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  • ¡QUE VIVA CUBA!

    ¡QUE VIVA CUBA!

    Un’economia ‘protetta’ nel cuore del continente americano. L’Embargo e la liberalizzazione raccontati da Aleida Guevara March, figlia del Che, sostenitrice del regime castrista. L’umanità dell’isola e delle sue potenzialità di crescita viste da un medico.

    Emma Evangelista

    Dottoresssa Guevara, parliamo dell’economia di Cuba. Lei crede che sia protetta? E come vede lo sviluppo tra 10 anni?
    Tutto dipende dal movimento di solidarietà dei gruppi di associazione che stiamo creando nell’America Latina come per esempio l’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per le Americhe dove ci sono diversi Paesi che stanno collaborando insieme; questo ci permette di essere tutti in contatto e a conoscenza degli sviluppi e, allo stesso tempo, ci permette di commercializzare molti prodotti offrendo benefici ai nostri Paesi tramite la fratellanza dei popoli. Stiamo appoggiando la categoria del commercio tramite una struttura di interscambi commerciali come per esempio quella esistente con il Brasile (seppur non facente parte dell’ALBA) però tramite la collaborazione con la presidentessa brasiliana Irma Dulce, stiamo favorendo molto lo sviluppo di nuovi scambi commerciali. Abbiamo anche una buona relazione con l’Argentina e con l’attuale presidentessa e in generale con tutti i Paesi dell’America Latina. E ciò non fa altro che arricchirci da un punto di vista culturale e allo stesso tempo l’eliminazione delle barriere fa incrementare gli interscambi commerciali tra i vari Paesi, permettendo, di conseguenza, lo sviluppo economico di ciascun Paese.

    Lei ha mai sentito parlare del microcredito, secondo lei può intressare l’Isola, per poter portare avanti le iniziative del popolo e le iniziative agricole?
    Io penso di si, soprattutto nel settore agricolo, dove abbiamo più bisogno di questo tipo di aiuti; attualmente stiamo lavorando molto sviluppando il concetto di cooperativa anche se ancora le cooperative cubane sono carenti a livello infrastrutturale ossia sono ben organizzate da un punto di vista produttivo ma peccano nell’industrializzazione dei propri prodotti. Per il miglioramento di questo aspetto sarebbe, a mio avviso, interessante lo sviluppo di sistemi di microcredito che permettano di finanziare lo sviluppo di piccole fabbriche con lo scopo di migliorare lo stile di vita delle persone che ci lavorano e potendo, inoltre, da un punto di vista alimentare, dare molto di più alla società stessa. Io penso di si, che ci sono molte cose che potremmo fare insieme e sarebbe molto interessante attuarle.

    Uno degli status simbol di Cuba sono i suoi sigari. Lei cosa ne pensa, ha mai fumato il sigaro ?
    Per carità, mai e poi mai, non mi piacciono proprio i sigari. E sempre sostengo che se mio padre fosse rimasto in vita io e mia sorella lo avremmo convinto a smettere di fumare sicuramente. I miei due fratelli fumano entrambi soprattutto il più grande, Camilo fuma sigari, il più piccolo fuma ma più che altro sigarette. Io continuo a lottare per farli smettere ma ancora non sono riuscita a convincerli. Da questo punto di vista Cuba sarebbe disposta a perdere uno dei suoi settori economicamente più sviluppati e di miglior successo nel mondo con lo scopo di salvare vite umane. Se fosse per noi, potremmo smettere di produrre sigari anche subito.

    Cosa rappresenta per lei la solidarietà ?
    La solidarietà è l’espressione più bella della tenerezza dei popoli, è un valore speciale, è la condivisione di ciò che hai ed è molto bello quando si riesce ad essere solidali con altri esseri umani. Per esempio i due anni che ho vissuto in Angola come medico sono stati i più duri della mia vita, i più difficili, però sicuramente hanno contribuito alla mia crescita come essere umano perché ho potuto dare il meglio di me da un punto di vista professionale ma soprattutto come persona. In quel momento ancora non ero mamma e sono stata in contatto con bambini che ho aiutato a far vivere meglio, ricevendo in cambio da parte loro la parola ‘mamma’ e per me ciò è stata la più grande ricompensa che potessi avere in cambio. Il sorriso di un bambino, che forse non sarebbe sopravvissuto senza il tuo operato, è la maggiore ricompensa che un essere umano possa ottenere e alla base di tutto ciò c’è stata molta solidarietà e tanto amore nei confronti del popolo dell’Angola. Siamo stati, come associazione di medici, in molti Paesi in giro per il mondo curando malati e ricevendo in cambio sempre molto amore e tanta forza straordinaria che va al di là di un semplice momento professionale di applicazione delle proprie competenze. E’ qualcosa di molto più profondo, è amore, è rispetto, e queste sono state tra le avventure più belle che sicuramente abbiamo vissuto come popolo cubano, avendo avuto la possibilità di mostrare la solidarietà nei confronti di altri popoli.

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  • 2015 ANNO ZERO CON I DECRETI ATTUATIVI IL MICROCREDITO "ESPLODE"

    2015 ANNO ZERO CON I DECRETI ATTUATIVI IL MICROCREDITO "ESPLODE"

    Marco Paoluzi | Responsabile Progetto Microcredito nel Lazio

    Finalmente, dopo una gestazione di oltre 4 anni, la disciplina normativa sul microcredito è stata completata.

    Un periodo lungo che alla fine, anche grazie alla costanza dell’Ente Nazionale per il Microcredito e all’impegno di tutto il mondo della microfinanza italiana, ha prodotto un importante risultato.
    Il decreto ministeriale n. 176 per l’attuazione dell’art. 111 è stato approvato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze il 17 ottobre 2014 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 1 dicembre, quindi possiamo considerare il 2015 realmente l’anno Zero del microcredito italiano.
    Certamente fino ad oggi sono state realizzate numerose attività di microcredito che hanno prodotto risultati qualitativamente e quantitativamente interessanti, ma in assenza di una disciplina specifica, si sono manifestate modalità operative diverse a seconda dei diversi promotori. La conseguenza è stata una grande frammentazione delle attività, svolte da operatori non sempre specializzati, che pur animati dalle migliori intenzioni hanno talvolta rischiato di offuscare la reputazione di uno strumento che gode di una grande notorietà.
    In questi anni abbiamo visto un po’ di tutto, dai grandi progetti regionali con milioni di euro a disposizione, dove il microcredito è stato talvolta interpretato come un credito a importo contenuto e con connotazioni di fondo perduto, fino ai piccoli progetti parrocchiali dove maresciallo, parroco e sindaco, con risultati apprezzabili, fungevano da comitato di credito e da tutor del progetto.
    Inoltre è stato necessario adattare uno strumento il cui cardine è il rapporto di fiducia che si realizza tra prestatore e beneficiario ai tradizionali canali bancari, gli unici titolati dalla legge italiana all’erogazione del credito, dove il fulcro su cui si basa l’istruttoria per l’attribuzione del merito creditizio è all’opposto quello delle garanzie. È un po’ come voler far passare un cubo all’interno di un tondo, magari si riesce ma certamente non scorre affatto bene.
    Con la pubblicazione del decreto ministeriale 176/2104 è iniziata una nuova fase. Grazie al completamento della sua normativa il microcredito è stato accolto tra gli strumenti finanziari disciplinati dal Testo Unico Banche. Questo significa di fatto stabilizzare lo strumento accogliendolo ufficialmente nel Pantheon della finanza assicurandone quindi un futuro certo. In prospettiva avremo una forte professionalizzazione del settore e presumibilmente una riduzione della sua frammentazione.
    Accanto ai tradizionali canali del credito costituiti da banche e finanziarie, vedremo nascere quindi una terza via, quella delle istituzioni di microfinanza. Queste saranno presto, non appena Banca d’Italia avrà emanato i regolamenti necessari, degli istituti che potranno erogare finanziamenti sotto forma di microcredito, fornendo direttamente o indirettamente i necessari servizi di assistenza e monitoraggio previsti per legge. Una sorta di banche dal volto umano dove il cittadino verrà accolto, ascoltato e valutato non sulla base di quello che già possiede, ma in un ottica di potenzialità e di fiducia nel suo futuro.
    All'indirizzo web di seguito il decreto ministeriale di attuazione, rinviando a una successiva e approfondita disamina giuridica l’analisi e il commento dei suoi articoli.


    http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/12/1/14G00184/sg

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  • A CENA DA "LE CESARINE"

    A CENA DA "LE CESARINE"

    Enza Colagrosso | Responsabile del Progetto MICROCREDITO NEL LAZIO

    "A tavola!” E’ da sempre questo l’imperativo che dà inizio alle tavolate italiane, e a darlo, tale imperativo, di solito è la padrona di casa, colei che come tale sa miscelare, con la sapienza di uno speziale: arte culinaria, calore familiare e tradizione. Ed è in queste occasioni che, per nulla tentate dalle fantasie culinarie che ci circondano, queste padrone di casa sfoderano i loro piatti inossidabili al tempo grazie ai quali, ad ogni ricorrenza, permettono ai commensali di ripercorre attraverso gli odori e i sapori lo stesso rito conviviale, di famiglia. “A voi le fettuccine preparate con la ricetta di nonna Anna” annuncia la signora del pasto, “Lei, quando ero piccola mi metteva a guardia del ragù dal mattino…..”. “Quest’anno l’arrosto l’ho preparato con la variante di zia Elvi, ditemi se è buono …” continua, mentre i suoi manicaretti allietano gli animi e le chiacchiere dei presenti. E così, cibi, ricette e ricordi inondano il pranzo, tra risa, brindisi e l’andare e tornare dei piatti puliti, fino al dolce: l’immancabile torta alla crema della padrona di casa. Questo il rito: più sacro e convulso per le feste importanti, più intimo per gli incontri domenicali. Si può perdere tutto questo? O meglio siamo disposti a perderlo? Tutti siamo pronti a pronunciare un bel: “no”, ma poi si sa, tra il dire e il fare… c’è di mezzo un’organizzazione sociale che sta cambiando, lasciando alla cucina e all’arte culinaria sempre meno tempo.

    Ci sono poi i media che ci offrono i consigli di tanti chef, ma che allo stesso tempo sembrano volerci comunicare che i fornelli sono solo per gli addetti ai lavori e non per le padrone di casa che, sicure dei pochi piatti presenti sul loro menù, preparano pranzetti magari un po’ vintage, ma dal sapore nostrano e poco globalizzato, ricco di quell’amore e di quella dedizione che da soli insaporiscono ragù e manicaretti. Dal 2004 le “Cesarine” dell’Associazione Home Food, si sono proposte un po’ come “vestali” di queste tradizioni, un po’ come impeccabili padrone di casa pronte a trasmettere ai loro ospiti la tradizione del loro territorio filtrata e interpretata attraverso quella della propria casa, e della propria famiglia.

    Quest’anno le Cesarine hanno una nuova Presidente, Stella Coppi, che ha ricevuto il testimone dalle mani della stessa fondatrice ed ideatrice di Home Food, Egeria di Nallo. Professoressa all’Università di Bologna, Egeria di Nallo, nel 2004 fonda in questa città l’associazione con l’intento di mantenere vivi i sapori e i piatti tipici della tradizione italiana, anche quelli un po’ maltrattati e snobbati e che oggi vengono ripresi e ricercati. Per lei, ovviamente, le donne che l’hanno seguita in questo suo progetto, erano le “Cesarine”, ma ben presto, quando l’associazione ha varcato i confini dell’Emilia Romagna ha dovuto spiegare che questo nome, nella sua regione, e in particolare a Bologna, veniva dato alle donne di famiglia, come una dada, una nonna o una zia, che coltivano i sapori della casa, quelli che restano nei ricordi legati a quelli della nostra infanzia. La Cesarina è quindi la custode delle tradizioni della casa, e l’associazione prende il nome in omaggio a queste signore che sono state le custodi di quelle tradizioni che, anche grazie a loro, ora continuano a vivere. “Sono 500 le Cesarine della Home Food, attive su tutto il territorio nazionale” ci spiega la nuova Presidente Stella Coppi che dallo scorso autunno ha preso in mano l’associazione, e che a questa vuole dare un’impronta nuova, grazie anche ad un profilo sui social network. “Fino ad oggi ci siamo affidate più che altro al passa parola, per farci conoscere, continua la Presidente Coppi, e siamo riuscite comunque a mettere a tavola 200mila persone, in 10 anni. Ora vogliamo puntare al mondo del web e con questo, a quello dei viaggiatori, che sempre più vogliamo intercettare per portarceli a tavola e fargli gustare le nostre tradizioni culinarie. Abbiamo poi iniziato a presentarci alla stampa, ottenendo un’ottima rassegna all’estero, mentre qui in Italia, proprio in questi giorni, hanno voluto conoscerci il TG1 economia, diverse riviste e poi siete arrivati anche voi!” Leggendo la lista delle Cesarine, attive sul territorio nazionale, quello che colpisce è la loro eterogeneità, infatti ci viene chiarito: “Le Cesarine, nella vita svolgono ogni tipo di attività e poi, solo per passione, lasciano assaporare uno spaccato di tradizione a chi lo richiede. Nell’Associazione collaborano imprenditrici, giornaliste, casalinghe, nonne ecc.., signore che sono animate solo dalla voglia di trasmettere il loro modo di vivere la casa e l’ospitalità. Devo dire che la mia elezione è praticamente appena avvenuta, ma io mi sento emozionata e motivata proprio dalla motivazione di queste signore della casa, e dalla loro voglia di ospitare. Una cosa che trovo infatti molto bella, in un momento di grandi egoismi, è avere questa passione e la generosità di far provare, o meglio di condividere qualcosa, con un altro.” A questo punto, però pensiamo che sia un po’ la curiosità di tutti quella di sapere come si diventa Cesarine, e con la sua disponibilità, Stella Coppi ci riassume così l’iter: “Cesarina lo si è, non lo si diventa! La Cesarina nasce infatti da un moto proprio della signora che si riconosce nello spirito di questa figura e chiede così di aprire le porte della sua casa agli ospiti dell’Associazione. Quindi deve esser chiaro che noi non cerchiamo Cesarine, e non lo facciamo perché riteniamo che ci vuole la voglia e la volontà, per esserlo. Solo dopo aver ricevuto una richiesta di adesione, iniziamo la selezione, che è piuttosto lunga e importante: va valutata la città di provenienza, la conoscenza del territorio, le radici familiari, le ricette. Si fa poi un sopraluogo per visionare le condizioni della casa, le norme igieniche e quindi, se tutto rientra nei canoni, si proclama la Cesarina.” Un mondo che sembra essere tutto al femminile ma che invece presenta delle eccezioni: “Ci sono le Cesarine e i Cesarini, perché tale opportunità è data anche agli uomini. Devo dire che ne abbiamo già diversi che ricevono i nostri ospiti e sono molto bravi, tanto che alcuni sono veramente contesi tra i nostri associati.”

    Cesarine e Cesarini, pronti a preparar manicaretti. Che tentazione! Ma come si fa per andare a cena da loro? Ed è ancora la Presidente che ci illustra come si può diventare ospiti di questi squisiti padroni di casa, che aggiungono un posto a tavola a loro desco familiare, e ti permettono di conversare con loro, e con la loro famiglia in un’atmosfera che ancor prima che tipica, è calda, colta e competente di storia del territorio: “Voglio premettere che noi non offriamo un semplice invito a cena, ma un’esperienza culturale. Siamo pronti a dar risposta alla richiesta di chi ci chiede di conoscere sia il cibo che l’atmosfera di una cucina territoriale. Noi rispondiamo sia agli stranieri, che agli Italiani. Anche loro vogliono conoscere cibi e usi delle regioni, vi porto un esempio, se un italiano vuole mangiare in un Maso dell’Alto Adige può soddisfare questo suo desiderio attraverso la nostra associazione. Basta andare sul nostro sito, www.homefood.it, vedere quali percorsi e quali date sono disponibili in quella regione, e prenotarsi. Sarà poi nostra cura contattare la Cesarina e concordare con lei la cena. Solo allora la casa della Cesarina sarà aperta, all’ospite.” Ma tutte le meravigliose Cesarine, oltre ad essere perfette padrone di casa, hanno anche la padronanza delle lingue straniere per accogliere gli ospiti di altri Paesi? “Ovviamente abbiamo pensato anche a questo, ci risponde la Presidente delle Cesarine. Molte di loro parlano inglese, in particolare quelle che vivono nei centri più turistici come: Roma, Venezia, Firenze ma, siamo organizzate nel poter offrire un interprete qualora se ne presentasse la necessità.” Ultimo interrogativo per Stella Coppi è stato questo: Quanto costa essere ospitati dalle Cesarine? “L’ospite paga all’associazione una quota per diventare socio e questo gli rende la possibilità di fruire dell’evento e del percorso scelto. I rapporti con gli “ospiti” li tiene direttamente l’associazione ed è lei che ha il compito di raccogliere le persone e organizzare gli incontri. La stessa associazione rimborsa poi alla Cesarina le spese sostenute per la cena organizzata. Tali eventi possono essere vissuti attraverso due formule diverse: abbiamo gruppi più consistenti che chiedono di fare, durante la serata, prima un corso di cucina per poi mangiare tutti insieme ciò che è stato preparato; c’è invece la richiesta per due o per quattro ospiti, quelli che magari decidono di festeggiare così un loro anniversario. Per questi la dimensione organizzata sarà certamente più intima rispetto al gruppo che fa richiesta di una lezione sulla tagliatella o sul ragù. Comunque il tipo di ospitalità è proporzionato sulla possibilità di ospitalità che offre la casa della Cesarina.

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  • ALIMENTAZIONE O NUTRIZIONE SANA?

    ALIMENTAZIONE O NUTRIZIONE SANA?

    Dal 13 dicembre 2014, è entrato definitivamente in vigore il regolamento europeo 1169/11 che in pratica porterà una nuova etichettatura su tutti i prodotti alimentari.

    Enza Colagrosso

    Le nuove etichette devono poter consentire ai consumatori di compiere scelte consapevoli, permettendo loro di leggere sul prodotto che stanno acquistando, le caratteristiche nutrizionali, gli allergeni e l’origine dei componenti, in una forma linguistica comprensibile per l’utente del mercato in cui quel genere alimentare viene messo in vendita. Niente di nuovo potrebbe pensare il compratore più distratto, ma in realtà le caratteristiche nutrizionali dovranno essere molto più specifiche di quelle che si leggono ora dietro le confezioni, e dovranno rispondere a sette elementi: valore energetico, grassi, acidi grassi saturi, carboidrati, proteine, zuccheri e sale riferiti a 100 mg o 100 ml di prodotto. Le sostanze allergizzanti: derivati del grano e cereali contenenti glutine, sedano, crostacei, anidride solforosa, arachidi, frutta a guscio, latticini contenenti lattosio, dovranno essere evidenziate con chiarezza anche dai ristoratori e dagli esercenti di quegli esercizi che somministrano bevande o alimenti. Insomma sembra esserci un’attenzione nuova verso ciò che si mangia, quasi a voler tracciare un confine sempre più deciso fra semplice alimentazione e nutrizione sana. Tema a cui sta mostrando molta attenzione anche Samantha Cristoforetti, la nostra Astronauta che dalla Iss, la Stazione Spaziale Internazionale che orbita a 400 km dalla Terra, sta svelando, attraverso il sito “Avamposto 42”, come si nutrono gli astronauti lanciando spunti per una nutrizione sana e innovativa sulla terra. Samantha, infatti, insieme con Argotec, un’azienda torinese che da anni segue, per l’Agenzia Spaziale Europea, l’alimentazione degli Astronauti, ha messo a punto ricette a base di semplici ingredienti che rispondono ai dettami di una sana nutrizione che non perde di vista l’economicità. Non dimentichiamo infatti, che il motto della Cristoforetti è: “un’alimentazione sana è possibile anche spendendo poco”. E così ora dallo Spazio ci viene, per esempio, data l’idea di snack a base di frutta, impastati con semplici farine e niente zucchero seguendo le ultime teorie che rivelano come le nostre cellule non abbiano bisogno di apporti esterni di zucchero visto che sanno produrselo da sole, ricavandolo dagli alimenti complessi che ingeriamo.


    Forse spinti dalla crisi, ma anche dalla constatazione che certe patologie che ci affliggono si è sempre più convinti che possono essere ricondotte alle cattive abitudini alimentari diffuse, si sta cercando di ingerire cibo con una coscienza ed una consapevolezza maggiore, e diversa. Ecco allora un’attenzione nuova a tutte le news del settore che ci riportano dati incredibili e forse un po’ destabilizzanti, come quello che va a scardinare tutti quei riferimenti, considerati fino ad oggi elementi fondanti per le nostre scelte alimentari. Il riferimento è nei dati emersi da una ricerca presentata in questi giorni, condotta da Gfk, su 28.000 persone in 23 Paesi, che ha dimostrato comel’India sia il Paese in cui si mangia in modo più sano, mentre alla nostra “dieta mediterranea” e al cibo italiano in particolare, viene riconosciuta una scarsa sufficienza. Noi italiani, in questa ricerca, risultiamo essere poco attenti al sonno e poco curanti di un’alimentazione sana, piuttosto che buona. Vero o non vero quello che attesta questo studio, quel che è certo è che oggi è difficile parlare di un’alimentazione veramente italiana visto che sempre più spesso i nostri prodotti non sono più preparati con ingredienti esclusivamente “made in Italy”. Nel nostro bel Paese infatti, non si riesce più a produrre tutte le risorse di cui abbiamo bisogno tanto che importiamo gran parte delle materie prime dall’estero. Questo lo dobbiamo in parte alle politiche restrittive dettate dall’Unione Europea, ma anche a scelte operate da politiche interne che hanno reso sempre più difficile, e poco appetibile, la “vita dei campi”. Ci sono dei dati resi pubblici da Coop sulla rivista “Consumatori” che ci raccontano poi come si sia anche drasticamente ridotta, sul nostro territorio, la terra destinata alla coltivazione, tanto che dal 1970 a oggi gli ettari di superficie coltivabile sono scesi da 18 a 13 milioni.

    Si spera ora che la nuova legge sull’agricoltura sociale possa produrre un’inversione di marcia significativa. Ma se la Coop lancia messaggi affinché la nostra terra torni ad essere lavorata da agricoltori nostrani, intanto ci propone prodotti che, venduti proprio con il suo marchio, hanno veramente poco d’italiano e chissà se poi rispondono ai dettami di una nutrizione salutare a fronte di norme di coltivazione e di uso di pesticidi che certo non sono proprio come quelle applicate qui da noi. L’origine dei prodotti Coop si può verificare attraverso un’applicazioni per telefonini che si chiama: “Coop origini” che in un certo qual modo rappresenta la risposta alla richiesta di trasparenza, sui contenuti dei prodotti, introdotta dall’Unione Europea. Basta scaricarla e inserire il numero del codice a barre del prodotto che intendiamo consumare per conoscere la provenienza dei suoi ingredienti. Ed è allora che abbiamo la conferma che il made in Italy, nel settore agroalimentare, praticamente non esiste più! Quel che è peggio, è che questo non vale solo per i prodotti Coop, ma quasi per tutta la nostra produzione alimentare. Prendiamo l’esempio della pasta: il grano duro italiano copre solo il 65% del nostro fabbisogno ed ecco allora che importiamo frumento dall’Ucraina, dal Sudamerica, dal Canada e dagli Stati Uniti; andiamo anche peggio per il grano tenero, la cui richiesta interna è coperta solo per il 38% e ci rivolgiamo quindi all’Australia, alla Turchia, al Messico, al Canada e all’Ucraina per avere il resto di cui abbiamo bisogno. Sono tanti i prodotti che siamo costretti ad importare e tra questi anche il pesce, che andiamo ad acquistare in Thailandia, nei Paesi Bassi, in Grecia, in Spagna e in altri Paesi, fino all’Ecuador.

