attuazione del processo di inclusione finanziaria: dall’educazione
alla cittadinanza economica – principalmente sui temi del risparmio, della gestione del budget e della
capacità di calcolare e gestire i rischi -, alla questiona della diseguaglianza di genere, dalla tracciabilità del denaro – e
conseguentemente la problematica dell’economia sommersa – all’usura – alla quale è connesso il tema dell’effettivo
diritto al credito -. In Italia il tema della fintech come strumento di inclusione finanziaria assume rilevanza con
riferimento ai processi migratori.

Tale relazione è stata esplicitamente richiamata e sviluppata nel VI Rapporto redatto
dall’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti (curato da Daniele Frigeri – direttore del CeSPI
-), nel quale sono state individuate da un lato le variabili socio-demografiche che possono costituire delle criticità per
l’attuazione del processo di inclusione finanziaria e, dall’altro quelle che, al contrario, lo possono favorire. Infine, è
opportuno prendere consapevolezza dell’esistenza di un duplice processo di inclusione finanziaria: uno indiretto e
dipendente dalla “digitalizzazione” del sistema finanziario e dei suoi strumenti di base (testimoniato e approfondito
nei due rapporti citati); uno diretto ed ancorato allo sviluppo di una finanza d’impatto (impact finance) in grado di
generare, per sua stessa mission, un impatto sociale e/o ambientale positivo, contribuendo a un processo di sviluppo
sostenibile effettivamente partecipato, perché inclusivo.

L’obiettivo del presente articolo è quello di mettere insieme tre aspetti che negli ultimi anni, seppur per
ragioni differenti, stanno assumendo in misura sempre più importante un ruolo centrale nella pianificazione di interventi sociali ed economici: la tecnologia, la finanza e l’inclusione finanziaria.

I primi due elementi sono contraddistinti da un processo innovativo rapido ed in continua evoluzione che apre spazi ed opportunità di crescita e sviluppo in tutti i settori economici, contribuendo a trasformare ogni tipologia di relazione umana, da quelle interpersonali a quelle economiche.
Alla luce della recente crisi finanziaria non sono mancate le critiche al binomio costituito da tecnologia
e finanza. Per tale ragione non è un caso che il tema della finanza sia stato inserito direttamente nell’Agenda 2030, inquadrandola come strumento indispensabile e trasversale per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile in essa declinati. In particolare, il termine finanza appare due volte nel testo degli obiettivi e dei target in cui ciascuno di essi è articolato.

Nell’obiettivo
1 (povertà zero), al target 1.4 (Entro il 2030, assicurare che tutti gli uomini e le donne, in
particolare i poveri e i vulnerabili, abbiano uguali diritti riguardo alle risorse economiche, così come l’accesso ai servizi di base, la proprietà e il controllo sulla terra e altre forme di proprietà, eredità, risorse naturali, adeguate nuove tecnologie e servizi finanziari, tra cui la microfinanza), si fa esplicito riferimento al ruolo giocato dalla microfinanza, che associato alle nuove tecnologie, diventa uno strumento imprescindibile di inclusione economica e sociale. Nell’obiettivo 17
(Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile) viene dedicato alla finanza il primo set di target specifici (17.1-17.5), mentre il secondo set è costituito dalla macroarea della tecnologia (17.6-17.8). Inoltre, nel testo, sono presenti numerosi altri riferimenti legati al
mondo della finanza: per esempio, il richiamo ai servizi finanziari compare cinque volte in cinque obiettivi diversi 1 - Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo -,

2 - Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile -, 5 - Raggiungere l’uguaglianza di genere, per l’empowerment di tutte le donne e le ragazze -, 8 - Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione
piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti -, 9 - Costruire una infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile
e sostenibile -). Infine, sono presenti riferimenti ai rischi finanziari (obiettivo 3 - Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età -), al ruolo delle istituzioni finanziarie (obiettivo 8, 10 - Ridurre le disuguaglianze all’interno e fra le Nazioni -), al tema dell’accesso al credito (obiettivo 9), all’assistenza tecnica e finanziaria (obiettivo 11 - Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili
, al sostegno finanziario (obiettivo 9), ai flussi finanziari (obiettivo 10 e 16 - Promuovere società pacifiche e più inclusive per uno sviluppo sostenibile; offrire l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi
efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli -) e alle risorse finanziarie (obiettivo 15 - Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, e fermare la perdita di diversità biologica – 17).

