CREARE OCCUPAZIONE

IL PERIODO DI CRISI CHE STIAMO ATTRAVERSANDO CI PONE A CONFRONTO CON L'OPINIONE PUBBLICA IN MERITO AL SISTEMA DI WELFARE DI CUI IL PAESE É DOTATO.

Mario Baccini | Presidente ENM

Secondo una recente indagine dell’Ufficio Studi e Progettazione dell’Ente Nazionale per il Microcredito, la sfiducia nei confronti dell’attuale sistema sta crescendo: per il 63% dei cittadini italiani, questo sistema non offre una buona copertura per i diversi rischi sociali e familiari, per il 75% non riesce a contenere le diseguaglianze, per il 79% è troppo oneroso per il bilancio pubblico. In generale, la maggioranza degli italiani è convinta che nel futuro l’ampiezza della tutela pubblica avrà una contrazione e che il welfare debba essere assolutamente cambiato per rispondere meglio ai nuovi bisogni di protezione. Il microcredito, così come declinato dall’azione pubblica, può pertanto collocarsi quale strumento di politica economica, idoneo a fare fronte a quei fenomeni di generale impoverimento dei ceti medi che, fino a non molto tempo fa, si ritenevano relativamente protetti e al sicuro dal punto di vista economico e lavorativo e per i quali era lontanissimo il ricorso a forme di aiuto considerate di tipo assistenziale.

La rilevazione dei dati nel triennio 2011-2013 (Fonte ENM) ha evidenziato che gli utenti del microcredito in Italia sono stati 22.600, suddivisi tra una maggioranza (63%) che ha usufruito del microcredito cosiddetto sociale e di una minoranza (37%) di quello per l’impresa cioè un sostegno creditizio più consistente per l’avvio o il consolidamento di microattività o di forme autonome di autoimpiego. Nello stesso triennio 2011-2013 sono stati erogati oltre 223 milioni di euro di microcredito, destinati per il 70% alla creazione di lavoro e per il restante 30% volte a coprire bisogni socio-assistenziali, per effetto di valori medi erogati molto diversi (18.700 euro nel caso del microcredito produttivo e 4.700 euro nel caso del mcrocredito sociale). Per ogni beneficiario di microcredito per l’impresa sono stati occupati, 2,43 posti di lavoro in più, grazie ad un effetto leva. Pertanto, nel triennio suddetto in cui sono stati erogati 8.321 microcrediti, per un ammontare di 155,6 milioni di euro, si desume che il microcredito produttivo abbia generato 20.220 posti di lavoro. Negli ultimi tre anni in Italia anche la domanda esplicita di microcredito è in significativo incremento e l’offerta disponibile non è in grado di soddisfare le crescenti richieste, in special modo quelle per il microcredito produttivo che trovano effettiva risposta solo nel 36,4% dei casi. Il microcredito ha un valore sociale ed economico. Così come pedagogico: promuove infatti il passaggio dall’assistenza, dai soldi a fondo perduto, dalle liberalità, al credito e alla responsabilità che la microfinanza comporta. Esistono quindi ulteriori finestre di opportunità di finanza inclusiva anche per il futuro di tanti giovani startuppers nonché di professionisti, equiparati ad imprenditori, come riconosciuto di recente anche dalla Commissione europea sia nello Small Business Act sia nel “Piano d’azione per l’imprenditorialità 2020”. E si devono immaginare anche prodotti finanziari connessi con lo strumento del microcredito tesi al miglioramento della qualità della vita come la microassicurazione, un prodotto assicurativo su vita, malattie, infortuni, interruzione dell’attività di impresa ecc., che consente alle persone con basso/instabile reddito di accedere ai servizi di assicurazione pagando premi contenuti; il microleasing, un leasing su piccola scala, che può consentire alle fasce più deboli della popolazione di realizzare investimenti senza la necessità di disporre di un capitale proprio o di fare ricorso ad un capitale di debito; ed infine l’housing microfinance, quale forma di microcredito finalizzato a sostenere le politiche abitative locali, attraverso cui la PA può offrire una prima immediata risposta alla crisi dell’edilizia e all’emergenza abitativa. L’attuazione di tale proposta potrà consentire la realizzazione di piccoli interventi di ristrutturazione volti al miglioramento dell’abitabilità e all’efficientamento energetico delle abitazioni, di sostegno al pagamento di rate di mutuo o di canoni di affitto, nonché favorire l’occupabilità di tecnici e professionisti del settore attraverso iniziative di formazione.

L’Ente Nazionale per il Microcredito costituisce lo strumento operativo pubblico di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Solo un soggetto pubblico, infatti, conformemente alle linee di policy della stessa Commissione europea e come dimostrato ampiamente dall’esperienza internazionale, può efficacemente ed in modo disinteressato farsi carico di un’operazione volta a trasformare migliaia di disoccupati, inoccupati o lavoratori impiegati nel sommerso in contribuenti attivi. In tal modo, si gioca un ruolo primario nel passaggio da un welfare assistenziale ad un welfare delle responsabilità condivise, in cui tutti i soggetti, enti pubblici, privati e terzo settore collaborano sinergicamente per attivare nuovi paradigmi di sviluppo sostenibile. Ciò può essere fatto anche dirottando parte delle risorse pubbliche impiegate nel campo sociale per azioni di solidarietà passiva (azioni di stato sociale nella forma di semplice sostegno del reddito delle persone in difficoltà economica) verso azioni di solidarietà attiva, qual è il microcredito. Solo un soggetto di diritto pubblico può, inoltre, promuovere e coordinare l’operatività di un network che comprende le istituzioni a diversi livelli di governo, il settore bancario e gli intermediari, il no-profit, ciascuno in base alle proprie competenze ed attribuzioni, rafforzando l’equilibrio tra le esigenze di sostenibilità degli operatori di microfinanza e l’impatto sociale dei progetti realizzati. L’Ente esercita un’azione concreta e pragmatica nello sviluppo di qualità umane e professionali. L’azione di sistema promossa e realizzata dall’Ente va oltre il microcredito e la microfinanza intesi quali insieme di servizi e prodotti finanziari per le fasce sociali svantaggiate. Nell’ambito di uno strumento di finanza inclusiva che non contempla garanzie reali, sono i servizi accessori di assistenza tecnica a consentire il pieno successo delle iniziative imprenditoriali, facilitando la restituzione del prestito. Occorre pertanto valorizzare i servizi di accompagnamento al microcredito – quali l’assistenza tecnica, la formazione, il tutoraggio e il monitoraggio – che il nuovo articolo 111 del Testo Unico Bancario definisce come costitutivi del prodotto microcredito, perché in grado di generare una reale e duratura sostenibilità degli effetti scaturenti dall’erogazione dei finanziamenti. Sulla base di questo è necessaria anche una puntuale verifica e misurazione quali-quantitativa di tali servizi. Il rischio è quello di inaccettabili tassi di default – e dunque sperpero di soldi pubblici -, dovuti anche a un azzardo morale che i soggetti finanziatori potrebbero porre in essere a fronte di una copertura dell’80% del finanziamento erogato (per le operazioni realizzate a valere sulla garanzia del Fondo Centrale). L’esperienza, anche italiana, ha dimostrato che i programmi di microcredito in cui l’offerta dei servizi di accompagnamento non è stata svolta in modo tecnicamente valido e conformemente alle linee guida tracciate dall’Ente Nazionale per il Microcredito, si è tradotta in tassi di insolvenza altissimi.

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