INNOVAZIONE SOCIALE E MICROCREDITO

CIO' CHE CARATTERIZZA L'ECONOMIA SOCIALE PUO' ESSERE RIFERITO A DUE FATTORI: IL PRIMO E' IL FATTORE TECNOLOGICO ; L'ALTRO E' DI TIPO CULTURALE E VALORIALE E CONSISTE NELLA CRESCENTE ENFASI CONFERITA ALLA DIMENSIONE UMANA

Riccardo GRAZIANO | Segretario Generale ENM

Secondo l’approccio definitorio comunemente accettato, l’innovazione sociale fa riferimento “all’elaborazione di nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che rispondono ai bisogni sociali in modo più efficace delle alternative esistenti e che, allo stesso tempo, creano nuove relazioni sociali e collaborazioni”1.
In altre parole occorre proporre modelli virtuosi e innovativi rispetto alle soluzioni “canoniche” che permettano di accresce le possibilità di azione per la società stessa.
L’innovazione sociale implica sia trasformazioni di prodotto (riferite alla natura dei servizi offerti) sia trasformazioni di processo (riferite ai soggetti che offrono il servizio e alle relative risorse), trasformazioni che si distinguono dal resto delle sperimentazioni nel sociale perché consentono di migliorare in modo duraturo la qualità della vita degli individui.
Diversamente dall’innovazione intesa in senso generale, che nasce dalla competizione di mercato e spesso dalla ricerca di un maggior profitto, l’innovazione sociale trae origine da bisogni insoddisfatti che si manifestano, ad esempio, nell’esistenza di crescenti aree di disagio e marginalità, che il mercato e le amministrazioni pubbliche non sembrano in grado di soddisfare attraverso la fornitura diretta di servizi.
L’innovazione sociale presenta proprie caratteristiche distintive sia nei suoi risultati, sia nelle sue relazioni, sia nelle nuove forme di cooperazione e collaborazione che essa produce; da ciò risulta che i processi, i modelli e i metodi usati per l’innovazione in campo commerciale non sono sempre direttamente applicabili all’economia sociale.
Ciò che caratterizza l’economia sociale può essere riferito a due fattori: il primo è il fattore tecnologico, rappresentato in particolare dalla diffusione dei network e dalla creazione di infrastrutture globali per l’informazione; l’altro è di tipo culturale e valoriale e consiste nella crescente enfasi conferita alla dimensione umana, cioè alla centralità della persona, che va a ricadere anche sui sistemi e sulle strutture.
Questo tipo di economia si è in gran parte formato attorno a dei sistemi distribuiti, piuttosto che a strutture centralizzate: si occupa della complessità non attraverso semplificazioni e standardizzazioni imposte dal centro, ma distribuendo la complessità verso i margini, ovvero verso i manager locali, i lavoratori, nonché verso gli stessi consumatori.
In tal modo, l’azione politica spesso inadeguata e il fallimento di alcuni automatismi del mercato meramente “speculativo” aprono il campo a risorse e forze del privato sociale, all’imprenditorialità dal basso, alle comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare nuovi e vecchi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse, per garantire un miglioramento sociale, per realizzare soluzioni più soddisfacenti per i propri valori e le proprie aspirazioni.
La Young Foundation2 ha elaborato un modello di economia sociale basato sulle cosiddette quattro “sub-economie”, vale a dire il mercato, lo Stato, le sovvenzioni e la famiglia, ciascuna delle quali ha proprie logiche, propri ritmi, propri mezzi per ottenere risorse e proprie strutture di controllo.
Peraltro, alcune parti di queste “sub-economie” rispondono a obiettivi di tipo sociale, etico e di reciprocità, obbiettivi che danno luogo nel loro perseguimento a quella che viene definita economia sociale.
Nel diagramma l’area colorata rappresenta appunto quelle parti delle quattro “sub-economie” che, insieme, vanno a costituire l’economia sociale.
Le quattro “sub-economie”, a loro volta, danno luogo a sei tipi di interfaccia:

• le prime tre si articolano tra lo Stato e le altre tre “sub-economie”, con un ruolo centrale della finanza, che oltrepassa tutti i confini: dall’interno in forma di tassazioni e imposte, dall’esterno come sovvenzioni, fondi e investimenti;
• la quarta è tra il mercato privato e l’economia di sussistenza: queste relazioni includono, per esempio, le donazioni di beneficienza, azioni di supporto e altri tipi di responsabilità sociale e forme emergenti di collaborazione produttiva tra corporazioni private e ONG;
• la quinta e la sesta (assieme alla terza), costituiscono le relazioni dell’economia familiare con le altre tre “sub-economie”. Attraverso l’interfaccia tra la famiglia e il mercato privato operano le aziende, vendendo prodotti e servizi per l’ambiente domestico e assumendo gli individui come lavoratori.
In pratica, ogni “sub-economia” può essere connessa simultaneamente ad altre economie. Per esempio, lo Stato può promuovere l’innovazione sociale nel mercato come nell’economia delle sovvenzioni applicando determinate politiche e regolamentazioni, come nel caso delle innovazioni generate nel campo dell’economia familiare. Vi sono, infatti, numerose aree da esplorare nelle tre interfacce tra l’economia familiare e le altre “sub-economie”; tra queste, come sostenuto da Jim Maxim e Soshana Zuboff3, assume particolare rilievo lo sviluppo di partnership per la co-creazione e la co-produzione tra l’ambiente domestico e quello professionale.
È in questo quadro che ha preso avvio l’approfondimento in sede comunitaria dei temi dell’innovazione sociale che ha portato alla definizione della strategia Europa 20204, nella convinzione che sia possibile rispondere alla vasta serie di problematiche sociali ridisegnando le politiche pubbliche, mediante processi di governance inclusivi (partnership pubblico/ privato sociale/for profit) che conducano gradualmente al superamento delle rigidità del welfare tradizionale.
L’Unione Europea sembra quindi allineata, nella propria visione innovativa del futuro delle politiche sociali, a quanto elaborato e sperimentato anche in altri paesi dell’area OCSE ed è in questa prospettiva che deve essere interpretata la forte enfasi che la Commissione europea sta ponendo sempre più sui processi di innovazione sociale, già con la presidenza Barroso e ora con la presidenza Juncker.
Questa consapevolezza ha spinto nel 2011 la Commissione a chiedere all’Ufficio dei consiglieri di politica europea (BEPA) uno studio approfondito sui principali temi e nodi dell’innovazione sociale. Il rapporto prodotto dal BEPA5 mette a fuoco non solo le potenzialità di una promozione dell’innovazione sociale a tutti i livelli di governo e con riferimento a tutti gli stakeholders interessati (in primo luogo Terzo settore, imprese for profit e sindacati) ma anche le sfide e le difficoltà insite in tale processo di cambiamento istituzionale. Infatti, se quella dell’innovazione sociale sembra essere una direzione promettente, per garantire ai cittadini europei, anche in futuro, politiche sociali capillari e inclusive, i nodi e le problematiche legate alla diffusione dell’innovazione sociale rimangono molti: dalla capacità di finanziare con modalità adeguate «i cicli di innovazione» alla definizione degli strumenti di governance della rete degli stakeholders; dalla individuazione delle capacità necessarie agli attori per partecipare efficacemente al processo alla elaborazione di strumenti di valutazione e monitoraggio degli esiti del ciclo innovativo.
In questo contesto, la determinazione delle istituzioni comunitarie è stata confermata, in particolare, dalla definizione del “Programma per l’occupazione e l’innovazione sociale” (EaSI), uno strumento gestito direttamente dalla Commissione Europea, che punta a promuovere un elevato livello di occupazione sostenibile e di qualità, garantire una protezione sociale adeguata e dignitosa, combattere l’emarginazione e la povertà e migliorare le condizioni di lavoro6.
EaSI riunisce tre programmi dell’UE gestiti separatamente tra il 2007 e il 2013: Progress, Eures e Progress Microfinance, questi ora formano i tre assi del programma stesso, sostenendo la modernizzazione delle politiche sociali e del lavoro (asse Progress), la mobilità professionale (asse Eures) e l’accesso al microcredito e all’imprenditoria sociale (asse Progress Microfinance). La dotazione complessiva di EaSI per il periodo 2014-2020 è di 919,5 milioni di euro, di cui il 21% dedicato all’asse Progress Microfinance.
Partendo dal presupposto che il lavoro autonomo e l’imprenditorialità sono fattori decisivi per realizzare una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, Progress Microfinance individua nella difficoltà di accesso al credito uno dei principali ostacoli alla creazione di impresa, in particolare per le persone più lontane dal mercato del lavoro. A tal fine, si propone di intensificare gli sforzi dell’Unione e degli Stati membri per aumentare l’offerta di microfinanziamenti per far fronte alla domanda di credito in particolare dei disoccupati, delle donne e delle persone vulnerabili che intendono creare o sviluppare una microimpresa. Le microimprese rappresentano infatti la maggioranza delle imprese di nuova costituzione nell’Unione Europea e, nell’ottica del loro sviluppo, il microcredito costituisce il principale strumento per aggiungere valore e conseguire risultati concreti e duraturi. A tale riguardo, la Commissione Europea sottolinea anche la necessità che, per massimizzare le opportunità di avvio di microimprese che creino reddito e nuova occupazione, il microcredito sia accompagnato da programmi di tutoraggio e formazione e da tutte le informazioni pertinenti, che il soggetto finanziatore dovrebbe aggiornare periodicamente e rendere accessibili. A tal fine, sarebbe fondamentale garantire un finanziamento di tali programmi, in particolare da parte del Fondo Sociale Europeo.
La partecipazione a Progress Microfinance è aperta a tutti gli organismi pubblici e privati, nazionali, regionali o locali che forniscono microfinanziamenti a persone, a microimprese o a imprese sociali. Tali organismi, al fine di raggiungere i beneficiari finali e di creare microimprese competitive e generatrici di reddito, cooperano strettamente con le organizzazioni che rappresentano gli interessi dei beneficiari finali del microcredito e offrono ai beneficiari finali programmi di tutoraggio e di formazione. Inoltre, devono attenersi a standard elevati in materia di governance, gestione e tutela dei consumatori, secondo i principi del codice europeo di buona condotta per l’erogazione di microcrediti e adoperarsi per prevenire l’indebitamento eccessivo di persone e imprese derivante, ad esempio, dalla concessione di credito a tassi elevati o a condizioni che possano determinare la loro insolvenza.
La disponibilità di microfinanziamenti sul giovane mercato della microfinanza dell’Unione rende necessario il potenziamento della capacità istituzionale degli operatori, in particolare degli organismi di tipo non bancario, in linea con gli orientamenti della Commissione Europea7. Va proprio in questa direzione, nel nostro Paese, la recente istituzione dei nuovi operatori di microcredito di cui all’articolo 111 del Testo Unico Bancario, in ordine ai quali la Banca d’Italia ha emanato quest’anno le disposizioni operative per l’iscrizione nell’apposito elenco.
La presenza in Italia di un Ente pubblico non economico quale è l’Ente Nazionale per il Microcredito ha certamente favorito il progredire dell’utilizzo dello strumento del microcredito per progetti di innovazione sociale.
In particolare nel 2014 in Italia, l’insieme delle 115 iniziative di microcredito monitorate e promosse dall’Ente Nazionale per il Microcredito, permesso l’erogazione di circa 11.500 microcrediti, per un ammontare complessivo di oltre 147 milioni di Euro di crediti erogati.
I microcrediti accordati nel 2014 hanno avuto nella metà dei casi (5.734) una finalità sociale, spesso connessa a progetti socio finanziari innovativi, intervenendo per l’inclusione di persone in condizione di particolare vulnerabilità, e nell’altra metà dei casi (5.694) una finalità produttiva, sostenendo l’avvio o l’esercizio di un’attività di lavoro autonomo o di microimpresa.
Nel periodo 2011-2014, gli utenti di microcredito sono stati oltre 34.000, suddivisi tra una maggioranza (59%), pari a 20mila persone, che ha ottenuto un prestito sociale di importo molto limitato e una minoranza (41%), pari a 14mila lavoratori, che ha conseguito un microcredito produttivo, vale a dire un sostegno creditizio più consistente per l’avvio o il consolidamento di microattività o forme autonome di autoimpiego.
Sempre considerando l’intero quadriennio, ammontano a oltre 370 milioni di Euro le risorse complessivamente anticipate agli utenti di microcredito, un quarto delle quali impiegate per finalità sociale, mentre i restanti tre quarti utilizzate per sostenere l’autoimpiego e la microimpresa.
Nel corso del 2015 , e soprattutto del 2016, i dati di erogazione per anno subiranno un ulteriore aumento percentuale atteso di oltre il 60% grazie allo strumento di garanzia assicurato della sezione microcredito del fondo centrale di garanzia PMI, in sinergia con l’erogazione il monitoraggio la verifica dei servizi accessori obbligatori di accompagnamento al microcredito (art. 111 T.U.B.) svolti dall’Ente Nazionale per il Microcredito.