Questa analisi terminologica esplorativa ci permette di trovare un forte, autorevole e internazionalmente condiviso riferimento normativo e programmatico alla
relazione fra la tecnologia, la finanza e l’inclusione, aiutandoci a comprendere la necessità di inquadrare tale rapporto in una prospettiva multidimensionale, capace di superare la logica e la deriva della finanza che ha portato alla crisi globale e di riscriverne il ruolo, con esplicito riferimento agli strumenti di
fintech, in una chiave di sviluppo sostenibile. In altri termini, lo sviluppo umano equo e sostenibile non può prescindere dalla tecnologia e dalla finanza, a patto che questi ultimi non siano ridotti ai processi di ingegnerizzazione finanziaria a cui abbiamo assistito negli ultimi anni.
Questa prospettiva è stata condivisa e utilizzata come quadro di riferimento anche dal World Bank Group, che nell’introduzione del suo ultimo rapporto intitolato “e Global Findex Database 2017. Measuring Financial Inclusion and Fintech Revolution” fa esplicito riferimento agli obiettivi di sviluppo sostenibile, evidenzianto come i dati del Global Findex possano essere utilizzati
dai Paesi per monitorare l’impatto dei progressi realizzati
su priorità significative come la riduzione della povertà, della fame e della diseguaglianza di genere. Il database, costruito ed utilizzato per la redazione del rapporto sopra richiamato, giunto alla sua terza edizione (2011, 2014 e 2017), offre un importante strumento di analisi per approfondire la relazione fra la tecnologia, la finanza e l’inclusione. I dati in esso contenuti fanno riferimento a un’indagine, rappresentativa di 140 Paesi, condotta su un campione di 150.000 adulti over15.
Gli indicatori raccolti riguardano la capacità di accesso e di utilizzo dei servizi finanziari formali e informali, con approfondimenti sulla diffusione della tecnologia
finanziaria (fintech), compreso l’utilizzo degli smartphone e dei tablet per condurre operazioni finanziarie, quali i pagamenti (in entrata e in uscita), i risparmi, gli investimenti, l’accesso al credito, le rimesse e la gestione del rischio. Ognuna di queste variabili è stata resa disponibile per diverse fasce d’età, per il genere, per il livello di istruzione e per quello di reddito.
Secondo l’indagine, la percentuale di rispondenti che dichiara di avere un account1 è pari al 69%, un dato in crescita di sette punti percentuali rispetto al 2014 e di diciotto con riferimento al 2011. Il processo di inclusione finanziaria dimostrato da questo valore assume rilevanza maggiore se si guarda alla macroarea geografica dell’Africa Sub-Sahariana dove oggi la percentuale degli adulti proprietari di un account è raddoppiata rispetto al 2014.

Questi dati confermano la presenza di un processo di convergenza verso l’inclusione finanziaria, favorito dalla globalizzazione della tecnologia di accesso ad internet, in cui i Paesi con livelli più bassi registrano un tasso di crescita maggiore. Questi progressi sono stati guidati dalla diffusione dei pagamenti digitali, dalle politiche dei governi e da una nuova generazione di servizi finanziari facilmente accessibili tramite supporti elettronici agganciati alla rete internet.
A titolo esemplificativo, il 52% degli adulti (il 76% se si fa riferimento al sotto-campione dei proprietari di account) ha ricevuto o inviato pagamenti digitali nell’ultimo anno (+11% rispetto al 2014 su scala globale e +12% per le economia in via di sviluppo), tale percentuale
prende in considerazione anche transazioni che riguardano le spese di vita quotidiana come le bollette (raddoppiato in Cina). Questi dati dimostrano come sia in corso un processo di cambiamento, di semplificazione e di risparmio di tempo della gestione delle proprie finanze, guidato da una capacità di innovazione tecnologica che rende possibile la riduzione dei diversi gap prodotti dalle diseguaglianze economiche di partenza, attivando circuiti virtuosi di inclusione. Risultati significativi si sono raggiunti anche in materia di gender inequality. Tuttavia, le diseguaglianze sono ancora importanti: la percentuale degli account è del 7% più alta fra gli uomini, del 13% più alta fra i più ricchi, più diffusa nelle aree urbane (rispetto a quelle rurali), meno presente fra i giovani, i disoccupati e i meno istruiti.
Ma quali sono le ragioni per le quali i rispondenti non proprietari di un account non ne hanno uno? L’indagine registra, con una domanda ad hoc, che la ragione più comune dipende dal fatto di non avere abbastanza denaro da giustificare l’apertura di un conto (due terzi l’hanno citato come una delle motivazioni e un quinto come unica ragione). Altre spiegazioni sono imputabili a diversi fattori: dai costi, alla distanza, dal fatto che già un componente della famiglia ne possiede uno, alla sfiducia e alla mole della documentazione richiesta, fino ai fattori culturali e/o religiosi (marginali in quanto citati solo da un 6% dei rispondenti). Il rapporto indica esplicitamente quali possono essere
i benefici derivanti da un’inclusione finanziaria guidata
dalla fintech:

