• EDUCAZIONE FINANZARIA AI TEMPI DELLA FIN-TECH
    EDUCAZIONE FINANZARIA AI TEMPI DELLA FIN-TECH
  • FARE IMPRESA CON IL MICROCREDITO UNA SFIDA POSSIBILE
    FARE IMPRESA CON IL MICROCREDITO UNA SFIDA POSSIBILE

Focus

di Stefano Battaggia | Consulente in affari europei

Abstract
No dramas, there’s microcredit!
South Korea has been at the forefront in many fields, whether in the electronics, filming or music
industry. Here is a brief description of the State-led Smile Microfinance Bank, a programme that
besides providing enterprise start-up and working capital loans, included a welfare scheme that
has helped many households mitigate their financial distress during the last global financial
crisis. Thanks to in-depth screening, financial education and tight monitoring this programme
delivered the promised results.

La penisola coreana e quella italiana hanno non pochi punti in comune. Come in tutte le
penisole, le due nazioni condividono una storia fatta di occupazioni straniere e di divisioni
interne, ma anche di straordinarie rielaborazioni culturali, facendo da ponte fra culture diverse
(nel caso coreano tra Cina e Giappone). Pur essendo scarse risorse naturali, entrambe hanno
saputo creare una civiltà con elementi di originalità, senza però sconfinare nell’eccentricità,
come spesso avviene negli Stati-isola.
La parte meridionale, o Corea del Sud, al pari dell’Italia, ha conosciuto dalla metà del
secolo scorso un’industrializzazione rapida che ha portato benessere economico a tutta la
popolazione (solo nel 1960 il PIL pro-capite era di 79 dollari, inferiore ai Paesi subsahariani).
In alcuni settori, quali l’elettronico o quello mediatico, i successi dei conglomerati coreani
(chaebol) hanno qualcosa da insegnare. Ad ogni buon conto, si può considerare la Corea del
Sud come un Paese sullo stesso livello di sviluppo italiano, ideale per gli scambi di buone
prassi.
Quando nel 1997-98 scoppiò la crisi finanziaria asiatica, l’economia della Corea del Sud
subì un tracollo, migliaia di aziende chiusero i battenti e molte persone persero la loro
occupazione. Al tempo, ci colpì il gesto di molte coppie coreane che consegnarono le loro
fedi nuziali allo Stato per raccogliere valuta. Di lì a pochi anni la tigre coreana avrebbe ripreso
a ruggire ma le ferite della crisi rimasero impresse nella popolazione, la cui cultura è intrisa
di valori confuciani quali il risparmio, la sobrietà e l’avversione per le spese stravaganti; la
reazione agli avvenimenti fu un misto di incredulità e disperazione e, cercando risposte al
problema, molti trovarono conforto nelle confessioni cristiane, capaci di aggregare i destini
delle persone in una comunità fortemente coese (oggi la Corea del Sud è il Paese asiatico col
maggior numero di cristiani dopo le Filippine).

famiglie a basso reddito creando in partenariato con i privati una istituzione microfinanziaria
(IMF) chiamata Smile Microcredit Bank , in grado di elargire sia prestiti per l’attività di impresa
(nuova o avviata) sia prestiti al consumo, per far fronte a necessità urgenti. I partner del
progetto erano banche come la National Agricultural Cooperative Foundation, la National
Federation of Fisheries Cooperative, la National Credit Union Federation of Korea e la Korean
Foundation of Community Credit Cooperatives.
Tra il 2009 e il 2015, il programma ha elargito alle famiglie povere 10 trilioni di won (ca. 7,5 mld
euro). Il programma, ben pubblicizzato sui media, offriva tre prodotti: 1) un prestito massimo
di 50 milioni di won (ca. 37.000 euro) per aiutare le famiglie povere a far partire un’impresa;
2) un altro di 20 milioni di won (ca. 16.000 euro) come prestito di capitale circolante per
le piccole attività economiche; 3) fino a 10 milioni di won (ca. 7.500 euro) per affrontare
spese di consumo impreviste. I primi due tipo di credito all’impresa erano denominati
Miso (‘sorriso’), mentre il terzo tipo, specializzato nel welfare era chiamato prestito Sunshine
(‘radioso’). Per quanto riguarda la specializzazione, il prestito Miso era finanziato dalla banca
non-profit Smile Microcredit Bank mentre il Sunshine era supportato dagli istituti di credito
commerciali quali le casse di risparmio locali e le banche di credito cooperativo, tra cui la
National Agricultural Cooperative Federation. In un secondo momento, anche Samsung, un
chaebol ai vertici dei conglomerati mondiali, e Woori Financial Group, una holding di servizi
finanziari presente in tutta l’Asia, hanno iniziato a elargire prestiti Miso con le loro fondazioni.
Il programma prevedeva un numero minimo di consulenze (tre) e il tasso di interesse era
variabile, lasciando alle singole istituzioni finanziaria libertà, fatto salvo un tetto massimo,
variabile dal 10% al 13.1% a seconda dell’istituzione. Già ad un anno dal suo lancio, a fine 2009 la Smile Microcredit
Bank aveva prestato 59.7 mld di won (ca. 43 mln di euro) a circa 16.000 clienti.
Uno dei primi problemi che il governo coreano ha dovuto affrontare era l’uso improprio dello strumento da parte di
persone che, pur essendo benestanti, a causa di una bassa reputazione creditizia ricorreva per interposta persona alla
domanda di prestiti. L’assegnazione dell’ammontare di prestiti era alquanto articolata: in una scala da 1 a 10, dove 1 indicava la posizione
migliore, gli individui la cui affidabilità creditizia (il cd. credit rating) era fra 6 e 10 o percepivano un reddito annuo massimo di 20 mln di won (ca. 16.000 euro) potevano
richiedere i tre tipi di prestiti già menzionati in proporzioni variabili. Il tasso di interesse era
inizialmente del 10.20%.
Alcuni analisti hanno evidenziato sin dall’inizio i rischi che le famiglie aderenti al programma
potevano incorrere, primariamente il sovraindebitamento. Si è cercato di mitigare questi
rischi introducendo programmi di tutoraggio, educazione finanziaria e monitoraggio, nonché
una app che avverte i clienti se ritardano i pagamenti.
Il settore microfinanziario sudcoreano privato, non è dissimile da quello di altri Paesi
sviluppati. Fra le IMF, segnaliamo Joyful Union, che, in partenariato con CitiBank, ha condotto
dal 2007 al 2009 il progetto di sviluppo del modello coreano di microcredito. Questo
modello ritiene fondamentale lo screening, e segmenta i neo-imprenditori analizzandone il
potenziale sotto il profilo delle abilità, dell’esperienza e della flessibilità al cambiamento. In
un secondo momento, vari tipi di prestiti vengono creati in base alle caratteristiche del cliente.
Obbligatoria è una dose massiccia di educazione finanziaria, normale in un Paese dove
l’istruzione assume un’importanza capitale e i ragazzi trascorrono le serate nelle cram school.
Terzo pilastro è la gestione post-erogazione, attraverso la formazione e l’aggiornamento dei
manager delle filiali delle IMF incaricati della supervisione, anche in collaborazione con le
università.
Una funzione importante del settore microfinanziario privato è stata quella di collaborare
con il governo nella progettazione e implementazione delle politiche di welfare, forti di
un’esperienza maturata sul campo.
Un’ istituzione di microfinanza sui generis è la Working North Korea Refugees (WNKR), che
provvede a finanziare e fare da mentore a disertori fuggiti dalla Korea del Nord, come il
fondatore, Kim Dae-sung. Fondata nel 2008, ha elargito 1,8 mld di won 2bn ca. 1,5 mln di
euro) a 43 imprese fondate da rifugiati. Alcune imprese non hanno funzionato, per via della
difficile integrazione dei nordcoreani in Corea del Sud, altre hanno avuto più fortuna.
Si può dunque affermare che il Paese della calma mattutina non difetta di creatività, neanche
nel settore microfinanziario.

