TTIP COS'E'?

TTIP - L'ACCORDO SEGRETO CHE CAMBIEREBBE LE NOSTRE VITE

Valentina Renzopaoli

l grandi industriali del pianeta lo considerano una benedizione, un’enorme opportunità economica e di sviluppo in grado di aumentare esportazioni e occupazione. Per molte associazioni, organizzazioni internazionali, studiosi ed economisti invece sarebbe una vera sciagura: una resa incondizionata al totale protagonismo delle grandi multinazionali e la rinuncia da parte dell’Europa ad ogni tentativo di far valere il suo ruolo tradizionalmente più “sociale” nella competizione internazionale; con il rischio concreto di rinunciare a conquiste che sembravano più o meno consolidate in tema di diritti del lavoro, beni comuni, servizi pubblici, diritti sociali, ambientali e sanitari. Ciò che si conosce in modo ufficiale non è ancora sufficiente per dare un giudizio definitivo, eppure l’approvazione del TTIP potrebbe incidere in modo profondo sulle nostre vite.
TTIP: Acronimo del nome in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership, ancora in fase di discussione, è il più importante trattato mai realizzato tra Stati Uniti d’America e Unione Europea per il commercio e gli investimenti. Un accordo mastodontico che coinvolgerebbe 50 Paesi degli Stati Uniti, 28 nazioni dell’Unione Europea per un totale di 820 milioni di cittadini. L’obiettivo è creare la più grande area di libero scambio del pianeta che comprenderebbe economie per circa il 45% del prodotto interno lordo mondiale, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale.
Inizialmente chiamato TAFTA (area transatlantica di libero scambio), il TTIP nasce nel giugno del 2013, quando il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e l’allora presidente della Commissione europea José Manuel Barroso avviano ufficialmente i negoziati. Ma c’è da dire che, in realtà, la fase di preparazione è stata complessa e lunga quasi dodici anni. I lavori dovrebbero essere completati entro la fine del 2015 ma sono in tanti a lamentare la mancanza di trasparenza nelle operazioni di trattativa.
11-2 MullaneyBercero
Il negoziato, infatti, è coperto da segreto: i contenuti sono noti solo ai gruppi tecnici e alle commissioni presiedute dai due negoziatori ufficiali, Dan Mullaney per gli USA e lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero per l’Unione Europea. Persino i deputati del Parlamento Europeo che dovrebbero ratificare l’accordo una volta concluso, non ne conoscono il testo integrale.
Lo scorso 9 ottobre l’Unione Europea, a fronte di una richiesta che arrivava sempre più insistente da più parti, ha diffuso un documento di diciotto pagine che contiene il suo mandato a negoziare, nel quale si legge che obiettivo dell’accordo è “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”.
In parole semplici, il trattato prevede l’apertura di una zona di libero mercato con il superamento delle barriere doganali e l’uniformità delle norme che regolano gli scambi e il commercio. Merci, investimenti, appalti e pure i servizi pubblici rientrerebbero in questa grande area di libero mercato. Ciò significa che anche settori come l’acqua, l’elettricità, l’educazione, la salute sarebbero esposti alla libera concorrenza, con tutti i rischi del caso.
Secondo molti studiosi sfavorevoli all’accordo, i paletti che ostacolano, in molte economie occidentali come la nostra, il libero scambio rappresentano e garantiscono le regole per tutelare l’ambiente, la salute, il lavoro. Scardinare queste regole vorrebbe dire far saltare anche controlli e standard minimi richiesti per la circolazione delle merci, come le norme sulle sostanze chimiche tossiche, sulle leggi sanitarie, sui prezzi dei farmaci, sull’energia e i brevetti. Una vera rivoluzione che avrebbe ripercussioni sulla vita di ciascun consumatore, poiché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelle degli Stati Uniti. A partire dal principio di precauzione prettamente europeo, che prevede l’immissione sul mercato di un prodotto solo dopo una valutazione dei rischi. In particolare, la “semplificazione” delle regole potrebbe avere ripercussioni significative soprattutto sul settore agroalimentare, considerato strategico nella trattativa.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, il 23 settembre 2014 in occasione di una lezione intitolata “L’imperfezione dei mercati” tenuta alla Camera dei Deputati ha sostenuto con fermezza che l’Europa non deve sottoscrivere il Trattato transatlantico: “Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici”. Ha detto inoltre che “La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati Uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere non è il miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani e europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana”.
Il rischio che L’Europa e, in primis, l’Italia potrebbe correre è quello di far scomparire i migliori standard ambientali e sanitari, compresa l’etichettatura obbligatoria di ingredienti e sistemi di produzione per tutte le merci. Così come le certificazioni di origine e qualità legate a produzioni di eccellenza e territori specifici: parliamo ad esempio dei marchi DOP, DOC, il vero vanto e il più prezioso tesoro del made in Italy.
