DIPLOMAZIA PREVENTIVA E AZIONI PER l'IMPRESA

Emma Evangelista

"70 anni di SIOI raccontati da Franco Frattini

il presidente di un'istituzione che raccoglie insieme la storia e il futuro della formazione della classe dirigente italiana e non solo."

Qual è l’azione SIOI all’interno del sistema Paese Italia e come questa organizzazione opera nel mondo?

La SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) è un’istituzione che rappresenta in Italia la Federazione delle associazioni per le Nazioni Unite. Quest’anno compiamo 70 anni, è una storia importante, e tuttora la SIOI ha due direzioni di marcia. La prima è quella della valorizzazione e della moltiplicazione dei valori e dei principi delle Nazioni Unite che, ad esempio, proprio pochi giorni fa si sono ben espressi in un incontro che si è tenuto a Roma, ospiti della Fao, in cui un migliaio di giovani universitari di novanta Paesi del mondo hanno per una settimana simulato i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, esercizio particolarmente interessante. Il secondo filone di attività è la formazione; noi formiano da oltre 40 anni gli aspiranti diplomatici italiani con un corso di formazione di gran successo ma anche diplomatici di Paesi stranieri. Oltre 15 Paesi hanno seguito corsi di formazione per i loro diplomatici, Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa orientale, e questo ci permette di trasmettere quei messaggi che poi creano dei legami tra giovani diplomatici che vengono a seguire i corsi di formazione qui alla SIOI i e i Paesi a cui appartengono. Terzo settore di attività, noi organizziamo dei master avanzati che possono riguardare materie come la negoziazione a livello europeo, ovvero i temi dell’intelligence o persino, da tre anni, un master sull’uso geostrategico delle attività spaziali, quindi allarghiamo il nostro orizzonte in molti settori. Questo ci porta a concludere con molte università di altri Paesi e istituzioni di formazione di altri Paesi degli accordi di collaborazione che poi portano a visite, incontri, conferenze e tanto altro.

Negli anni la sua proficua attività diplomatica a favore dello sviluppo delle imprese italiane ha sostenuto il Paese e le esportazioni. Oggi come si delinea l’orizzonte dell’export italiano?

Io avevo lavorato molto insieme alla squadra dei sottosegretari alla Farnesina tra cui Mario Baccini per creare una cabina di regina in cui tutte le ambasciate potessero essere fortemente al servizio della promozione delle aziende italiane, medie e piccole soprattutto, che non hanno la forza di andare da sole sui mercati globali. Eravamo riusciti molto in alcuni settori; io avevo lavorato particolarmente nei Paesi del golfo, nel mondo arabo, nell’Europa orientale, nei Balcani, in Russia mentre Baccini nel Sudamerica aveva più volte avuto occasione di viaggiare e lavorare in questa direzione. Credo che francamente si sia un po’ perduta la nostra idea di creare nelle ambasciate uno sportello unico all’estero per le imprese italiane che passava necessariamente per l’unificazione funzionale tra gli sportelli dell’ICE e le ambasciate. Oggi la rete rimane duplicata, questo ovviamente crea incertezza nei nostri imprenditori ed è un ostacolo a quel fare sistema che è fondamentale che altri Paesi già fanno meglio di noi. Noi abbiamo tante potenzialità che dovremmo cogliere; io vedo questo come uno degli impegni principali anche non avendo delle responsabilità governative, ma come persona che all’interno delle istituzioni conosce il mondo e sa quali sono i problemi delle aziende italiane all’estero.

La Cooperazione segue ancora alcune delle linee suggerite dal Suo Governo: in questi giorni è stato proposto un emendamento all’art. 49 che prevede la costituzione nei Paesi in via di sviluppo di imprese miste pubblico-private con un tutoraggio delle imprese locali per lo sviluppo delle economie locali. Vorremmo un suo parere in merito.