Romina Gobbo

Mohammad è un medico di medicina generale, ha lavorato in vari ospedali pubblici,
sognando di aprire un giorno una propria clinica privata. Oggi quel sogno è realtà. La sua
clinica sorge nel campo profughi palestinesi di Baqa’a, ad una ventina di chilometri da
Amman, e dà lavoro ad altri operatori sanitari. Andria, cinquant’anni, tre figli e un marito
in pensione, innamorata dei cactus, è riuscita a comprare una piccola serra, e poi a
costruirvi a fianco un laboratorio di ceramica artigianale. Le sue passioni sono diventate
la sua attività e la famiglia ha migliorato il proprio stile di vita. Atallah ha messo in un
cassetto la laurea in ingegneria, preferendo dedicarsi alla panetteria. Ha iniziato con un
forno artigianale e poi, via via, è riuscito a meccanizzarlo; oggi è un forno industriale,
che lavora a ritmo serrato, e Atallah ha incrementato i profitti del 100%. E che dire
di Sabah? Lei e il marito, entrambi pensionati, faticavano a mantenere i quattro figli.
Un giorno Sabah ha pensato che poteva mettere a frutto il suo amore per il cucito, ed
ecco che è riuscita ad aprire una sartoria. Mai era dipendente di un salone di bellezza.
Mai è giovane, single in un Paese dove le ragazze senza marito vengono additate, ma
è caparbia e le malelingue non la scalfiscono. Un passo alla volta, prima è diventata
socia della sua titolare, poi ha acquistato il salone, di cui oggi è unica proprietaria, ha
già assunto una persona e conta di espandere l’attività, dando lavoro ad altre ragazze
in difficoltà.
Sono le storie di successo di cui la Giordania va fiera. Storie di chi ce l’ha fatta, grazie
alla propria tenacia, ma anche ai microfinanziamenti della National Microfinance Bank
(NMB), meglio conosciuta nel mondo arabo come Al-Watani, sorta nella capitale Amman,
per supportare i progetti di soggetti cosiddetti “non bancabili”, perché con basso reddito
e impossibilitati a offrire le garanzie che gli istituti di credito chiedono normalmente.
La fondazione della Banca è stata un’iniziativa del principe saudita Talal bin Abdulaziz
Al Saud, di posizioni liberali, che si è voluto ispirare al modello della banca dei poveri
creato dall’economista Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank in Bangladesh.
Azionisti sono, in primis il Fondo per lo Sviluppo “Re Abdullah II” (KAFD), sorto con un
decreto nel 2001 per innalzare il tenore di vita in tutti i Governatorati; il Programma
arabo del Golfo per lo Sviluppo (AGFUND), fondato nel 1980 per iniziativa del principe
Abdulaziz, con il sostegno di altri leader dei Paesi del Golfo, che contribuiscono al suo
bilancio; ci sono poi alcuni investitori privati.

Il 27 marzo 2006, la nuova istituzione bancaria ha aperto i battenti ad Amman, sotto il
patrocinio di Sua Maestà, ‘Abd Allah II ibn al-Hussein. Il primo prestito è stato erogato in
parallelo con l’apertura di tre filiali nei dintorni della capitale: Karak, Zarqa (interessante
centro industriale) e Wihdat (nato come campo profughi palestinesi, oggi è un’area
urbana integrata nella capitale). Oggi le filiali sono quattordici in tutto il Paese; l’ultima
nata è quella a Ghor al-Mazraa, località fuori Amman, nei pressi del Mar Morto, inaugurata
il 13 luglio 2017. Fin dalla sua nascita, la banca ha adottato una politica di partenariato
con diverse organizzazioni per poter sostenere potenziali imprenditori nelle aree
più povere del Regno. Attualmente i clienti sono 38mila; i prestiti erogati vanno da
300 a 70mila dollari; il periodo di rimborso varia da uno a 48 mesi, a seconda delle
possibilità dell’utente e del tipo di prestito, che può riguardare l’istruzione, la salute,
l’abitazione, l’avvio di imprese. Nel 2013, Al-Watani ha lanciato la microassicurazione
(assicurazione sanitaria ospedaliera), che fornisce ai clienti a basso reddito, non coperti
da assicurazione sanitaria, la possibilità di ottenere servizi medici e terapie varie, per
migliorare il loro livello di vita.
Nel 2015 la regina Noor, ultima moglie del defunto re Hussein, fondatrice e presidente
della Fondazione a lui dedicata (istituita con Decreto Reale nel 1999 per favorire la
pace, lo sviluppo economico della comunità e il dialogo interculturale), ha lanciato
Ethmar for Islamic Finance, prima istituzione islamica di microfinanza, e quindi conforme
alla shari’a (legge islamica), con l’obiettivo di promuovere l’uguaglianza sociale e di
creare opportunità economiche per aspiranti imprenditori di basso reddito. I valori
fondanti, che si rifanno alle parole del profeta Muhammad, sono l’onestà, l’integrità
e la responsabilità sociale, che devono essere impegno di tutti gli uomini. Il problema
alla base è sempre lo stesso, la difficoltà per chi appartiene a comunità emarginate,
di ottenere accesso al credito e inclusione finanziaria. «La questione - riconosceva la
regina - riguarda in particolare le donne e i giovani. Il 61% dei giovani in Giordania sono
disoccupati, di questi il 63% sono donne (dati 2014)». Ethmar va ad affiancarsi all’altra
“creazione” della regina Noor, che supporta gli imprenditori “non bancabili”: la Jordan
Micro Credit Company (Tamweelcom, in arabo مكلىومت significa ti guiderò).

Tamweelcom, fondata nel 1999 da USAID (United States Agency for International
Development), è presto diventata un’istituzione finanziaria indipendente, di proprietà
della Noor Hussein Foundation; concede prestiti agli imprenditori a basso reddito
permettendo loro di avviare micro imprese o di espandere le esistenti. Questi piccoli
business sono un motore-chiave per lo sviluppo economico. I mutuatari ricevono linee
di credito crescenti ogni qualvolta che concludono con successo la restituzione del
prestito precedente, il che incoraggia alla responsabilità e ad un più sofisticato livello di
imprenditorialità. I rimborsi vengono riutilizzati per supportare altri imprenditori.
Si tratta di una compagnia in costante crescita, infatti ha superato le trenta filiali sul
territorio giordano e ha servito dall’apertura quasi 400.000 clienti, di cui il 94% sono
donne. L’istituzione dà la possibilità di accedere ai propri prodotti finanziari solo ai
cittadini giordani e ai cittadini palestinesi nel solo caso in cui abbiano un garante di
cittadinanza giordana. Per i prestiti individuali è necessaria la firma di un garante, ossia
di una persona che percepisce reddito e che quindi garantisca il prestito nel caso il
cliente non riesca a far fronte a tutte le rate. Nel caso, invece, dei prestiti collettivi si fa
leva sulla responsabilità solidale.
I prestiti – ne sono stati erogati finora più di 250mila a oltre 120mila clienti, per un
valore totale di 154 milioni di dollari Usa - hanno un ammontare che varia dai 200 ai
5.000 dinari (un dinaro corrisponde circa a 1,3 euro) e un tasso d’interesse mensile
tra l’1 e il 2%, con una scadenza massima di 36 mesi. La restituzione delle rate è del
99,7%.
La gamma dei prestiti è varia: ci sono quelli per l’avvio di un nuovo progetto (the
Hope Loan), e se questo nuovo progetto è andato a buon fine, allora si può passare al
Growth Loan, per svilupparlo. Per comprare nuovi arredi, elettrodomestici o qualsiasi
bene necessario per la casa, c’è l’Home Improvement Loan; se il cliente è uno studente,
può chiedere l’Educational Loan, purché presenti un certificato che attesti iscrizione
e frequenza scolastica. Se l’idea è ancora in fase di progettazione, si può richiedere il
Vocational Loan, ma serve l’approvazione del Ministero del Commercio e dell’Industria.
Per rinnovare la patente o per pagare l’auto, c’è il Vehicle Maintenance and Licensing
Loan; chi è in procinto di sposarsi, può ottenere il Marriage Loan; per l’acquisto di
pannelli solari, c’è the Solar Heater Loan; per la vendita in strada (street food per
esempio), si deve richiedere il Progress Loan.
I mutuatari, inoltre, hanno l’opportunità di promuovere i loro prodotti attraverso il
Tamweelcome’s Marketing Gateway, che gestisce uno show room in Amman e organizza
mercati annuali in tutto il Paese. Questo dà agli imprenditori una crescente visibilità e
permette loro di individuare meglio i propri clienti, espandere il mercato e interagire
con potenziali nuovi acquirenti. Per dare un ulteriore supporto, Tamweelcom nel giugno
2007 ha lanciato l’Educational Grant Program, mettendo a disposizione 1.000 borse
di studio per i figli dei clienti, che coprono l’iscrizione scolastica, le uniformi, i libri, gli
articoli di cancelleria e forniscono una paghetta quotidiana.
«Affinché i Paesi raggiungano il loro potenziale – ha detto la regina Noor -, le donne
devono essere pienamente integrate e impegnate nell’economia per contribuire allo
sviluppo. Per quanto ci riguarda, non si tratta di fornire solo un aiuto solo economico,
bensì di imprimere alle donne più fiducia in sé stesse, di far sì che ottengano il rispetto
degli uomini e un ruolo di rilievo nel processo decisionale». La regina ha anche favorito
la nascita dell’Incubatore per lo Sviluppo delle Donne nel nord della Giordania e
dell’Aqaba Micro Business Incubator nel sud: due centri dove vengono organizzati corsi

