UN PILASTRO EUROPEO DEI DIRITTI PER RAFFORZARE IL MODELLO SOCIALE

Tiziana Lang | Esperta politiche del mercato del lavoro e microcredito

L’8 marzo 2016 la Commissione europea ha presentato una comunicazione con cui informa il Parlamento e il Consiglio in merito alla consultazione pubblica sul tema del ‘Pilastro europeo dei diritti sociali’ che rimarrà aperta sino al 31 dicembre di quest’anno. Al termine della consultazione, e sulla base degli input ricevuti, la Commissione dovrebbe dottare una comunicazione per una “Proposta di Pilastro europeo dei diritti sociali” ufficiale che confluirà nel “Libro Bianco sul futuro dell’Unione economica e monetaria” atteso per la primavera del 2017. Al documento sul Pilastro sociale sono allegati altri tre documenti che ne chiariscono meglio obiettivi e contenuti: “Prima stesura del Pilastro dei diritti sociali”, un documento sull’acquis sociale pregresso dell’UE e un documento sui recenti sviluppi nel mercato del lavoro e delle società in Europa. La lettura del documento illustrativo di ciò che Junker intende proporre come Pilastro sociale, fa emergere il chiaro riferimento agli obiettivi e ai diritti sociali iscritti nel diritto primario dell’Unione europea: il Trattato sull’Unione europea (TUE), il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), la Carta dei diritti fondamentali e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE.

Il Pilastro dunque contemplerà sia settori nei quali l’UE ha competenza a legiferare, sia quelli la cui responsabilità normativa ricade in primo luogo sugli Stati membri e dove il ruolo dell’UE è principalmente di sostegno e integrazione della legislazione nazionale. L’intento dichiarato di Juncker è di integrare diritti già esistenti precisandoli meglio e, soprattutto, individuando gli eventuali “punti di caduta” laddove alcuni stati membri risultassero in “ritardo di attuazione” rispetto all’acquis sociale dell’Unione europea e, in particolare, dell’Eurozona cui il Pilastro in prima battuta e prioritariamente si riferisce, dovendo contribuire per la parte sociale al completamento e migliore funzionamento dell’Unione monetaria europea e del mercato unico. Si intende mettere mano, per migliorarlo, al “modello sociale europeo” che nella crisi ha rappresentato una grande risorsa grazie alla protezione di molti posti di lavoro e alla sperimentazione di modalità flessibili di organizzazione delle prestazioni lavorative che hanno consentito l’erogazione di sostegno al reddito e la riduzione delle ore di lavoro per evitare i licenziamenti. La crisi, tuttavia, ha anche lasciato un quadro abbastanza chiaro dei miglioramenti che dovrebbero essere apportati al modello sociale europeo o, meglio, dal punto di vista del modello sociale. Non esiste infatti in Europa un sistema sociale unificato, ma vari gruppi di modelli sociali: quello Continentale, quello Anglo-Sassone, quello Scandinavo, quello Mediterraneo e quello dell’Europa Centrale. Molto differenti tra di essi e al proprio interno, basti pensare alle differenze tra il modello sociale italiano (mediterraneo) e quello svedese, e tra le differenze di attuazione delle stesse misure sociali nel Nord e nel Sud Italia.

Una volta creato il Pilastro diverrà, sempre nelle aspettative dell’attuale Presidente della Commissione europea, il quadro di riferimento all’interno del quale esaminare le performance occupazionali e sociali degli stati membri che decideranno di aderirvi al fine di stimolare le eventuali riforme necessarie e di fungere da bussola per una rinnovata convergenza europea. L’attuale struttura del Pilastro dei diritti sociali (che è oggetto della consultazione) prevede 20 ambiti di intervento prioritari per il buon funzionamento e l’equità dei mercati del lavoro e dei sistemi di protezione sociale. La descrizione di ciascuno dei venti ambiti di intervento è caratterizzata da: un’introduzione sui “(pre) requisiti necessari” a garantirne il buon funzionamento nell’ottica della proposta di “garanzia dei diritti sociali”; le conclusioni che individuano e declamano i principi da perseguire - per quel determinato ambito di intervento prioritario – grazie all’azione del Pilastro sociale.

Ogni ambito di intervento è accompagnato dai riferimenti all’acquis giuridico dell’UE sui temi e politiche toccati dallo specifico ambito di intervento. I 20 venti ambiti sono organizzati in 3 capitoli: il primo capitolo riguarda l’occupazione, l’istruzione, la formazione, le competenze, la formazione continua, tutti elementi necessari per un’economia di successo e per la riduzione della povertà, la situazione occupazionale è ciò che fa la differenza all’interno degli Stati membri e tra di essi. Il secondo capitolo racchiude tutti i diritti sociali sul lavoro – contratto, salute e sicurezza, dialogo sociale e rappresentanza. Il terzo capitolo, infine, comprende i diritti sociali nella società, fuori dal posto di lavoro, e riguarda la cura della salute, l’assicurazione contro la malattia, i sussidi di disoccupazione, le pensioni, la cura di bambini e anziani. Juncker, per bocca del suo consigliere speciale per il pilastro sociale Larsson, ha evidenziato alcune relazioni tra sviluppo sociale ed economico: la prima interrelazione riguarda l’aumento inarrestabile delle diseguaglianze, non solo in Europa ma nel mondo. Le ricerche condotte dalle più importanti organizzazioni internazionali (FMI, BMI, OCSE, OIL) hanno identificato nelle disparità un problema non solo sociale ma anche economico perché, come noto, ostacolano lo sviluppo delle economie locali e globali.