    Importiamo anche gran parte dei legumi che consumiamo ma, quel che può apparire più incredibile, importiamo anche il pomodoro, nella veste di concentrato, e lo importiamo, incredibile da credere dalla Cina. A proposito di made in Italy, che di Italy ha ben poco, vale la pena menzionare anche la pasta Barilla, quella che identifica un po’ la “casa degli Italiani”. Bene, la Barilla non è più italiana ma Americana e i suoi standard di produzione si avvicinano sempre a quelli di quel Paese, piuttosto che a quelli italiani. E così mentre siamo rassicurato dal buon fornaio della pubblicità del marchio, mangiamo prodotti con tassi di microtossine altissimi perché prodotti alla luce di direttive in atto fuori dai nostri confini. Va ricordato poi che Barilla vuol dire anche: Motta, Essere, Gran Pavesi, le Tre Marie, le Spighe, Mulino Bianco insomma tutti quei nomi che molti italiani identificano con la vera qualità, garantita. Succede spesso, infatti, che il consumatore fidelizzato ad un nome attribuisca a questo sicurezza e garanzia, ma accade di frequente che quelli che riconosciamo come marchi di produzione sono in realtà il nome di una di quelle multinazionali che incidono fortemente sulle politiche alimentari dei nostri mercati e penetrano anche in quelle sociali dei Paesi più poveri. E’ in mano a pochissimi, infatti, la decisione su ciò che è meglio e più proficuo far arrivare sulle nostre tavole. Sono circa 10, e gestiscono i marchi di prodotti che noi mangiamo ogni giorno. I nomi più familiari delle multinazionali di cui sono a capo? Coca Cola, Mondelez, Toblerone, Milka, Philadelphia, Nestlé, Mars, Kellog’s, Danone e Pepsicola. Sono questi alcuni dei più noti padroni del mercato alimentare mondiale, quel mercato alimentare che produce ben 900 milioni di persone che soffrono la fame a fronte di circa 1,4 miliardi di persone in sovrappeso (dati ONU 2014). In quello italiano i signori che dominano sono: il gruppo Cremonini (3,5miliardi di fatturato) Parmalat (1,4miliardo di fatturato), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Un po’ meno ricche perché sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo. Questi signori hanno già pianificato la nostra alimentazione per i prossimi anni ed è sempre a loro che dobbiamo la discussione e i molti freni posti alla nuova etichettatura degli alimenti che, come si può facilmente immaginare, coinvolge miliardi di investimenti e una chiarezza lontana dal modo di procedere in uso. Per portare un esempio si può menzionare la frizione nata intorno agli olii utilizzati.

    Da ora in poi non sarà più possibile utilizzare la semplice dicitura: “Oli Vegetali” ma bisognerà mettere nero su bianco ciò che viene utilizzato, in pratica non sarà più possibile utilizzare olio di palma lasciando intendere che sia olio di oliva. Non è possibile concludere un discorso sui prodotti alimentari senza menzionare anche le contraffazioni. Contraffazioni che si celano in parte in quei componenti che non sono più unicamente italiani ma ancor più quando troviamo prodotti spacciati per 100% italiani, come il latte, per poi scoprire in realtà essere una miscela di latte ungherese e di altri provenienti da allevamenti dopati con ormoni. Nel sistema delle contraffazioni si nascondono i formaggi filanti tedeschi etichettati come mozzarella italiana, i pomodori e molti altri prodotti tipici della nostra produzione provenienti magari dalla Cina o dalla Turchia e che, con un semplice gioco di etichette, diventano prelibati prodotti italiani pronti per il mercato estero. E’ innegabile infatti che tutto il business dell’agroalimentare rappresenta un “piatto ghiotto” per la criminalità organizzata e per l’industria della contraffazione in generale ed è proprio dall’agire di questi che noi dobbiamo difendere le piccole e medie imprese italiane e la nostra stessa salute.

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  • CAPITALE SOCIALE

    CAPITALE SOCIALE

    IL BENE PIÚ IMPORTANTE DEI POVERI

    Luminita Postelnicu, Niels Hermes

    Il concetto di ‘capitale sociale’ è stato coniato agli inizi del Ventesimo secolo per spiegare le sinergie della vita in società. Il termine, ha avuto tuttavia scarsa fortuna fino alla fine degli anni ’80, quando i sociologi Pierre Bourdieu e James S. Coleman lo definirono con precisione, comparandolo con altri tipi di capitale, come quello culturale e umano.


    Più recentemente, gli economisti hanno iniziato a considerare il capitale sociale nelle loro ricerche sulla crescita economica e la riduzione della povertà. L’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), ad esempio, ha contribuito alla ricerca sulla relazione fra capitale sociale e capital umano, mentre la Banca Mondiale ha iniziato nel 1996 un programma di ricerca sul capitale sociale quale fattore determinante per lo sviluppo.
    Il capitale sociale è una risorsa che deriva dalle relazioni sociali, le quali creano un valore che influenza la produttività dei membri di una rete. Un legame sociale fra due individui incorpora risorse sia di tipo pecuniario che non: quanto poi i due individui consentano l’un l’altro l’utilizzo di queste risorse, dipende dalla loro relazione di fiducia e dalle norme sociali della loro comunità. La scarsità di risorse amplifica il bisogno degli individui di condividere e fare un uso razionale delle risorse, mentre la fiducia e le norme sociali generano e rafforzano gli scambi.
    La reciprocità e la cooperazione fra individui hanno portato allo sviluppo di una serie di strumenti informali di assicurazione dal rischio, che vengono impiegati dalla gente di ogni dove per affrontare choc imprevisti. Questi strumenti aiutano gli individui poveri a sopravvivere e salvano dalla povertà coloro che poveri non sono. Accanto agli strumenti formali per fronteggiare i rischi, come il sistema di sicurezza sociale, sussistono anche alcuni strumenti informali, costituiti da accordi informali fra membri di una rete sociale che condividono risorse e si aiutano in caso di bisogno. Ora, poiché in molte economie in via di sviluppo gli strumenti di assicurazione formali sono praticamente assenti o indisponibili per i poveri, costoro fanno leva sul capitale sociale per porre in essere strumenti di gestione del rischio informali.
    Gran parte di questi strumenti di gestione del rischio informali sono ereditati alla nascita e sono formati dalle risorse incorporate nei legami entro la propria comunità. In seguito, gli accordi di assicurazione contro i rischi possono svilupparsi e modellarsi in vario modo; la loro efficacia dipende, fra l’altro, sulle caratteristiche della comunità, come il numero dei suoi membri, il loro accesso alle risorse, le norme sociali, la posizione sociale della propria famiglia (nel caso di società socialmente stratificate), ecc.
    Le persone meno abbienti non solo hanno risorse limitate ma sono anche più esposte agli choc, quali un raccolto andato male, problemi di salute, la morte di un membro famigliare e così via: tutto ciò influenza negativamente la prospettiva di superare lo stato di povertà. Nella maggior parte dei casi, la mancanza di accesso a qualsiasi tipo di assicurazione spinge queste persone ad affidarsi esclusivamente al proprio capitale sociale per far fronte a tali choc. Ne consegue che gran parte delle azioni della gente povera è basato sul loro capitale sociale e comporta strategie in grado di rafforzarlo e aumentarlo.
    Oltre a funzionare in qualità di accordo assicurativo informale, il capitale sociale permette ai poveri di attrarre risorse dalle loro reti sociali per fare investimenti che altrimenti non sarebbero possibili. Questi investimenti hanno per oggetto l’avviamento di piccole attività che generano reddito (quali il piccolo commercio), oppure semplicemente l’acquisto di un elettrodomestico che migliora la vita della famiglia. Questi investimenti finanziati dalla propria rete sociale possono fare la differenza fra la mera sussistenza e l’uscita dallo stato di povertà. Un metodo classico utilizzato dalle persone povere per attirare risorse dal proprio network è la cd. ‘cassa peota’, altrimenti nota internazionalmente come ‘ROSCA’ (Rotating Savings and Credit Associations, associazioni di credito e risparmio ‘rotativi’). Le ROSCA sono gruppi di individui che si accordano di riunirsi con cadenza regolare per un determinato periodo di tempo al fine di risparmiare o prestare in comunità. Ogni individuo contribuisce per un ammontare fisso ad ogni incontro e l’ammontare totale è consegnato ad un membro del gruppo sulla base di uno schema a rotazione stabilito in anticipo. La ROSCA è un metodo largamente praticato dai poveri nel mondo, ed è conosciuto per esempio con i nomi di tandas in America Latina, susu o tontine in Africa e hui in Vietnam.
    Per i poveri, il capitale sociale può anche funzionare da collegamento con il settore formale, dal quale sarebbero altrimenti esclusi. Le istituzioni di microfinanza elargiscono agli imprenditori poveri un prestito avvallato da una garanzia attraverso la metodologia del prestito di gruppo con responsabilità condivisa. Questo permette a individui con scarsi mezzi l’accesso a fonti esterne di finanziamento, in virtù del fatto che i gruppi di prestito si garantiscono vicendevolmente il rimborso dei prestiti. Questo metodo rende possibile il prestito formale ai poveri perché risolve il problema delle asimmetrie di informazione fra le istituzioni di microfinanza e i loro clienti, incentivandoli a utilizzare i loro legami sociali per concedere, monitorare ed escutere il rimborso del prestito.
    Un individuo può usare il capitale sociale per ottenere risorse dal proprio network, o, in alternativa, può farne uso come garanzia. In entrambi i casi, si viene a creare un sentimento di debito nei confronti della rete, che alimenta le aspettative dei membri sul comportamento dell’individuo. Ambedue le conseguenze dipendono dalla precipua capacità di monitoraggio e pressione che i membri della rete sociale esercitano quando il ruolo di investitore o garante si concretizza. Una conseguenza positiva per l’individuo è la pressione che la rete esercita per evitare comportamenti di spesa stravaganti; inoltre, essendo la rete un elemento portante per il successo dell’individuo, essa è incentivata a facilitare il trasferimento di informazione utile (per es. raccomandazioni a potenziali clienti, consigli negli affari, ecc.) nonché provvedere con un aiuto supplementare in caso di bisogno, come il volontariato, la cura della casa e dei bambini in caso di emergenze, ecc.
    Per quanto riguarda le conseguenze negative del monitoraggio e della pressione da parte dei membri della rete sociale, l’individuo può diventare oggetto di pressioni estreme in caso di mancata soddisfazione delle aspettative dei membri della rete; ciò può causare all’individuo elevati costi sociali in caso di perdita della reputazione nella sua comunità, potendo i membri decidere di interrompere o ridurre l’accesso alle risorse che normalmente avrebbe a disposizione. A seconda delle norme sociali locali, queste conseguenze negative sulla reputazione possono portare alla marginalizzazione e finanche all’esclusione degli individui dalla comunità.
    Al fine di evitare queste conseguenze negative nel prestito di gruppo microfinanziario, si sta cercando in tutto il mondo di migliorare la regolamentazione dell’attività di microcredito. In questi ultimi anni, in vari Paesi sono state instaurate delle autorità di regolamentazione e il modo in cui il capitale sociale viene usato nel prestito di gruppo è stato ripensato in varie istituzioni di microfinanza (v. per es. il nuovo modello di prestito ‘Grameen II’). L’educazione e l’addestramento all’attività imprenditoriale rendono più efficiente l’uso del capitale sociale da parte delle persone povere. Si sono riscontrati altresì benefici collaterali legati al collegamento fra educazione e capitale sociale, che hanno portato ad una riduzione della povertà.
    In conclusione, il capitale sociale riveste molta importanza per i poveri, permettendo loro di affrontare gli choc e avere accesso a risorse finanziarie supplementari. Assieme all’educazione e all’accesso a fonti esterne di finanziamento, il capitale sociale può aiutare i poveri a migliorare la loro esistenza nel lungo periodo.


    Social Capital: The Poor’s Most Important Capital?
    Poor individuals are usually more exposed to external shocks. At the same time, they lack access to resources that help them coping with these shocks. Social capital allows them to cope with shocks, as well as to get access to additional (financial) resources.
    A classic method used by poor people for pulling resources from one’s network is the so-called Rotating Savings and Credit Associations (ROSCAs).
    Social capital may also link poor people to the formal sector, from which they are otherwise mostly excluded. Microfinance institutions grant loans backed by social collateral to poor entrepreneurs through the methodology of group lending with joint liability.
    The positive consequences for the individual relate to the pressure of the network to avoid counterproductive or unnecessary spending behaviours. Moreover, by being a stakeholder in the individual’s success, the social network is incentivised to facilitate the transfer of useful information (such as recommending potential clients, business-related advice, etc.) and to provide additional support to the individual in case of need. Regarding the negative consequences of the monitoring and enforcement by the social network, the individual may become subject to extreme social pressure in case of failure to meet the expectations of the network members.
    To avoid these negative consequences in microfinance group lending, better regulation of microcredit activity are currently being developed around the world.

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    Note

    Luminita Postelnicu - Université Libre de Bruxelles (ULB), SBS-EM, CEB e CERMi, email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

    Niels Hermes - Università di Groninga e Université Libre de Bruxelles (ULB), CERMi, email: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
    Traduzione e adattamento a cura di Stefano Battaggia - consulente in affari europei

  • CONSULENZA A 360°

    CONSULENZA A 360°

    Ainhoa Agullò Fernandez

    L'operatore di microcredito non si occupa solo di finanziamenti ma anche di assistere imprese e famiglie.

    L’auspicio di Saverio Rosa: “Presto un albo”

    Una risposta concreta alle richieste degli imprenditori e delle famiglie. E’ quella che, ogni giorno, gli operatori di microcredito offrono a chi chiede loro assistenza e consulenza.
    Ed è per questa nuova figura professionale che Saverio Rosa, Segretario Generale presso C.L.A.A.I. Rieti. auspica l’istituzione di un albo nazionale.

    Ma partiamo con ordine: chi è un operatore di microcredito?
    E’ il contrario di quello che la parola potrebbe lasciare immaginare: nulla a che fare con il sistema bancario. Certo, c’è un’analogia con gli operatori di banca ma un operatore di credito è un professionista che svolge un lavoro più complesso e delicato.

    E quale sarebbe la maggiore complessità?

    Un operatore di microcredito, nella maggior parte dei casi, ha a che fare con una tipologia di utenti definiti tradizionalmente ‘border line’. Mi riferisco a un utente che chiede aiuto per far partire la sua ‘startup’, un’azienda che si affaccia per la prima volta sul mercato. Altre volte, invece, è un utente che ha delle criticità e si rivolge al microcredito proprio perché non ha più i parametri per rivolgersi al credito ordinario.

    Un bel rischio.

    L’operatore deve fare una serie di valutazioni che in banca non si fanno. In primis, sulla validità del soggetto che chiede aiuto. Un’azione che non significa esprimere un giudizio sulla persona ma solo sulla reale possibilità di riuscire nella sua attività. Un operatore valuta se l’utente potenziale ha le caratteristiche e la predisposizione per avviare un’attività o per superare quelle criticità nelle quali si trova.

    Quali differenze ci sono con il sistema bancario tradizionale?

    Un operatore bancario, che ha una sua professionalità pari modo degna di stima e rispetto, fa un lavoro diverso. Vede i rating e per mandato non può andare oltre una elaborazione numerica dei dati del potenziale cliente. Appunto è un cliente, per noi è un utente. In banca si lavora su dati. Non si parte dalla persona ma dal coefficiente di rischio di erogazione del credito.

    Cosa fa un operatore di microcredito?

    Valuta l’uomo: la persona che si presenta allo sportello non è un numero. Il secondo elemento essenziale per un operatore è avere la competenza per aiutare gli utenti a predisporre un progetto imprenditoriale o per inserire correttivi nella gestione operativa dell’attività per la quale si chiede un contributo. Una banca non ha interesse a farlo e lascia tutte le responsabilità all’imprenditore. Le banche valutano un business plan; un operatore di microcredito collabora a realizzarlo. Aiuta il potenziale imprenditore.

    In che modo?

    In questo lavoro viene fatta una valutazione del progetto. L’obiettivo non è finanziare un progetto ma valutarlo con competenza in modo da aiutare l’imprenditore. Paradossalmente, un operatore di microcredito sconsiglia all’imprenditore il progetto se lo valuta errato. E’ un lavoro di consulenza a 360 gradi. Il nostro obiettivo non è vendere finanziamenti ma sostenere gli imprenditori e offrirgli consulenza. L’operatore deve seguire il progetto anche nella fase di tutoraggio per verificare come sta andando il progetto stesso.

    Cosa va migliorato?

    L’Ente nazionale per il microcredito sta facendo una mappatura degli operatori. Ma presto si dovrà arrivare a una definizione di un albo professionale. Credo che sia questa la strada da intraprendere. Quando ancora non c’era la normazione era difficile dare dei parametri; ora si può creare un albo in tal senso, anche grazie all’approvazione dei decreti attuativi da parte del ministero.

    Ci racconti cosa hanno fatto gli operatori qui nel Lazio.

    Come operatori del fondo regionale avevano un rapporto con Sviluppo Lazio di promozione di queto servizio. Abbiamo pensato che il primo interlocutore significativo sono le amministrazioni locali. Quindi, ci siamo interfacciati con loro. Ci siamo detti: ‘esiste questo fondo, questa opportunità, apriamo questo sportello gratuitamente e cerchiamo di supportare le attività sul vostro territorio’. Le amministrazione ci hanno messo a disposizione un ufficio per due giorni a settimana, abbiamo accolto le persone, valutato progetti e abbiamo portato a casa tanti progetti.
    I progetto di cui andare fieri sono tanti. Uno che ci è piaciuto particolarmente è stato l’avvio di un caffè letterario a Rieti. Abbiamo finanziato un’iniziativa che sembrava velleitaria e che invece si è dimostrata molto valida. Con un esborso di 17mila euro abbiamo dato vita ad una attività che funziona molte bene al punto che, oltre ai titolari, ora ci sono due persone che stanno lavorando in questa iniziativa. L’auspicio è che, così come sta facendo l’Ente nazionale, si divulghi più possibile il microcredito perché davvero è una risposta concreta a chi ha bisogno. Al di là dei grandi finanziamenti che in realtà sembrano una sorta di miraggio in quanto hanno un’erogazione complessa e burocratica, il microcredito dà una mano concreta alle piccole imprese che sono il tessuto dell’Italia.

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  • ECCELLENZA ITALIANA

    ECCELLENZA ITALIANA

    Romina Gobbo | Giornalista di Avvenire e Famiglia Cristiana, più volte inviata in aree di crisi - dall’Africa sub-sahariana al Medio Oriente -, è laureata in Scienze Politiche e ha una specializzazione sull’Islam d’Europa

    Da una parte l’esigenza di esportare nei Paesi arabi, dall’altra, la consapevolezza che i musulmani sempre di più apprezzano i prodotti italiani. Parte da queste considerazioni il percorso che ha portato il caseificio Albiero di Montorso Vicentino (provincia di Vicenza), ad impegnarsi per ottenere la certificazione halal, risultato raggiunto nel 2013 con l’Ente Halal Italia, dopo sei mesi tra formazione del personale, adeguamento degli impianti e riorganizzazione lavorativa.

    Noi esportiamo soprattutto a Dubai, nel Qatar e in Kuwait. Sono Paesi dove la certificazione halal non è obbligatoria, tuttavia rappresenta un bel biglietto da visita, attesta una certa sensibilità nei confronti del consumatore finale e del suo credo - spiega Silvia Albiero, export manager nell’azienda di famiglia - Poiché ogni prodotto riporta sull’etichetta il marchio halal, con il timbro dell’Ente certificatore, questo rappresenta un valore aggiunto. L’Indonesia, il più popoloso Paese musulmano al mondo, ha un occhio di riguardo per le aziende certificate. In Spagna, molti acquistano il prodotto halal perché pensano che sia ulteriormente controllato, come di fatto è. E quando alcuni Paesi vorranno esclusivamente prodotti certificati, noi saremo pronti.

    Voi producete formaggio, non carne, perché dev’essere certificato?

    In realtà è il caglio (che serve a coagulare il latte) a dover essere certificato, perché è di provenienza animale. Perciò, lo acquistiamo da macellai certificati. E poi c’è tutto il processo produttivo che va gestito secondo i principi religiosi sanciti dal disciplinare; prevede ambienti salubri, ma soprattutto la segregazione del prodotto halal rispetto agli altri.

    In Italia il prodotto halal si vende?

    A marzo inseriremo provolone (che è il fiore all’occhiello dell’azienda, ndr) e grana padano halal in alcuni supermercati. Vedremo, così, la risposta del consumatore italiano.

    Una parte della formazione è dedicata alla conoscenza dei principi religiosi islamici, che cosa ne ha ricavato?

    Sono stati momenti importanti per capire, per esempio, perché i musulmani non mangiano carne di maiale. Ti rendi conto che quello che magari a noi fa sorridere, in realtà ha una logica.

    Halal Italia afferisce alla Coreis, sodalizio di italiani convertiti. Da dove nasce, secondo lei, tutta questa attrazione per l’Islam?

    Loro come noi credono in un solo dio. Però noi cattolici abbiamo perso l’abitudine alla pratica. Loro sono più osservanti delle regole e pregano molto. Penso che chi sceglie di aderire all’Islam, abbia bisogno di un contatto più vero e continuativo con la fede.

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  • ESPERIENZA CAMMINI D'EUROPA

    ESPERIENZA CAMMINI D'EUROPA

    Scritto da Giovanni Pattoneri - Segretario Generale Cammini d’Europa - See more at: http://larivistadelmicrocredito.org/index.php/focus/73-esperienza-cammini-d-europa#sthash.fSuXtfzs.dpuf

    Scritto da Giovanni Pattoneri - Segretario Generale Cammini d’Europa - See more at: http://larivistadelmicrocredito.org/index.php/focus/73-esperienza-cammini-d-europa#sthash.fSuXtfzs.dpuf

    Giovanni Pattoneri | Segretario Generale Cammini d’Europa

    Itinerari e Cammini: opzione strategica per un possibile sviluppo dei territori rurali d’Italia ed Europa Parlare di aree rurali in Italia e in Europa significa spesso parlare di territori che, pur presentando livelli di sviluppo socio-economico anche significativamente differenti tra loro, si caratterizzano per la presenza di elementi di omogeneità riconducibili innanzitutto ad un forte spopolamento e all’invecchiamento della popolazione residente; si tratta infatti di aree generalmente poco antropizzate, caratterizzate dalla presenza di municipalità di piccole dimensioni, ma spesso connotate da una presenza di attività economiche prevalentemente artigianali dalla forte tipicità, da un ambiente naturale di elevato pregio e da emergenze storiche, artistiche, culturali e religiose di grande valore che si propongono per una elevata vocazione e potenzialità turistica.

    Ma come aiutare questi territori a tradurre i potenziali turistici in prodotti turistici? Come portare in evidenza i territori “minori” in un mercato del turismo sempre più globalizzato? L’esperienza ormai decennale di Cammini d’Europa rappresenta una realtà interessante per vari aspetti: la dimensione operativa (Cammini d’Europa ha operato e opera a livello europeo in Italia, Spagna, Repubblica Ceca, Polonia, Norvegia, Svezia, Lussemburgo), la strategia di intervento multilivello (il progetto coinvolge molteplici e differenziati soggetti: Gruppi di Azione Locale, Comuni, Province, Regioni, Fondazioni, Associazioni) e la sostenibilità nel tempo.

    Il progetto Cammini d’Europa nasce infatti nel 2004, nell’ambito dei progetti di cooperazione transnazionale “Leader +”, con l’obiettivo di sostenere una strategia di sviluppo di aree rurali europee attraverso la valorizzazione congiunta di itinerari di pellegrinaggio in Italia e Spagna, partendo dalla esperienza del più famoso tra i Cammini: il Cammino di Santiago. L’idea era quella di sostenere la nascita di un sistema europeo di Itinerari che consentisse lo sviluppo di prodotti turistici a marchio unico, il marchio Cammini d’Europa, di interesse per i mercati nazionali ed internazionale e di farlo inserendosi nel solco di una politica specificamente indirizzata alla valorizzazione degli itinerari culturali europei, percorsi che attraversano l’Europa da Nord a Sud e da Est ad Ovest, e che sono stati identificati e riconosciuti dal Consiglio d’Europa, proprio per la loro capacità di essere veicolo di comunicazione, di scambio culturale tra le nazioni e tra le culture europee e strumento per consolidare l’identità europea. Tutti oggi in Italia hanno sentito parlare della Via Francigena, ma forse pochi sanno o ricordano che il progetto di recupero della “Via Francigena” è stato sostenuto nei suoi primi passi con i fondi europei del programma Leader +, e il primo numero della rivista “Via Francigena”, organo ufficiale dell’Associazione Europea delle Vie Francigene è stato proprio finanziato dal medesimo progetto e dai Gruppi di Azione Locale partners. Ma nel corso degli anni la rete di Cammini d’Europa si è modificata e si è arricchita di esperienze e di Cammini, esempi concreti che testimoniano quanto si stia facendo e quanto le aree rurali possano beneficiare dal partecipare a questo tipo di valorizzazione.