di formazione in materia di gestione, finanza e marketing, per le donne interessate ad
avviare un’impresa. Nel 2004, la regina Rania, moglie dell’attuale re ‘Abd Allah II, strenua sostenitrice e promotrice delle politiche di microfinanza, ha suggerito
la creazione di “incubatrici di affari”, luoghi cioè dove più titolari di un prestito possono lavorare insieme, dividere le spese (elettricità, acqua e
attrezzature), e quindi ridurre i costi; molte donne infatti
avevano evidenziato la difficoltà di lavorare in casa e di quantificare e separare i costi produttivi da quelli familiari. La proposta, divenuta realtà, era stata discussa in
occasione del Summit sul Microcredito per il Medio Oriente e l’Africa, tenutosi ad
Amman, nella sezione riservata ai prestiti per le donne. Queste “incubatrici di affari”,
così come nell’intendimento della sovrana, si pongono anche come luoghi di incontro,
scambio e arricchimento di idee.

Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2013 la Giordania contava al suo interno poco
meno di 6,5 milioni di persone e aveva un Pil di 33,68 miliardi di dollari Usa. Nel 2010,
anno in cui si hanno gli ultimi rilevamenti da parte della BM, la popolazione che viveva
con meno di 2 dollari al giorno era il 14,4% del totale e nel 2013, il reddito medio lordo,
pur evidenziando un trend in crescita, si fermava a 4.950 dollari (tenendo presente che
in Italia nello stesso anno ammontava a 35.620 dollari). Dati alla mano, gran parte della
popolazione giordana è povera – i bassi stipendi non riescono a far fronte all’aumento
del costo della vita - ed è per questo che sono sorte molte istituzioni di microcredito
e microfinanza, e hanno avuto un successo crescente. La situazione è aggravata dal
gran numero di profughi presenti sul territorio giordano: ai palestinesi arrivati a seguito
delle guerre del ’48 e del ‘67 (41% di una popolazione sui 6 milioni di abitanti), e
ormai perfettamente integrati (nel 2015, hanno rappresentato il 53% dei beneficiari
di microcredito erogato dalla Banca Nazionale di Microfinanza), si sono aggiunti, più
recentemente, iracheni e siriani.
Secondo le stime di mixmarket.org (piattaforma che fornisce informazioni sul settore
dell’inclusione finanziaria), la microfinanza in Giordania copre il 4% del mercato, ed è
ben sviluppata, altamente competitiva e redditizia. L’incremento del reddito, a seguito
dell’apertura di micro imprese favorita dalle istituzioni di micro credito, viene utilizzato
per sanare debiti, ma soprattutto per migliorare la qualità di vita della propria famiglia:
in particolare aumenta il consumo di cibo e migliorano le condizioni abitative.
Sono circa una decina gli enti erogatori di microcredito, con potenzialità diverse; nel
2013 sono arrivati ad erogare un totale di oltre 260 milioni di dollari.

Oltre ai già citati Al Watani, Tamweelcom e Ethmar for Islamic Finance, vediamone
qualcun altro.
La Ahli Microfinance Company è un’emanazione della Jordan Ahli Bank. Istituita nel
1999 per favorire i clienti solitamente trascurati dalle banche tradizionali, conta oggi
24 filiali e impiega un totale di 200 dipendenti. Dalla costituzione a oggi, ha distribuito
98 milioni di prestiti in dinari giordani a 108mila titolari di piccole imprese locali.
La Finca è una banca comunitaria non convenzionale, basata ad Amman dal 2007
(oggi ha nove filiali in vari distretti del Paese), che si propone di alleviare la povertà,
creare opportunità di lavoro e migliorare le condizioni di vita della popolazione più
bisognosa. I prodotti sono diversi: per esempio, c’è il prestito solidale per l’avviamento
di micro imprese da parte di gruppi di donne; va dai 300 ai 2.000 dinari, con un tempo
di restituzione massimo di 24 mesi.
Il Microfondo per le Donne (MFW) ha iniziato l’attività nel 1994, in due campi profughi
palestinesi ad Amman, come programma pilota della Ong internazionale Save the
Children. Nel 1996 MFW è diventato indipendente, ed è stato registrato come società
senza scopo di lucro, con il nome attuale, presso il Ministero dell’Industria e del
Commercio; la società è affiliata alla Women’s World Banking, network internazionale che
dal 1979 opera nel campo del microcredito a favore delle donne. MFW ha un portafoglio
di oltre 70mila clienti (il 97% sono donne tra i 18 e i 65 anni), con prestiti erogati pari
a 24,5 milioni di dollari (dato 1994-2011). Alcune donne hanno chiesto prestiti per
avviare attività commerciali: negozi di abbigliamento, biancheria da letto e cosmetici;
altre per imprese artigianali nel settore alimentare e tessile. MFW fornisce inoltre
un’assicurazione sulla vita, che copre anche le spese mediche e di ospedalizzazione,
nonché formazione sulle competenze commerciali e di impresa. “Mentre la
maggior parte degli istituti di credito commerciali considerano le donne
non bancabili, noi le consideriamo agenti di cambiamento – si legge nel sito -. Investire nelle donne innesca
un potente effetto moltiplicatore, che influenza positivamente le famiglie e le comunità intere. Le donne hanno anche dimostrato di essere eccellenti
destinatarie dei prestiti, rimborsandoli in tempo e investendoli in modo responsabile.

Ma il nostro impegno vamoltre. Le donne, infatti, costituiscono il 73% del nostro personale, e molte di loro vivono nelle stesse comunità delle nostre clienti,

questo ci consente di valutarne le reali esigenze, costruire relazioni di lavoro e sviluppare prodotti e servizi mirati al genere femminile”.