L’Ente stesso del resto ha creato una rete e una sinergia sia con alcuni importanti intermediari finanziari vigilati (che hanno affidato allo stesso Ente Pubblico tali servizi a livello generale e sistemico), che con soggetti qualificati territorialmente individuati e valutati secondo criteri quali quantitativi a prestare tali servizi di accompagnamento obbligatori.
Ovviamente la tutela della fiducia pubblica sarà garantita anche attraverso la verifica che l’erogazione dei servizi obbligatori di accompagnamento sia altamente professionale e segua degli standard minimi di qualità onde assicurare il successo dei progetti di microcredito, dei relativi finanziamenti e dell’innovazione sociale connessa.
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NOTE
1 Definizione proposta da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan nel “Libro bianco sull’innovazione sociale”.
2 Fondazione britannica specializzata in innovazione sociale, fondata dal sociologo Michael Young che ha svolto un ruolo centrale nel fondare lo stato sociale del secondo dopoguerra.
3 Maxim, J. e Zuboff, S. (2004) “The Support Economy: Why Corporations are Falling Individuals and the Next Episode of Capitalism”. New York Penguin.
4 Vedi Comunicazione della Commissione Europea del 29 giugno 2011 “Un bilancio per la strategia Europa 2020”.
5 Empowering People, Driving Change. Social Innovation in the European Union (BEPA 2011).
6 Regolamento (UE) n. 1296/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2013 (GUUE L347 del 20 dicembre 2013).
7 Vedi in particolare la Comunicazione dal titolo “Iniziativa europea per lo sviluppo del microcredito a sostegno della crescita e dell’occupazione” - COM (2007) 708 def, non pubblicata in GUUE.