    In Italia ha collaborato e collabora alla valorizzazione del Cammino di Francesco, del Cammino di San Tommaso, del Cammino di San Colombano, della Via Matildica e della Via Nonantolana, della Via Benedicti, del Cammino di San Paolo, del Cammino della Valle delle Abbazie, della Via Francigena di Sigerico, della Via Francigena del sud e della Via Matrix e in Europa con organizzazioni dedite alla promozione del Cammino di Santiago e del Cammino Lebaniego in Spagna, del Cammino di Sant’Olav in Svezia e Norvegia, del Cammino di Cirillo e Metodio in Repubblica Ceca e Slovacchia, del Cammino di Santiago in Polonia, e del Cammino di San Colombano in Irlanda, Gran Bretagna e Francia. Tra le offerte ai propri partner: - lo studio e la tracciatura di itinerari (è disponibile un Manuale per la tracciatura degli itinerari che può essere richiesto a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.); - l’elaborazione di prodotti turistici sulle Vie (il Catalogo turistico è scaricabile dal sito di Cammini d’Europa); - la progettazione e realizzazione di attività promozionali varie: - il sito web (nel sito www.camminideuropa.eu è possibile avere informazioni di base sul tutti i Cammini con i quali si sono svolte collaborazioni); - l’elaborazione di pubblicazioni e altri strumenti promozionali (con il Touring Editore si sono realizzate due Guide Verdi e due libri illustrati sul Camino di Santiago e sulla Via Francigena); - la partecipazione in manifestazioni fieristiche di rilievo nazionale e internazionale; - l’organizzazione di seminari informativi e di sensibilizzazione; - la gestione del marchio “Cammini d’Europa” (Marchio CdE) e lo sviluppo di una procedura di accreditamento per varie tipologie di operatori (agriturismi, operatori turistici, ostelli, punti informativi, ecc.); - la progettazione e il coordinamento di progetti finanziati dalla Unione Europea (nel sito www.camminideuropa.eu è possibile avere informazioni dettagliate sui progetti recentemente realizzati da Cammini d’Europa).

    Molto è stato fatto ma certamente moltissimo resta da fare e non è un caso che tanti territori italiani ed europei identifichino proprio nella valorizzazione degli Itinerari una modalità innovativa e una nuova chiave di valorizzazione del potenziale turistico dei territori. In altre parole, la proposta strategica di Cammini d’Europa, continua ad essere quella di offrire alle aree rurali Italiane ed europee una nuova opportunità di rielaborazione strategica delle politiche turistiche locali in chiave fortemente innovativa e adeguata alle vocazioni e alle problematiche territoriali, a partire dalla loro collocazione lungo Itinerari di importanza regionale, interregionale, nazionale o internazionale. L’Itinerario e la Rete degli Itinerari rappresentano dunque ancora gli elementi d’approccio per elaborare nuove politiche turistiche di livello nazionale e internazionale, fortemente connesse a una politica europea delle aree rurali, strettamente ancorata alle tradizioni, alla cultura e alle radici proprie delle popolazioni locali. Una “politica” in grado di portare i suoi effetti positivi attraverso le numerose azioni che la compongono e i progetti di investimento conseguenti e relativi a: - studio storico dell’itinerario - tracciatura e riapertura degli itinerari o di porzioni di questi - tabellazione e segnaletica - organizzazione e qualificazione delle strutture di accoglienza e di servizio turistico pubbliche e private - valorizzazione del patrimonio culturale, storico e architettonico locale - promozione della cultura eno-gastronomica locale e delle produzioni tipiche - organizzazione di eventi e azioni di informazione e sensibilizzazione - costruzione di pacchetti turistici - elaborazione di progetti indirizzati al turismo scolastico, ecc. Un approccio allo sviluppo multisettoriale delle aree rurali che ben si adatta alle politiche comunitarie dei Fondi Strutturali del nuovo periodo di programmazione 2014-2020 e dalle forti complementarietà anche con molte altre linee di finanziamento di natura nazionale e comunitaria.

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  • FARE IMPRESA HALAL

    FARE IMPRESA HALAL

    Romina Gobbo | Giornalista di Avvenire e Famiglia Cristiana, più volte inviata in aree di crisi - dall’Africa sub-sahariana al Medio Oriente -, è laureata in Scienze Politiche e ha una specializzazione sull’Islam d’Europa

    "Posso mangiarlo o no?" Non è solo questione di intolleranza, allergia o celiachia, ma dipende anche dall'appartenenza religiosa.

    Il credente musulmano non compra un prodotto, né usufruisce di un servizio senza chiedersi se è halal. Questa parola araba, che sta entrando nell’uso comune, significa “lecito”, o “permesso”, ovvero conforme alle norme etiche ed igienico-sanitarie prescritte dalla dottrina islamica (shari’a), ed è in opposizione ad haram, illecito. Ma questa definizione è troppo semplicistica perché, chiarisce il sociologo Mohammed Khalid Rhazzali, esperto di questioni inerenti l’halal (in reset.it, 18 giugno 2014), “Il termine halal fa parte di un sistema lessicale e concettuale complesso. L’opposizione tra halal e haram istituisce uno spazio ampio all’interno del quale si situano molti termini intermedi, come ad esempio makruh (sconsigliabile) e mubah (ammissibile), che consentono di inquadrare i vari comportamenti rispetto alla loro propensione a contribuire positivamente o negativamente alla relazione di un complessivo ordine fisico e spirituale nel singolo come nella comunità. Al di là dell’aspetto che si è soliti registrare, quello del divieto, che bandisce alcuni tipi di carne o di bevande, questo sistema di precetti trova la sua dimensione più propria in una prospettiva teologica nella quale il credente è chiamato a elaborare modalità attraverso le quali fare il miglior uso di sé nella prospettiva di una più attiva e riuscita adesione alla volontà divina”. Ma, attenzione, non si tratta di alimenti rivolti solo ai musulmani. Perché nel Corano si dice: “O voi che credete, mangiate le buone cose da quello che vi abbiamo procurato, e rendete grazie ad Allah, se Egli è colui che voi adorate” (2:172), e i versetti 164 e 165 precisano: “O uomini, mangiate da ciò che vi abbiamo reso sulla terra lecito e sano. L’invito non è rivolto solo ai musulmani, ma a tutti gli uomini e donne, perché tutti devono avere la possibilità di mangiare sano”. Messaggio ben recepito in Paesi, quali Francia, Germania e Regno Unito, dove il 40% dei consumatori di prodotti halal non è musulmano.
    Tuttavia, i quasi 2 miliardi di musulmani nel mondo (con un tasso medio di crescita annua pari all’1,8%, rispetto all’1,2% della popolazione mondiale non musulmana), sono sicuramente i primi consumatori di prodotti halal, e il mercato è particolarmente allettante ed in espansione, anche se al momento è ancora ridotto, poiché in grado di rispondere a circa il 10% delle potenzialità. Si tratta, inoltre, di un mercato non ancora completamente strutturato, e relativamente giovane, sia a livello internazionale (analisi di mercato disponibili da meno di 10 anni), che nazionale (sviluppi significativi tracciabili negli ultimi 2, 3 anni).
    «Il dato certo è che vi è una forte domanda “eticamente orientata” ancora insoddisfatta», afferma Roberto Hamid Distefano, amministratore delegato Halal Italia, ente accreditato per la certificazione halal. E non si tratta di un “settore di nicchia”, visto che circa il 25% della popolazione mondiale fa riferimento alla religione islamica e alimenta un mercato di circa 2.300 miliardi usd1, considerando assieme cibo, cosmesi, farmaceutica e turismo. Per quanto riguarda il comparto agro-alimentare, i dati stimano un potenziale di circa 700 miliardi usd, con fattori di crescita costanti, nell’ordine del 16% annuo negli ultimi cinque anni. In Europa, dove vivono circa 50 milioni di musulmani (il 2,70% della popolazione islamica mondiale), il settore del cibo halal vale circa 70 miliardi usd, ben il 10% del mercato globale: significa che il potere d’acquisto della comunità islamica europea è quasi 4 volte superiore ai valori medi del resto del mondo. I musulmani residenti in Italia sono ormai un milione e mezzo, con quote consistenti e crescenti di musulmani di origine italiana e seconde/terze generazioni di giovani nati e cresciuti sul territorio nazionale da genitori provenienti dall’Asia e dall’Africa. Il potenziale del mercato halal food in Italia è stimato in 5 miliardi usd/anno2.
    Ma la domanda “eticamente orientata”, per essere gestita con successo, non può prescindere da una più approfondita conoscenza delle esigenze e, soprattutto, della mentalità dei consumatori musulmani che si vogliono raggiungere. «Ci colpisce il fatto che le aziende si rivolgono a noi chiaramente con l’obiettivo di agevolare il proprio business, ma poi si accorgono che questo percorso ha anche un valore culturale, perché la formazione per le aziende che intendono certificarsi, prevede anche incontri di conoscenza del mondo islamico e della religione coranica -spiega Halima Erika Rubbo, responsabile Sviluppo progetti Halal Italia - Questo apre nuovi orizzonti. Molte aziende, per esempio, che impiegano personale musulmano (soprattutto nei reparti produttivi), hanno scelto di valorizzarli, avendo compreso che si tratta di “ponti” preziosi per il rapporto con il mondo islamico e le sue tradizioni».
    Il progetto di certificazione Halal Italia è sorto nel 2009 per volontà della Coreis (Comunità Religiosa Islamica) italiana, ente di rappresentanza che riunisce oltre 50mila musulmani italiani e che ha elaborato le linee guida del disciplinare di certificazione halal per i prodotti alimentari e per la cosmesi. A breve, sarà pronto anche il disciplinare per la farmaceutica. La Coreis è l’autorità religiosa indipendente che rilascia i certificati, mentre il personale di Halal Italia è responsabile delle ispezioni nelle aziende, che verificano la natura di materie prime e ingredienti, e l’implementazione di procedure che assicurino il rispetto dei precetti religiosi islamici. Tale impostazione è stata ben recepita dalle Istituzioni che, il 30 giugno 2010 alla Farnesina, alla presenza degli ambasciatori in Italia dei Paesi Oci (Organizzazione della Conferenza islamica), hanno sancito una Convenzione interministeriale a sostegno dell’iniziativa Halal Italia, sottoscritta dal Ministero degli Affari Esteri, dello Sviluppo Economico, della Salute e delle Politiche agricole. Halal Italia non è l’unico Ente certificatore italiano, ce ne sono altri, tra cui Halal International Authority e l’International Services Agency Network.
    «La certificazione halal - precisa Roberto Hamid Distefano - nasce come necessità religiosa. Dati i livelli di sofisticazione dell’industria agroalimentare moderna, avere la certezza, grazie al giudizio e alla verifica di una terza parte autorevole, che quello che si mangia è conforme ai precetti religiosi, è fondamentale. Il primo riflesso per le aziende è che, dato il miliardo e mezzo di musulmani nel mondo, la certificazione diventa un’interessante opportunità di business. Ma diventa anche un’occasione per dare una prospettiva autorevole, chiara e anche nuova su quello che l’Islam è realmente, sulla promozione della conoscenza fra cittadini di religioni diverse, sul modo di intendere le relazioni di convivenza. L’azienda entra nel percorso verso la certificazione con un primo momento formativo. Dato che si tratta di una certificazione religiosa, la prima parte è sulle fonti religiose - non in senso catechistico, ma informativo -; la seconda parte è più tecnica, riguarda proprio quello che le aziende devono implementare per ottenere la certificazione; la terza è una visione introduttiva rispetto alle opportunità di mercato. Ed è significativo che la maggior curiosità dei nostri interlocutori si attesti sulla prima parte; per noi rappresenta una sete di informazione qualificata molto interessante, stimolante, che ci dà la ragion d’essere di quello che facciamo».

    Secondo i dati di Halal Italia (riferimento al 2012), le aziende italiane coinvolte in processi di certificazione halal sono un centinaio: il 31% opera nel settore delle carni e suoi derivati, per il resto si tratta di aziende che producono enzimi/additivi prodotti per la gelateria, pasticceria, prodotti del grano, lattiero/caseari, piatti pronti, bevande, grassi e olii. Nel 24% dei casi, si tratta di grandi imprese/multinazionali, per il 63%, di aziende di media dimensione, per il 13%, di piccole imprese/imprese familiari. Si concentrano per la maggior parte nel nord Italia (55% del totale) e particolarmente in Lombardia ed Emilia Romagna; il 15% al centro, il 10% al sud e il 20% nelle isole.

    Dottor Distefano, il mercato dei prodotti halal sembra essere in controtendenza rispetto alla contrazione generale. Come mai?


    «Noi diciamo che crisi da una parte e crescita dell’halal dall’altra, sono collegate “provvidenzialmente”. Infatti, di anno in anno, cresce il numero delle aziende certificate (+40% nel 2011 rispetto al 2010; +50% nel 2012 rispetto all’anno precedente). A livello internazionale, la crescita è costante da una decina di anni (dal 10 al 15% annui) e l’Italia ha potenzialità maggiori. Lo sviluppo di questa opportunità in maniera professionale e con rigore religioso, è andato insieme a un momento di contrazione del mercato interno, per cui le aziende italiane si sono maggiormente concentrate sull’export, scoprendo che un quarto della popolazione mondiale è musulmana e mangia con determinate cautele. La certificazione halal unisce all’attenzione scrupolosa dei precetti religiosi, il rilancio del made in Italy nel mondo, e le due componenti insieme determinano un grande successo aziendale (la stragrande maggioranza delle aziende che si affaccia alla certificazione halal, lo fa a partire da un’esigenza di internazionalizzazione, o comunque di mercati esteri, e per alcuni Paesi tale certificazione rappresenta un requisito doganale imprescindibile, ndr). Ma la cosa vale anche per il mercato nazionale. L’halal non è un prodotto “etnico”, come molti dicono, anzi, è un prodotto tipicamente italiano, parliamo di grana padano, di bresaola della Valtellina, e così via. Più di un terzo di chi compra halal non è musulmano, lo compra perché lo percepisce di qualità superiore (il 62% di chi compra cibi halal lo fa per la qualità, il 51% perché ritiene tali cibi più salutari, il 34% perché li ritiene più sicuri, ndr)».
    Il processo per ottenere la certificazione halal dura tre mesi; la certificazione ha una validità di tre anni, ma viene monitorata annualmente. Per tutto il processo produttivo - preparazione, produzione, trasformazione e confezionamento - non devono esserci contaminazioni derivate dal contatto con sostanze haram. Insomma, devono essere halal tutte le fasi di approvvigionamento delle materie prime, i processi di trasformazione, i sistemi di controllo qualità, il packaging, la logistica interna e di stoccaggio, il trasporto interno ed esterno, i mezzi finanziari. Il capo filiera redige il disciplinare di certificazione descrivendo, nel dettaglio, la filiera dei prodotti che ne sono oggetto, nonché le responsabilità delle aziende, una volta ottenuta la certificazione. Altri elementi essenziali del disciplinare sono la verifica della rintracciabilità (la possibilità di ricostruire la storia del prodotto che ha ottenuto la certificazione halal dev’essere garantita in tutte le fasi, dalla produzione primaria alla commercializzazione), e la modalità di gestione degli aspetti igienico-sanitari, che vanno monitorati sulla base dei criteri dell’HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points: è il protocollo italiano volto a prevenire i pericoli di contaminazione alimentare, ndr).

    Quali sono le maggiori criticità rispetto ai prodotti da certificare?


    «Semplificando all’estremo, le matrici delle criticità dal punto di vista degli ingredienti sono di due nature: ingredienti di origine animale e presenza alcolica. Per quanto attiene agli alimenti provenienti da animali, fatto salvo l’assoluto divieto per la carne di maiale e i suoi derivati (che è haram), per quella di origine bovina o ovina c’è un ulteriore passaggio: la macellazione rituale, in accordo con la legge islamica. Attenzione ad alcuni succhi di frutta e ai semilavorati per il gelato, a base rossa, perché contengono un colorante in cui compare la cocciniglia, sostanza estratta da un insetto. Un’altra criticità in Italia è la grande distribuzione che è ancora fortemente insufficiente. Per assurdo, sarebbe più facile per noi fare la spesa a Dubai, dove si trova una ricca gamma di prodotti certificati Halal Italia, che in un qualsiasi supermercato milanese».
    C’è anche un turismo halal. Il portale halaltrip.com dal 2011 fornisce informazioni sugli hotel conformi alla legge islamica: se offrono menu halal, se sono dotati di sale di preghiera, se ci sono spazi riservati alle donne. Il business potenziale stimato è di 50 miliardi di dollari l’anno; riguarda attualmente un bacino d’utenza di oltre 800 milioni di musulmani, ma è in aumento costante.

    Il turista islamico è giovane, colto, tecnologico, ricco, proviene per lo più da Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi, Indonesia, Kuwait ed è in viaggio 12 mesi l’anno, tra viaggi di lavoro, pellegrinaggi e vacanze. Lo rileva il progetto Italia Bayti (Italia casa mia), sviluppato da Confassociazioni International, Confimprese Turismo Italia e Whad (World Halal Development). Il turismo islamico - che non è solo arabo, ma comprende clienti provenienti da uno dei 57 Paesi Oci - cresce del 5% l’anno; nel 2013 ha generato introiti per 126 miliardi di dollari e preferisce strutture “muslim friendly”. Il progetto Italia Bayti prevede il monitoraggio dell’esistente, quindi un percorso di formazione alle strutture che desiderano adeguarsi, le quali, una volta rispondenti ai criteri halal, potranno avere accesso ai circuiti di prenotazioni e delle agenzie e tour operator tradizionali e specializzati. E anche Halal Italia è scesa in campo nel settore dei servizi “muslim friendly”. «In vista di Expo 2015, abbiamo realizzato il progetto Muslim Hospitality - conclude Distefano - che riguarda principalmente gli alberghi e la ristorazione in generale, ma è una formula flessibile, perciò estensibile anche ad aeroporti e stazioni ferroviarie. L’obiettivo è garantire una conformità islamica all’ospitalità».

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    Note

    1 fonte: World Halal Forum, KL, 2010
    2 fonte: Ministero Affari Esteri, 2010

  • I DISABILI E LA MICROFINANZA INCLUSIVA

    I DASIBILI E LA MICROFINANZA INCLUSIVA

    Debashis Sarker | Dottorando c/o Università di Mons e il CERMI (Centre for European Research in Microfinance), Belgio. Traduzione e adattamento a cura di Stefano Battaggia

    Se il microcredito fa per voi, fa anche per me

    La microfinanza fornisce ai poveri diverse opportunità di inclusione finanziaria e, secondo alcuni, essa servirebbe i più poveri tra i poveri e le persone non bancabili nel mondo. Altri sostengono che funzioni per ridurre la povertà, mentre altri ancora non concordano con questa affermazione, ribadendo che la microfinanza non è né la ‘bacchetta magica’ per combattere la povertà, né la panacea a tutti i problemi. Infine, qualcuno ascrive la microfinanza fra i fenomeni ‘di ritorno’, nuovo paradigma di vecchie versioni, riformulato e magnificato.
    Una delle critiche più ricorrenti afferma che le istituzioni di microfinanza (IMF) funzionano per lo più fra i clienti benestanti piuttosto che i più poveri fra i poveri, come, ad esempio, le persone con disabilità. A riguardo, in letteratura vengono riportate svariate spiegazioni sul perché la microfinanza non funzioni fra i diversamente abili: si va dai meccanismi di esclusione come il pregiudizio alla difficoltà di identificare le persone con disabilità. Da una parte, le IMF sono restie ad investire su questo gruppo ed evitano il rischio di servirli perché il costo dell’operazione pare troppo alto; dall’altra, alcune persone disabili si autorelegano nelle cd. “trappole dell’assistenzialismo”; la mancanza di fiducia li marginalizza, portandoli a non essere produttivi.
    La microfinanza, tuttavia, ha saputo evolversi fino a diventare un potente strumento per migliorare l’empowerment focalizzandosi sugli imprenditori svantaggiati, e fra questi, i disabili. Da molti studi si evince infatti che le persone disabili sono economicamente attive e si autosostengono.
    Negli ultimi anni, la disabilità e i disabili hanno guadagnato via via importanza nei dibattiti di sviluppo internazionali e nazionali. I governi dei Paesi in via di sviluppo dispongono di risorse limitate da destinare ai disabili; alcuni governi hanno introdotto un sistema di quote per le persone disabili nel pubblico impiego, altri hanno sviluppato un piano d’azione nazionale sul tema della disabilità. Uno studio condotto a Malta nel 2003, ha individuato alcune caratteristiche fondamentali dei disabili nei Paesi in via di sviluppo:
    1 La dimensione rurale della disabilità;
    2 La scarsità e dispendiosità degli interventi atti a migliorare l’integrazione economica dei disabili;
    3 La dimensione della povertà fra le persone disabili.
    Le donne con disabilità hanno accesso limitato all’istruzione, all’occupazione e alla partecipazione al processo decisionale e di aggregazione sociale nelle loro famiglie. Inoltre, le donne disabili hanno una consapevolezza limitata riguardo alle politiche e alle disposizioni di legge. Si stima che entro il 2030, ben 33 milioni di persone saranno affette da demenza nell’area Asia-Pacifico e saliranno a 61 milioni entro il 2050. La disabilità aumenta con l’avanzare dell’età, perciò l’invecchiamento della popolazione richiede un approccio di politica sociale e di politiche innovative che affrontino simultaneamente sia l’invecchiamento che i problemi collegati alla disabilità. In futuro la preoccupazione dell’emancipazione economica di queste persone diventerà ancora più pressante, perché disabilità e povertà sono interconnesse si rafforzano reciprocamente.


    Una parte importante delle persone disabili è esclusa da sociali ed economiche che potrebbero aiutarla ad emanciparsi alla povertà. Si potrebbe ridurre tale esclusione grazie ad una miscela di interventi di protezione sociale e di impiego di risorse per la generazione di reddito: un programma di rete di sicurezza sociale è una delle componenti chiave nelle strategie di protezione sociale governative; tuttavia, nonostante la condizione di elevata vulnerabilità, la copertura per le persone disabili è estremamente bassa. Ogni forma di partecipazione economica, comprese le attività economiche formali e informali, è estremamente significativa per migliorare la qualità della vita dei disabili visto l’accesso molto limitato al sistema di sicurezza sociale. Molte persone disabili sono lavoratori autonomi loro malgrado, perché il lavoro retribuito nel settore formale – forse ancora più importante per essi e i loro familiari - sembra essere un miraggio. Infatti, le persone disabili sono escluse dall’impiego in quanto considerate non in grado di lavorare a causa della loro menomazione fisica o delle conseguenze psicologiche derivate; perciò queste persone sono fra i più poveri tra i poveri nella società in molti Paesi in via di sviluppo. Alcuni studi condotti in Bangladesh hanno rivelato che il pregiudizio contro le persone disabili è la causa principale della loro bassa rappresentatività nel lavoro retribuito. Altri studi sembrano confermare che vi sia una correlazione tra povertà e informalità. In molti casi, l’occupazione informale offre una buona fonte di reddito per gli individui, anche se è generalmente caratterizzata da bassi salari, cattive condizioni di lavoro, l’assenza di protezione sociale e bassa produttività.
    La creazione di occupazione e di reddito sono i fattori di successo per l’inclusione delle persone disabili nella società. Alcuni studi, per esempio uno del 2000 dell’inglese Department for International Development (DFID) e uno dell’OMS del 2011, hanno provato che le persone con disabilità hanno dimostrato le loro capacità in diversi settori: i diversamente abili sono imprenditori, lavoratori autonomi, medici, insegnanti, autisti di autobus, commesse e tecnici informatici.


    La popolazione dei disabili è molto varia e la misurazione della discriminazione della disabilità altrettanto. Rispetto ad altri gruppi vulnerabili, poveri ed emarginati, le persone con disabilità ricevono servizi di supporto insufficienti nelle loro comunità, sperimentano una carenza di risorse e di opportunità economiche, nonché alcune barriere, tra le quali quella attitudinale e fisica, che limitano loro una partecipazione paritaria nella società. La discriminazione nei confronti delle persone con disabilità e l’esclusione dalla società possono condurli al disagio economico e al sottoutilizzo delle loro capacità creative. La maggior parte delle persone dei Paesi in via di sviluppo sono poveri, e le istituzioni finanziarie tradizionali sono riluttanti a fornire l’accesso finanziario ai clienti poveri. I poveri diventano più efficienti quando ottengono garanzie di prestito sul capitale circolante per avviare le loro piccole e medie imprese. Gli istituti di microfinanza praticamente non servono mai i più poveri tra i poveri, come le persone con disabilità fisiche e mentali, i bambini di strada, gli indigenti, i rifugiati o gli anziani. Quando le persone con disabilità vogliono ottenere l’accesso ai servizi finanziari permanenti come i clienti tradizionali, essi sono tenuti a pagare lo stesso prezzo dei clienti non disabili. Purtroppo, le persone disabili raramente possono guadagnare tanto quanto le persone non disabili. E’ difficile per le IMF includere le persone con disabilità nei loro programmi, e, anche se si dichiarano impegnate a raggiungere le persone disabili, in realtà non hanno più del 1-3% di clienti disabili. Le IMF ufficialmente non si oppongono all’idea di servire le persone con disabilità, ma raramente lo fanno in pratica. Questo tipo di discriminazione si basa talvolta anche su criteri etnici, religiosi, oltre che fisici, come nel caso delle persone con disabilità.