Nel 2003 l’UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e le Attività per i
Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente, ha istituito in Giordania un fondo per il sostegno
all’educazione, all’alloggio e alle imprese, in particolare a favore di profughi palestinesi.
Con una crescita continua, nel 2015 l’Agenzia ha erogato 13.300 prestiti per un totale
di 14,24 milioni di dollari. Per quanto riguarda le donne (il 46% della clientela), nel
2015, uno specifico prodotto ha finanziato quasi 5.000 prestiti pari a quasi tre milioni
di dollari.
Vitas Jordan, società controllata da Global Communities, serve 11mila clienti in tutta
la Giordania. I prodotti sono articolati in prestiti agricoli, per l’avvio o l’ampliamento
di aziende, per le famiglie, prestiti scolastici. “Oltre a dare un’opportunità a chi non
verrebbe considerato da una banca convenzionale, valore aggiunto della microfinanza
– evidenziano in Vitas – sta nel fatto che aiuta a scoprire talenti personali che magari
neanche si sapeva di avere. E’ successo con una nostra cliente, Randa. Aveva iniziato
per gentilezza a costruire piccoli souvenir per i genitori degli amichetti di suo figlio. Ma
si trattava di begli oggetti, artistici. Chi ha ricevuto il regalo, non solo lo ha apprezzato,
ma ha cominciato a raccontare agli amici delle capacità di questa signora. Così a
Randa sono arrivate le prime richieste per le sue creazioni. A quel punto ha scelto di
provare a farne un’attività professionale, noi l’abbiamo aiutata, e ha avuto successo.
La particolarità è che i suoi souvenir sono tutti costruiti con materiali riciclati, per il
rispetto dell’ambiente”.
Le istituzioni di microcredito e di microfinanza si avvalgono del Loan Officer, il
funzionario del prestito. Egli si reca quotidianamente a casa dei clienti per monitorarne
il lavoro, proporre nuovi prestiti, o rinnovarli. Quando qualcuno inoltra una richiesta,
il Loan Officer lo va a trovare e assieme viene decisa la tipologia del prestito, quindi
viene compilato un documento con tutti i dati relativi al cliente e al prestito richiesto.
Questo documento, viene prima verificato in filiale e poi inviato al Head Office, e da

qui la richiesta viene trasferita al Credit Department. E’ il Dipartimento che decide
se la richiesta può essere accettata, dopo aver controllato la validità dei documenti
di identità dei clienti e dei garanti, la loro residenza, la situazione reddituale, e che
tutta la procedura sia stata fatta in maniera corretta. Se tutto è nella norma, la cartella
di richiesta torna alla filiale dalla quale è partita, dove il cliente firma il contratto di
prestito e riceve l’assegno per il ritiro dei soldi in banca. Se non ci sono irregolarità, in
tre giorni il contratto è concluso. Se il prestito non è accettato, può essere ricontrattato.


El Amir, esempio di microcredito andato a buon fine

Iraq al-Amir (grotte del principe) è una località nella valle di Wadi al-Seir, a circa una ventina
di chilometri da Amman. In mezzo ad alberi ed ulivi, si trova un sito abitato già nel 4.000
a.C. dai Tobiadi, una famiglia citata dalla Bibbia, che parlava l’aramaico. Il complesso,
scavato nella roccia, contempla il palazzo di Qasr al-Abd (II secolo a.C.) e quattordici grotte
usate sia come abitazioni che come tombe. La Fondazione patrocinata dalla regina Noor
(Noor al-Hussein Foundation), con il supporto del Governo svizzero, si è posta l’obiettivo
di recuperare il patrimonio contadino del posto, nell’ottica di promuovere il turismo,
ed ottenerne un introito da reinvestire nell’area. Nel 1994 è nata la cooperativa di
donne “Iraq al Amir Women Cooperative Society” impegnata in attività agricole,
nella produzione di olio e ortaggi, nella coltivazione di fichi e datteri, oltre che
nella realizzazione di tappeti in lana di montone, e nella creazione di gioielli in argento
e ottone, biglietti augurali, saponi, vasi e altri manufatti in ceramica, carta,
metallo e tessuti. Inizialmente sono state coinvolte 41 donne, oggi sono 156, con un miglioramento del tenore di vita in tutta la località.

Per loro è stata realizzata una struttura che comprende un laboratorio, alcuni negozietti
per la vendita e una cucina, dalla quale escono piatti prelibati, come la “rovesciata”
Maklouba (in arabo: ةبولقملا ةىناجنذابلا ), a base di pollo, riso basmati, melanzane,
altre verdure e spezie. Deve il suo nome al fatto che si serve rovesciata. “Iraq al Amir
Women Cooperative Society” è un altro piccolo miracolo del microcredito, che permette
a donne appassionate di far emergere tutta la loro forza e la loro grinta in un’ottica di
riscatto prima di tutto personale.

Angelo Perfetti

È un medico, nato a Roma ma laureato a Milano, e residente a Brescia, dove dirige il Dipartimento
di Neurochirurgia-Neurologia dell’Istituto ospedaliero Fondazione Poliambulanza. Massimo
Gandolfini, organizzatore del Family Day, è presidente dell’Associazione medici cattolici
Regione Lombardia e già vicepresidente dell’Associazione Scienza&Vita.
Nato nel 1951, si è sposato nel 1977, e non potendo avere figli, ha adottato una bambina
peruviana. A quella prima adozione ne sono seguite ben altre sei, due bimbi brasiliani e
quattro italiani. Lo abbiamo raggiunto per fare insieme il punto sul concetto stesso di famiglia,
alla luce dell’evoluzione anche legislativa dal secondo Novecento ad oggi.
Dal primo dopoguerra, la famiglia ha rappresentato tanto: un ammortizzatore sociale,
una linea guida educazionale, in poche parole “un punto di riferimento”. Parliamo
della famiglia in senso tradizionale: un marito, una moglie e dei figli. Oggi lo scenario è
completamente diverso. Come valuta questo cambiamento? Quali possono essere state le
cause?
Il cambiamento è stato davvero un cambiamento epocale, che però si è realizzato tutto
sommato in pochi anni; direi dal 1974 fino ad arrivare a oggi. La prima grande ferita inferta
alla famiglia, come l’avevano descritta in maniera ispirata i padri costituenti, ossia una
società naturale fondata sul matrimonio - perché io sottolineo sempre che non si tratta di dare
una descrizione della famiglia secondo un credo religioso, che nel mio caso sarebbe quello
cristiano cattolico, ma in maniera assolutamente laica - ha iniziato a conoscere le prime
derive con la legge sull’aborto prima, nel ‘74, poi la legge sull’aborto nel 1978, con i due
relativi referendum, fino ad arrivare al 2016, alla legge sulle unioni civili, passando anche
attraverso altri stadi intermedi..
E’ chiaro che si è destrutturata la cellula fondamentale di quel tessuto che si chiama società,
e quindi il tessuto comincia a lacerarsi da ogni parte, e questa a mio avviso è una delle cause
principali, più importanti, di questa smagliatura che progressivamente si sta realizzando, e
che purtroppo stiamo registrando ad ogni livello nella nostra società”.
Perché è accaduto?
Penso che si tratti sempre frutto di un pensiero ideologico che sostiene innanzitutto il primato
della massa rispetto all’individuo, e poi la dittatura dell’individualismo e del relativismo”.