• I servizi di denaro mobile, che consentono agli utenti di archiviare e trasferire fondi attraverso un telefono cellulare, possono contribuire a migliorare il potenziale di apprendimento delle persone e ridurre la povertà.
• I servizi finanziari digitali possono anche aiutare le persone a gestire i rischi finanziari – rendendo per loro più facile la raccolta di denaro da amici e parenti lontani quando i tempi sono difficili.
• I servizi finanziari digitali possono ridurre i costi di ricezione dei pagamenti e più in generale i costi di gestione di un conto, migliorandone l’efficienza e la velocità.
• I servizi finanziari possono anche aiutare le persone ad accumulare risparmi e ad aumentare la spesa per le necessità, formalizzando almeno parte dell’economia informale.
• I servizi finanziari digitali aumentano la sicurezza e
la legalità delle transazioni riducendo gli spazi di criminalità.
Benefici diretti sono presenti anche per i governi, per i quali passare dalla liquidità ai pagamenti digitali può aumentare la trasparenza e ridurre la corruzione, migliorando l’efficienza della pubblica amministrazione.
Alla luce di quest’analisi, tre fattori saranno cruciali per implementare ulteriormente il processo di inclusione finanziaria facendo leva sugli strumenti fintech: l’educazione finanziaria; il ruolo delle imprese per quanto riguarda gli strumenti di pagamenti (oggi ancora 230 milioni di persone ricevono denaro non tracciabile dalle imprese, dato a cui va aggiunto il mondo dei lavoratori informali); il ruolo dei governi nella promozione di leggi sempre più capaci di guidare il cambiamento verso l’utilizzo della fintech, anche implementato infrastrutture
adeguate per garantire l’accesso a internet. Alcuni dati ci aiutano a capire la sinergia e la complementarietà fra questi tre fattori: a livello mondiale dell’oltre miliardo e mezzo delle persone che non hanno un account, un miliardo possiede un telefono cellulare (percentuale più alta fra gli uomini rispetto alle donne) e 480 milioni hanno accesso a internet. Per migliorare questi numeri è necessario incentivare la diffusione di strumenti digitali, educare al loro utilizzo e implementare le infrastrutture di rete. Conseguentemente tali dati rivelano opportunità per ampliare l’accesso ai servizi finanziari tra le persone che non hanno un account e per promuovere un maggiore uso dei servizi finanziari digitali tra coloro che hanno già un account. Il VI Rapporto - 2017 dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti offre una straordinaria base per riportare, con il supporto dei dati, i ragionamenti sviluppati fin qui a livello globale nei confini del nostro Paese. In Italia il tema della fintech come strumento di inclusione finanziaria assume rilevanza e centralità programmatica quando associato al fenomeno delle migrazioni, una questione numericamente significativa che necessita di approcci innovativi per essere ben governata.
Il primo dato significativo tratto dal Rapporto 2017, che apre la riflessione alle potenzialità inespresse di un’inclusione finanziaria legata alla diffusione dell’information
technology, è il confronto fra la percentuale di migranti che dichiarano di essere in possesso di uno smartphone e/o di un tablet (91,1%) e quella dei soggetti che dichiarano di utilizzare tale supporto per operazioni finanziarie (solo il 30%, che diventa 35% nel sotto-campione dei migranti titolari di un conto corrente), dal quale emerge la necessità di attivare un percorso di educazione finanziaria e tecnologica per favorire l’inclusione di una così alta percentuale di persone che hanno gli strumenti per accedere facilmente ad una serie di servizi finanziari, ma che per diverse ragioni ne rimangono fuori. Come già visto nel rapporto del World Banck Group, anche nell’indagine dell’Osservatorio Nazionale le motivazioni della non bancarizzazione sono legate principalmente al non possedere un’adeguata somma di denaro (36,48%), al non sentirne la necessità (18,36%), al fatto che già un membro del nucleo familiare sia in possesso di un account (13,65%) e a elementi di costi di gestione (7,44%), di sfiducia (7,20%, a cui va aggiunta la preferenza per l’informalità del 3,97%) e di contatto con gli istituti (4,96% legato alla documentazione e 5,71% connesso a difficoltà relazionali).
All’interno del rapporto viene costruito un indice di maturità finanziaria diviso in un profilo base (di esclusione finanziaria), medio ed evoluto. I dati dimostrano come la durata della permanenza in Italia riduca la percentuale di esclusi e aumenti quella dei “maturi”.
Tuttavia, l’analisi in serie storica di questa profilazioneevidenzia l’assenza di un aumento della percentuale del profilo più elevato (ferma al 21% dal 2012).