    Lo sviluppo di una partnership strategica tra IMF e le organizzazioni allo sviluppo potrebbe essere molto utile per servire i disabili: le organizzazioni allo sviluppo possono ad esempio istituire un fondo di garanzia contro il mancato rimborso del prestito e permettere ai disabili di restare economicamente attivi. Contestualmente, è anche indispensabile migliorare le abilità, le conoscenze di base e l’atteggiamento dei disabili. Le IMF avrebbero una nuova base di clienti e allo stesso tempo servirebbero i gruppi più vulnerabili. Sarebbe auspicabile un’estesa ricerca di mercato per capire di più sulle dimensioni, la portata e la natura della popolazione con disabilità e il modo migliore per sfruttare il suo potenziale finanziario. L’industria microfinanziaria deve sviluppare indicatori di performance e di inclusione sociale della disabilità.
    I disabili potrebbero essere inclusi nei programmi correnti di microfinanza se venissero poste in essere iniziative di sensibilizzazione, adattamento e formazione, assieme a nuove regolamentazioni e politiche. Infine, ulteriori studi sono necessari per analizzare l’impatto degli interventi di microfinanza nei disabili, identificare le dimensioni del mercato dei disabili economicamente attivi e ideare soluzioni affinché le IMF e le organizzazioni allo sviluppo possano creare partenariati efficaci per l’inclusione finanziaria.

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  • L'APPROCCIO BCC ROMA

    L'APPROCCIO BCC ROMA

    Francesco Liberati | Presidente della Banca di Credito Cooperativo di Roma

    La concezione moderna di microcredito viene collegata immediatamente agli studi e alle iniziative poste in essere, a partire dai primi anni settanta del secolo scorso, da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace nel 2006, per le sue conquiste nell’ambito dell’accesso al credito da parte delle popolazioni rurali del Bangladesh, esperienza replicata successivamente in diverse aree continentali.

    In realtà le tematiche relative al microcredito e alle sue applicazioni concrete, con la ricerca di forme alternative rispetto a quelle istituzionali e tradizionali, hanno origini molto più lontane.
    Vorrei ricordare l’esperienza del credito cooperativo sviluppatasi in Italia, verso la fine del XIX secolo, nei territori padovani (Loreggia), di cui fu promotore Leone Wollemberg, seguendo il differente approccio al credito impostato in Renania tra il 1847 e il 1849 da Willheim Raiffeisen, ideatore di un fondo assistenza per le attività agricole. Presto proprio questo fondo pensato per i piccoli villaggi locali si sarebbe tramutato nella prima Cassa Rurale di Prestiti, prototipo delle strutture di credito generatesi successivamente.
    La concezione che muove i primi fondatori ad interessarsi al credito e alle forme di accesso connesse si lega alla visione di una cassa sociale, fortemente legate alla promozione dei principi di ispirazione cattolica, con l’impegno concreto nelle attività della sfera umana, compresa quella produttiva.
    Sin da allora le Casse Rurali (divenute in seguito Banche di Credito Cooperativo) individuarono una risposta condivisa a un bisogno collettivo, una formazione cooperativa di sviluppo economico e di inclusione sociale, il cui apporto insiste su di un duplice aspetto: da una parte il rifiuto dell’assistenzialismo, che non genera condizioni di miglioramento individuale e, dall’altra, la ridefinizione a ruolo centrale della persona e del potenziale umano.
    Questa idea è tuttora elemento fondante negli statuti delle BCC che stabiliscono di perseguire innanzitutto obiettivi di utilità sociale, che si concretizzano nella funzione di “promuovere il miglioramento delle condizioni morali e culturali dei soci e della comunità locale” a cui appartengono. Inoltre sanciscono di perseguire il compito di promuovere lo sviluppo della cooperazione e della coesione sociale, e la crescita responsabile e sostenibile del territorio1.
    Alla nascita del Credito Cooperativo è dunque connessa l’idea del credito come strumento di sviluppo economico e sociale. Perché ottenere credito significa ottenere “fiducia”, e in certi casi, acquisire attraverso il miglioramento economico, anche quello sociale. Dall’altro lato, il risparmio, innesca principi di educazione alla responsabilità, impegna in prima persona.
    Oggi il microcredito continua a essere la risposta a esigenze socio-economiche attualizzate, purtroppo sempre più pressanti e comuni, così come lo era efficacemente per le popolazioni rurali di fine ‘800; infatti permane lo scopo che le persone in temporanea difficoltà economica riescano ad affrancarsi dallo status di “assistito” e siano spronate a cercare di risolvere i loro problemi economici (e spesso non solo), avendo la possibilità di accedere al credito, da cui sono escluse, tramite prestiti di piccole somme di danaro da utilizzare per sanare la situazione economica negativa della loro impresa, per crearne una nuova, per affrontare spese impreviste e migliorare le proprie condizioni di vita o quelle della propria famiglia.
    Nel mondo del Credito Cooperativo sono moltissime le esperienze nel campo del microcredito, inteso come visione sociale e democratica del credito, oltre che strumento di sviluppo economico. Ne illustrerò qualcuna proposta dalla BCC di Roma per dare la dimensione concreta di questo impegno.

    Microcredito per le famiglie e per fasce determinate di popolazione
    Un filone peculiare sono i piccoli prestiti rivolti alle famiglie in stato di necessità.
    Una iniziativa di questo tipo è quella realizzata a partire dal 2004, in collaborazione con il Comune di Roma e l’Associazione Codice Donna. Si trattava di un credito a condizioni di favore pensato per coniugi separati che avevano necessità di un piccolo aiuto per superare una condizione di difficoltà.
    Il progetto prevedeva prestiti agevolati (fino a 5.000 euro) a tassi estremamente vantaggiosi e sostegno nell’azione di recupero degli assegni di mantenimento per i figli rivolto a quei genitori (1 caso su 3) che non riuscivano a percepirli, o li ricevevano in modo irregolare e/o incompleto.
    Sempre in collaborazione con il Comune di Roma, nel 2010 BCC Roma aderiva, come unica banca, a una convenzione a sostegno dei nuclei familiari con figli nati o adottati dopo il 1° gennaio 2009, già possessori della “Carta Bimbo” rilasciata dal Comune medesimo alle giovani famiglie con redditi ridotti. La carta prevedeva buoni sconto e servizi. La convenzione prevedeva l’erogazione di piccoli finanziamenti (importo massimo di 2.000 euro) nella forma di mutui chirografari, denominati “Chirobimbo”, a tasso agevolato e della durata massima di tre anni. A tale forma di microcredito potevano accedere anche le “famiglie numerose”, a prescindere dal reddito, che avessero avuto il quarto figlio, e oltre, dopo il 1° gennaio 2009.


    Un’altra iniziativa attuata da BCC Roma nei primi anni del 2000, e tutt’ora in vita, è un prestito a tassi e condizioni agevolati, della durata fino a 5 anni e l’importo massimo erogabile di 10.000 euro, rivolto alle famiglie e ai genitori soli, con bambini sino a 3 anni di età. Si tratta di “Mutuo Zerotre”, un prestito per venire incontro alle esigenze di tutte le giovani famiglie chiamate a sostenere costi straordinari, nei primi anni di vita dei bambini. Ma è rivolto anche a coloro che si trovino in condizioni di temporanea difficoltà, come ad esempio madri single o famiglie di giovani immigrati.
    L’idea di questo prestito nasce dall’analisi della situazione socio-economica del nostro Paese, posizionato agli ultimi posti in Europa per indice di natalità, denotando ormai un trend costante di innalzamento dell’età media della popolazione.
    Un’altra iniziativa messa in campo per le famiglie, su ideazione Federcasse, la Federazione nazionale delle banche di Credito Cooperativo, è “Mutuo ad8”, finanziamento agevolato, nelle condizioni e nelle procedure, in favore delle persone alle prese con l’iter delle adozioni internazionali e con le spese connesse. Il mutuo chirografario che non prevede garanzie ed è erogabile in 10 giorni lavorativi, ha una durata massima di 5 anni e un importo standard di 10.000 euro, elevabile fino ad un massimo di 15.000 per l’adozione contestuale di più minorenni oppure per quella di bambini che risiedono in Paesi extraeuropei. Unica formalità richiesta è quella di essere in possesso del decreto di idoneità all’adozione internazionale rilasciato dal Tribunale dei minori e copia del mandato conferito a un Ente autorizzato. Circa 200 sono le famiglie che, dalla sua entrata in vigore (2002), hanno sottoscritto il mutuo.
    L’inclusione sociale dei cittadini immigrati da tempo è un tema al quale BCC Roma ha prestato particolare attenzione. Nel 2005 venne stipulata una convenzione in esclusiva con la Provincia di Roma per la concessione di finanziamenti sino a un massimo di 15.000 euro a favore dei progetti imprenditoriali di immigrati extracomunitari. Il tasso di interesse, già di per sé vantaggioso, veniva abbattuto del 50% per intervento della Provincia che mise a disposizione anche un fondo di garanzia.
    In seguito è stata anche ideata la linea “Conto In Italy” (già “Conto Welcome”), che offre la possibilità ai migranti con regolare permesso di soggiorno di aprire un conto corrente a condizioni particolari, con rilascio assegni e servizio di home banking, oltre la possibilità aggiuntiva di un prestito chirografario e di altri due a tassi particolari finalizzati all’apprendimento della lingua italiana e del pagamento rateale della card metrobus annuale.
    Infine, sempre nell’ambito degli interventi in favore di fasce determinate della popolazione, la Banca ha recentemente predisposto una linea di finanziamenti a medio-lungo termine denominata “Via Libera” finalizzata alle esigenze dei portatori di handicap.
    I finanziamenti a condizioni agevolate forniscono alle persone diversamente abili, come identificati dall’art. 3 della Legge n.104, un’adeguata gamma di strumenti creditizi a supporto della disabilità, delle peculiari esigenze e degli elevati costi, anche se parzialmente supportati dal sostegno pubblico. In particolare sono previste tre forme di finanziamento per finalità diverse. Il primo è destinato all’abbattimento delle barriere architettoniche (per la parte di spese non coperte dal contributo pubblico) sino a massimo di 30.000 euro e durata di 5 anni, il secondo è un’anticipazione di massimo 9.500 euro per una durata di 3 anni, del contribuito comunale per l’abbattimento delle barriere architettoniche, mentre il terzo finanziamento, destinato all’acquisto di beni a supporto della disabilità, è di massimo 30.0000 euro con durata 5 anni.

    IL MICROCREDITO IN COLLABORAZIONE CON LA REGIONE LAZIO


    Combattere la povertà e l’esclusione sociale, con la concessione di piccoli prestiti a tutte le persone che hanno difficoltà a ottenere credito dal sistema tradizionale. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo del sistema di microcredito della Regione Lazio, che vede l’attiva partecipazione di BCC Roma.
    Il Fondo per il Microcredito è stato istituito con la Legge Regionale n. 10 del 18 settembre 2006, che ne ha affidato la gestione operativa a Sviluppo Lazio. Questa legge, in seguito all’esperienza acquisita in un anno di intensa attività e, soprattutto grazie ad un’approfondita analisi dei bisogni maggiormente manifestati da tutti coloro che hanno dimostrato grande interesse al progetto, ha subito alcune modifiche sostanziali riguardanti gli ‘assi d’intervento’ nei quali la legge citata era inizialmente articolata, ampliando sia i soggetti beneficiari che l’ambito di operatività.
    Attualmente gli assi di intervento sono i seguenti:

    1. interventi in favore di microimprese, in forma giuridica di cooperative, società di persone e ditte individuali, costituite e già operanti, ovvero in fase di avvio d’impresa, volti sia a contrastare l’economia sommersa sia a sostenere la nuova occupabilità, l’autoimpiego e l’inclusione di lavoratrici e lavoratori con contratti atipici. Per questo asse gli importi erogabili sono compresi tra 5 mila e 20 mila euro;
    2. crediti di emergenza, finalizzati ad affrontare bisogni primari dell’individuo, quali la casa, la salute e i beni durevoli essenziali;
    3. sostegno a persone sottoposte a esecuzione penale, intra o extra muraria, ex detenuti, da non più di 24 mesi, nonché conviventi, familiari e non, di detenuti.­

    Per questi due assi che riguardano le persone fisiche gli importi erogabili sono da 1000 a 10.000 euro.
    I finanziamenti vengono erogati da BCC Roma, ad oggi unica banca convenzionata con Sviluppo Lazio. Da notare che la convenzione non è stata fatta in esclusiva con BCC Roma, ma al contrario era (ed è) aperta agli altri istituti di credito. Solo che nessun altro istituto ha trovato interessante aderire a un sistema di microcredito di inclusione regionale.
    Sempre la BCC Roma provvede a incassare le rate mensili versate dai beneficiari stessi, al fine di ricostituire il fondo e far sì che altre persone, a loro volta, abbiano la possibilità di accedere al microcredito. Nel caso di morosità, l’Operatore territoriale, informato dalla Banca, esegue la fase di tutoraggio della restituzione, cercando di comprendere qual è la causa dell’insolvenza del beneficiario, prima di procedere alle normali azioni di recupero.
    Complessivamente il numero dei beneficiari ad oggi è stato di 629 per un importo complessivo erogato di oltre 6.600.000 euro.

    CONVENZIONE UNIONFIDL LAZIO PER ANTICIPAZIONE CIG-GIGS

    La crisi economica di questi anni ha indotto in difficoltà finanziarie e produttive un numero crescente di imprese, che si è ripercosso sui dipendenti, molti dei quali costretti alla Cassa Integrazione Guadagni. Oltre ad aderire alla convenzione con l’ABI, BCC Roma ha stipulato, e successivamente rinnovato, una Convenzione tra la Regione Lazio e Unionfidi Lazio SpA, per la concessione di anticipazioni bancarie assistite dalla garanzia totale dell’Ente in favore di lavoratori, residenti nel Lazio, titolari di provvedimenti di ammissione all’integrazione salariale Ordinaria e Straordinaria (CIG/CIGS), che ha riguardato decine di aziende e centinaia di lavoratori. Si è data la possibilità di ottenere un’apertura di credito in conto corrente (nella forma di un fido di c/c temporaneo) per un importo massimo di 3.000 euro a favore di ciascun lavoratore, corrispondente a una stima delle spettanze di CIGS per un periodo di quattro mesi al tasso debitore del 3%. Il conto corrente è a condizioni agevolate; gratuito per i primi 6 mesi e poi scontato al 50% per tutta la durata rimanente del rapporto.

    INTERVENTI DI MICROCREDITO PER L'ABRUZZO A SEGUITO DEL SISMA DEL 2009

    Oltre ad aderire alle iniziative proposte da ABI e da Cassa Depositi e Prestiti, molteplici e immediate sono state le iniziative BCC Roma a seguito del terremoto che ha colpito il territorio dell’Aquila nell’aprile del 2009, un territorio che è parte integrante della propria zona operativa.
    Tre le iniziative gestite direttamente da BCC Roma, e non più attualmente in vigore, ne ricordo quattro, tra le più significative.
    - Un finanziamento di sussistenza per i soci della Banca colpiti dal sisma. Si è trattato di uno scoperto su conto corrente fino a un importo di 4.000 euro, erogato in rate mensili, a tasso zero per un intero anno. Al termine della scadenza è stato predisposto un apposito finanziamento a tasso agevolato per consentire l’abbattimento delle esposizioni registrate sui conti correnti.
    - Il finanziamento “Un auto per l’Abruzzo” è stato pensato invece per la nostra clientela e i nostri soci che avevano perso l’automobile durante il sisma, a mezzo di un mutuo chirografario a tasso fisso. Il mutuo copriva il costo d’acquisto della vettura aumentato di un 10% con un massimo di 10.000 euro ed era disponibile senza particolari formalità se non la richiesta di concessione del finanziamento e la relativa delibera del Direttore di Agenzia, assunta sulla base dell’andamento e della storicità del rapporto oltre che della conoscenza personale. I finanziamenti erogati sono stati 106 per un totale di 993.000 euro.
    - Il finanziamento “Riavvio Imprese L’Aquila” ha visto la Banca impegnata a supportare le aziende colpite. Un mutuo chirografario fino a 15.000 euro a tasso zero per la ripresa dell’attività di imprese e studi professionali con sede lavorativa nelle aree interessate dal sisma della durata di tre anni con rimborso a partire dal secondo anno e destinato, anche qui, a soci e clienti. L’iniziativa ha visto erogati 183 finanziamenti per un totale di 2.718.000 euro.
    - Infine, “Emergenza Residenza L’Aquila” ha riguardato invece il supporto creditizio ideato da BCC Roma per l’acquisto di case prefabbricate, camper e per spese di prima ristrutturazione di immobili residenziali, dotati di certificato di agibilità “con riserva” e relazione tecnica che indicasse i lavori necessari al ripristino delle condizioni abitative. Il mutuo chirografario a tasso variabile copriva il 100% dell’importo preventivato (iva inclusa) fino a un massimo di 60.000 euro per ciascuna richiesta. Sono stati erogati complessivamente 150 finanziamenti per un totale di 4.781.000 euro.
    Una parte importante del complesso degli interventi effettuati è costituito dal progetto “Microcredito per l’Abruzzo”, gestito in collaborazione con il Consorzio Etimos, ABI, Protezione Civile e la Caritas Diocesana dell’Aquila, per offrire prestiti a un’ampia fascia di popolazione colpita dal sisma.
    Etimos è un consorzio finanziario internazionale con una sede centrale in Italia, a Padova, e tre sedi decentrate in Sri Lanka, Senegal e Argentina. Da più di vent’anni raccoglie risparmio e lo gestisce investendo nei Paesi in via di sviluppo, a sostegno di programmi di microcredito, cooperative di produttori, iniziative microimprenditoriali e organizzazioni di promozione sociale.
    “Microcredito per l’Abruzzo” è stato pensato per offrire prestiti a condizioni agevolate, assistenza tecnica e formazione a famiglie e singole persone, piccole e micro imprese, cooperative e imprese sociali, sia start-up che realtà già consolidate danneggiate direttamente o indirettamente dal terremoto.
    La Banca ha aderito al Protocollo d’Intesa stipulato il 22 luglio 2010 tra il Consorzio Etimos, l’ABI e la FEDAM (Federazione delle Banche di Credito Cooperativo Abruzzo e Molise). Un fondo iniziale di 5 milioni di euro ha permesso l’erogazione di 705 finanziamenti per un importo complessivo di oltre 17 milioni di euro. In dettaglio, sono state 465 le imprese che hanno avuto accesso ai prestiti, mentre quelli riguardanti famiglie sono stati 240. Nel progetto BCC Roma è leader assoluto per importi erogati e operazioni effettuate.

    PROGETTI INTERNAZIONALI: I CASI DELL'ECUADOR E DEL TOGO

    La BCC di Roma aderisce con convinzione al progetto “Microfinanza campesina” in Ecuador, promosso da Federcasse, capofila della partnership con Codesarrollo (Cooperativa de Ahorro y Credito “Desarrollo de los Pueblos”), un organismo che associa oltre 800 piccole banche di villaggio sparse sulle Ande e che costituisce una giovane realtà bancaria attiva nella costituzione di un sistema finanziario etico alternativo nel Paese andino. Il progetto, attivo da oltre 10 anni, comprende assistenza tecnica e finanziamenti per lo sviluppo della cooperazione di credito nel Paese sudamericano promuovendo, attraverso la formula del microcredito, lo sviluppo delle popolazioni locali, soprattutto i più poveri, gli indios e i campesinos. Rappresentanti di BCC Roma hanno partecipato direttamente a due missioni organizzate sul territorio ecuadoriano per seguire gli effetti concreti dei finanziamenti erogati.
    Codesarrollo è una emanazione diretta del FEPP, il Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio, nato negli anni ’70 su ispirazione della Conferenza Episcopale del Paese Latino Americano. Tutto il sistema della locale cooperazione di credito è fortemente caratterizzato da una profonda impronta valoriale, sostenuta anche dalla presenza capillare dei tanti missionari salesiani (moltissimi italiani) presenti fin nei centri rurali più lontani.
    Nel gennaio 2014, oltre 220 Banche di Credito Cooperativo (BCC) hanno messo a disposizione di Codesarrollo un plafond di quasi 40 milioni di dollari per finanziamenti a condizioni agevolate (4-5%), a beneficio di oltre 150 mila famiglie di campesinos e delle attività collegate. Sono stati donati, inoltre, circa 2 milioni di dollari.

    I finanziamenti a Codesarrollo vengono generalmente erogati in pool coordinati dalle Federazioni Locali. Ad ogni pool è assegnata una precisa destinazione: il pool delle BCC della Federazione Lazio Umbria Sardegna è destinato alla costituzione del fondo di credito di due nuove succursali di Codesarrollo, aperte nei quartieri popolari poveri del sud e dell’est di Quito, dove ancora arrivano molti emigranti dalle campagne.


    Nell’ambito del più generale progetto “Microfinanza Campesina”, un ruolo particolare ha assunto la Fondazione Tertio Millennio, la Onlus di sistema. Tante le iniziative della Fondazione tra cui un corso di formazione triennale per 300 giovani campesinos, futuri dirigenti delle Casse Rurali dell’Ecuador, il sostegno al Programma Agricolo Triennale (2005-2007) del Fondo Ecuadoriano Popolorum Progressio e la donazione, sempre nel 2005, di circa 23 mila dollari alla Fundacion Tierra Nueva per l’acquisto di un pulmino adibito al trasporto dei bimbi disabili dell’Ospedale dei Poveri di Quito. Nell’ambito, poi, del progetto “Capitalizzazione di Codesarrollo e delle Cooperative di base 2009-2011” la Fondazione - grazie al contributo delle società del Gruppo Bancario Iccrea - è diventata socio di Codesarrollo.
    Insomma il programma, ad oggi il più grande progetto di sviluppo realizzato in Ecuador con fondi privati, è diventato un “caso di scuola” per chi vuole conoscere la tecnica e le caratteristiche del microcredito. “Microfinanza campesina” è un esempio di come si possa fuoriuscire efficacemente da logiche assistenzialistiche. Il sostegno economico e il trasferimento di know-how mirano infatti a potenziare una realtà eticamente orientata che rispetta le regole del mercato ed è in grado di mantenersi, crescere e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita attraverso il sostegno alle attività economiche produttive.
    Nel 2012 è stato firmato a Roma un accordo triennale tra Coopermondo/Confcooperative e Federcasse con le organizzazioni di microfinanza e dei produttori agricoli del Togo. In quell’occasione è stato costituito un pool di sei Banche di Credito Cooperativo, tra le quali BCC di Roma, per un impegno complessivo di 1.850.000 euro di finanziamenti agevolati a favore del paese africano.
    La firma ha fatto seguito all’accordo del 2007, quando Federcasse, Confcooperative e Federcoopesca diedero vita, per l’appunto, a Coopermondo - Associazione per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo. Le finalità della Associazione sono quelle di favorire le relazioni culturali, sociali ed economiche tra il mondo cooperativo italiano e i paesi in via di sviluppo, stimolando la diffusione del modello cooperativo.
    L’intesa ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti delle zone rurali (oltre la metà della popolazione togolese vive con meno di un dollaro al giorno) in un’ottica di scambio di esperienze e di competenze con il mondo cooperativo italiano, attraverso tre componenti: quella finanziaria (coordinata dal Credito Cooperativo e da Federcasse per favorire l’accesso al credito), quella agricola e quella socio culturale.