Come è stato possibile che il tessuto cattolico si sia fatto trovare così impreparato nel
gestire un cambiamento del genere, fino a non essere in grado di contrastarlo?
“All’inizio soprattutto, il mondo cristiano cattolico - che io ricordo benissimo in quegli anni
perché ero alla fine dell’Università e stavo per laurearmi - è caduto nel grande inganno che
purtroppo miete vittime ancora oggi è famoso slogan ‘perché mi vieti di fare ciò che tu non
faresti mai’. Io ricordo benissimo nella campagna prima sul divorzio e poi sull’aborto, in cui
lo slogan mediatico era ‘non si può negare a un altro di fare quello che io reputo non essere
giusto’. Ma è un errore, perché la democrazia, secondo questo punto di vista, sarebbe la somma
di tutte le libertà degli individui, e più si allargano le libertà tanto più una società sarebbe
democratica, cosa che invece è falsa.
Non è con l’allargamento dei diritti che si forma una società più civile e più democratica ma
è con la costruzione di diritti che sono poggiati su dei valori costruttivi per il soggetto e per la
società intera.
Il nostro mondo è caduto in questo inganno, abbiamo cominciato ad aprire uno spiraglio con
la legge sul divorzio, allorché si diceva ‘è soltanto questo passaggio, ma dopo, i grandi valori
non vengono assolutamente messi in discussione’; e poi siamo invece andati avanti con la
deriva del ‘78 e il referendum del 1981, in cui si decretava quello che secondo me è il trionfo
dell’individualismo e del relativismo: di fronte al diritto di nascere di una nuova vita, di un
bambino, si è fatto prevalere il diritto di scelta di un’altra persona sulla vita del proprio figlio.
Questo secondo me è stato gravissimo”.
Il diritto di un forte che prevarica quello di un debole per definizione, il nascituro...
“Debole e praticamente senza voce, senza nessuno che lo tuteli. Dall’altra parte abbiamo il
diritto di un più forte che ha tutta la voce per far valere le proprie ragioni, e ancora una volta,
con la legge 194, si è dato un colpo al concetto di famiglia, perché la libertà di scelta riguarda
la donna, e il padre del bambino è totalmente esautorato da qualsiasi tentativo anche lontano
di poter dire una parola, di poter far sentire il peso della propria coscienza.
In una società ormai frammentata come quella contemporanea, come va intesa oggi la
famiglia e quale ruolo può avere ancora?
“Stiamo andando incontro a una società dove c’è l’esaltazione dei diritti dell’individuo a scapito
di una visione collettiva armonica e democratica. Oggi tutti i desideri si stanno trasformando
in diritti, e questo è un passaggio dal punti di vista culturale antropologico gravissimo. Faccio
un esempio per chiarire il mio pensiero: si arriva all’assurdo di chiamare diritto il suicidio
di una persona. Stiamo toccando il fondo. Cioè un evento drammatico come il suicidio viene
trasformato in un diritto, e quindi come tale in un bene che la legge deve garantire e tutelare.
Che anche oggi la famiglia possa avere ancora un grande ruolo è un fatto certo, ma lo avrà
sempre; anche in questi tempi durissimi, non solo in passato, la famiglia è una struttura
fondamentale per il welfare. Se l’Italia ha in qualche misura tenuto sulla crisi economica, non
sono stati gli 80 euro, né certamente gli aiuti spot del governo di turno, ma il fatto che esiste

un tessuto familiare ancora sufficientemente solido, che mantenendo l’aiuto tra generazioni,
sta tenendo in piedi la società”.
Ma a livello legislativo si sta modificando la definizione stessa di famiglia. E’ un rischio
questo?
“Dal punto i vista legislativo, e da quello culturale, la vedo nera. Quando mi sento dire che
non esiste più ‘la famiglia’ ma che esistono ‘le famiglie’ perché – e cito testuale - la famiglia
è un soggetto giuridico polimorfo variabile nel tempo, è evidente che il buco dentro il tessuto
sociale diventa immenso, perché allora tutto diventa famiglia, qualsiasi relazione affettiva,
tra 2, 3, 4 persone; addirittura si parla di famiglie monoparentali, il singolo stesso è diventato
una famiglia, e questo dal punto di vista antropologico - e antropologico vuol dire ricaduta
sulle generazioni - sarà veramente devastante”.
Dunque la battaglia non sarà nel breve periodo, ossia sul piano meramente legislativo, ma
di lungo periodo, ovvero sul piano del recupero culturale?
“Certamente. E’ ciò che stiamo continuando a fare con il mio Comitato, perché oggi come
oggi sembra che per aiutare la famiglia basta che il governo decida di dare qualche sostegno
economico, ma non è quello il punto nodale.
Ad esempio si parla tanto di denatalità, di inverno demografico, mettendo il fenomeno in
relazione alla mancanza di disponibilità economica. Allora, intendiamoci bene: gli aiuti
economici servono e il sostegno alle famiglie numerose in termini di soldi è una buona cosa,
ma sia ben chiaro che questo non è sufficiente. Oserei dire che rappresenta il secondo passo,
perché il primo passo è quello di rimettere al centro il fatto che la famiglia è una società
naturale fondata su un patto il possibile stabile, e che garantisce la continuazione delle
generazioni, o se vogliamo dirla più laicamente, la sopravvivenza della specie.
Nel momento in cui noi apriamo a delle unioni che sono formazioni sociali basate esclusiva,ente
di un rapporto affettivo temporaneo non naturali - nel senso che l’unione maschio-maschio
femmina-femmina non garantisce il mantenimento della specie, e quindi in questo senso non
è secondo natura, andiamo incontro ad una società il cui livello demografico diventerà uno
zero assoluto.
Il secondo punto culturale, che volevo dire alla conferenza alla quale hanno vietato che io
potessi partecipare, è questo: ci riempiamo la bocca con gli allarmi per i quali in Italia il 2016
si è chiuso con un passivo di meno 160.000 nati rispetto ai deceduti, anche con l’immigrazione
non invertiremo questa tendenza... Qui nessuno ha il coraggio di dire che però in Italia, ogni
anno, intorno ai 100.000 cittadini italiani circa, vengono uccisi nell’utero della madre. Sono
100.000 bambini italiani che potrebbero nascere e che in qualche misura potrebbero dare
il loro apporto positivo contro l’inverno demografico potrebbero darlo. Questo nessuno lo
dice, perché la legge 194 sulla libertà di scelta è un moloch intoccabile, Chiunque si scagli
contro questo è immediatamente è accusato di essere omofobo, o un cattofascista, o un
fondamentalista; non viene considerato come una persona che oggettivamente e laicamente
guarda le cose. Oggi trionfa l’ideologia, il buon senso è andato in vacanza e probabilmente ha
perso anche il biglietto di ritorno”.

Di Ivan Turatti | fondatore di OPENIDEA.biz

Oltre 2 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso al credito, non perché siano
cattivi pagatori o criminali, semplicemente perchè non hanno una storia creditizia,
ma grazie alle nuove tecnologie questa situazione sta cambiando.
Proviamo per un attimo ad immedesimarci in una situazione apparentemente molto
distante da noi. Immaginiamo per un momento di essere nati poveri, magari in un
Paese “in via di sviluppo”, essere cresciuti in una baraccopoli ai margini di qualche
megalopoli o in un piccolo villaggio in mezzo al nulla e di avere dovuto lavorare sodo
fin da piccoli solo per riuscire a racimolare il necessario per sopravvivere un altro
giorno.
I nostri genitori per quanto poveri, hanno provato in ogni modo a darci una vita migliore
della loro, permettendoci di imparare a leggere e scrivere ed avere una educazione di
base, ma a un certo punto non ce l’hanno più fatta e sono stati costretti a portarci
a lavorare insieme a loro. Mamma vendeva cibo per strada, un carretto, una vecchia
lastra di acciaio ed una stufa a legna artigianale, tutto il giorno su e giù per il mercato
sperando di vendere abbastanza per darci da mangiare.
Nonostante le poche risorse facciamo miracoli, il nostro cibo è apprezzato e quando
qualche cliente abituale ci vede arrivare corre per ordinare, siamo sicuri che se
riuscissimo a racimolare abbastanza soldi per avere uno spazio fisso vicino al mercato
la nostra situazione economica migliorerebbe tanto.
Un giorno, mentre mamma cucina con il carretto, notiamo che siamo in una zona nuova,
e lì c’è la filiale di una banca, con un grosso cartello che promuove prestiti vantaggiosi
per chi vuole ampliare la propria attività. Qualche giorno dopo, con il nostro migliore
vestito ed un gran sorriso ci presentiamo dal direttore per un prestito, gli raccontiamo
della nostra attività, abbiamo anche portato una scatola per fargli provare il nostro
cibo. Il direttore è gentile, prova tutto, parla con noi e poi ci chiede di dargli documenti
di identità e altre carte per fare qualche verifica.
Ma per il nostro Paese, dal punto di vista “finanziario-creditizio” noi non esistiamo ed
anche se ci registriamo o ci procuriamo dei documenti in qualche modo, non abbiamo
un conto in banca, non abbiamo una storia “creditizia”, non abbiamo mai avuto una
“busta paga” ufficiale, insomma… non siamo bancabili, non abbiamo diritto ad avere
credito, perché non si fidano che lo pagheremo.