Le ragioni di questo dato, come spiegato nel rapporto, dipendonoda due motivazioni: da un lato la crisi economica, dall’altro da un fenomeno di stabilizzazione
del profilo.

Un ulteriore fattore deve essere preso in considerazione e dipende dalle trasformazioni del campione totale dei migranti in relazione alla durata della loro presenza

TABELLA 1 – STRUMENTI DI IMPACT FINANCE Fonte: elaborazione propria su Meneguzzo e Galeone (2016)
STRUMENTO DESCRIZIONE
Social Bonds Obbligazioni tradizionali che servono a sostenere finanziariamente le iniziative non profit nel sociale, che
oggi soffrono per la drastica riduzione degli investimenti della PA e per il calo delle donazioni. Sono sociali
perché le banche devolvono una quota dell’ammontare sottoscritto ad associazioni ed enti non profit o,
semplicemente, perché l’importo raccolto è esclusivamente dedicato ad organizzazioni del Terzo Settore.
Social Impact Bond Il SIB è configurabile come una partnership tra diversi attori finalizzata a raccogliere capitali privati per
promuovere iniziative sociali del settore pubblico e non profit. I SIB sono obbligazioni che nascono per due
motivi:
- Da un lato la difficoltà da parte del settore pubblico e delle organizzazioni non profit ad accedere alle
risorse di cui necessitano per finanziare progetti a scopo sociale;
- Dall’altro la richiesta, sempre più incessante, dei risparmiatori che desiderano avere strumenti
d’investimento equo e solidale.
Gli elementi essenziali dei SIB sono:
- Un programma di interventi in campo sociale capace di generare un impatto sociale e un risparmio di
spesa pubblica.
- Un prestito/finanziamento con restituzione del capitale e remunerazione solo in caso di successo del
programma
I soggetti erogatori possono contare su risorse certe per un periodo di tempo, da un minimo di 3 ad un
massimo di 10 anni, notevolmente più lungo rispetto a quello previsto dai programmi tradizionali che
variano da 1 a 3 anni. Il rendimento dei SIB è variabile come il prezzo di un’azione e dipende dai risultati
dell’attività finanziata in termini di valore creato per la società.
La progettazione di un SIB prevede diverse fasi:
1. Identificazione del problema sociale e degli obiettivi di intervento da parte di una o più PA.
2. Selezione dell’intermediario e degli enti non profit, tramite gara pubblica.
3. Definizione della struttura dei pagamenti da parte della PA con l’aiuto degli enti non profit.
4. Monitoraggio del progetto a cura dell’intermediario.
5. Valutazione dei risultati da parte di un ente esterno e indipendente.
6. Pagamento, in base all’eventuale raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Questi ordini di interpretazione aprono il campo alla riflessione sull’utilizzo della tecnologia
come volano per far fronte all’esclusione finanziaria, velocizzando il processo di maturazione e portando all’aumento
di tale percentuale anche nei soggetti che risiedono da medo di due anni nel nostro Paese,
offrendo contemporaneamente una prospettiva di più rapida uscita dalle conseguenze della crisi.
Un ultimo elemento importante per la nostra analisi offerto dall’Osservatorio riguarda l’elenco di variabili legate ad aspetti socio-demografici che possono avere
un impatto positivo o negativo sul processo di inclusione finanziaria dei migranti. Le variabili più rilevanti riguardano
quelle legate al genere (gli uomini hanno un grado di bancarizzazione più elevato delle donne), all’istruzione
(i più istruiti sono anche più inclusi finanziariamente),
allo stato civile (le persone sposate sono
più bancarizzate), allo stato occupazionale (i lavoratori
stabili sono maggiormente inclusi), al reddito (il livello
e la disponibilità di un’abitazione di proprietà aumentano la probabilità di bancarizzazione), al grado di inclusione finanziaria del Paese di origine (positivamente correlata), all’anzianità migratoria (positivamente correlata) e alla variabile territoriale, denotando come il grado di bancarizzazione sia “placed-based”. In altri termini il
contesto in cui il migrante vive determina in misura fondamentale i comportamenti. Non è quindi un caso che le variabili legate alle rimesse e soprattutto alla nazionalità di provenienza non registrino impatti significativi.
Su numerose di queste variabili menzionate, come dimostrato nell’analisi sviluppata dal World Bank Group, gli strumenti di fintech possono giocare un ruolo significativo in termini di riduzione dei gap esistenti fra le diverse categorie delle variabili maggiormente impattanti (basti pensare a quella relativa alla differenza di genere), aprendo possibilità di rapidi,
diffusi e omogenei processi di inclusione.
La sfida di un’inclusione finanziaria giocata su un orientamento in chiave di sviluppo sostenibile del binomio finanza-tecnologia non è una questione unicamente legata agli aspetti illustrati finora con riferimento alle modalità innovative di gestione e accesso a servizi finanziari quali account, pagamenti, rimesse, gestione dei rischi e del risparmio, ma dipende anche e in misura parimenti importante dalla disponibilità di strumenti di impact investment sempre più accessibili grazie alle nuove tecnologie.