    Le risorse sono destinate principalmente a Fececav e Urclec, due Istituzioni di Microfinanza (IMF) togolesi, ed in gran parte destinate al finanziamento a medio/lungo termine di cooperative, associazioni, microimprese. Una prima tranche di 600 mila euro è stata erogata al momento della costituzione del pool ed è già impiegata per l’acquisto di sementi di gnam, soia, mais, motopompe e prime attrezzature utili a consentire di avviare piccole attività autonome di coltivazione e raccolto. Il grande valore di un processo di questo tipo sta nell’essere basato sulla formula del credito (e non sull’erogazione di contributi a fondo perduto). Essenziale per il processo di crescita delle comunità locali è difatti innescare un percorso di fiducia e di corresponsabilizzazione, che migliora le competenze e le condizioni di vita degli agricoltori, favorendo altresì l’educazione finanziaria e al risparmio.
    In Togo, la microfinanza è considerata uno strumento cardine per la lotta contro la povertà, in forte crescita negli ultimi anni (dal 2006 al 2011 i beneficiari sono quasi triplicati, passando da 360.000 ad oltre un milione). L’iniziativa può contare sullo specifico know-how del Credito Cooperativo e si basa su quanto già sperimentato positivamente con il programma “Microfinanza Campesina”.


    Questo elenco di iniziative in cui la BCC di Roma è attore unico o partner in collaborazione con Pubbliche Amministrazioni o operatori specializzati, vuole raccontare sommariamente l’esperienza passata e presente della banca nel campo del microcredito. Il filo che le lega è l’obiettivo di fondo comune a tutte la banche cooperative mutualistiche: educare i soggetti più deboli al risparmio e a difendersi dall’usura, responsabilizzare le persone dando credito a chi lo merita attingendo le risorse dalla comunità in cui le persone stesse vivono. Non si tratta di fare filantropia, di concedere piccoli prestiti in un territorio per un determinato lasso di tempo per poi chiudere l’esperienza e passare ad altro, magari in un’altra zona. L’educazione all’autoaiuto, al meritare la fiducia della banca e quindi indirettamente la fiducia dei cittadini che hanno affidato i loro risparmi alla cura della banca stessa sono delle caratteristiche fondamentali della cooperazione di credito. Nel mondo moderno la missione sancita negli statuti della Banche di Credito Cooperativo -perseguire il miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche dei soci e degli appartenenti alle comunità locali, promovendo lo sviluppo della cooperazione, l’educazione al risparmio e alla previdenza- ha forse un sapore un po’ ottocentesco e demodé ma è un tratto irrinunciabile di quella “differenza” rispetto ai normali operatori bancari che caratterizza le BCC.

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    NOTE
    1 L’art. 2 dello Statuto della BCC di Roma così recita: ”Nell’esercizio della sua attività, la Società si ispira ai principi dell’insegnamento sociale cristiano e ai principi cooperativi della mutualità senza fini di speculazione privata.
    La Società ha lo scopo di favorire i soci e gli appartenenti alle comunità locali nelle operazioni e nei servizi di banca, perseguendo il miglioramento delle condizioni morali, culturali ed economiche degli stessi e promovendo lo sviluppo della cooperazione, l’educazione al risparmio e alla previdenza, nonché la coesione sociale e la crescita responsabile e sostenibile del territorio nel quale opera.La Società si distingue per il proprio orientamento sociale e per la scelta di costruire il bene comune. E’ altresì impegnata ad agire in coerenza con la Carta dei Valori del Credito Cooperativo, e a rendere effettive forme adeguate di democrazia economico-finanziaria e lo scambio mutualistico tra i soci nonché la partecipazione degli stessi alla vita sociale”.

  • LA PICCOLA IMPRESA SOSTIENE LA DIFESA

    LA PICCOLA IMPRESA SOSTIENE LA DIFESA

    L'industria della difesa in Italia e nel mondo è un settore strategico in continua espansione.

    Emma Evangelista

    Le aziende consociate AIAD esportano circa il 60% della produzione ed è calcolato che il volume d’impiego di risorse nel nostro Paese sia di circa 53mila addetti nelle aziende associate. Il segretario generale della federazione, Carlo Festucci, racconta a Microfinanza come sia possibile guardare a un’espansione della produzione attraverso l’incremento delle micro, piccole e medie imprese.

    Quando pensiamo ai prodotti per la Difesa facciamo riferimento sempre alle grandi aziende del settore, ma nel comparto della sicurezza della difesa lavorano anche piccole e medie imprese che producono cose importanti, ce ne parla?
    Infatti noi non parliamo di grandi aziende, parliamo di programmi e dentro i programmi ci sono le grandi imprese, che sono sicuramente l’elemento trainante, perché se non ci fossero Fincantieri, Finmeccanica e Iveco non ci sarebbe tutta la sub-fornitura di queste tre grandi realtà, ma le nicchie di valore delle grandi imprese stanno nella flessibilità delle piccole e medie imprese italiane, che sono quelle, poi, che consentono lo sviluppo delle tecnologie e la produzione delle componenti. Le faccio un esempio: l’80% delle grandi aziende lavorano con programmi internazionali ed esportano, ma anche le piccole imprese si attivano producono ed esportano: noi abbiamo una piccola impresa che non ha tantissimi dipendenti che produce delle cuffie, che consentono in mezzo al caos totale di una guerra, di una battaglia, di una porta aerei che sta lanciando, di sentire esattamente la voce di quello che parla senza nessun rumore di sottofondo. Questo prodotto ha riscontrato il favore di acquirenti americani, pensi che in Italia le produciamo ma prima di acquistarle per noi le abbiamo vendute all’estero e tengo a sottolineare la nostra bravuta, perché per vendere i prodotti agli americani bisogna saperli fare bene.

    Qual è il problema delle imprese del settore?
    Il problema delle imprese in questo Paese è il credito. Perché noi lavoriamo per lo Stato, lo Stato non paga, non paga i grandi e meno che mai paga i piccoli, le banche non fanno credito, se lo danno chiedono talmente tante garanzie che finché lo erogano le aziende hanno il tempo di chiudere. Noi avevano una ventina di aziende che sono fallite per eccesso di credito, non di debito, ma di credito. Quindi dovremmo trovare il modo affinché possano accedere a dei finanziamenti, questo permetterebbe loro di poter fare ricerca, investimento sul prodotto.
    Noi abbiamo un’azienda che potenzialmente produce un velivolo molto piccolo che potrebbe essere impiegato per attività di pattugliamento e farebbe risparmiare un sacco di soldi a chi, per fare questo, deve utilizzare delle macchine molto grandi. Quest’azienda è in difficoltà perché non riesce ad avere credito.
    Per quello che riguarda le startup, noi le stiamo favorendo in tutti i modi, il problema di fondo è la burocrazia. Noi abbiamo aziende che per mettere in piedi un capannone, per realizzare delle nuove sedi, nuovi stabilimenti, ci mettono 10 anni, allora preferiscono andare in Svizzera perché lì in 6 mesi lo realizzano. La burocrazia ammazza le startup, ammazza le capacità di un imprenditore di poter sviluppare la propria industria. I problemi di questo Paese sono la difficoltà ad accedere al credito, la burocrazia, le infrastrutture carenti. In assenza di una risoluzione di questi problemi non si va da nessuna parte.
    Inoltre la sopravvivenza delle piccole e medie imprese del settore è strettamente connessa alle grandi imprese che commissionano o subappaltano, dunque alla loro liquidità e ai loro pagamenti.
    E’ chiaro che se Alenia non viene pagata dal Ministero della Difesa, non riesce a pagare il suo subfornitore, ma mentre Alenia riesce a tenere, il subfornitore muore, questo è il problema che abbiamo di fondo. L’accesso al credito delle piccole e medie imprese è un problema reale anche nel settore Difesa. Mi permetta, poi, un commento sulle banche etiche: dico che se c’è un qualcosa di ‘etico’ in questo Paese certamente non penso alle banche. Basti pensare a cosa è successo al Monte dei Paschi, all’Unicredit, alla Cirio, alla Parmalat. Noi dobbiamo una volta per tutte decidere se sia etico avere un Ministero della Difesa e se sia etico o no avere una forza armata, perché se l’eticità di tutti questi pacifisti che girano per le piazze italiane è quella di dire noi non le produciamo ma le compriamo, non abbiamo risolto nulla, abbiamo solo abbattuto l’occupazione negli italiani. Perdiamo la tecnologia italiana, regaliamo i soldi dei nostri contribuenti alle aziende della difesa degli altri Paesi che non sono etiche, sono normali, perché non essere etico non vuol dire essere un delinquente vuol dire essere normale.

    Qual è il connubio tra azienda, sviluppo tecnologico, ricerca e università?
    Nelle nostre missioni nel mondo abbiamo portato università e centri di ricerca che non sono associati AIAD. Questo per favorire lo sviluppo e l’integrazione del comparto economico delle grandi aziende e delle Università. Se dobbiamo portare nel mondo un prodotto italiano preferiamo che gli investimenti per le ricerche siano convogliati sulle nostre eccellenze, sulle università e i centri studi italiani, ancorché i prodotti siano sviluppati per l’estero.

    Vorrebbe la partecipazione di un’industria straniera nella federazione?
    Non la vogliamo, perché noi tuteliamo le aziende italiane, non quelle straniere.

    Ma la migliore nel mondo?
    Finmeccanica, Fincantieri, Iveco non sono le più grandi aziende ma sono le migliori, il che significa non le più grandi ma le più capaci; più si è piccoli, più si vive in ambienti disagiati e più si riesce a fare contratti ed accordi.

    Qual è il posto più impensabile dove abbiamo venduto?
    Da tutte le parti, dal Pakistan all’Angola.

    La prossima frontiera è lo spazio?
    Nello spazio abbiamo COSMO-SkyMed, Tele spazio, partecipiamo alle costruzioni di satelliti, abbiamo un buon rapporto con l’agenzia spaziale italiana, e abbiamo delle piccole e medie imprese che sono delle nicchie straordinarie.

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  • MADE IN ITALY

    MADE IN ITALY

    Donatella Di Nitto

    Ha fatto della difesa del Made in Italy il suo cavallo di battaglia quando era titolare del dicastero dell’Agricoltura e oggi si batte affinché l’Imu agricola, tassa da lei stessa tolta quando dirigeva il ministero, non torni a pesare sulle spalle degli agricoltori.

    Nunzia De Girolamo, capogruppo di Area Popolare (Ncd-Udc), non ha dubbi “la politica deve tornare a investire sulle eccellenze italiane e sul turismo per uscire dalla crisi”.

    Lei si è battuta molto quando era ministro delle Politiche agricole per il Made in Italy, ora a che punto siamo?


    Questo Paese può davvero cambiare in meglio e avere un’inversione di rotta superando la crisi economica solo grazie al turismo e al Made in Italy, credo che la politica debba tornare a investire su questi settori. Da ministro ho lavorato molto al collegato per l’agricoltura del 2014, per dare maggiore competitività al settore anche in vista di Expo 2015 il cui tema è proprio l’agroalimentare. All’epoca proposi la creazione di un marchio, il Made in Italy, per rendere più semplice ai consumatori il riconoscimento dei nostri prodotti in giro per il mondo. Un marchio privato e facoltativo in linea con le normative europee che avrebbe consentito di rafforzare la lotta alla contraffazione che provoca un danno al nostro Paese pari a 60 miliardi di euro, a difesa quindi dell’internazionalizzazione.

    Cosa si può fare per migliorare il settore dell’agroalimentare?

    Bisogna puntare sulla semplificazione. Questo aspetto richiede ancora oggi un intervento forte e capillare, perché gli agricoltori perdono troppo tempo con la burocrazia, mentre hanno bisogno di concentrarsi per far conoscere nel mondo le eccellenze del nostro agroalimentare. Non bisogna dimenticare che i nostri prodotti sono la bandiera dell’Italia e c’è ancora tanto da fare sull’internazionalizzazione.

    Secondo lei c’è un prodotto Made In sottovalutato su cui varrebbe la pena puntare?

    No, e non si può andare alla ricerca di prodotti sconosciuti, perché il prodotto sconosciuto non è un’idea giusta per rilanciare l’agroalimentare, né il Made In. La forza dell’Italia sta proprio nella riconoscibilità e la tipicità. Ecco perché sono stata sempre contraria agli Ogm che minavano il carattere di tipicità dei nostri prodotti. Ciò che ci distingue nel panorama dell’agroalimentare a livello internazionale sono le nostre eccellenze. Costruire una filiera sconosciuta metterebbe a rischio tanti prodotti che sono riconoscibili da tutti e che ci contraddistinguono. È necessario fortificare quello che già abbiamo.

    Quali canali secondo lei si potrebbero sviluppare per rafforzare il Made In all’estero?


    Sicuramente la Rete. L’utilizzo di internet andrebbe intensificato. Da ministro feci un accordo per l’eccellenza in digitale e creare sul web l’agroalimentare 2.0, una sorta di mostra agroalimentare permanente di eccellenze del settore, utilizzando i canali della piattaforma Google. In quell’occasione proposi all’amministratore delegato di trasformare la loro piattaforma in piattaforma commerciale, e suggerii che l’Italia fosse presa a modello dell’esperimento per trasformare appunto la piattaforma Google in piattaforma commerciale. In questo modo le tante micro aziende che non riescono ad arrivare sui mercati, se messe in un paniere unico potrebbero arrivaci ed essere così riconosciute e riconoscibili. Poi mi sono dimessa e non so come sia andata a finire. Approfitto dalla vostra intervista per rivolgermi al ministro Martina per sollecitare un incontro con Google e pensare di riproporre e di ripensare l’esperimento Italia sulla piattaforma Google. Inoltre l’idea del governo di creare un’agenzia unica del Made in Italy che non diventi un carrozzone né l’aggregazione pura e semplice dell’esistente, puo’ essere una buona idea per il rilancio e il coordinamento del settore.

    Portando su internet i nostri prodotti non si rischierebbe di aumentare la contraffazione?


    No. L’Europa ha stabilito che anche l’Italia deve avere una sua etichettatura per difendere i propri prodotti dalla falsificazione. È chiaro che internet ha i suoi rischi e un eventuale utilizzo va disciplinato e controllato, anche ampliando i sistemi di tutela in collaborazione con i ministri competenti del settore, per evitare storture del sistema.

    In un momento di crisi che peso pensa abbia la formula del microcredito?


    Il microcredito in Italia è diventato un grande supporto per chi vuole avviare un’attività e sperimentare un’idea o un progetto. Penso ai tanti giovani che vogliono realizzare un progetto in un momento di crisi come questo e credo sia un’ottima opportunità. Quello che manca è una campagna di comunicazione più forte. Se non rendiamo riconoscibile questo strumento, molti non avranno la possibilità di utilizzarlo. Sono numerosi i progetti interessanti sul recupero territori e beni confiscati. Anche per realizzare agricoltura sociale il microcredito può essere un’opportunità. Molto è stato fatto sia in Europa che in Italia, ma moltissimo può fare ancora il governo nel settore agricolo, mentre invece risulta evidente che la politica sottovaluta l’agricoltura. Anche sull’Imu agricola si sta dimostrando che in questo settore il governo pecca. Io continuerò a battermi al fianco degli agricoltori, affinché sia bloccata quella che definisco una ‘patrimoniale mascherata’ che penalizza un settore su cui è necessario investire. Se fossero state ascoltate le proposte avanzate in Parlamento dal Nuovo Centrodestra, sarebbe stato facilmente evitabile per migliaia di coltivatori, proprietari terrieri, commercialisti e sindaci tutto questo caos. Un epilogo che, da mesi, abbiamo cercato in tutti i modi di scongiurare, avanzando soluzioni e percorsi fattibili sia per quanto riguarda l’esenzione totale dal pagamento, sia per la revisione dei criteri. Proposte a saldi invariati, sulle quali potevano convergere anche le altre forze politiche, in primis il Pd, partito di cui è espressione il ministro competente.

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  • MERCATO: SFIDE E TRASFORMAZIONI

    MERCATO: SFIDE E TRASFORMAZIONI

    Riportiamo di seguito la traduzione della Lectio magistralis del prof. Viktor j. Vanberg proposta il 19 gennaio 2011 presso la sala delle Colonne della Camera dei Deputati in occasione del ciclo di seminari di ECONOMIA SOCIALE E DI MERCATO: UNA NUOVA VISIONE promossa dall’Ente Nazionale per il Microcredito con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri

    Prof. Viktor J. Vanberg | Professore di politica economica presso la Albert-Ludwigs-Universität Freiburg. Dal 2001 è a capo del Istituto Walter-Eucken

    Non parleremo soltanto dell’economia sociale e di mercato in generale ma vedremo quali sono le sfide attuali e quali gli elementi teorici; questa sarà la nostra agenda: una piccola introduzione; successivamente verranno affrontati quelli che considero essere i fondamenti teorici più importanti in particolar modo nella relazione che hanno gli uni con gli altri.
    L’altro contributo riguarderà la scuola di Friburgo, parlerò dell’ambiguità di concetto dei risultati di questi due tipi di fondamenti teorici, successivamente passerò a spiegare come questa ambiguità possa aver influenzato lo sviluppo pratico dell’economia sociale e di mercato in Germania e come ciò abbia contribuito allo sviluppo dei problemi che si sono manifestati nel tempo. In particolare mi riferirò alla sfida della globalizzazione e concluderò con alcuni brevi riflessioni su quanto si possa fare per affrontarla.

    LE RADICI STORICHE

    Introducendo gli argomenti con una piccola premessa storica, possiamo affermare che l’economia sociale e di mercato è ‘l’etichetta’ con cui viene connotato l’ordine sociale economico successivo alla seconda guerra mondiale in Germania ed è associato al nome di Ludwig Erhard, primo sostenitore di questo tipo di ordine sociale ed economico in Germania. Per questioni di fortuna, Erhard fu nominato direttore dell’amministrazione economica nella zona occupata dagli angloamericani e, in questa veste, introdusse la riforma della valuta e del nuovo marco tedesco, forte della posizione occupata, fu molto criticato dal comandante delle Forze Alleate Clay e avversato da molti poiché al tempo non si credeva assolutamente che il capitalismo sarebbe stato parte del futuro della Germania. I programmi dei partiti imponevano la nazionalizzazione di tutte le industrie e l’atteggiamento del periodo era proprio quello di centralizzare a livello statale. Di fatto c’è stata anche una influenza molto forte dalla scuola di Friburgo. Un grande sciopero venne allestito contro queste politiche, ma fu più forte il consenso generato dalle nuove opportunità di lavoro create con queste iniziative. Il suo successo fu così visibile che ha rese la sua posizione più popolare portando anche alla creazione del CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands). Il cancelliere Adenauer per questo lo invitò a diventare ministro dell’economia, ruolo che ha svolto dal 1949 al 1963, ed è questo periodo che viene associato con quello che è più comunemente conosciuto come il miracolo economico della Germania. In questo lasso di tempo la Germania ha raggiunto lo zenith nella espansione socio-economica, occupazionale, dello sviluppo delle aziende e così via. Ha fatto molto meglio degli Stati Uniti nello stesso periodo. Lo stesso Cancelliere Angela Merkel anche in occasione del World Forum di Davos nel 2009, ha ripetuto che la social market economy è un oggetto di esportazione.

    La Merkel ha lodato molto l’economia sociale e di mercato in un periodo di crisi economica e ha sostenuto l’idea che un modello simile potrebbe aiutare le altre nazioni a superare la crisi economica. Queste dichiarazioni, però, hanno molto sorpreso i tedeschi, poiché la questione è piuttosto controversa e il dibattito interno sul tema e sui problemi della nostra economia sociale e di mercato così come si è sviluppata nel corso degli anni è sempre aperto e necessita di continuo approfondimento. Si evidenziano, in particolare, difficoltà a livello centrale per quel che riguarda il sistema pensionistico e quello sanitario, che non sono sostenibili. Cosa voleva dire il nostro Cancelliere quando ha sostenuto che l’economia sociale e di mercato è un modello da esportazione? Che cosa va bene per essere esportato, che cosa funziona in termini di esportazione? Ci sono due parti nella mia presentazione che si riferiscono all’economia sociale e di mercato; una riguarda lo stato sociale l’altra riguarda il concetto di Ordnungspolitik di cui parlerò successivamente. Questo anticipa chiaramente alcune conclusioni: l’Ordnungspolitik è la via da perseguire mentre lo stato sociale non ne è di fatto un modello che potrebbe e dovrebbe essere seguito in questo senso perché abbiamo bisogno in realtà di molte riforme. Il concetto di economia sociale e di mercato è di per sé abbastanza ambiguo. Proveremo a chiarirlo seguendo due percorsi storici. Uno riguarda il padre dell’idea, Alfred Muller-Armack, nato a Colonia, che ha inventato di fatto l’economia sociale e di mercato, mentre c’è un altro percorso che risale alla scuola di Friburgo e segue le tesi di Walter Euchen e di Franz Bohm. Questi due approcci per molti versi sono simili ma naturalmente hanno delle caratteristiche peculiari sulle quali mi soffermerò in quanto fanno parte di un movimento intellettuale più ampio chiamato Neoliberalismo che ha ricompreso un gruppo di pensatori liberali tra i quali rientrava Luigi Einaudi. Tutti coloro condividevano un concetto di laissez faire nel Liberalismo, un concetto che enfatizza il fatto che l’intervento dello Stato dovrebbe essere minimo e che il mercato deve essere lasciato ai suoi attori. Lo scopo di tali pensatori era di enfatizzare che in una economia sociale e di mercato che funziona bene, lo Stato deve giocare un ruolo importante; la funzione principale dello Stato è quello di fornire un quadro legale di riferimento per garantire l’applicazione dello Stato di diritto ma ci sono naturalmente delle differenze in Germania; alcuni importanti esponenti, ad esempio Alexander Rustow, hanno chiamato questo movimento socialismo neo-liberale, o meglio neo liberismo sociale, e questi esponenti incoraggiavano lo sviluppo delle società piccole e medie, le imprese familiari a proprietà familiare, e mostravano questo modello di società, mentre erano scettici riguardo ad economie più allargate.
    Affrontiamo ora il modello di Von Hayek, che comprendeva anche Einaudi attraverso la sua evoluzione storica. Muller-Armack era Professore all’Università di Colonia, fu chiamato da Ludwig Erhard a lavorare presso il Ministero dell’economia dal 1958 in qualità di Direttore del Grundsatzabteilung e dal ‘58 al ’63 è stato Segretario di Stato presso il Ministero dell’economia guidato dallo stesso Ludwig Erhard. Ha sviluppato il concetto di economia sociale e di mercato in un libro chiamato “Pianificazione dell’economia e economia sociale e di mercato” del 1947. Si definiva un liberale convinto ed era fortemente persuaso dal fatto che l’economia di mercato è (e sarà) l’unica forma efficiente di organizzazione economica, presupponendo non vi fosse alternativa visibile dal punto di vista dell’organizzazione economica. Sicuramente contrastava il socialismo il comunismo ancorché riconosceva potessero essere confrontabili e competere con l’economia di mercato nella sua capacità di fornire ciò che le persone vogliono e i beni e servizi di cui le persone hanno bisogno. Il problema è che la produttività da sola non può garantire la stabilità politica dell’economia di mercato perché l’economia di mercato di per sé ha delle caratteristiche che vengono percepite come negative. Ad esempio la concorrenza. Valutare la concorrenza significa che si possono perdere i propri investimenti a causa di un’altra persona perché il vostro prodotto non viene acquistato a favore di un altro, o ci potrebbe essere in qualche parte nel mondo qualcuno che produce le stesse cose che producete voi ma in maniera molto più economica e quindi in questo modo si perdono le quote di mercato, si perde il lavoro e questo è un aspetto che nessuno accetterebbe con favore. Secondo queste regole il mercato spesso non restituisce quanto le persone danno o quanto le persone si aspettano ma questo è quanto il mercato fa. Un’idea geniale per la produzione di un bene che viene rilevato come necessario può per esempio portare alla ricchezza il suo ideatore, questo supera le normali regole del mercato e può addirittura indirizzare a proporre delle riforme e delle modifiche che magari possono distruggere il mercato stesso. Quindi l’economia di mercato, dal punto di vista politico, in questo modo è sottoposta ad un pericolo potenziale. Gli accordi o le predisposizioni economiche e sociali che garantiscono la produttività, riescono a creare tante preoccupazioni, pur accontentando magari alcune fette dei diversi attori. Gli accordi sociali economici dovevano in un certo senso integrare i diversi problemi che hanno messo in pericolo le libertà economiche e di mercato. Ma questo non è successo. Quello che Muller-Armack voleva dire e credo che sia perfettamente certificato, è che ci sia un reale pericolo sul quale bisogna riflettere valutando le diverse possibilità di stabilizzazione dell’economia di mercato dal suo punto di vista. Si potrebbe integrare all’economia di mercato delle politiche sociali ed economiche che riducono le preoccupazioni per la giustizia sociale e la distribuzione del benessere, come un sistema pensionistico che garantisca alle persone sostegno anche in vecchiaia, o prevedendo sussidi per le aziende che si dovessero trovare in difficoltà e così via. Vi parlerò tra poco di questa lista di misure ma queste stesse, come ho già detto, hanno un elemento di ambiguità.