In realtà non importa se sei nato in qualche Paese in “via di sviluppo” o in Italia, se
nasci e cresci povero, non hai una storia, non sei affidabile e quindi non sei bancabile.
semplice no?
D’altronde quanto abbiamo bisogno di sapere su una persona prima di sentirci a nostro
agio nel prestargli dei soldi? Immaginiamo di voler dare 1000€ a una persona appena
conosciuta in metropolitana, quanto e cosa dovremmo sapere prima di “fidarci” che
quei soldi hanno buone possibilità di tornare indietro? Più o meno chiunque di noi
prima di fare un prestito ha bisogno di conoscere e fidarsi della persona a cui lo sta
facendo.
Le banche ed altre istituzioni finanziarie, non ci conoscono ad un livello “personale”,
ma hanno trovato un modo per capire se fidarsi o meno di noi, dando un punteggio
alla nostra “affidabilità creditizia”, un punteggio che si compone in base ad una serie
di dati aggregati e che permette alle banche di decidere se siamo degni o meno della
loro fiducia.
Il problema, è che nel mondo ci sono 2,5 miliardi di persone senza una “identità
finanziaria”, senza storia creditizia, senza buste paga, senza contratti, ecc… insomma
senza tutte quelle cose che potrebbero fare decidere ad una banca se concedergli
fiducia o meno.
Parliamo di un terzo della popolazione mondiale, che viene considerata “non affidabile”
a priori, ed alla quale non viene data altra scelta che rimanere poveri o affidarsi a
usurai o altre figure poco raccomandabili.
Se invece ci fosse un modo per “analizzare” l’affidabilità di queste persone? Se grazie
alle nuove tecnologie, potessimo capire chi è degno di quel tipo di fiducia che ci
permette di stare tranquilli nel dargli un prestito o accesso ad altri servizi finanziari?
È questa la domanda da cui sono partiti Shivani Siroya ed il resto del team che ha
creato TALA, una app dedicata in modo particolare ai mercati emergenti, in grado
di stabilire l’affidabilità creditizia di una persona partendo dai tanti dati raccolti dal
proprio cellulare.
L’idea è “semplice” quanto geniale, oramai gli smartphone sono diffusi in modo
capillare in tutto il mondo, anche nelle fasce più povere della popolazione, e raccolgono
costantemente dati sulle nostre vite, i nostri spostamenti, le nostre abitudini, ecc… e
dopo qualche secolo di sistema bancario, abbiamo abbastanza statistiche e dati per
sapere quali sono le “variabili” che ci dicono se una persona è affidabile o meno.
L’app funziona così, l’utente la scarica nel proprio cellulare e da a TALA accesso ai
propri dati e loro grazie alla aggregazione dei big data sono in grado di ricostruire la
storia di quella persona, superando i fattori di rischio che farebbero scattare l’allarme
rosso per una banca tradizionale e vedendo il vero potenziale di quella persona.

Per esempio, è dimostrato che la probabilità di restituzione di un prestito aumenta
del 4% se la persona che lo ha richiesto comunica costantemente con pochi contatti,
o che aumenta del 6% se la persona passa molto tempo delle proprie giornate negli
stessi luoghi, o ancora che se una persona durante la giornata comunica con molte
persone (più di 59), tendenzialmente saranno migliori debitori, perché hanno una rete
di supporto migliore.
TALA analizza circa 10,000 variabili come queste, dati che non trovereste in nessun
documento pubblico, cronologia finanziaria o fonte di altro tipo, ma che sono prova
concreta di “affidabilità”, fiducia e quindi “bancabilità”.
Grazie a questo sistema TALA ha concesso oltre 1 milione di prestiti e i tassi di rimborso
sono oltre il 90%, cioè in linea con i tassi di rimborso delle banche tradizionali. I prestiti
vengono dati sia a chi vuole fare crescere la propria attività lavorativa, che per motivi
personali o familiari, insomma proprio come qualunque banca.
Una vera e propria rivoluzione che porterà a miliardi di persone la possibilità di avere
accesso al sistema bancario. Infatti, dopo avere contratto e ripagato un prestito con
TALA, gli utenti hanno di fatto una storia creditizia ed un punteggio di affidabilità che
gli permette di rivolgersi anche agli istituti di credito tradizionali.
Ogni giorno leggiamo e sentiamo storie di tecnologie che stanno cambiando il mondo,
cose come le criptovalute, la blockchain e l’intelligenza artificiale, fanno oramai parte
del nostro linguaggio quotidiano. Esperti e non ci interrogano periodicamente su
quanto valgono i nostri dati personali e se sia una scelta saggia o meno permettere
l’accesso alle app nei nostri smartphone, ma raramente ci fermiamo a ragionare sul
mondo di opportunità che potrebbe aprirsi se iniziassimo veramente a capire il potere
di questi oramai onnipresenti “gadget”.
TALA è solo la punta dell’iceberg
di questa rivoluzione, nell’ultimo
anno abbiamo assistito alla nascita
di numerose realtà che sfruttano le
nuove tecnologie per dare accesso
al mercato globale anche a chi
fino ad ora non era considerato
“affidabile”.
Dai conti bancari che si possono
aprire in pochi minuti grazie ad uno
smartphone, alle banche globali
basate su criptovalute, ai prestiti
peer to peer, alle startup fintech
specializzate in micro-investimenti,
c’è una galassia di nuovi player che
stanno cambiando radicalmente il
sistema finanziario globale.

Dare accesso ai 2,3 miliardi di esclusi dal sistema bancario non è solo una questione di
diritti umani e pari opportunità, motivazioni che già da sole basterebbero ad incitare
la diffusione massima di questa tecnologia, ma darebbe un ulteriore impulso verso
un modo sempre più connesso e più “unito”, permetterebbe la creazione di un vero
mercato globale dal quale nessuno sarebbe escluso a priori.
Questa sfida non riguarda solo startup e player del mondo fintech o solo Paesi in via di
sviluppo. In tutto il mondo esistono organizzazioni, enti ed istituzioni che perseguono
lo stesso obiettivo.
In Italia in particolare abbiamo la storia di successo dell’Ente Nazionale per il
Microcredito e del Fondo di Garanzia per il microcredito istituito dal governo. In
questo caso la creazione di “fiducia”, avviene tramite il rapporto umano, sono i tutor
formati dall’Ente a parlare con le persone che hanno bisogno di un prestito, insieme
analizzano i progetti di impresa, li aiutano a costruire un business plan solido e fanno
da collegamento con la banca che effettivamente eroga il credito.
I risultati ottenuti, in termini di restituzione del credito, sono in linea con quelli delle
banche tradizionali, ma il valore “socio-economico” che viene creato dal microcredito
è decisamente superiore.
L’accesso al credito, ai servizi finanziari, al trasferimento ed al cambio di valuta, nella
nostra testa le vediamo ancora come cose “da ricchi”, che non interessano chi ha pochi
soldi, ma non è così. L’accesso a queste risorse permette di migliorare la vita di chi oggi
si trova in difficoltà. Da l’opportunità a chi ha talenti, idee e voglia di darsi da fare di
seguire i propri sogni e dare in modo incisivo il proprio fondamentale contributo alla
società.
Insomma che si usi l’approccio tecnologico di Tala o quello umano del Microcredito
poco importa, la sfida per includere quei 2,3 miliardi di persone fino ad oggi lasciate
ai margini del sistema finanziario è finalmente aperta e le possibilità di successo non
sono mai state così alte.