Questa è una delle idee su cui io avevo lavorato a lungo. Nelle linee guida della cooperazione io dettai, sia nel 2010 che nel 2011, l’idea di creare sviluppo nei Paesi di destinazione piuttosto che limitarci alla vecchia logica del dare il dono che è una logica del passato. Noi dobbiamo promuovere lo sviluppo dal basso. Ad esempio se vogliamo prevenire alla fonte il tema della grande emigrazione di massa dobbiamo creare lo sviluppo laddove esiste la povertà e la disperazione che costringe la gente a emigrare. Se vogliamo frenarli una volta arrivati a Lampedusa è troppo tardi, li dobbiamo accogliere, ma molto meglio sarebbe creare nei loro Paesi d’origine condizioni per la crescita. L’idea di società pubblico-privata è fondamentale. La presenza del pubblico è importante ma ancora di più lo è quella del privato. Trattandosi di Paesi dove la povertà è estrema, il microcredito ha una possibilità di successo straordinaria, ce l’ha già in tante parti del mondo, ma ce l’avrebbe anche come strumento per alimentare le piccole imprese pubblico-private. Se il privato mette una sua quota di partecipazione attraverso il microcredito, ecco che allora la convergenza pubblico-privato sarebbe più facile perché troviamo il piccolo proprietario che, con una piccola somma, riesce a mettere insieme un’azienda micro che poi, da mini, diventa media, grazie a questi strumenti che hanno fruttato, non a caso, il premio Nobel ad un grande inventore del microcredito globale che viene dal Bangladesh, Paese particolarmente povero. Questo funziona bene in Africa e funzionerebbe in tanti Paesi dove, con poche centinaia di dollari, si potrebbe mettere su una piccola azienda con un intervento di cooperazione italiana a sostegno per l’equivalente in modo da realizzare qualcosa in grado di dare una vita decorosa a famiglie anche piuttosto grandi.


Dal suo particolare punto di vista quale è la percezione che gli Stati esteri e le Nazioni Unite hanno del nostro Paese?

E’ una percezione mista, molte volte si dice che alcuni Paesi importanti ci amano ma non ci stimano e noi italiani diciamo di Paesi importanti che li stimiamo ma non li amiamo. Io credo che dovremmo superare questa logica. Siamo un grande Paese che merita di essere amato non solo per le sue grandi bellezze o per l’apertura della sua gente al mondo, abbiamo esempi di solidarietà che sono in testa a tutte le classifiche del mondo. Basterebbe guardare a quante migliaia di persone stiamo salvando in Sicilia o nel canale di Sicilia, disperati che vengono dall’Africa. Noi meritiamo di essere stimati non solo amati, per la tecnologia straordinaria, per l’ingegneria, per la ricerca medica, per l’industria che sappiamo esprimere, per tutto ciò che il cervello italiano è in grado di fare oltre alla moda, alle automobili, al food. La percezione dipende anche dalla solidità dei governi. Noi abbiamo vissuto una stagione, quella in cui io ho avuto l’onore di essere ministro degli Esteri, in cui vi era una solidità di governo che poteva parlare al mondo e si sapeva che in Italia aveva una forte maggioranza. Abbiamo attraversato una fase di incertezza in cui sono cambiati i governi molto frequentemente; ora ci sarà una fase in cui, compiuta la riforma costituzionale, si tornerà a dare la parola agli elettori e ci sarà di nuovo un governo che vincerà le elezioni legittimato dal voto popolare. Tutti questi elementi all’estero contano molto. La stabilità politica e le riforme che si stanno facendo sono una precondizione necessaria perché il ruolo dell’Italia sia ancora più considerato nel mondo

Ipotizzare una riforma della struttura del ministero degli Affari Esteri è possibile e auspicabile. In che senso?

Noi abbiamo realizzato nel 2010 una riforma importante che ha abolito il sistema che guardava separatamente alle aree del mondo ed abbiamo diviso le competenze per aree orizzontali. Si guarda al grande tema della mondializzazione, al ruolo dell’Italia nel mondo, si guarda agli scenari dell’Europa e quindi al tema degli aiuti allo sviluppo, aree tematiche che non sono più limitate regionalmente. Questo è stato un passo avanti, ora la riforma si sta attuando sempre meglio e con sempre maggiore convinzione. Resta da fare la riforma, che è in corso, della cooperazione allo sviluppo, il Parlamento ci sta lavorando. Occorre, a mio avviso, rimettere mano al tema degli istituti di cultura, tema su cui abbiamo lavorato proprio con la delega che avevo affidato a Mario Baccini. La legge Quadro è una legge antica, ha oltre 20 anni, molte disfunzioni hanno portato a dire che è il momento di vedere negli istituti di cultura un ancor più forte strumento di promozione dell’Italia in quanto sistema. Non solo l’arte italiana, non solo la cultura, ma attraverso la cultura si fa politica estera, questo è l’altro tema su cui una riforma è importante.