    Per contro l’altro fondamento teorico del quale parlerò più approfonditamente è la scuola di Friburgo di economia e diritto, probabilmente qualcuno l’ha sentita chiamare anche in un altro modo ossia: Ordoliberalismo. Questo mi dà la possibilità di citare il libro del professor Francesco Forti e del Professor Felici pubblicato recentemente e chiamato “Il liberalismo delle regole” che parla proprio della scuola di Friburgo. La scuola, come anche il nome, ricorda che è stata fondata a Friburgo negli anni’30 del secolo scorso e uno dei principali fondatori era l’economista Walter Eucken, figlio del filosofo tedesco Rudolp Eucken, già premio Nobel per la Letteratura nel 1908. Il secondo principale fondatore era il giurista Franz Bohm. Le loro principali idee teoriche si sono concentrate sulla questione di quelle che chiamavano fondamenti costituzionali di una società e di una economia libere. Quindi pensavano che, così come avviene per le organizzazioni politiche che fanno riferimento a uno Stato dove esiste una costituzione, cioè un sistema di regole e di principi, anche l’economia dovrebbe e deve avere un sistema costituzionale di riferimento e quindi un sistema di regole all’interno del quale si muove l’economia stessa. I loro programmi di ricerca miravano a investigare come questa costituzione economica dovesse essere pensata per creare un ordine socio economico che funzionasse e che fosse a dimensione umana, quindi ordo, questa parola ‘ordo’ è l’idea principale, inoltre erano liberali ma la questione dei Laissez-faire li portava ad essere ordoliberali. La prospettiva teorica che sostenevano potrebbe essere legata a uno degli aspetti principali dell’economia sociale e di mercato: la distinzione tra l’ordine delle azioni e l’ordine delle regole. Ogni processo sociale ed economico si può distinguere su due piani. Ci sono naturalmente il momento delle azioni in cui gli attori agiscono e poi c’è un sistema di regole nell’ambito del quale queste azioni vengono portate avanti. La metafora più utilizzata è quella del gioco, se pensiamo al gioco – giochi da tavolo o sport come il calcio – ci è molto familiare questo concetto. C’è l’azione da una parte, cioè quello che vediamo in campo, e dall’altra parte ci sono le regole che stabiliscono come il gioco deve essere effettuato. ‘Noi’ che vogliamo organizzare gli affari sociali dobbiamo distinguere questi due livelli. Possiamo scegliere di investigare quello che è l’ordine delle azioni, cioè come si agisce, e poi il livello dell’ordine delle regole, cioè come tutti devono agire. Parliamo di una società globale, non tutti sono d’accordo sulle regole che sono state stabilite. E questo era un po’ lo scopo del programma nella scuola di Friburgo: se negli affari sociali ed economici notiamo che c’è un risultato non voluto o indesiderato allora possiamo osservarlo da diversi punti di vista. Possiamo vedere come i diversi attori giochino questo gioco. Possiamo vedere come giocarlo meglio o possiamo vedere se questi risultati non sono conseguenza delle regole anziché delle azioni e quindi decidere di agire sulle azioni, oppure sulle regole e non sulle azioni. Se le politiche economiche si devono basare sulle regole allora si parla di interventismo altrimenti di anti-interventismo. A differenza dei Liberisti gli Ordoliberisti sostenevano che lo Stato non deve assolutamente intervenire. Eucken, dunque, si interrogava sulle regole del gioco. C’è un paradigma teorico che chiamiamo “Ordnungsokonomik”, io la chiamo in genere economia costituzionale, è un’economia delle regole come viene definita nel libro “Il liberalismo delle regole”, è lo studio sistematico della relazione e della interrelazione tra il livello costituzionale, cioè l’ordine delle regole, e il livello che è al di sotto di questo ordine costituzionale, cioè l’ordine delle azioni. A questo corrisponde il paradigma delle politiche, un tema al centro dell’attuale dibattito politico tedesco. Si parla sempre di “Ordnungspolitik”, perché al giorno d’oggi la tentazione dei politici di intervenire semplicemente e di cercare di correggere i problemi dimenticando tutti i principi è molto forte, particolarmente nei tempi di crisi. È troppo facile dire i principi non contano. E questo era il punto della scuola di Friburgo: se vogliamo evitare le crisi dobbiamo comportarci attivando politiche relative ai principi, su politiche che si preoccupano delle regole e della loro modifica al fine di creare regole adatte agli scopi. Quindi il termine “Ordnungspolitik”, che leggendo un giornale tedesco troviamo sempre quando si parla di economia, ha una possibile traslazione inglese in “Constitutional policy”, ed è sostanzialmente la creazione di una struttura di regole per intervenire nel gioco. La conseguenza è ovvia: se concentriamo le politiche economiche sull’“Ordnungspolitik”, la cosa più importante è la coerenza della politica economica. Perché, se continuiamo a pensare alla metafora del gioco, cambiando in continuazione le regole del gioco, si crea un caos, la funzione delle regole è quella di stabilizzare il processo e le azioni anziché continuare a cambiarle e questo naturalmente non è molto diverso dall’interventismo, non è dissimile dalla stabilità in politica. Ad esempio se cambiamo in continuazione le regole per il sistema pensionistico, (quello che succede spesso in Germania è che ogni nuovo governo cambia le regole fatte dal governo precedente), questo non porta ad un risultato nel breve, nel medio o nel lungo periodo. Un aspetto fondamentale degli insegnamenti della scuola di Friburgo, e che è stato enfatizzato da Bohm, è che le fondamenta di un sistema economico sono un sistema di diritto privato, e cioè un sistema per l’economia di mercato il quale è un sistema di interazioni, di contratti che ovviamente rientrano nel novero del diritto privato e che costituisce un sistema di regole di base. Per Friburgo non si può avere una economia di mercato senza un sistema di diritto privato che funziona, è qualcosa che dopo il collasso dell’impero comunista e della trasformazione del sistema non sempre è stato ricordato. Esistevano delle macroeconomie e si parlava di stabilizzazione delle politiche economiche ma ci si dimenticava che non si sarebbe potuto ottenere un sistema di economia di mercato senza un sistema di diritto privato. Questo è uno degli aspetti della scuola di Friburgo per cui è fondamentale per un sistema di diritto privato un ordine scevro da privilegi, cioè un ordine nel quale ci sono diritti uguali per tutti. È una violazione del sistema di diritto dare dei privilegi ad un gruppo specifico. Ho riportato un passaggio di Hayek: “L’essenza della posizione liberale tuttavia è la negazione di tutti i privilegi, se il privilegio viene percepito nel suo significato originale cioè di uno Stato che garantisce e protegge i diritti di alcuni che non sono a vantaggio anche di altri”. E questo è uno dei credo centrali della scuola di Friburgo e cioè l’esigenza di un governo che si concentri sulla “Ordnungspolitik”, astenendosi dal garantire privilegi ad un gruppo particolare, a società particolari, a gruppi economici particolari. L’altro punto riguarda la politica sulla concorrenza. L’ “Ordnungspolitik” ha la funzione di creare le condizioni per un’economia che funzioni e che sia ‘a dimensioni umane’. L’aspetto fondamentale di questo è la politica della concorrenza. Eucken diceva che tenere i mercati aperti aiuta a promuovere l’economia di un Paese, quindi ai gruppi di pressione privati non deve essere dato il diritto di prevaricare questa apertura. L’ “Ordnungspolitik”, vista come politica della concorrenza, vuole garantire che attraverso accordi privati si possa evitare un processo di concorrenza. Non ci deve essere un modo legale per sfuggire alla concorrenza: ad esempio garantire diritti da parte dello Stato per favorire attori che possano esimersi dalla concorrenza. Questo è un punto che Bohm ha citato nella frase che rappresenta uno dei fondamenti della teoria dell’economia di mercato: “lo scopo della produzione è il consumo, la produzione di per sé non è un obiettivo, lo scopo della produzione è quello di garantire il consumo”. Quindi lo Stato deve garantire che le regole nell’ambito delle quali l’economia opera siano al servizio del consumatore. E che quindi l’obiettivo delle regole debbano essere i consumatori e non i produttori, perché questo è l’unico interesse economico giustificabile, e cioè che la ricerca del profitto da parte dei produttori abbia come obiettivo soltanto i consumatori. Perché producete? Qual è lo scopo della produzione? Lo scopo della produzione è il consumo. Questo significa che le regole dell’economia devono essere indirizzate specificatamente al soddisfacimento degli interessi dei consumatori attraverso l’economia stessa. Lui utilizzava il concetto di “Leinstungs”, è un termine che anche in questo caso è difficile da tradurre, ma che ho provato a identificare come connubio tra rapporto, rendimento e concorrenza. Si può descrivere il concetto di concorrenza in termini di miglior servizio ai consumatori, che deve essere il principio guida della politica di concorrenza. Ropke ha interpretato in un altro modo il termine dicendo che l’unica strada per il successo dell’attività commerciale è attraverso un miglior rendimento a servizio dei consumatori. Si possono avere buoni collegamenti politici, si possono avere delle tasse preferenziali, sgravi fiscali, ma ci sono comunque strategie attraverso le quali si può ricavare un profitto. La scuola di Friburgo diceva che la responsabilità dello Stato è quella di garantire un liberalismo in questo senso attraverso un miglior servizio ai consumatori. Beh questo non è molto ovvio (…). Come consumatori tutti condividiamo un interesse in quella che abbiamo chiamato “Leinstungswettbewerb”, come produttori naturalmente non è così. Essere produttori significa avere diverse attitudini, diverse capacità, diverse funzioni; come investitori come azionisti se ne hanno altre. Se siamo produttori abbiamo un interesse nei privilegi: abbiamo interessi ad essere protetti dalla concorrenza perché questo tipo di protezione ci rende più facile il guadagno. Se non siamo protetti dalla concorrenza, allora potremmo pensare di volere una compensazione dai problemi della concorrenza. L’industria mineraria in Germania è stata sottoposta a pressioni internazionali negli anni ’50 e ha richiesto un supporto da parte dello Stato, lo ha ottenuto e dagli anni ’50 non ha più perso. Ogni 10 anni questo vantaggio viene rinnovato e di fatto è un tipico esempio di privilegio così come lo considera la scuola di Friburgo. Naturalmente si parla di privilegio quando c’è qualcosa che non viene generalmente data a tutti. È una regola che se applicata a tutti sarebbe autodistruttiva, se tutti potessero esercitare una pressione economica riguardo a quello che possono produrre anche a prezzi inferiori l’economia collasserebbe in tempi molto rapidi. Se qualcosa si applica ad un’azienda in particolare, allora si tratta di privilegi, questo non è “Ordnungspolitik”, piuttosto una violazione dei principi della “Ordnungspolitik”. E quindi il compito di questa “Ordnungspolitik” e della politica della concorrenza è di garantire la concorrenza e resistere alle pressioni dei gruppi di interesse che chiedono a gran voce i propri privilegi. L’individuo non si espone all’odio dell’imbroglio ma le richieste sono fatte dal legislatore o dal governo per elevare questa forma di inganno. È lo Stato stesso che deve essere incaricato di oltrepassare le regole dell’ordine prevalente a favore di un gruppo e a spese di altri gruppi di cittadini. La maniera in cui viene interpretato questo concetto del “Leinstungswettbewerb” è contratto sociale, quindi noi tutti come consumatori beneficiamo da questo tipo di ordine, ma sappiamo bene che ci sono sempre tentativi da parte dei produttori di ottenere dei privilegi. Quindi allo scopo di godere dei benefici dell’“Ordnungspolitik” rinunciamo all’opportunità di ottenere dei regolamenti speciali, e questo è un contratto sociale e quindi fare lobby per alcuni gruppi può essere in qualche modo non etico. È pur vero che la politica è soggetta ad una pressione costante dai gruppi di lobby che vogliono ottenere dei privilegi speciali. Le varie organizzazioni di lobby sono tantissime e questo accade dappertutto, a Roma, a Berlino, a Bruxelles, ovunque nel mondo. E non è facile per i politici resistere a questa tentazione. Il lavoro di Eucken è stato interrotto dalla sua morte prematura. Ma appare evidente quanto sia necessario avere una teoria riguardo alla ‘Carta costituzionale economica’, una Costituzione che faccia lavorare il mercato in maniera positiva. Quindi una Costituzione Statale che possa creare lo Stato forte. Questa espressione viene spesso mal interpretata, fa riferimento allo Stato autoritario ma in realtà si intende la possibilità che lo Stato sia limitato da alcune regole che impediscano ai legislatori di dare privilegi. Quindi che sia impedito fornire dei privilegi particolari, ma come fare ovviamente è estremamente difficile quindi si continuano a fare ricerche a riguardo. Anche i Padri Fondatori americani erano estremamente preoccupati a questo riguardo. Come possiamo strutturare e migliorare le regole della politica in maniera tale che i politici possano resistere meglio alla pressione degli interessi di gruppi particolari? È una sfida sempre attuale.

    AMBIGUITA' E AMBIVALENZA DEL CONCETTO "SOCIALE"

    Parliamo ora dell’ambiguità del concetto e dell’evoluzione dell’economia sociale e di mercato. Il problema è quello dell’interpretazione del concetto dell’aggettivo sociale. Alcuni di voi conoscono la critica di Hayek dell’aggettivo sociale. Lui l’ha chiamata con una parola un po’ trabocchetto, facendo riferimento alla capacità di svuotare praticamente un uovo senza lasciare traccia di un incisione, e quindi l’accusa di Hayek era che: se si usa un aggettivo sociale accanto ad una determinata parola, ad un determinato nome, lo si svuota di significato. E quindi lui aveva un atteggiamento critico in questo senso. Anche Erhard era estremamente scettico a riguardo. Per lui l’economia di mercato non doveva essere resa sociale, ma era già così come risultato delle sue origini. Quindi gli Ordoliberali di Friburgo sottolineavano il fatto che un’economia di mercato connessa alla “Leinstungswettbewerb” è già sociale ed etica nel suo ordine perché serve l’interesse comune di tutti. E fornisce beni e servizi alla gente, beni e servizi di cui necessitano a prezzi competitivi meglio di ogni altra forma di accordo economico. E all’interno di questo ordine etico bisogna attenersi al principio della non discriminazione, quindi nessun privilegio deve essere garantito.

    Comunque viene sottolineato che l’economia di mercato in una società umana deve essere corroborata da politiche sociali perché in un’economia di mercato si può guadagnare un profitto fornendo dei servizi che gli altri sono disposti a pagare, quindi la propria capacità di fornire beni e servizi sul mercato che siano interessanti per gli altri determina la propria capacità di reddito, di profitto. Ci sono delle ragioni per le quali magari non si riesce a produrre un reddito, a fornire merci e servizi e quindi ad ottenere profitto. Questo può essere connesso a una malattia, alla perdita del posto di lavoro o alla concorrenza. Quindi allo scopo di proteggersi contro questi rischi fondamentali ci devono essere delle politiche sociali che possano garantire il salario minimo. Hayek ha sottolineato questo punto e ha sottolineato che tutto ciò però deve essere stabilito al di fuori del mercato, questo è il punto critico. Qual è e che cosa vuol dire sociale all’interno di un’economia sociale e di mercato? Significa ottenere un’economia di mercato funzionale, all’interno della quale vengono create delle politiche sociali, oppure è un accordo che cerca di rendere il mercato stesso sociale per far sì che il sociale entri nel mercato. In questo risiede l’ambiguità evidenziata da Muller-Armack. Questa tesi lasciava spazio all’interpretazione poiché il mercato stesso ha necessità di essere corretto, tra virgolette, socialmente. Quindi questa prospettiva lascia spazio alla possibilità che la politica intervenga nei processi di mercato per delle ragioni legate al sociale. Praticamente in Germania, nel corso degli ultimi 40 anni, fino alla riunificazione tedesca della Repubblica Federale e poi in seguito, la politica è stata in gran misura presente negli interventi economici sulle legislazioni e nell’interpretazione giuridica e quindi molti verdetti, molte sentenze hanno contribuito all’elaborazione di questo concetto. Dunque l’economia sociale e di mercato è stata intesa allo scopo di introdurre delle regole di mercato che potessero aumentare, potessero migliorare la giustizia sociale e la sicurezza sociale e io sono convinto e condivido questo pensiero con molti politici tedeschi. Questo fu considerato dalle lobby un invito ad usare l’etichetta ‘sociale’ per giustificare le loro richieste di privilegi speciali. Ad esempio l’industria mineraria e i vari sindacati si stagliarono contro la concorrenza straniera e chiesero l’intervento dello Stato. Quindi questa etichetta di sociale diventa una giustificazione che in gran parte porta delle restrizioni nel mercato nelle regole sociali del mercato. Vi sono parecchi esempi dell’uso improprio di questo argomento. C’è stato ad esempio, un estensione ed un allargamento del Welfare. La trasformazione legislativa e giuridica dell’economia sociale e di mercato che si è verificata nelle ultime decadi (e soprattutto dopo la metà degli anni ’60 con la correzione dei socialdemocratici e con il Partito democratico), ha portato una profonda trasformazione le cui conseguenze hanno indebolito le dinamiche di mercato, creato occupazione persistente e disoccupazione di lunga data, creato inflazione e aumento nel debito pubblico. L’economia sociale e di mercato in qualche modo non era un sistema che poteva sopravvivere in modo persistente. Nei primi anni ’80 si è sviluppato un dibattito fervido sulla esportabilità del modello tedesco e sulla sostenibilità del “Sozialstaat”. Dopo le riforme con l’LFDP e la CDU, l’enfasi sulla componente sociale è stata estremamente sottolineata, a scapito diciamo della libertà di mercato. Con la riunificazione queste preoccupazioni sono state in qualche modo messe da parte, ed è tornato in primo piano il dibattito sull’esigenza di un’economia sociale e di mercato. Poi vi è stato ovviamente il crollo dell’impero sovietico e la sfida della globalizzazione che ovviamente è stato uno shock.

    LA GLOBALIZZAZIONE

    Per esempio in Germania e in altri luoghi la globalizzazione costituisce una minaccia speciale allo Stato sociale, al welfare state. E quindi adesso la logica di base dello Stato sociale, del welfare state, è di combinare le dinamiche produttive dell’economia di mercato con una rete sociale e di sicurezza che assicuri ai cittadini una sicurezza contro vari infortuni nella vita. Le difficoltà che gli Stati sociali si trovano ad affrontare in un mondo globalizzato sono dovute ai lacci che la mobilità accresciuta di persone e di risorse economiche impone sui governi e sul potere dei governi di imporre tasse e di regolamentare il mercato. Sappiamo tutti che la globalizzazione significa un’integrazione globale dei mercati, una maggiore mobilità di persone e di risorse economiche e quindi una maggiore competizione come risultato e quindi la globalizzazione aumenta incredibilmente la concorrenza, quindi il nostro obiettivo è quello di portare la nostra attenzione sulla concorrenza tra governi. Ergo una gran parte del Mondo che prima non era integrata nell’economia mondiale all’improvviso è stata integrata in questa economia. L’intero territorio sovietico non era ovviamente un posto dove investire capitali Occidentali e neanche i Paesi del Terzo Mondo che erano ovviamente affiliati al blocco tedesco. All’improvviso questi territori e queste economie sono stati luogo di investimenti potenziali facendo crescere le relative scarsità di capitale. Di conseguenza il mercato del lavoro è diminuito, con una conseguente pressione al ribasso e un’apertura verso l’integrazione di stranieri per i lavori specializzati. In Germania si assumono impiegati esperti di computer, specializzati, ingegneri indiani. La concorrenza che la globalizzazione impone ai governi è potente e richiede una separazione tra i due ruoli principali dello Stato che ha sempre funzionato da una parte come un’impresa congiunta dei cittadini e l’altro come un’impresa territoriale quindi come un guardiano della società e del diritto privato. Per quanto riguarda lo Stato democratico come un’impresa congiunta dei cittadini o anche una cooperativa dei cittadini è l’organizzazione attraverso la quale i cittadini intraprendono i progetti di interesse comune includendo in particolare i processi sociali, per esempio degli accordi assicurativi reciproci. Lo Stato come impresa territoriale come anche viene chiamato guardiano dell’ordine del diritto privato, è un’organizzazione che definisce i termini, le regole, le contribuzioni richieste attraverso la quale i cittadini appartenenti al diritto privato possono usare il territorio sovrano dello Stato per i propri scopi particolari. Questo binomio di ruoli dello Stato corrisponde a due capacità nelle quali ognuno di noi si relaziona allo Stato. Quindi da una parte siamo cittadini membri, quindi voi siete membri-cittadini della Repubblica Italiana, come membri avete diritti e doveri ma siete anche un soggetto di diritto privato e quindi avete una capacità come investitori e in altre capacità voi siete un utente della giurisdizione. Siete in qualche modo un cliente dello Stato in veste di privato. Per quanto riguarda la mobilità nel mondo globalizzato significa che ogni persona ha delle opzioni per può scegliere tra le varie giurisdizioni. C’è sempre libertà di scegliere delle giurisdizioni alternative e quindi le persone possono comparare costi e benefici, pacchetti di costi benefici delle altre giurisdizioni. Quindi quali sono i benefici che posso ottenere investendo oppure andando a lavorare oppure prendendo la residenza in questo o quell’altro Stato e quali sono i contributi che mi è richiesto di fare e quindi quali sono le regole e cui dovrò sottostare. Secondo me, e questo è il punto essenziale, è che ci sono delle differenze critiche tra i pacchetti costi-benefici per noi cittadini e per noi come soggetti di diritto privato, come utenti della giurisdizione, vi sono differenze importanti nella nostra mobilità nelle nostre opzioni di uscita se vogliamo così chiamarle. Come cittadini-membri, siamo membri di un’organizzazione e questa appartenenza comporta doveri e diritti. Per esempio ho passato 12 anni in America però sono comunque membro della Repubblica federale tedesca e questo ovviamente comporta certi diritti, per esempio tornare in Germania, beneficiare dell’assicurazione sociale, però per esempio negli Stati Uniti non mi era richiesto di dare nessun contributo mentre invece le aziende estere che investono in Germania devono contribuire al nostro sistema statale senza necessariamente ricevere un beneficio. Quindi il punto che voglio sostenere è se ci trasferiamo in un altro luogo abbiamo delle opzioni di scelta in veste di cittadini. Noi siamo membri in un’impresa trans generazionale, quindi vengono inclusi anche i diritti di cui beneficeranno i nostri figli e i nostri nipoti. Il movimento dei capitali è estremamente libero, vi sono meno restrizioni e come utenti della giurisdizione possiamo scegliere in maniera separata fra varie dimensioni: possiamo essere residenti in un Paese e investire in un altro. In un mondo globalizzato i sistemi fiscali, di tassazione fiscale, i sistemi regolatori non possono essere sostenuti se caricano gli utenti della giurisdizione dei costi dei servizi che sono a beneficio esclusivo di cittadini membri, senza aggiungere una maggiore attrattiva alla giurisdizione per i suoi utenti. La causa principale delle difficoltà dello Stato sociale, del Welfare State, è la pratica comune di spostare i costi dei progetti sociali dei cittadini agli utenti della giurisdizione. Questa è stata una delle ragioni principali per cui l’economia sociale e di mercato si è trovata ad affrontare il problema di perdita di sostenibilità e sempre più si è cercato di spostare il carico fiscale sugli utenti della giurisdizione e in un mondo di azienda mobile queste strategie sono contro produttive. Ciò rende la giurisdizione meno attraente per chi produce ricchezza e porta via gli utenti della giurisdizione che producono ricchezza diminuendo capacità dei cittadini di finanziarie i propri soggetti sociali. Per esempio se qualcuno vuole spostare la sua azienda nella Repubblica Ceca, dovremmo poi capire quali possano essere le conseguenze negative. Quindi il rimedio alle difficoltà dello Stato sociale, le difficoltà che affronta in questo mondo globalizzato possono soltanto venire da una maggiore separazione tra i due ruoli principali dello Stato. Questo significa in particolare che il governo deve distinguere più strettamente, più accuratamente tra i due ruoli in campo fiscale e nel campo della regolamentazione. Quindi nel campo della fiscalità la separazione viene richiesta tra i cittadini che pagano le tasse per ottenere il diritto di avvantaggiarsi dei servizi che lo Stato fornisce. Quando ero residente negli Stati Uniti guadagnavo lì e sarebbe stato assolutamente giusto da parte del governo tedesco chiedermi di contribuire perché ho continuato ad essere un cittadino tedesco durante quei 12 anni. Ma d’altra parte gli utenti della giurisdizione pagano per il diritto di usare il territorio sovrano dello Stato per i propri motivi e per i propri motivi privati. Quindi le tasse sono considerate come delle tasse di accesso, chiamiamole così. Per quanto riguarda la regolamentazione una separazione richiesta tra l’impresa congiunta dei cittadini e dei suoi regolamenti e fra le relazioni interne fra i membri dell’organizzazione e la regolamentazione relativa all’impresa territoriale che definisca i termini attraverso i quali i soggetti del diritto privato, quindi come i cittadini e i non cittadini, possono operare come utenti della giurisdizione. Bisogna considerare il contratto e come le aziende devono contribuire al sistema pensionistico. Per quanto riguarda gli utenti della giurisdizione, questi possono decidere di avere sede in Germania, per esempio, e considerare quali sono i vantaggi che derivano appunto nell’investire in un determinato Paese. Si possono considerare i vari benefici, si possono ridurre i rischi di disordini sociali e, in questa misura, essi possono essere tassati come utenti della giurisdizione ma non possono essere costretti a fornire un contributo. Questa separazione promette di ravvivare le dinamiche produttive dell’economia di mercato, che hanno sofferto nelle ultime decadi e che hanno visto una trasformazione dell’economia sociale e di mercato, creando una migliore consapevolezza dei costi dello Stato sociale fra i votanti. È giusto che tutti siano consapevoli del costo di questi benefici e che la politica se ne faccia carico. Una maggiore separazione tra le due funzioni dello Stato porterà una maggiore pressione sulla spinta politica per ravvivare l’economia sociale e di mercato.