Di Angelo Perfetti

Per affrontare il discorso sulla famiglia e sulla sua considerazione dal punto di vista
legislativo non possiamo che rifarci prioritariamente alla Costituzione Italiana. In
realtà, quei principi oggi vacillano sotto i colpi relativistici di un diritto individuale
che sta ben lontano dall’idea dei Padri Costituenti. Vale come utile esercizio ricordare
l’articolo 29 che recita: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società
naturale fondata sul matrimonio”. Per la Costituzione dunque non può esistere famiglia
se .non è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Una concezione questa, dell’unione tra uomo e donna, che via via nel tempo è cambiata
fino ad arrivare ai nostri giorni. E un’istituzione, quella della famiglia, sempre più in crisi.
Le cause? Sono molte, ma certo la mancanza di attenzione reale verso i bisogni delle
famiglie ha avuto un peso non indifferente. Lo Stato, seppur governato per decenni da
forze cattoliche nonostante la centralità della famiglia, non ha incoraggiato la gente ad
avere figli tramite i servizi per i bambini, come gli asili. Anche le agevolazioni fiscali e i
sussidi per le famiglie con tanti figli non sono state incisive.
Ancora oggi, pur se nel nuovo Millennio, la famiglia sconta questa dicotomia tra
attenzione dichiarata e atti concreti del Parlamento.
Ma la trattazione dell’evoluzione del diritto di famiglia non può essere soltanto
una esposizione del succedersi di regimi normativi, bensì una storia del fenomeno
sociale, che le leggi accompagnano nella sua evoluzione (o involuzione, a seconda
dell’approccio critico). Alla famiglia fondata sul matrimonio — o famiglia legittima — si
contrappone la famiglia naturale o di fatto, costituita da persone di sesso diverso che
convivono more uxorio. La materia è stata recentemente riformata dal decreto Cirinnà
che ha sostanzialmente equiparato le coppie di fatto a quelle sposate, prevedendo la
possibilità di stipulare delle convenzioni.
Inevitabile dunque fare un excursus storico, per capire meglio l’evoluzione legislativa
rispetto al concetto di famiglia, come si è modificato nel tempo e a quale punto si è
arrivati oggi. Prioritaria è la definizione: “Il diritto di famiglia è quell’insieme di norme
giuridiche che disciplina le relazioni familiari; dette norme appartengono a molteplici
settori dell’ordinamento, ancorché in diversa misura: al diritto privato in primo luogo,
ma anche al diritto costituzionale, internazionale privato, penale, processuale civile
e penale, ecclesiastico, tributario, del lavoro, amministrativo e regionale. Il diritto di
famiglia ricomprende inoltre norme di ordinamenti diversi da quello interno, quali il
canonico, l’internazionale

Definito il concetto, vediamo come si è modificato nel tempo. La depenalizzazione
dell’adulterio nel 1969, l’introduzione del divorzio nel 1970, la riforma del diritto
di famiglia nel 1975 democratizzarono in profondità la materia delle relazioni
domestiche. Nei rapporti genitori/figli la potestà diventava finalmente parentale, con
una piena bititolarità del padre e della madre; scompariva il concetto di “onorare i
genitori per passare al più moderno “rispettare”. Poi arrivò l’esclusione di qualsiasi
forma di violenza – fisica e morale – nelle relazioni domestiche. Questa evoluzione
si è spinta, ai nostri giorni, fino ad annullare l’assunto di base uomo-donna; ma se la
parificazione è stata considerata universalmente un valore, l’introduzione di nuovi tipi
di “famiglie” trova invece ampie critiche e controverse letture.
La legge n. 898/1970 costituì il primo “strappo” alla dottrina consuetudinaria e
all’impostazione cattolico/democristiana; il primo dicembre1970, infatti, il divorzio
(la cosiddetta legge Fortuna-Baslini) fu introdotto nell’ordinamento giuridico italiano;
con l’opposizione della Democrazia Cristiana, del Movimento Sociale Italiano, della
Südtiroler Volksparteie dei monarchici del Partito Democratico Italiano di Unità
Monarchica, e con i voti favorevoli del Partito Socialista Italiano, del Partito Socialista
Italiano di Unità Proletaria, del Partito Comunista Italiano, del Partito Socialista
Democratico Italiano, del Partito Repubblicano Italiano, del Partito Liberale Italiano.
Nello stesso anno il Parlamento approvava le norme che istituivano il referendum con
la legge n.352 del 1970; quattro anni dopo, il 12 maggio, fu effettuato il referendum
abrogativo, che vide però la vittoria nei “no”. Il titolo di Avvenire, all’indomani, era
laconico:”Anche se milioni di italiani hanno votato contro il ‘divorzio’ hanno prevalso
i ‘No’. Dobbiamo prendere coscienza che si è dinanzi a un mutamento di costume e di
cultura”.
Un mutamento che non si è fermato. Dal 1971 vi sono diverse proposte di riforma al
diritto di famiglia che vengono rese organiche in un unico corposo testo presentato alla
Commissione il 30 aprile ed approvato dalla Camera. La famiglia ne esce riformata con
la legge del 19 maggio 1975, n. 151: la famiglia diventa del tutto paritaria, prevedendo
l’equiparazione dei coniugi nei diritti e nei doveri, il superamento di molte delle
differenze tra lo status di figli legittimi e naturali, l’acquisizione della maggiore età a
18 anni e non più a 21, il divieto di contrarre matrimonio prima dei 18 anni, e – tra le
altre cose - l’introduzione del regime legale della comunione dei beni.
Il vero cambiamento epocale, e secondo ferale colpo alla famiglia come viene intesa
dal mondo cattolico, arriva 3 anni dopo, con le Norme per la tutela sociale della
maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza (L. 194/1978).Tra i punti
principali della legge troviamo l’abrogazione degli articoli dal 545 al 555 del codice
penale per i quali l’interruzione della gravidanza era considerata reato; la facoltà per
la donna di ricorrere alla interruzione volontaria della gravidanza nei primi 90 giorni di
gestazione; tra il quarto e quinto mese possibilità di interrompere la gestazione solo
per motivi di natura terapeutica.
Come si noterà, il parametro di riferimento è esclusivamente la donna, senza alcun
accenno alla paternità. Impostazione che è stata seguita fino ai nostri giorni anche

