BISOGNA FARE DI PIÙ

Donatella Di Nitto

"L’internazionalizzazione delle imprese è l’unico dato positivo per il nostro Paese, ma bisogna fare di più”.

A dirlo è Paola Pelino, vicepresidente della commissione Industria del Senato in quota Forza Italia, ma anche e soprattutto imprenditrice di successo dell’omonima azienda di confetti, prodotta a Sulmona. “Dal 1783 sono l’azienda simbolo di Sulmona, patria della specialità, teste coronate e sposi qualunque ai quattro angoli del pianeta fanno la fila per prenotare i confetti più famosi e buoni del mondo”.

Senatrice Pelino in questo momento a che punto siamo con l’internazionalizzazione delle imprese nel nostro Paese?
Diciamo che uno dei dati più confortanti in un momento di grande recessione per il nostro Paese è quello delle esportazioni, l’unico dato positivo se vogliamo. È chiaro che il marchio dovrebbe essere sicuramente incoraggiato dalle politiche economiche del nostro governo. Sappiamo quanto sia difficile mantenere oggi un’azienda in Italia per via di una pressione fiscale, che non ha confronti con gli altri Paesi e con un sistema bancario, tra virgolette, nemico e non certo amico. Il nostro Pil continua a scendere: il sistema produttivo è al ribasso. In questo quadro sicuramente negativo per il sistema delle medie imprese l’idea dell’internazionalizzazione a noi è favorevole perché esportiamo un marchio di qualità. Questo ha permesso a molte aziende il mantenimento dei siti produttivi. Il paradosso in Italia è che si hanno le commesse, ma non si hanno le risorse finanziarie per continuare a produrre in quanto in un momento di difficoltà l’imprenditore ha finito tutte le scorte, il sistema bancario è andato in rosso, quindi non viene fatto più credito, e si inceppa il meccanismo. Il risultato è che mentre i marchi all’estero vanno bene, in alcuni casi anche benissimo, in Italia abbiamo quadruplicato il numero dei cassintegrati e abbiamo una disoccupazione che fa paura.

Come si sta comportando il governo in questo ambito?
Per carità. Gli aiuti alle aziende dovrebbero essere effettivi. Ci muoviamo su cifre dello zero virgola. Parlo dell’Irap che è stata abbassata, non certo eliminata, parlo dell’Iva, che è aumentata, della pressione fiscale, del costo del lavoro che è un elemento fondamentale in cui il lavoratore continua a prendere sempre lo stesso mentre all’imprenditore costa tre volte tanto. Troppo coraggiosi sono ormai gli imprenditori italiani.

Cosa si sta facendo allora per le aziende e cosa invece si dovrebbe fare?
Si dovrebbe fare molto di più. Io mi rendo conto che c’è un debito pubblico che deve essere risanato. L’Italia deve sottostare a delle regole in Europa e quindi non si possono sforare dei parametri che ci vengono imposti. È proprio in Europa che si dovrebbe agire di più, insistere affinché questa rigidità sia smussata. Ci sono delle politiche creditizie che vanno migliorate, e per fare questo bisogna migliorare tutti gli strumenti finanziari. Parliamo tanto di disoccupazione, ma sappiamo perfettamente che la stessa politica della spending review nel settore pubblico impedisce nuovi ingressi nel mondo del lavoro. Qual è l’unica fonte di occupazione? Il privato. Qui però ci si scontra quotidianamente con una burocrazia direi cronica e una giustizia sempre più lenta, che impedisce l’azione degli investitori. In un anno non è venuto uno straniero ad aprire un’industria in Italia. Oggi in Romania ci sono 40mila imprese italiane: un lavoratore costa 8 euro l’ora, la pressione fiscale è al 17%. Se non si mettono in moto delle politiche attive la vedo molto male. Non si può pensare di favorire solo alcuni settori o alcune lobby. Da imprenditrice mi rendo conto che non si sta facendo il necessario per le partite Iva e non si sta facendo niente per le imprese. Quelle del governo in questo campo sono tutti spot per lanciare un prodotto, ma di sostanza c’è ben poco. Chi vive la politica sul territorio sente la sofferenza e il dolore dei piccoli e medi imprenditori.

Su cosa allora le imprese dovrebbero puntare per debuttare all’estero?
Innanzitutto innovazione e immettere nel mercato prodotti di qualità. Io ho un’azienda che da 240 anni produce confetti e posso dire con certezza che solo la qualità ha consentito di varcare le Alpi ed esportare il prodotto. Innovazione, prodotto di qualità ma anche e soprattutto formazione. Oggi per difendere il made in Italy non lo puoi fare in modo impreparato, serve la formazione per essere competitivi, perché è la competitività alla base del sistema produttivo. Un altro elemento a cui questo governo deve pensare, ma fortunatamente ci sta pensando l’Europa, riguarda la salvaguardia dei nostri prodotti da una concorrenza sleale.

Cosa sta facendo il Parlamento sul tema internazionalizzazione?
Ci sono proposte soprattutto nella sua commissione a sostegno e sviluppo dell’internazionalizzazione?
L’attività frenetica del governo Renzi con i decreti ha bloccato l’attività ordinaria del Parlamento. La maggior parte dei decreti non riguarda problemi vivi degli italiani. Servirebbero riforme che diano segnali molto più veloci e concreti soprattutto. Ci sono proposte di legge di iniziativa parlamentare molto importanti, dove portiamo le istanze che ci arrivano dai territori e dalle categorie. Purtroppo però sono solo in cantiere e spesso chiuse nei cassetti. La decretazione d’urgenza blocca spesso un processo in Parlamento già iniziato, con l’esame dei testi, le audizioni, l’arrivo di un decreto, e qui si parla di uno al giorno, cancella il lavoro ordinario. Ci sono dei disegni di legge che riguardano le imprese artigiane: stiamo cercando di equipararle alle regole delle piccole e medie imprese. C’è il made in Italy, la tutela del marchio, tante cose. Ma è tutto fermo.


Internazionalizzazione delle imprese, secondo lei come può incidere il microcredito su questo aspetto?
Il microcredito può incidere per l’80% in un’operazione di questo tipo. Dieci anni fa incideva del 10 per cento. Nel sistema creditizio oggi vogliono troppe garanzie e qui il microcredito può essere una soluzione positiva, che va realmente in aiuto delle imprese. In Italia purtroppo non ci sono risorse e le aziende invece hanno bisogno di somme un po’ più consistenti. Il sistema bancario è troppo rigido in questo momento ed è qui che lo Stato dovrebbe farsi sentire, facendosi garante per quelle idee che potrebbero fare impresa.

Paola Pelino
Classe 1954, nata a Sulmona è imprenditrice dell’omonima azienda di famiglia che produce confetti. È sposata con Flavio Pedrotti e ha due figli. Conseguito il diploma di maturità giovanissima inizia a lavorare nell’azienda di famiglia come responsabile del marketing e pubbliche relazioni. Pelino viene eletta alla Camera, per la prima volta, nelle liste di Forza Italia alle elezioni politiche del 2006. Nel 2008 è stata rieletta nelle file del Popolo della Libertà e nel 2013 entra in Senato sempre sotto il simbolo del PdL. Dopo la scissione di NCD diventa vicecapogruppo al Senato per Forza Italia e vicepresidente della commissione Industria. Nel 2007 risultò essere la deputata più povera della Camera (6.800 euro dichiarati). Si giustificò: “La mia è stata una scelta di trasparenza, quando sono stata nominata coordinatrice regionale ho lasciato i ruoli operativi e retribuiti in azienda. Non volevo conflitti di interesse”.

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