In questo scenario di globalizzazione del capitalismo e omologazione, con un gioco al ribasso in tema di qualità, ad essere seriamente in pericolo sarebbero le medie, piccole e, ancor di più, le micro imprese, che con le multinazionali non avrebbero nessuna chance di reggere la concorrenza.
Un pericolo che dovrebbe come minimo far riflettere le istituzioni italiane visto che, secondo i dati Istat, le PMI costituiscono la spina dorsale dell’economia della penisola: il 95% delle aziende italiane che operano nel settore dell’industria e dei servizi, infatti ha meno di dieci dipendenti. Una situazione che trova riscontro anche nel resto d’Europa. Già nel 2008, con la pubblicazione dello Small Business Act (SBA), la Comunità Europea aveva riconosciuto il ruolo cruciale che le Pmi rivestono per l’economia e fissato dieci principi guida che i Governi avrebbero dovuto adottare a sostegno di tale tipologia di imprese. Nel 2010 un’analisi comparata della situazione realizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico aveva sviluppato numeri interessanti: nei ventisette Paesi dell’Unione Europea il 99,8% delle imprese ha meno di 249 addetti e assorbe il 67,4% dell’occupazione. Il 91,8% di esse conta meno di nove dipendenti, configurandosi quindi come micro imprese, percentuale che in Italia, come abbiamo visto, sale al 95% del totale.
La domanda a questo punto sorge spontanea: come mai l’Europa e l’Italia sono decise ad andare avanti con la trattativa di un accordo che potrebbe mettere in ginocchio l’economia del vecchio continente? Il premier Matteo Renzi ha recentemente definito la stesura del TTIP addirittura “vitale”, “una scelta strategica e culturale”, promettendo “appoggio totale e incondizionato del governo italiano”. La risposta è nelle aspettative che non tanto i governi quanto soprattutto le grandi aziende e le multinazionali ripongono nell’enorme programma di smantellamento delle residue barriere commerciali, giuridiche e politiche alla libertà di investimento messo in campo in direzione dell’Europa.
Secondo uno studio dell’Aspen Institute, favorevole all’accordo, il TTIP porterebbe benefici sia agli Stati Uniti che all’Europa, stimando un aumento del Pil mondiale tra lo 0,5 e l’1 per cento, pari a circa 119 miliardi di euro. Eppure l’European Environmental Bureau ha fatto notare che “queste stime sono il risultato di un esercizio limitato che utilizza assunzioni estremamente poco realistiche, senza valutare i benefici di tali barriere in termini di protezione della salute pubblica, dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori”. Inoltre, c’è da considerare che questi benefici, semmai fossero raggiunti, “sarebbero previsti solo per il 2027” come sottolinea Alberto Frau, ricercatore di economia aziendale e docente presso l’Università degli Studi di Roma Foro Italico. “Vi è una forte preponderanza tra gli economisti contemporanei a ritenere il libero scambio fonte di ricchezza netta per le varie nazioni coinvolte” spiega il professor Frau. “Il problema è molto semplice e riguarda la distribuzione del valore aggiunto creato tramite le aree di libero scambio. Se esso rimane nelle mani degli shareholders e non viene riversato sulla collettività il libero scambio può rivelarsi un grosso buco nero e ciò tanto per i consumatori quanto per le industrie quanto per le stesse nazioni coinvolte. Non si tratta tanto di una resa di un continente quanto del peso che talune nazioni hanno nel complesso panorama delle relazioni internazionali sottese al libero scambio. La globalizzazione è per sua natura un processo che ha visto crescere il continente americano a dismisura e così le multinazionali operanti sul suo territorio. Appare evidente che se il valore aggiunto rimane racchiuso all’interno delle proprietà di grosse corporation il processo di libero scambio sia a tutti gli effetti pericoloso quanto un buco nero: nulla al suo interno può sfuggire all’esterno”.
Principi guida
1. Dar vita a un contesto in cui imprenditori e imprese familiari possano prosperare e che sia gratificante per lo spirito imprenditoriale;
2. Far sì che imprenditori onesti, che abbiano sperimentato l’insolvenza, ottengano rapidamente una seconda possibilità;
3. Formulare regole conformi al principio “pensare anzitutto in piccolo”;
4. Rendere le Pubbliche Amministrazioni permeabili alle esigenze delle PMI;
5. Adeguare l’intervento politico pubblico alle esigenze delle PMI: facilitare la partecipazione delle PMI agli appalti pubblici e usare meglio le possibilità degli aiuti di Stato per le PMI;
6. Agevolare l’accesso delle PMI al credito e sviluppare un contesto giuridico ed economico che favorisca la puntualità dei pagamento nelle transazioni commerciali;
7. Aiutare le PMI a beneficiare delle opportunità offerte dal mercato unico;
8. Promuovere l’aggiornamento delle competenze delle PMI ed ogni forma di innovazione;
9. Permettere alle PMI di trasformare le sfide ambientali in opportunità;
10. Incoraggiare e sostenere le PMI perché beneficino della crescita dei mercati.