Il patrimonio italiano culturale è promosso attraverso gli Istituti di cultura nel mondo e le fondazioni private, quale ruolo possono giocare sullo scacchiere internazionale in un sistema così complesso attraverso le Nazioni Unite?

Il ruolo delle fondazioni private è quello di inserirsi in un sistema; c’è un sistema che attraverso gli istituti di cultura ha un ruolo pubblico perché è lo Stato ma le fondazioni private e, direi, la generosità di chi le finanzia, permettono al bello della cultura e dell’arte italiana di essere ancora più conosciuta nel mondo. Non è solo la mostra ma il fatto che l’Italia possa, attraverso l’azione del privato, non solo del pubblico promuovere l’arte, la cultura, la storia, le tradizioni, dove noi siamo una super potenza mondiale. Abbiamo una enorme qualità non solo quantità di patrimonio culturale inutilizzato; ci sono migliaia di straordinari reperti archeologici chiusi, imballati e classificati nelle casse di comuni a cominciare dal Comune di Roma, per esempio, che rimangono lì da decenni senza che nessuno li possa neanche vedere; è evidente che occorre fare ciò che altri Paesi purtroppo hanno fatto e che io avevo cercato di fare ma, ammetto con tristezza, che dopo di me non l’ha fatto più nessuno. Un museo della città di Roma in Paesi che avrebbero pagato tutto per averlo, per avere reperti archeologici lì da Abu Dhabi a Doha, nel Qatar, hanno fatto il Louvre ad Abu Dhabi, stanno facendo il Guggenheim in quei Paesi e non c’è il museo di Roma che potrebbe esibire dei capitelli che hanno duemila anni di storia. Questi sono esempi concreti che però sono occasioni perdute.

Il sistema di lobby in Italia non è regolamentato però esiste così come esiste in tutti i Paesi sviluppati ed industrializzati. Cosa pensa di questo sistema ? Come regolamentarlo?

Da membro del Parlamento molti anni fa avevo partecipato ad una commissione parlamentare che studiò il tema di una legge-Quadro nazionale sulle lobby. Non se n’è fatto nulla perché c’è ancora l’idea che la parola lobby equivalga a malaffare e corruzione e non è cosi. Dobbiamo distinguere il lobbismo segreto e non regolamentato, quello sì che è strumento di corruzione che esiste proprio perché non c’è una legge che regola il lobbismo buono, cioè quello che porta interessi che legittimamente debbano essere rappresentati. È quello che accade in uno dei Parlamenti più democratici del mondo che è quello americano dove i cosiddetti lobbisti, secondo regole precise, incontrano membri del congresso per sottoporre degli interessi. Occorre una legge-Quadro, l’unica in grado si stroncare alla radice quei fenomeni opachi attraverso cui passa la corruzione, portare un interesse legittimo in modo trasparente all’attenzione del Parlamento che deve decidere, è qualcosa che in questo Paese manca e che dovrebbe essere introdotto con una legge in modo chiaro e trasparente.


Parliamo dell’Expò 2015, l’ultimo avvenimento che l’Europa ospiterà nel prossimo ventennio, e che può dare lustro al Paese. Cosa ci lascerà Expò2015?

Io ho vissuto da ministro degli Esteri la fase di lancio dell’Expo. Sono arrivato quando il Bureau internazionale convocava i ministri italiani una volta ogni tre mesi perché voleva essere ben certo che il progetto partisse. Oggi devo dire che il progetto sarà un grande successo, il numero dei Paesi che hanno aderito è enorme, batteremo tutti i record; certamente sarà un indotto per l’Italia che porterà entrate e benessere duraturo, al di là dei pochi mesi di apertura dell’Expo. Non sarà un evento milanese ma sarà un evento italiano, tutta l’Italia è mobilitata perché l’indotto si rifletterà su tutta la penisola anche se ovviamente la Lombardia sarà al centro della scena. C’è ancora da lavorare per realizzare quel che manca ma io non ho dubbi che si aprirà con le carte in regola il giorno dell’apertura programmata. Ho qualche tristezza se penso che dietro questa opera straordinaria si nascondevano imbrogli, illegalità, corruzione, ma questo non deve minimamente offuscare il valore di quest’opera e quindi, ancora una volta, è qualcosa che renderà l’Italia apprezzata ed apprezzabile anche perché il tema dell’Expo sarà al centro della scena per i prossimi 30 anni, la qualità dell’alimentazione, l’uso dell’acqua, le risorse disponibili e quindi la lotta alla povertà.

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