nelle cause di divorzio, con una preponderanza di tutele della donna rispetto all’uomo.
La Legge 194 – per inciso - disciplinò anche l’adozione e l’affidamento dei minori.
Per trovare nuovamente la famiglia nelle pieghe del diritto dobbiamo arrivare al
1984, quando con il “Nuovo concordato” (Ratifica ed esecuzione dell’accordo, con
protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni
al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa
Sede, L. 121/1985), fu riformato il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio
canonico nonché l’attribuzione degli effetti civili alle sentenze di nullità ecclesiastiche.
Le “Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio” (L. n. 74/1987)
arrivano invece ad “aggiustare” la legge sul divorzio, in particolare rispetto alla
riduzione del tempo intercorrente tra separazione e divorzio (da cinque a tre anni) e la
facoltà del tribunale di pronunciare una sentenza parziale che dichiari lo scioglimento
definitivo del vincolo ovvero la cessazione degli effetti civili, separatamente dalla
discussione sulle ulteriori condizioni accessorie dello scioglimento.
Oggi si parla molto di “femminicidio”, ma la prima volta che il legislatore se ne occupò
risale al 2001, con le cosiddette “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari” (L.
n. 154/2001, modificata dalla legge n. 304/2003).
Nel 2004 fu affrontato il delicato tema della procreazione medicalmente assistita (L.
n. 40/2004), che dà la possibilità di accedere alle tecniche di fecondazione solo alle
coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente
fertile, entrambi viventi, possibilità comunque circoscritta ai casi in cui sia accertata
l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione;
l’esclusione del ricorso alla fecondazione eterologa. Un aspetto superato con sentenza
n. 162/2014 della Corte Costituzionale nella quale si è dichiarata l’illegittimità della
norma della legge 40 nella parte in cui si vieta il ricorso a un donatore esterno di ovuli
o spermatozoi nei casi di infertilità assoluta. Ennesimo colpo all’impostazione cattolica
di famiglia e procreazione.
La separazione tra coniugi si propone come una strada sempre più in discesa, e con
la legge 55/2015 si arriva al cosiddetto “divorzio breve”, dove in luogo dei tre anni
prima previsti, in caso di separazione giudiziale, basterà un anno per porre fine al
matrimonio. Il termine di un anno si riduce ulteriormente a sei mesi, secondo il nuovo
testo dell’art. 3 lett. b), n. 2 della l. n. 898/1970, nelle separazioni consensuali. Ciò
indipendentemente dalla presenza o meno di figli e questo anche in caso di separazioni
avviate in contenzioso. E’ del tutto evidente la volontà – da parte del legislatore - di
facilitare il più possibile lo scioglimento del vincolo matrimoniale.
Fino a questo momento, però, tutte le iniziative legislative sono rimaste nell’ambito
della cosiddetta famiglia naturale sancita dalla Costituzione, quella cioè che prevede
l’unione tra un uomo e una donna (seppur con il distinguo, in alcuni casi, delle coppie
di fatto).
Una divisione oggi superata dalla cosiddetta legge Cirinnà, che riconosce legalmente
le coppie omosessuali e regolamenta le convivenze al di fuori del matrimonio, detta

anche legge sulle unioni civili.
L’11 maggio 2016, infatti, il ddl Cirinnà intitolato “Regolamentazione delle unioni civili
tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, dopo mesi di discussioni
e polemiche, ha ottenuto il sì definitivo alla Camera. La nuova legge introduce l’unione
civile tra omosessuali quale specifica formazione sociale e disciplina la convivenza di
fatto sia gay che etero. Con la nuova legge rimane l’obbligo reciproco all’assistenza
morale e materiale e alla coabitazione ma viene cancellato l’obbligo di fedeltà.
Inoltre entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla
propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.
Rimane anche l’applicazione degli articoli del Codice civile riferiti agli alimenti, alla
successione e alla pensione reversibilità, estesa anche alle coppie gay.
Se il fronte dei riformisti ha incassato più di qualche punto a favore, resta chi, come
l’ex ministro e attuale Presidente del Microcredito, Mario Baccini, crede invece ancora
fortemente nell’unione naturale.
Non a caso, insieme ad altri parlamentari, ha firmato un documento “A difesa della
famiglia naturale”, dove – proprio a proposito della legge Cirinnà - si legge: “Una
visione liberale della società concepisce uno Stato che entri il meno possibile nella
vita delle persone: che, dunque, non invada con la sua potestà regolatoria la sfera dei
liberi legami affettivi, ma si limiti a disciplinare e a dare forma giuridica alle unioni
che rivestono una funzione sociale e in quanto tali accanto al godimento di diritti
contemplino l’adempimento di doveri e l’assunzione di responsabilità. E’ questo il
caso della famiglia disegnata dalla Costituzione come “società naturale fondata sul
matrimonio” (ricordiamo che l’aggettivo “naturale” fu suggerito da Palmiro Togliatti),
potenzialmente aperta alla procreazione e in quanto tale deputata a garantire la
continuità generazionale sulla quale si fonda qualunque comunità umana.
Il matrimonio in quanto istituto giuridico assicura la tutela per i potenziali figli,
salvaguardati da un’unione riconosciuta pubblicamente e da una genitorialità che è
per sempre e che perdura indipendentemente dalla possibile interruzione del rapporto
affettivo fra i coniugi (per la quale esiste il divorzio).
Non siamo disposti - è scritto nel documento - a svuotare l’istituzione del matrimonio,
attribuendo a unioni affettive, anche omosessuali, un riconoscimento giuridico analogo
a quello matrimoniale. Vogliamo una società ispirata a valori ben fondati nella nostra
tradizione culturale e nella Carta Costituzionale, e per questo ci opponiamo a qualsiasi
tentativo di decostruzione della famiglia basata sul matrimonio, che resta il cuore della
“eccezione italiana”.
Baccini da sempre è schierato in difesa della famiglia. Lo ha fatto da ministro della
funzione pubblica, allorché si batté per i libri di testo gratis per la scuola dell’obbligo,
per l’aumento delle deduzioni per i figli a carico in via sperimentale, per l’intoccabilità
del fondo governativo per per famiglie.
Lo fa ancora oggi da presidente del Microcredito, allorché propone la famiglia come
impresa sociale con un proprio conto corrente e una partita Iva. Un’iniziativa per
dare inizio a una nuova stagione nel sistema di erogazione dei piccoli prestiti in
cui il protagonista diventi il nucleo familiare, con i suoi bisogni e le sue esigenze di
investimento (dall’abitazione all’istruzione dei figli alle spese sanitarie).

In questo modo, la famiglia si trasforma in soggetto giuridico contribuendo alla
formazione del prodotto interno lordo del Paese.
«Stiamo pensando a una proposta di legge che contribuirebbe a rendere ancora più
avanzato il modello italiano del microcredito nel mondo – ha chiarito Baccini -. L’Italia
ha accolto prima di altri Paesi l’appello delle Nazioni Unite per favorire l’accesso al
credito di soggetti deboli e ha sviluppato un sistema articolato e capillare di sostegno
a iniziative private e di microimpresa che all’estero stanno cercando di imitare. Ma c’è
ancora molto da lavorare per arrivare a soddisfare l’intero fabbisogno di microcredito
esistente su tutto il territorio nazionale che viene stimato intorno a 700 milioni di
euro».
La difesa della famiglia è una battaglia ancora in corso: “Non dobbiamo fare le crociate
– ha detto il Presidente del Microcredito in una recente intervista - queste lasciamole
fare alla Chiesa. Noi abbiamo il compito di confezionare una legislazione sana,
intelligente che vada al di là dei fatti ideologici. Dobbiamo dire ai giovani che sposarsi
conviene. Dobbiamo dire a questi ragazzi che vogliono mettere su famiglia che ci sarà
uno Stato che gli darà una mano a comprare casa e se avrà bambini, sarà aiutato. Non
vogliamo referendum per queste questioni. I referendum si rischiano di perdere così
come capitò per il divorzio. Dobbiamo imporre la nostra linea con la forza delle idee,
con l’intelligenza di evitare gli ostacoli perché, altrimenti, rischiamo di perdere anche
questa battaglia.
Il prossimo fronte culturale, giuridico e politico sarà quello del cosiddetto stepchild,
ossia il meccanismo che permette a uno dei membri di una coppia di essere riconosciuto
come genitore del figlio, biologico o adottivo, del compagno. Possibilità che il ddl
Cirinnà sulle unioni civili inizialmente prevedeva anche per le coppie omosessuali, poi
stralciato dal testo finale.
Alcuni tribunali però stanno autonomamente percorrendo quella strada, esautorando
di fatto il Parlamento. Come il tribunale per i Minorenni di Bologna, che ha riconosciuto,
l’adozione di altri tre bambini da parte di altrettante coppie omosessuali unite
civilmente, provvedimenti arrivati dopo i primi due in Italia, emessi a Bologna nelle
scorse settimane; o come il Tribunale civile di Roma, che ha riconosciuto la stepchild
adoption per una coppia di mamme romane che hanno avuto una figlia grazie alla
fecondazione eterologa.
Una posizione che il mondo cattolico rifiuta, interpretandola come l’ennesimo colpo
alla famiglia naturale, nonché al diritto dei bambini (unica parte in causa senza voce
né tutele reali) ad avere un padre e una madre.