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  • PARMIGIANO REGGIANO. E' CRISI?

    PARMIGIANO REGGIANO. E' CRISI?

    Enza Colagrosso | Responsabile del Progetto MICROCREDITO NEL LAZIO

    Il 2015 taglierà almeno 150mila forme di Parmigiano Reggiano, e lo dovrà fare perché il settore di produzione del “più italiano” dei nostri formaggi è in crisi, una crisi determinata dalla diminuzione dei consumi a fronte di una produzione che non si è ridimensionata anche perché non sono state individuate forme alternative per l’utilizzo del latte eccedente e pertanto, qualsiasi scelta di restrizione, nella produzione del formaggio, avrebbe provocato una sorta di ulteriore aggravio economico per i produttori. 150mila forme di Parmigiano in meno sembrano tante, ma in realtà quello che appare come un taglio importante potrebbe anche non rappresentare la soluzione alla crisi che ha investito la filiera del Reggiano. Infatti per creare la criticità che oggi stanno vivendo i produttori del Parmigiano Reggiano, si sono sommate anche altre cause tra le quali una lontananza sempre più marcata tra loro e il mercato, tanto da renderli incapaci di incidere in maniera decisiva la loro volontà di salvaguardare il prodotto, salvaguardandone prima di tutto il prezzo. Dall’inizio dello scorso secolo, il Consorzio del Parmigiano Reggiano lavora per la tutela di questo formaggio ed è al suo Presidente, Giuseppe Alai, al suo terzo mandato, che abbiamo chiesto ragione del fatto che oggi, chi produce Parmigiano lo fa in perdita.

    Sembra incredibile che il Parmigiano Reggiano sia in crisi! C’è chi dà la colpa alle tante imitazioni, chi ai sistemi produttivi e di commercializzazione.
    Qual è la verità?


    Il Parmigiano Reggiano sta vivendo un periodo di crisi a causa di un complesso contesto: dopo 30 anni di quote latte, dal prossimo 1º di aprile 2015, queste decadranno e si comincerà a poter produrre liberamente. A questo va poi aggiunto che il Consorzio del Parmigiano Reggiano, che associa i 370 caseifici produttori, di fatto non è nella condizione di operare da un punto di vista commerciale, perché il Consorzio è un’associazione a cui si aderisce volontariamente, e tutti i caseifici produttori di Parmigiano Reggiano sono di fatto presenti nel consorzio ma fra questi solo pochissimi commercializzano direttamente il loro prodotto sul mercato. Ciò ha creato una sorta di distanza tra i produttori e i consumatori. Non va poi dimenticato che gli anni 2010/2012 hanno avuto un trend positivo per il Reggiano tanto che la produzione è stata incentivata. Poi è arrivata la crisi che ha frenato il passo, facendo registrare una riduzione dei consumi nel mercato nazionale e così, a fronte di una produzione maggiore, c’è stata meno richiesta. Abbiamo pensato di allargare il nostro mercato all’estero ma certe operazioni richiedono tempo, per ora siamo passati dal 14%, al 33% di prodotto esportato in 4/5, anni ma il calo dei consumi italiani del 4,3% dal 2008 a oggi, non è stato compensato, complessivamente, dalle esportazioni.

    Per il 2015 sono stati previsti 800mila quintali in meno di latte destinato ad essere trasformato in Parmigiano Reggiano. I caseifici hanno quindi optato per una riduzione della produzione?


    Siamo di fronte ad un esubero di offerta e di conseguenza vi è un calo delle quotazioni. Questo calo delle quotazioni, per un latte che è costosissimo, chiaramente fa sì che i costi di produzione siano crescenti rispetto alla riduzione dei ricavi, spesso superandoli. Di conseguenza i produttori di Parmigiano Reggiano, dovendo produrre un latte che costa mediamente intorno ai 52/53 centesimi a litro, andando a ricavare 46/47 euro a quintale, quindi 0,46/47 centesimi a litro, hanno un divario fra i costi e ricavi chiaramente a sfavore dei ricavi, perché i costi li superano. Quindi un taglio nella produzione alla fine è stato, e sarà, inevitabile.

    Sicuramente i tagli non sono l’unica soluzione adottata.
    Quali sono le politiche di risanamento che ad oggi avete già individuato?


    C’è determinazione ad andare avanti ma soprattutto c’è la volontà di coordinarsi su quelle che sono le azioni da intraprendere. Abbiamo già stabilito i piani produttivi, una sorta di regolazione dell’offerta, che dal punto di vista culturale impiegherà forse un anno o due prima di essere recepita nella sua complessità, ma che darà modo ai produttori pian piano di riorganizzarsi.

    Abbiamo detto che la filiera del Parmigiano Reggiano non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori ma nonostante ciò i giovani mostrano interesse verso questa attività?


    I giovani stanno ritornando alla vita del caseificio e lo stanno facendo, in particolare, nelle aziende già consolidate. Mi spiego meglio: fare della zootecnia da latte, oggi, richiede una formazione ed un’esperienza diversa da quella impiegata solo alcuni decenni fa, quando bastava un po’ di buona volontà e una discreta preparazione. Per lavorare in questo settore, adesso, occorrono dei capitali da investire e la sicurezza di una struttura di collocamento per la propria produzione. E’ anche per questo che vediamo gli allevamenti ridursi sempre più numericamente per diventare però sempre più grandi. Stessa scelta anche per i caseifici: si riducono, numericamente e quelli che restano sono più grandi. Quindi oggi parlare di inserimenti di giovani nella zootecnia da latte, per il Parmigiano Reggiano, significa inserirli in allevamenti già in proprietà dei propri genitori o dei propri nonni dove si può iniziare a lavorare potendo imparare il mestiere in famiglia e senza l’impegno di grosse cifre di denaro per una startup.

    Il Microcredito potrebbe rappresentare uno strumento per dare ai giovani accessi diversi nella produzione del Parmigiano?


    Io sono anche Presidente della Banca di Credito Cooperativo Reggiana, e anche in questa veste, con la BCC, sono direttamente interessato all’aggancio con il territorio, della nostra produzione. Penso pertanto che il Microcredito sia una cosa assolutamente importante, anche se poi si tratta di dimensionare bene quello che può essere il significato di Microcredito, in questo settore. Nel nostro territorio si sta già pensando a degli incentivi per i giovani, con dei finanziamenti a medio/lungo termine e con uno sconto, o addirittura con uno annullamento, come quelli proposti dal Microcredito: due anni a tasso zero. Quindi con un ammortamento nei due anni successivi al finanziamento, si sta cercando di fare in modo che vi sia la possibilità di superare uno startup iniziale, i disagi dell’inserimento di un nuovo giovane o comunque si vuole promuovere un rafforzamento delle imprese, al fine di costruire condizioni produttive che potranno così ospitare nuove unità lavorative.

    Secondo la sua esperienza i giovani vedono nel Microcredito una possibilità per iniziare un’attività in questo settore?


    I giovani cercano, anzi, attendono e sperano in possibilità come quelle offerte dal Microcredito, e proprio per questo noi pensiamo di innestare su queste iniziative economiche idee per inserire ulteriori passaggi della filiera. Come ho già detto uno dei problemi oggi più sentiti è che i caseifici non commercializzano il loro formaggio, direttamente al consumatore e, quando lo fanno, vendono un prodotto che non è ancora maturo. Un allungamento della filiera potrebbe creare condizioni lavorative per quei giovani che decidessero di scegliere di andare a vendere il formaggio, magari strutturando, attraverso un negozio in azienda o in qualche centro commerciale, un commercio diretto con il pubblico. Questa può diventare una delle soluzioni che noi proponiamo per cercare di mettere sempre più in contatto la produzione con la vendita e per creare lavoro ai giovani.

    Chi lavora oggi nella filiera del Parmigiano, Italiani? Extracomunitari?


    L’inserimento di manodopera straniera è cresciuto tantissimo in questi ultimi anni. L’allevamento richiede una presenza costante, una o due volte al giorno, per 365 giorni all’anno. Fino a pochi anni fa non c’era molta disponibilità, da parte degli italiani, di impegnarsi in un tipo di lavoro così impegnativo. Attenzione non sto parlando di faticoso ma di impegnativo visto che richiede una presenza costante. Per questo molti extracomunitari, in particolare Indiani, hanno trovato lavoro prima presso i nostri allevamenti, poi anche nei caseifici. Oggi credo che almeno il 15/20% del personale, che opera negli allevamenti e nei caseifici, sia di provenienza extracomunitaria.

    Una rilevante presenza di extracomunitari nella produzione può rappresentare un pericolo per la tutela della tradizione?


    Assolutamente no. L’autenticità del prodotto non è legato alla manodopera ma esclusivamente al territorio, alla nostra lavorazione artigianale e alla stagionatura che deve avvenire solo e soltanto nel luogo di produzione. Parlando di legame con il territorio, parliamo quindi del nostro foraggio con cui alimentiamo il bestiame, parliamo della nostra lavorazione senza nessuna aggiunta di additivi. Voglio ricordare infatti che il nostro è un formaggio che non ha nessuna aggiunta di additivi e di conservanti e neanche azioni di termizzazione, e la conservazione avviene solo nei magazzini di produzione. Questo è il legame vero con il territorio che rimane a prescindere dalle persone che lavorano il prodotto.

    C’è chi vede nella contraffazione o nell’imitazione un’altra probabile causa della crisi del settore. Lei che ne pensa?


    Il nostro Consorzio, che opera principalmente proprio per la tutela e la vigilanza sul Parmigiano, da lungo tempo ormai è attenta al problema della contraffazione, partendo dal presupposto che se esiste il prodotto contraffatto, come l’olio di semi spacciato per olio di oliva, vuol dire che noi non facciamo benissimo il nostro mestiere. Altra cosa è poi l’imitazione o l’evocazione del nostro Parmigiano, che sappiamo esistere in diversi paesi fuori dell’Unione Europea. Ora però, con la sentenza del 26 febbraio 2008, nell’Unione Europea non può circolare nessun prodotto caseario il cui nome inizi con le prime quattro lettere “PARM”, eccetto ovviamente il Parmigiano Reggiano. Fuori dall’Unione Europea, e in modo particolare negli Stati Uniti, il problema è però più complesso visto che si tende ad abbinare il nome che finisce con la vocale, magari scritto accanto alla bandiera con i colori italiani, al vero prodotto italiano tanto che, un prodotto come il Parmesan, che in quei Paesi può essere commercializzato, viene scambiato per Parmigiano Reggiano. Quindi siamo di fronte alla sommatoria di un tentativo di imitazione del prodotto e delle sue caratteristiche di preparazione, con l’evocazione del significato della matrice italiana. Questa è la battaglia che stiamo cercando di condurre negli accordi che si stanno sviluppando nel Patto del Transatlantico, sul commercio internazionale, finalizzata a creare le condizioni affinché non si possa più creare confusione tra il nostro prodotto, e gli altri. Questo non tanto per noi, ma soprattutto per il consumatore che non deve essere ingannato quando pensa di comprare Parmigiano Reggiano e invece si porta a casa un comune formaggio.


    Lavorazione del parmigiano reggiano
    Le sue origini risalgono al XII secolo
    Per ogni forma di parmigiano occorrono circa 600 litri di latte
    Il latte viene lavorato in caldaie di rame a forma di campana rovesciata
    Il latte viene cotto a 55 gradi centigradi
    Avvolta in tela la massa casosa viene poi messa in una fasciera
    Viene quindi applicata una placca caseina
    Le forme vengono poi marchiate
    Quindi immerse in una soluzione satura di acqua e sale
    Dopo circa un mese inizia la stagionatura che ha una durata minima di 12 mesi
    La forma con bollino arancione garantisce oltre 18 mesi di stagionatura
    La forma con bollino argento garantisce oltre 22 mesi di stagionatura
    La forma con bollino oro garantisce oltre 30 mesi di stagionatura

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  • PROGETTO MICROWORK N9

    PROGETTO MICROWORK

    Alessandra MORI | Responsabile comunicazione progetto Micro-Work - ENM

    Le regioni del centro-Nord scommettono sulla nuova “retemicrocredito”

    Boom di adesioni alla manifestazione di interesse lanciata dal Progetto. Resta alta la partecipazione del sud con 100 sportelli nelle quattro regioni convergenza. Le regioni del centro nord raccolgono la sfida del Progetto “Micro-Work: fare rete per il microcredito e l’occupazione”. Emergono i primi numeri delle adesioni ricevute in seguito alla pubblicazione della Manifestazione di interesse per la selezione delle amministrazioni, enti e università che ospiteranno gli Sportelli informativi sul microcredito e l’autoimpiego nelle regioni degli Obiettivi Competitività regionale e occupazione e Convergenza.

    Apertasi a fine gennaio, con scadenza fissata per il 28 febbraio, la manifestazione di interesse ha avuto un boom di richieste e a causa del grande afflusso sono stati prorogati i termini fino al 6 marzo scorso. Un dato importante per il nuovo Progetto sviluppato dall’ENM, un segnale che conferma l’elevata esigenza di microcredito nelle diverse regioni italiane seppur nelle differenti necessità e difficoltà. Un buon inizio a cui seguirà l’iter dei protocolli di intesa e il periodo di formazione nei territori, con seminari itineranti, ad opera degli esperti di “Micro-Work”. Cominciato a fine novembre, il Progetto è cofinanziato dai due PON del Fondo sociale europeo 2007-2013 nell’ambito di un Accordo di collaborazione istituzionale tra l’Ente Nazionale per il microcredito e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, autorità di gestione dei suddetti programmi operativi nazionali. Il progetto si sviluppa nel solco del modello di intervento di rete pubblico/privata già attuata e sperimentata dall’ENM attraverso il progetto “Microcredito e servizi per il lavoro”, che tra il 2013 e il 2014 ha realizzato i servizi informativi di orientamento e di accompagnamento sullo strumento del microcredito d’impresa e sugli incentivi per l’autoimpiego presso 95 amministrazioni locali ed enti pubblici di Campania, Calabria, Puglia, Sicilia.

    Oltre 1000 cittadini non bancabili sono stati orientati al microcredito dai 120 operatori degli Sportelli (dipendenti pubblici specializzatisi nella consulenza sul microcredito e sull’autoimpiego) anche grazie a un’innovativa piattaforma di servizio appositamente creata dall’Ente, un unicum nel suo genere. È sulla base dei risultati raggiunti e in ragione del successo ottenuto nel precedente intervento che il Ministero del Lavoro e l’Ente hanno stabilito di proseguire l’intenso percorso avviato valorizzando il modello di lavoro sviluppato, con l’obiettivo di ampliarne la portata territoriale alle regioni del Centro-Nord e migliorando gli aspetti qualitativi del servizio. Fondamentali, a tal proposito, gli strumenti informativi creati dal precedente Progetto che sono ora al centro della proposta “Micro-Work”. E cioè: una rete “fisica” di Sportelli sul territorio che sarà potenziata nel Centro-Nord e una rete virtuale che “viaggia” su retemicrocredito.it, la piattaforma informatica posta a sostegno dei servizi di consulenza erogati dalla rete fisica di servizi al cittadino consolidatasi sui territori interessati. “Micro-Work”, dunque, eredita gli Sportelli informativi avviati nelle quattro regioni “Convergenza” e si pone l’obiettivo di crearne un numero, se non uguale, almeno abbastanza consistente nelle Regioni dell’Obiettivo Competitività. Ma vediamo dunque quali e quanti i numeri emersi subito dopo la chiusura della manifestazione di interesse il 6 marzo scorso.

    Nelle regioni dell’Obiettivo CRO (Competitività Regionale e Occupazione) sono 71 le adesioni registrate: 4 in Abruzzo, 2 in Emilia Romagna, 7 in Friuli, 15 nel Lazio, 2 in Liguria, 12 in Lombardia, 3 nelle Marche, 6 in Toscana, 5 in Umbria, 1 in Molise, 3 in Sardegna, 3 in Basilicata, 1 in Piemonte, 7 in Veneto. Nelle regioni dell’Obiettivo Convergenza sono invece 15: 2 in Puglia, 1 in Calabria, 2 in Campania, 10 in Sicilia. Un totale di 86 regioni quindi tra Regioni CRO e Convergenza. Un dato rilevante è la confermata partecipazione di 39 su 45 amministrazioni ed enti che avevano già aderito al progetto “Microcredito e servizi per il lavoro” (5 in Calabria, 6 in Campania, 8 in puglia e 20 in Sicilia). Molto alto il numero di nuove adesioni rispetto a quelle attese: in Obiettivo CRO 71 su un obiettivo di almeno 20 da progetto, più le 15 in Obiettivo Convergenza che si andranno ad aggiungere qualora tutte ammissibili ai 95 sportelli informativi già presenti sul territorio del Mezzogiorno. Già, perché è tuttavia nel sud che gli sportelli rimangono più numerosi (circa 100 in sole 4 regioni). Attraverso queste adesioni, s’intende in tal modo coinvolgere quei soggetti che già svolgono, o sono autorizzati a svolgere, attività di orientamento e accompagnamento al lavoro ai sensi dell’art.6 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n.276, affinché possano essere sviluppate nuove competenze in materia di orientamento al microcredito e agli incentivi per il lavoro autonomo e l’autoimpiego rivolti a coloro che sono alla ricerca di un’occupazione. Il progetto offrirà alle amministrazioni selezionate, con le quali saranno sottoscritti appositi Protocolli di intesa, l’assistenza necessaria per l’avvio dello Sportello e l’offerta del servizio, sia attraverso specifici percorsi formativi in presenza sia grazie al supporto della piattaforma retemicrocredito.it.

    La piattaforma informativa si configura come principale strumento operativo a sostegno dell’attività di consulenza informativa svolta dagli operatori, che consente la tracciabilità dell’utenza dei programmi di microcredito dal momento informativo a quello dell’erogazione del prestito, garantendo il monitoraggio delle consulenze erogate.

    Essa opera in sintonia con l’altro canale informativo: la homepage “Micro-Work”, consultabile sul sito dell’ENM, www.microcreditoitalia.org, attivata a fine gennaio scorso. Il mini-sito è espressione delle tre idee chiave del nuovo Progetto: innovazione, qualità dell’offerta informativa, servizio. Comunica l’immagine di un progetto di servizio che sia “giovane”, “nuovo”, “utile”. È composto da testi, immagini animate, ampia iconografia, materiali scaricabili prodotti dagli esperti. Raccoglie e diffonde info-news puntuali e aggiornate sul microcredito, ultimi bandi, news in chiave europea, attività delle regioni nelle quali il progetto dispiega le sue forze. Sulla homepage compare la gallery, i servizi giornalistici, i report degli eventi realizzati.

    GLI EVENTI

    Nei mesi scorsi di gennaio e febbraio si sono svolti i due appuntamenti di lancio. Il 27 gennaio a Roma presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio si è tenuta la Conferenza stampa di presentazione del Progetto. Grande il successo di pubblico che ha fatto percepire alla stampa romana e nazionale la portata dell’attività in via di sviluppo e che si rivolge a tutte le regioni italiane. Nella conferenza stampa, presenti i rappresentanti di enti e amministrazioni delle regioni del centro-sud, sono stati esplicitati dal coordinatore, Francesco Verbaro, obiettivi e specificità di “Micro-Work” e del fare rete (per sostenere i servizi per lo startup d’impresa attraverso la creazione di nuovi sportelli per l’autoimpiego) nel complesso sistema del microcredito oggi. Il presidente dell’ENM, Mario Baccini, ha spiegato che “puntiamo a creare una rete permanente coinvolgendo, dopo il sud, anche il centro nord a sostegno dei non bancabili, per mettere tutti in rete: sportelli, operatori, amministratori locali, enti erogatori, servizi di accompagnamento”.

    Il vicesindaco di Roma Luigi Nieri ha annunciato che l’amministrazione capitolina è fortemente interessata al progetto Enm. E ha chiarito che “tra i soggetti che possono dare corpo a tutto ciò c’è anche Roma Capitale, che dispone già di una rete di Col (Centri di orientamento al lavoro), con la possibilità di lavorare ulteriormente sulle periferie, territori a volte problematici ma ricchi di opportunità, aiutando chi è in difficoltà”.

    Una proposta condivisa da Roberto Cantiani, capogruppo consiliare al Comune di Roma poiché “il tessuto produttivo romano sta morendo”. Grande l’attenzione del Comune di Palermo con l’assessore al Lavoro Giovanna Marano che ha intenzione di aprire gli sportelli anche a Palermo, e non da ultimo il richiamo alla formazione anche nelle scuole al pari di altri paesi europei, come ha spiegato la coordinatrice scientifica Tiziana Lang. Il 5 febbraio a Milano il secondo evento, presso la Sala Consiglio della Camera di Commercio di Milano. Di grande spessore è stata la tavola rotonda cui hanno partecipato i relatori, amministratori della Regione Lombardia, ed esponenti del partenariato economico- sociale delle regioni del nord.

    Dopo il saluto e l’introduzione ai lavori del presidente dell’ENM, Mario Baccini, e la presentazione del Progetto a cura del coordinatore, Francesco Verbaro, hanno partecipato alla Tavola Rotonda in qualità di relatori: Massimo Ferlini, Membro di Giunta della Camera di Commercio di Milano, Francesco Verbaro, Coordinatore Progetto “Micro-Work” Valentina Aprea, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro Regione Lombardia, Antonella Goretti, Assessore al Welfare e Politiche Sociali del Comune di Grosseto, Giovanni Malanchini, Sindaco Comune di Spirano, Romano Guerinoni, Direttore Generale della Fondazione Welfare Ambrosiano. A concludere è stato Riccardo Maria Graziano, Segretario generale dell’ENM.

    E anche in Lombardia è stata accolta con entusiasmo la proposta della rete per il microcredito. A promuoverla l’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro, Valentina Aprea: “La Regione Lombardia è pronta a fare rete con questo progetto sul microcredito. Sul lavoro bisogna privilegiare politiche attive rispetto a quelle passive, che tendono ad allontanare il lavoratore dal mercato”.

