CONTRASTARE L'ESCLUSIONE

PAROLA DI PAPA FRANCESCO

Valentina Renzopaoli


«Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi.

I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso».
Mentre i Grandi del pianeta discutono segretamente accordi che potrebbero cambiare la vita di centinaia di milioni di cittadini, realizzando a tavolino un’area planetaria di libero scambio gestita da un’élite internazionale che rischia di sottrarsi a ogni controllo democratico, superando i confini tradizionali tra Stato e privati e tra governi e imprese, si leva forte e decisa la voce di Papa Francesco.
Una denuncia dirompente che Papa Bergoglio affida all’Evangelii Gaudium, un’esortazione dedicata alla evangelizzazione, il suo primo vero documento programmatico, promulgato otto mesi dopo la sua elezione, e citato anche nel videomessaggio che il Papa ha inviato all’inizio di febbraio in occasione di un convegno a Milano sul tema dell’Expo 2015. In platea c’era anche il premier Matteo Renzi.
“Questa economia uccide” ha scritto il Papa in questo testo fondamentale che traccia la mappa del percorso da seguire per ridare vigore alla dottrina sociale della Chiesa. «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in Borsa... alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare...»
Denaro, finanza, povertà, occupazione, iniquità, costi umani della crisi: in due anni Papa Francesco ha parlato molto di questi temi. Ai testi in cui il Papa parla di economia e al dibattito che si è acceso all’interno del mondo cattolico, e non solo, i vaticanisti Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi hanno dedicato il saggio “Papa Francesco: questa economia uccide” edito da Piemme. Il libro, che contiene anche una preziosa intervista a Bergoglio, suscita un’attenta riflessione sul ruolo che le parole di Francesco potrebbero avere sulla politica economica e finanziaria planetaria. Perché appare sempre più evidente che la vera partita del Pontificato dell’uomo venuto dalla fine del mondo si giochi proprio su questi temi.
A Giacomo Galeazzi, vaticanista de La Stampa tra i più accreditati al livello internazionale, abbiamo chiesto di spiegarci alcuni passaggi di questa analisi.
Secondo lei c’è ancora spazio per la dottrina sociale della Chiesa?
Sono fallite le ideologie. Partiti e sindacati sono ai minimi storici di credibilità. Al contrario c’è una richiesta crescente di dottrina sociale della Chiesa e Francesco lo sa. Del resto l’attenzione per i poveri la si trova nel Vangelo e nella tradizione della Chiesa. Non si tratta di un’invenzione del comunismo e non va ideologizzata. Per capirlo basta considerare le reazioni che alcune prese di posizione di Bergoglio hanno suscitato.
Le parole di Papa Francesco hanno scatenato accese critiche, anche all’interno della Chiesa: dagli ambienti conservatori americani è arrivata addirittura l’accusa di “marxismo”. Cos’è che preoccupa e disturba maggiormente del pensiero di Papa Francesco?
La domanda più ricorrente è: “In Vaticano c’è un Papa marxista”. Un interrogativo scaturito da un’analisi del settimanale «Economist» che l’ha persino definito un seguace di Lenin nelle sue diagnosi sul capitalismo e l’imperialismo. In realtà il gesuita argentino, che da superiore della Compagnia nel suo paese e poi da vescovo era conosciuto per non aver mai sposato certe tesi estreme della Teologia della liberazione al punto da essere accusato di conservatorismo, si è ritrovato accostato al filosofo di Treviri e ai suoi tanti epigoni, compreso l’artefice della rivoluzione bolscevica. Ma più che accuse di marxismo e leninismo, rozze tanto quanto coloro che le hanno rivolte al Papa, a colpire sono state critiche e distinguo sull’argomento. Questo Papa «parla troppo dei poveri», degli emarginati, degli ultimi. Questo Papa «latinoamericano» non capisce un granché di economia. Questo Papa venuto «dalla fine del mondo» demonizza il capitalismo, cioè l’unico sistema che permette ai poveri di essere meno poveri. Questo Papa non soltanto compie gesti politicamente scorretti (come quello di andare a Lampedusa per pregare davanti al mare divenuto la tomba di migliaia di immigrati alla disperata ricerca di una speranza), ma s’immischia in faccende che non gli competono e si mostra evidentemente «pauperisti».