E’ necessario pertanto cercare un nuovo campo per l’interazione tra crescita e sviluppo e loro distribuzione. La seconda osservazione del Presidente Juncker concerne il ruolo della politica sociale nella crescita economica e la consueta visione secondo cui la politica sociale rappresenta un fardello per le imprese e per l’economia di un paese. Non è possibile sviluppare politiche sociali se prima non si è abbastanza ricchi. Non è questo ciò che ci dicono alcune economie dei paesi in via di sviluppo, né quanto avviene negli stati membri che presentano le economie più performanti e che hanno le ambizioni sociali più elevate e le reti di sicurezza sociale più forti, costruite però in un lasso di tempo molto lungo (vedi la Svezia, la Danimarca, la Francia, la Germania, ecc.).

La politica sociale, e tutte le sue derivazioni, non è un peso ma un fattore produttivo, in quanto progresso economico e sociale sono due aspetti che vanno programmati insieme nel disegno dei sistemi dei diritti sociali e della protezione sociale. Come noto, diversi strumenti giuridici a livello nazionale, dell’Unione e internazionale, in particolare le convenzioni dell’OIL, fanno riferimento al concetto di “diritti sociali”.

Tali concetti o strumenti comprendono tipicamente una o più diritti essenzialmente connessi al contratto di lavoro, alle condizioni di lavoro o all’accesso ai benefici sociali: diritto alla retribuzione minima, diritti minimi per la rappresentanza, diritti minimi durante i periodi di prova, protezione minima contro il licenziamento ingiusto, misure minime per assicurare la consapevolezza dei propri diritti e accesso alla giustizia, diritto al trattamento equo senza distinzione per tipologia di contratto di lavoro, diritti minimi per salute e sicurezza, diritti minimi per la protezione dell’orario di lavoro, accesso alle disposizioni relative alla maternità/paternità, accesso alla formazione e riqualificazione, accesso alle disposizioni relative alla custodia dei bambini e benefici economici, accesso alle disposizioni relative alla disoccupazione, accesso alle disposizioni relative all’inclusione attiva, accesso alle disposizioni relative alle pensioni, accesso ai servizi sociali di base, inclusa la cura della salute.

Nel contesto del microcredito sembrano immediatamente rilevare i diritti legati alle politiche attive del lavoro che comprendono quelle per l’autoimpiego e la microimprenditorialità e quelli connessi all’inclusione attiva che dovrebbero garantire a coloro che si trovano in condizioni di svantaggio a causa dell’esclusione finanziaria adeguate forme di “microcredito sociale”, finalizzato all’uscita dalla povertà e alla successiva attivazione sociale degli interessati. Ma sono altresì rilevanti, a parere di chi scrive, sia l’accesso alle disposizioni su maternità e paternità per coloro che attivano le proprie microimprese grazie al microcredito e devono poter godere dell’estensione di tali diritti al lavoro autonomo in piena parità con il lavoro dipendente (compreso l’accesso ai servizi di cura per l’infanzia e per le persone anziane a carico; sia il diritto alla formazione, aggiornamento e riqualificazione che dovrebbero essere garantiti a tutti gli imprenditori anche attraverso il ricorso a forme di microprestiti a tasso zero appositamente studiate per i microimprenditori - anche a valere su risorse pubbliche o sui Fondi strutturali e di investimento europei. L’aggiornamento professionale, l’acquisizione di nuove competenze per promuovere i propri prodotti in Italia e all’estero (nel caso delle microimprese magari associate in Reti di impresa) devono essere considerati un diritto acquisito del lavoratore autonomo in linea con quanto avviene nel lavoro dipendente. Le donne in particolare dovrebbero essere sostenute nell’accesso a tutti questi diritti, perché troppo spesso rinunciatarie rispetto al rafforzamento e all’ampliamento della dimensione di impresa e della capacità produttiva. Poiché la consultazione pubblica ha l’obiettivo di giungere alla bozza di proposta per il Pilastro europeo dei diritti sociali, la Commissione invita a partecipare tutti gli attori interessati e a proporre le modifiche e integrazioni ritenute importanti per vedere ribaditi e salvaguardati i diritti sociali di tutti i cittadini e di gruppi di essi in condizione di svantaggio, che soffrono a causa di disparità presenti nei modelli sociali esistenti a livello nazionale

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