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  • PROGETTO TERRA

    PROGETTO TERRA

    PROGETTARE PER LO SVILUPPO RURALE: L'APPROCCIO BOTTOM - UP DELLA COMMISSIONE EUROPEA

    Giovanni Nicola PES | Direttore Centro Studi e Progettazione dell’ENM

    Come è stato già ampiamente scritto1 uno sguardo comparativo alle dinamiche della domanda e dell’offerta e ai modelli applicativi dei Paesi in via di sviluppo e italiani, soprattutto in riferimento alla sostenibilità e al princing, consente di distinguere una microfinanza orientata business oriented, caratterizzata da un pricing elevato, da una microfinanza “sociale”, improntata all’economia sociale di mercato, che colloca il microcredito tra i nuovi strumenti di workfare. Tale dualismo merita riflessioni profonde finalizzate ad acquisire da ciascun modello quanto può esserci di più utile per rafforzare il settore microfinanziario, senza perdere di vista il suo primo obiettivo: la lotta alla povertà e all’esclusione sociale.
    Ciò non significa perseguire l’uniformità. Al contrario, occorre continuare a respingere con forza le dannose visioni di chi pensa realistico pervenire a modelli di microfinanza “one size fits for all”. Va mantenuta la diversità dei programmi e delle linee di intervento, così da consentire di rispondere flessibilmente - secondo un approccio dal basso verso l’alto - alle molteplici esigenze dei segmenti di utenza, nei differenti contesti politici, sociali, economici e culturali. E ciò vale sia per le operazioni realizzate in Italia che per i progetti di cooperazione o rientranti nella politica di vicinato. Tanto più, probabilmente, quando si parla di sviluppo rurale.
    Lo strumento del Community-led local development (CLLD) (Regolamento UE 1303/2013, art. 2, punto 19), introdotto dalla Commissione per il periodo di programmazione 2014-2020 va proprio in questa direzione.
    Carla Cavallini ce ne illustra le virtù nell’ambito del programma Leader, suggerendo diversi elementi di riflessione sul ruolo che le strategie locali devono assumere nell’ambito delle politiche di sviluppo, su quali tematiche possano svolgere un ruolo strategico e su come favorire la concentrazione degli investimenti su una risorsa/opportunità/criticità di sviluppo locale.
    Giovanni Pattoneri porta invece l’esperienza di Cammini d’Europa, nata nel 2004 nell’ambito dei progetti di cooperazione transnazionale “Leader +”, con l’obiettivo di sostenere una strategia di sviluppo di aree rurali europee attraverso la valorizzazione congiunta di itinerari di pellegrinaggio in Italia e Spagna.


    Note

    1 G. N. Pes, 2012, “Il servizio di trasferimento del denaro”, in “Microcredito e prospettive del prestito sociale in Italia”, Ed. Donzelli

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  • PROGRAMMA LEADER

    PROGRAMMA LEADER

    L'APPROCCIO LEADER A FAVORE DELLO SVILUPPO RURALE NELL'UE

    Carla Cavallini | EUROPE DIRECT - Carrefour europeo Emilia

    LEADER nasce come un Programma di Iniziativa Comunitaria volto a promuovere lo sviluppo integrato e sostenibile delle aree rurali dei paesi dell’Unione europea attraverso il sostegno finanziario di interventi proposti a livello locale, nei settori dell’agricoltura, dell’ambiente, del turismo rurale, dell’artigianato, dei servizi, della formazione e dell’aggiornamento professionale. L’acronimo LEADER dal francese sta infatti per Liason Entre Actions de Développment de l’Economie Rurale (Collegamento fra azioni di sviluppo dell’economia rurale) e sostiene progetti di sviluppo rurale ideati a livello locale al fine di rivitalizzare il territorio e di creare occupazione. In altre parole, è finalizzato a promuovere lo sviluppo integrato, endogeno e sostenibile delle aree rurali. I principi di fondo su cui si è sempre basato l’intervento LEADER sono quelli di un approccio “dal basso” (bottom-up) dove la definizione delle esigenze di sviluppo del territorio proviene direttamente dagli operatori locali e non è calata “dall’alto”.

    Preceduto negli anni Novanta dai programmi LEADER I e II, poi seguiti da LEADER +, l’intervento Ue a favore delle aree rurali persegue ancora l’obiettivo di renderle più dinamiche e si è sempre attivato grazie l’operato dei Gruppi d’Azione Locale (GAL), costituiti da un’unione di soggetti pubblico/privati rappresentativi della società e dell’economia locale che hanno potuto contare su un finanziamento pubblico, in gran parte proveniente dal bilancio dell’Unione europea.
    Nell’attuale periodo di programmazione 2014-2020 tutte le politiche dell’Unione, Politica Agricola Comune e sviluppo rurale compresi, sono chiamate a dare il loro contributo, ciascuna per le proprie caratteristiche, al raggiungimento degli obiettivi della Strategia Europa 2020, per un’Unione più “intelligente”, sostenibile e inclusiva. Per quanto riguarda lo sviluppo territoriale il nuovo strumento del Community-led local development (CLLD) si innesta nel solco tracciato ormai da decenni dal LEADER prevedendo il coinvolgimento attivo delle comunità locali – confermando in sostanza il principio del bottom-up - per offrire una risposta alle complesse sfide territoriali mediante un metodo integrato. Un maggiore sostegno alle fasi preparatorie delle strategie di sviluppo locale – comprese le fasi di costituzione dei GAL - e alla sensibilizzazione è previsto, così come maggiore flessibilità per un miglior funzionamento anche attraverso altri fondi a livello locale, come ad esempio la cooperazione rurale-urbana. Lo Strumento CLLD – Community-led local development pone diversi elementi di riflessione sul ruolo che le strategie locali devono assumere nell’ambito delle politiche di sviluppo, su quali tematiche possano svolgere un ruolo strategico e su come favorire la concentrazione degli investimenti su una risorsa/opportunità/criticità di sviluppo locale.
    La Commissione europea definisce, per altro, questo approccio come obbligatorio e trasversale a tutti i Fondi strutturali e di investimento europei anche se occorre ricordare che, mentre per lo sviluppo rurale è confermato l’obbligo di destinare all’approccio Leader almeno il 5% delle risorse totali del Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale (FEASR) dei singoli Programmi regionali di sviluppo rurale (PSR), nel caso del Fondo Sociale Europeo, del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e del Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca nessun vincolo di questo tipo è stabilito.
    La politica di sviluppo rurale mantiene, poi, e consolida il suo intervento: le Autorità nazionali e le Regioni continuano a elaborare i propri Programmi pluriennali di sviluppo rurale sulla base di una gamma di misure disponibili a livello dell’Ue e in risposta alle diverse esigenze delle proprie zone rurali, ricevendo poi dalla Ue, una volta approvati, le risorse necessarie alla loro attuazione.
    Possibili ambiti tematici sui quali impostare le strategie di intervento con metodo CLLD – Community-led local development, così come indicate a livello nazionale italiano, sono:
    - Sviluppo e innovazione delle filiere e dei sistemi produttivi locali (agro-alimentari, artigianali e manifatturieri);
    - Sviluppo della filiera dell’energia rinnovabile (produzione e risparmio energia);
    - Turismo sostenibile;
    - Cura e tutela del paesaggio, dell’uso del suolo e della biodiversità (animale e vegetale)
    - Valorizzazione di beni culturali e patrimonio artistico legato al territorio;
    - Accesso ai servizi pubblici essenziali;
    - Inclusione sociale di specifici gruppi svantaggiati e/o marginali;
    - Legalità e promozione sociale nelle aree ad alta esclusione sociale;
    - Riqualificazione urbana con la creazione di servizi e spazi inclusivi per la comunità;
    - Valorizzazione delle produzioni ittiche, delle tradizioni della pesca e della filiera corta;
    - Diversificazione economica e sociale connessa ai mutamenti nel settore della pesca.
    Andando poi più nello specifico, tuttavia, la scelta di uno o più veri e propri temi catalizzatori non può che essere rimandata ai singoli GAL in quanto espressioni di un territorio locale e attorno a questi temi ogni GAL sarà poi chiamato a sviluppare la propria strategia di intervento (Piano Strategico Locale – PSL).
    LEADER offre inoltre l’importante opportunità della cooperazione, privilegiando un approccio globale e integrando operatori, progetti e territori di diverse regioni e/o Paesi svolge un ruolo positivo nel consentire alle aree rurali, in gran parte caratterizzate da una minore apertura economica e sociale verso l’esterno e da una bassa propensione all’innovazione, di superare la loro condizione d’isolamento. I progetti di cooperazione realizzati nelle precedenti iniziative LEADER, infatti, nel favorire il confronto tra realtà ed esperienze diverse, hanno consentito il trasferimento di nuovi modelli organizzativi e di buone prassi operative attraverso lo scambio d’informazioni e competenze, la creazione di reti nazionali ed europee tra operatori e imprese, nonché la realizzazione congiunta di prodotti e/o strutture comuni. Tutto ciò, oltre ad aver rafforzato l’intervento locale dei Gruppo di Azione Locale, ha prodotto un forte impatto culturale sia sulla metodologia di attuazione di questi progetti sia sul capitale umano, generando un’evidente crescita dei partecipanti.
    Due sono le tipologie di cooperazione attuabili secondo l’approccio LEADER:
    interterritoriale, tra territori rurali all’interno di uno stesso Paese Ue;
    transnazionale, tra Gruppi LEADER di almeno due Stati dell’Unione europea oppure con gruppi di Paesi non-Ue che però seguano un approccio partecipativo similare.
    Vi è poi in realtà la possibilità per i GAL di operare in progetti di partenariato anche con soggetti pubblici e privati diversi dai GAL coinvolti in azioni analoghe di sviluppo locale, non necessariamente solo in ambiti rurali.


    “I contenuti di questo articolo rappresentano il punto di vista dell’autore e non rappresentano necessariamente la posizione della Commissione europea”

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  • RITROVARE IL CORAGGIO PER FARE IMPRESA

    RITROVARE IL CORAGGIO PER FARE IMPRESA

    IL MICROCREDITO È UNO STRUMENTO POTENTE PER LO SVILUPPO ECONOMICO E PERMETTE ALLE PERSONE IN SITUAZIONE DI POVERTÀ ED EMARGINAZIONE DI AVER ACCESSO A SERVIZI FINANZIARI.

    Mario Baccini | Presidente ENM

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    Pianificare l’erogazione di piccoli prestiti a microimprenditori o gruppi che hanno forte necessità di risorse finanziarie, per avviare o sviluppare progetti di auto-impiego rende la nostra economia sostenibile in un progetto di Finanza inclusiva con cui i Paesi del G8 si sono dovuti necessariamente confrontare.
    L’incremento di reddito che ne deriva porta a migliorare le condizioni di vita dei loro nuclei famigliari, determinando contemporaneamente un impatto significativo a livello comunitario. Avendo come target di riferimento i poveri, i programmi di microcredito molto spesso prevedono, oltre a servizi di carattere finanziario, anche una combinazione di servizi di supporto generando dei complessi progetti di microfinanza il cui fulcro risiede, appunto, nei servizi aggiuntivi di formazione e assistenza tecnica, in relazione alle necessità specifiche del target group o del nuovo micro imprenditore. Questi servizi però hanno un costo che non è sostenibile dal sistema bancario perché tale onere aumenterebbe il costo del denaro.
    A questo punto è opportuno l’appoggio di una istituzione come la nostra che possa gestire questo ambito di intervento.
    La nostra azione, dunque, è necessaria per dare una risposta per colmare quel vuoto, quell’ultimo miglio che divide la formazione dalla realizzazione dei progetti. Dai dati, forniti dall’Ente nazionale al governo e al ministero del lavoro per attualizzare le politiche programmatiche, si evince che è favorire l’investimento nel sostegno ai servizi aggiuntivi che rendono possibile la realizzazione dell’impresa. Il Quinto rapporto sulle “Azioni di sistema per il monitoraggio e le valutazioni del microcredito in Italia” ha evidenziato che nel corso degli ultimi tre anni le politiche di microcredito hanno sostenuto l’occupazione svolgendo un effetto leva che per ogni beneficiario ha amplificato di 2,43 volte la capacità di impiego. Secondo il rapporto nel triennio 2011-2013, considerando i dati, sono stati creati dal microcredito produttivo oltre 20mila posti di lavoro. I microcrediti produttivi soddisfano solo il 30 per cento della domanda reale. La domanda di microcredito sociale viene soddisfatta, invece, al 60per cento. Dall’analisi risulta una carenza di offerta per il microcredito d’impresa. L’Ente nazionale per il microcredito sta lavorando per colmare quell’ultimo miglio affinché attraverso le politiche sociali e dei servizi si possa azzerare la distanza tra il bisogno e la sua soddisfazione. In questo periodo di crisi, dunque, lo strumento ha sostenuto la capacità di accesso al mondo del lavoro, della contribuzione e del credito riducendo la soglia della esclusione sociale e finanziaria.
    Le politiche comunitarie, d’altronde, si orientano su una maggiore elargizione e su di un sostegno concreto che individuano nella prossima programmazione 2014-2020 un intervento consistente per lo sviluppo del microcredito.
    Ricreare la cultura dell’impresa e ‘fare squadra’ con tutte le attività e le banche del territorio sono le azioni prioritarie che stiamo portando avanti. Percorrere l’ultimo miglio significa, dunque, sostenere la cultura dell’autoimprenditorialità senza lasciare che i soggetti si adagino sulla cultura della sussidiarietà pubblica. Ormai è stata formata una intera generazione sulle dinamiche che permettono di accedere al credito, sui programmi, sulle strategie, ma anche alle attività di sussidio e sostegno che dovrebbero garantire e tutelare momentaneamente nei momenti di difficoltà estrema i soggetti non operativi. Purtroppo l’assistenzialismo ha sostituito la voglia e la capacità di attivarsi per fare impresa e destreggiarsi nel mondo della burocrazia. È più semplice nell’era del digitale chiedere un sussidio che aprire un’impresa, approfittare degli ammortizzatori sociali per lunghissimi periodi è meno impegnativo che reinventarsi e rimettersi in gioco per aprire un’azienda. Diventa indispensabile, dunque, ritrovare la speranza, la voglia e il coraggio di rimettersi in gioco e fare impresa. Il nostro compito è quello di agevolare chi vuole uscire dall’impasse e sostenere la microfinanza e i suoi prodotti per rilanciare un’economia sociale e di mercato che necessariamente riparta dai cittadini, dalle persone e dalla loro potenzialità di intraprendere. Secondo le stime Istat, inoltre, questa capacità non è scomparsa e la voglia di autoaffermarsi con un ‘lavoro in proprio’ è al primo posto nella lista dei propositi degli under trenta. Non di meno è giusto sostenere tutti quegli strumenti che possono fornire un supporto alla famiglia e al suo ménage come il microsocial housing e i microleasing.

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  • SPEREQUAZIONE ALIMENTARE

    SPEREQUAZIONE ALIMENTARE

    LA CRISI ECONOMICA STRUTTURALE CHE STIAMO ATTRAVERSANDO, NONOSTANTE I DEBOLI SEGNALI DI RIPRESA, NON É DESTINATA, IN PARTICOLARE PER I PAESI OCCIDENTALI, A TERMINARE IN POCO TEMPO.

    Lapo Mazzei

    Per questa ragione nessuno è in grado di prevedere quando e come ne usciremo, ma una cosa è certa: la situazione che troveremo all’uscita del tunnel sarà molto diversa dalla precedente. Secondo la maggior parte degli analisti ci troveremo in una situazione instabile, definita di “transizione”, proiettata verso un nuovo modello di società e di sviluppo economico. Una specie di mutazione darwiniana destinata a cambiare il mondo e con il mondo anche noi.

    Dato il quadro d’insieme resta un nodo da sciogliere: quale strategia adottare? Lasciarsi trainare dai cambiamenti o gestirli, seguendo nuovi modelli? La risposta non è facile perché richiede la capacità di saper leggere gli avvenimenti e di interpretare i cambiamenti generati dalla globalizzazione. Trattandosi di cambiamenti epocali che stanno incidendo profondamente sul nostro modo di essere, di organizzarci e di agire, è necessario comprendere che per poterli gestire con lucidità, lungimiranza e determinazione in modo da saperne cogliere le opportunità ad essi connesse, serve una vera visione d’insieme. E allora è fondamentale partire dal macro per attivare il micro, in modo da equalizzare gli effetti prodotti in alto che si riverberano sul basso. Fuor di metafora significa che occorre sapere cosa sta avvenendo nel mondo del cibo a livello mondiale per decifrare i segnali che colpiranno nell’orto di casa. Perché il cibo, e in senso più esteso l’intero mondo dell’alimentazione giocheranno un ruolo fondamentale nel futuro prossimo venturo.
    Nell’ultimo decennio, puntando i riflettori sugli aspetti macroscopici del mondo dell’alimentazione, governi e fondi di investimento hanno fatto a gara per comprare terre in Africa, Asia e America Latina con il beneplacito delle istituzioni locali. Il ragionamento che sta alla base della “corsa al nuovo oro” è semplice. Nel 2050 sul pianeta ci saranno 9 miliardi di persone, 2 miliardi in più degli attuali. La combinazione “più individui, meno terra” rende quello sulla terra un investimento sicuro, con un ritorno del 20-30% all’anno. E non perché al mondo non ci sia abbastanza cibo, ma perché il sistema alimentare funziona in modo profondamente ingiusto, e perché alcuni dei modi in cui questo è prodotto stanno irrimediabilmente consumando le risorse naturali. E non solo cibo o risorse naturali sono sotto esame. Ad attrarre gli investitori sono biocarburanti e coltivazioni di organismi geneticamente modificati: non è solo l’accesso alla terra per le popolazioni locali quindi ad essere in pericolo ma le tipologie di coltivazioni nelle terre colpite da land grabbing, con gravi effetti sulla biodiversità locale e sul know-how indigeno. Chi detiene il capitale fondiario, e dunque le materie prime, ha tutto l’interesse a vendere a chi è in grado di pagare, e lasciare nella fame chi, se solo venisse rispettato nei propri diritti, potrebbe produrre cibo per soddisfare il proprio fabbisogno e magari fargli concorrenza sui mercati. Accesso alla terra, sicurezza alimentare e sovranità alimentare delle popolazioni locali sono messe a repentaglio. Senza alternative, queste ultime si vedono estirpare le terre che da generazioni coltivano e da cui producono il proprio sostentamento. In un momento perdono tutto. La tesi si basa su di una ricerca sul campo, realizzata tra maggio e luglio 2011, a Bandiagara, in Mali.

    I Dogon, celebri in ambito astronomico, popolano questa zona e vivono in un territorio in cui la media annuale delle precipitazioni è insufficiente per le produzioni agricole, l’esposizione all’erosione dei suoli è elevata e la percentuale di terre coltivabili è del 12%, mentre un terzo del territorio è composto da roccia solida. È il territorio del Mali in cui si sente maggiormente la “discesa del Sahara”, con i suoi effetti deleteri su agricoltura, allevamento e accesso all’acqua. Alla base delle questioni precedentemente enunciate c’è la mancanza di accesso al credito e l’esclusione finanziaria di buona parte degli abitanti dei paesi in via di sviluppo. Questi sono estromessi dal sistema di credito commerciale formale e dunque sono costretti a rivolgersi a quello informale. La rivoluzione è stata l’istituzione di un sistema a metà tra i due, un sistema che, basandosi sulla solidarietà del gruppo, assicura l’accesso al credito per le popolazioni che ne sono escluse: il microcredito. I risultati delle interviste condotte hanno dimostrato che attraverso la partecipazione ai programmi di microcredito, la totalità dei membri delle cooperative incontrate ha incrementato il proprio reddito e sono migliorate le condizioni di vita della propria famiglia. Il questionario stesso ha però messo in luce due criticità del sistema di microcredito locale: alcuni intervistati vorrebbero aumentato il proprio prestito mensile, mentre altri vorrebbero che si creasse un fondo economico interno alla propria cooperativa, limitando così la dipendenza dalla banca e i tassi di interesse. È comunque innegabile che il microcredito si è dimostrato un macro-aiuto per lo sviluppo locale delle popolazioni Dogon.

    Il lavoro si concentra inoltre su definire le possibili attività generatrici di reddito per le popolazioni dell’area Dogon. Dalle interviste e dalle osservazioni, ne sono state individuate sei: l’incentivazione e una migliore strutturazione del piccolo commercio, il rafforzamento delle cooperative agricole, il potenziamento del piccolo allevamento attraverso sostanziali modifiche strutturali, il sostegno e la riproposizione del commercio di uova di faraona, la costituzione e la formazione di cooperative artigianali, lo sfruttamento delle enormi potenzialità turistiche e culturali dell’area Dogon. Dunque il caso del Mali come esempio da seguire? In parte sì, ovviamente con i dovuti accorgimenti. Ma lo studio offre una chiave interpretativa di grande importanza. Solo se si incentiva il piccolo si ferma il grande. O, almeno, si riesce a diluirne gli effetti negativi. E’ bene aver presente che il nostro pianeta produce cibo in quantità e qualità sufficiente per nutrire tutta la sua popolazione, eppure anche questa sera 854 milioni di persone andranno a dormire con lo stomaco vuoto. Degli 854 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame, 820 milioni vivono nei Paesi poveri, 25 milioni nei Paesi definiti “in transizione” e ben 9 milioni in quelli opulenti e industrializzati. Se nella prima metà degli anni ‘90 le persone malnutrite erano diminuite di 26 milioni, nella seconda metà dello stesso decennio sono risalite di 23 milioni di unità, di fatto annullando i risultati ottenuti. Siamo, quindi, molto distanti dal dimezzamento della povertà entro il 2015.

    Un buon esempio per il nostro Paese arriva da Expo 2015, l’esposizione universale che Milano ospiterà a partire dal prossimo 1 maggio, ha lanciato una sfida importante: “nutrire il pianeta”. Alimenta2Talent, un concorso per idee di impresa, promosso dal Comune di Milano e dal Parco Tecnologico Padano di Lodi, l’ha raccolta mettendo al centro l’innovazione e premiando le migliori idee per cambiare il modo di fare agricoltura, ridurre gli sprechi e aumentare la sostenibilità. Ai vincitori Alimenta offre un piano di sviluppo capace di trasformare le loro idee in impresa attraverso un cammino serrato che li accompagnerà nei prossimi 6 mesi. Si chiama Alimenta Accelerating Program e darà ai 5 vincitori 1.500 euro al mese per tutta la durata del programma, in modo da permettere loro di concentrarsi unicamente sull’idea di business, 1 advisor dedicato che li seguirà da vicino e li aiuterà a focalizzare bene obiettivi e strategie, 1 nutrito gruppo di mentor da cui attingere tutto il sapere che serve per creare un’impresa. Spazi di Co-working nel nuovo acceleratore tecnologico di Alimenta, tutto il network di ricerca, imprese e istituzioni del Parco Tecnologico Padano e del Comune di Milano.

    Il bando 2014 di Alimenta2Talent ha visto la partecipazione di 100 team di business, un terzo dei quali al femminile. Le idee provengono da tutto lo stivale con importanti legami internazionali. Quasi un terzo (29) è arrivato da Milano, seguono a distanza Roma e Torino (5), e Bari e Lodi (4). L’idea più giovane a essersi fatta avanti viene da un ventunenne (1993), giunto in finale, ma non mancano comunque gli over-50 (con un’idea tra i 5 vincitori). A farla da padrona sono però gli anni ‘80 con ben 8 dei 15 finalisti. Le 100 idee sono state valutate da una Commissione Tecnica, composta da profili di alto spessore tecnologico e di business: un rappresentante di un fondo di Investimento, il direttore generale di una società di brokeraggio tecnologico, i responsabili della Ricerca e Sviluppo del Parco Tecnologico e di altri istituti di ricerca.

    Un’attenta lettura dei dati emersi dal progetto di monitoraggio e valutazione di tutte le iniziative di microcredito attivate in Italia, realizzato dal 2011 al 2014 dall’Ente nazionale per il Microcredito per il Ministero del Lavoro, documenta quanto questo genere di finanziamento si stia radicando come strumento economico irrinunciabile, perché offre concrete possibilità di accesso o reinserimento nel mercato del lavoro per donne e giovani, ma anche perché è una valida opportunità per fronteggiare l’emergenza povertà, che colpisce strati sempre più ampi di popolazione. Le evidenze confermano, inoltre, che si tratta di un fenomeno in progressiva e sostenuta espansione. In un contesto di crisi economica che sta facendo aumentare velocemente la platea di persone o microimprese che non ottengono il credito tradizionale, perché non riescono a fornire adeguate garanzie di disponibilità economica, o perché, per le dimensioni contenute delle loro iniziative, i crediti richiesti non risultano interessanti per le banche, il microcredito si dimostra capace di fornire una risposta, di rappresentare un’alternativa significativa alla crescente domanda di credito, sia a scopo socio-assistenziale, che per finalità produttive.

    Nel 2013, in Italia, sono state tenute in osservazione 105 iniziative di microcredito e ne è emerso che si sono distribuiti poco meno di 10.000 microprestiti, per un ammontare complessivo di oltre 100 milioni di euro, riuscendo a soddisfare meno della metà (42,3%) delle richieste sottoposte a valutazione. Va tuttavia considerato che se, per numero, la maggioranza dei microcrediti (59,9%) sono stati concessi con finalità socio-assistenziali, per importo in effetti concesso, prevale invece il valore di quelli con finalità di auto impiego, che assorbono quasi i tre quarti delle risorse complessivamente impiegate: oltre 76 milioni di euro, ovvero 50 milioni in più dei 26 milioni volti al microcredito sociale.

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