Borse Sociali Si tratta di mercati di capitali per le imprese che operano nel settore della social innovation, quali ad
esempio la Borsa di Valori Sociali a Lisbona o l’iniziativa della Borsa Sociale in Italia.
Mini Bonds Sono obbligazioni che possono essere emesse da un’impresa non quotata il cui principale obiettivo è
quello di raccogliere nuove risorse finanziarie realizzando una diversificazione delle proprie fonti di
finanziamento con conseguente attenuazione dei rischi connessi alla forte dipendenza dei canali bancari.
Social Venture Capital Si attiva un nuovo rapporto tra capitali privati, enti locali, organizzazioni non profit ed imprese, anche for
e Social Entrepreneurship/ profit, ad impatto sociale. Elevato coinvolgimento dell’investitore nel progetto per un periodo medio lungo
Investment Funds di tempo. Rispetto al venture capital la differenza risiede nel mettere a disposizione della innovazione
imprenditoriale risorse finanziari, ma anche un supporto collaborativo (manageriale e strategico) a favore di
imprese sociali capaci di generare redditività sul capitale investito collegata al raggiungimento di fini
sociali o ambientali. Dunque entrano in gioco capitale finanziario, intellettuale e sociale.
Fondazioni comunitarie Obiettivo primario delle fondazioni di comunità consiste nella creazione di condizioni che incoraggino la
donazione, permettendo la democratizzazione della filantropia, favorendo il perseguimento del bene
comune all’interno di una data comunità. Agiscono da intermediari finanziari e sociali. Non cercano soldi
per una causa da loro individuata, ma aiutano i soggetti attivi per una determinata causa. Offrono vantaggi
dal punto di vista burocratico; certifica e garantisce l’affidabilità delle realtà beneficiarie delle risorse;
consentono al donatore di cambiare modalità e oggetto della donazione.
Microcredito Parte prevalente della microfinanza. Si basa sulla fiducia che viene data alle persone prive di garanzie
materiali per la restituzione del credito concesso. Consiste nella fornitura di servizi di credito ai piccoli
imprenditori a basso reddito per l’avviamento e lo sviluppo di impresa.
Crowdfunding È una forma di finanziamento/raccolta fondi (di piccoli importi) realizzata tramite piattaforme online,
generalmente in favore di iniziative in fase di start-up. Esistono quattro tipologie di crowdfunding: equity,
sottoscrizione di capitale di rischio tramite azioni, o titoli simili, di una società di nuova creazione da parte
della folla; donation, finanziamento di progetti motivato da inventivi filantropici o di sponsorizzazione senza
alcuna remunerazione prevista; lending, sottoscrizione di titoli o contratti di debito direttamente stipulati
fra le parti; reward, finanziamento di progetti a fronte dell’aspettativa di ottenere una ricompensa o un
premio (materiale o non).
Piattaforme di social lending Strumenti che potrebbero agevolare il reperimento di nuove risorse per le imprese socialmente innovative
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