Si può affermare che una delle partite più importanti del Pontificato di Papa Francesco si giochi proprio sui temi dell’economia, della solidarietà, della difesa dei poveri?
Credo proprio di sì. Francesco mette in discussione il capitalismo che calpesta la dignità umana e prospera sulla “cultura dello scarto”. Sistema che, a detta di tanti anche cattolici, rappresenta il migliore dei mondi possibili per gli emarginati, giacché - insegnano le teorie “giuste” – più i ricchi si arricchiscono e meglio va la vita dei poveri. Un sistema divenuto dogma persino in casa cattolica, al pari di altre verità di fede. Si sa: cristianesimo è uguale a libertà, libertà è uguale a libera impresa e dunque capitalismo, capitalismo è uguale a cristianesimo in atto. E non bisogna sottilizzare sul fatto che viviamo in un’economia che di capitalistico ha ormai poco o nulla, come quasi nullo è il suo legame con la cosiddetta “economia reale”. La bolla finanziaria, la speculazione, gli indici della Borsa, il fatto che l’oscillazione di quegli indici possa scaraventare intere popolazioni sotto la soglia della povertà facendo lievitare di colpo il prezzo di alcune materie prime: tutte realtà che dobbiamo accettare alla stregua degli “effetti collaterali” delle guerre “intelligenti” di ultima generazione. Dobbiamo accettarle, queste realtà, e starcene pure in silenzio. Il dogma è dogma, e chi lo mette in discussione, se va bene, è un illuso. Altrimenti è un sovversivo. Sì, perché anche di fronte alla catastrofe della crisi economico-finanziaria degli ultimi anni, il massimo che è concesso di fare alla Chiesa, e più in generale ai cattolici, è di pronunciare qualche richiamo all’etica.
Durante la stesura del libro, avete avuto modo di confrontarvi sul TTIP, l’importante trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in fase di discussione tra Stati Uniti ed Europa?
In senso ampio sì, perché fa parte del dibattito più attuale sulla politica economica mondiale.
È plausibile pensare che parte delle critiche arrivate dal mondo conservatore statunitense siano dovute anche alla ferma volontà di realizzare un disegno di politica economica mondiale che vede il totale protagonismo della grandi multinazionali, secondo molti studiosi a discapito dei più piccoli, più poveri, più fragili?
Penso possa essere plausibile pensarlo. Francesco ha ben presente l’enciclica Quadragesimo Anno di papa Pio XI, pubblicata nel 1931, a ridosso della Grande Depressione del 1929, con la quale il coraggioso pontefice brianzolo si scagliava contro il «funesto ed esecrabile internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro». Perché queste affermazioni suonano così dirompenti, tanto da poter essere considerate, guardando per esempio all’ambito italiano, troppo di sinistra persino per l’attuale sinistra? È stato dirompente di per sé che sul soglio di Pietro sia stato eletto un pontefice che non ha mai professato l’ideologia di certa Teologia della liberazione ma che ha conosciuto da vicino i disastri di certo capitalismo. Dà fastidio che parli così spesso di povertà, che critichi l’idolatria del denaro sulla quale sembrano sempre più fondarsi le nostre società ormai a sovranità limitata. L’ipersensibilità con cui alcuni ambienti anche cattolici intervengono per sopire il dibattito e talvolta ridicolizzare – per esempio negli Stati Uniti – vescovi che osano alzare la voce sui temi sociali, sull’immigrazione, sulla povertà, lasciano intravvedere l’inquietudine per un possibile cambiamento. L’inquietudine per un Papa che riafferma la dottrina sociale della Chiesa, e anche per quelle pagine che sembrano ora rimettere in discussione la presunta “santa alleanza” con certo capitalismo, che molti consideravano ormai assodata.
La Chiesa ha disposto diverse iniziative a favore del microcredito: qual’è il pensiero e la posizione della Chiesa a questo proposito?
La dimensione sociale è parte integrante della fede. Nella “Evangelii gaudium” Francesco mette in guardia dalle ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Già Benedetto XVI ha richiesto un’autorità politica mondiale che riporti il sistema finanziario e monetario alla funzione di concedere credito a lavoratori, famiglie, imprese e comunità locali.