SCOMMETTERE SUL LATTE NOBILE

AUMENTARE LA QUALITÀ PER SOPRAVVIVERE

Valentina Renzopaoli

I primi furono i nonni, Antonio ed Emma. Negli anni Trenta dello scorso secolo lasciarono il Paese d'origine e si trasferirono nel comune di Segni, cittadina a circa cinquanta chilometri da Roma ai piedi dei Monti Lepini. Presero in affitto alcuni campi e iniziarono ad allevare bovini di razza Frisona per la produzione del latte. Negli anni Sessanta furono i figli, Ezio e Valentino, a comprare i primi terreni e a costruire la prima stalla. Oggi, alla terza generazione, Andrea e sua moglie Francesca stanno coronando un sogno: costruire il loro futuro e quello della loro famiglia, valorizzando una tradizione familiare che già ha dato da mangiare ai loro padri, mettendo a frutto una genetica passione per la terra perfezionata attraverso uno specifico percorso di studio. Grazie a un'intuizione geniale e ad un investimento di un milione di euro, i coniugi Colagiacomo sono diventati veri e propri imprenditori del latte, capaci di pastorizzare, imbottigliare e lavorare il succo prelibato delle loro “frisone”.
La loro azienda agricola “Fattoria La Frisona” produce latte di altissima qualità, circa tremila bottiglie al giorno che, poche ore dopo la mungitura, arrivano nei punti vendita – alimentari, gastronomie, supermercati locali – attraverso una filiera corta, anzi cortissima.
L'idea di ampliare l'attività realizzando l'impianto di imbottigliamento è nata con l'obiettivo di combattere le difficoltà di un mercato, quello del latte, che viene gestito nei grandi centri di raccolta e che sempre più spesso mette i produttori nella condizione di non riuscire a coprire i costi di produzione con la vendita. Valorizzare un prodotto di qualità, facendo in modo che i maggiori costi di una produzione non industriale siano compensati da un ritorno economico: questo l'obiettivo di Andrea Colagiacomo, dottore in Scienze Agrarie all'università della Tuscia di Viterbo. Dopo un periodo di sperimentazione, da sei mesi l'azienda ha ottenuto un risultato importante, diventando una delle tre realtà italiane che pastorizzano e imbottigliano con il marchio “Latte Nobile”: una certificazione promossa dall'Associazione Nazionale Formaggi sotto il Cielo, con la collaborazione dell'Istituto Zooprofilattico di Roma e con l'Università Veterinaria di Napoli, per tutelare e valorizzare i formaggi prodotti esclusivamente con il latte di animali allevati al pascolo. Un risultato che si consegue rispettando regole precise, come allevare il bestiame con una percentuale di mangimi concentrati di farine quasi pari a zero e un'altissima percentuale di foraggio.
Qual è la realtà dei piccoli produttori? Quali sono le vostre difficoltà?
In questi ultimi anni si è venuta a creare una contrazione dell’utile prodotto nelle aziende agricole e oggi ci troviamo con un bilancio economico pesantemente negativo che sta minando la sopravvivenza con chiusure di attività dell’ordine del 20% annuo. Ciò è dovuto a due fattori: da una parte l’aumento dei costi di produzione, dall'altra la riduzione dei ricavi dalla vendita di latte crudo. I costi di tutte le materie prime utilizzate in azienda (mais, soia, gasolio, concimi) sono lievitati a causa di annate siccitose, di un mercato azionario che fa speculazione e di imposizioni fiscali pesanti. Inoltre a seguito di un susseguirsi di vendite e acquisizioni di industrie nel settore lattiero-caseario, con l’arrivo di multinazionali straniere, si è venuto a creare un oligopolio che ha portato gli allevatori a non poter più scegliere liberamente, secondo le leggi dell’economia di domanda e offerta, il miglior offerente del proprio latte. Queste multinazionali, non curanti del nostro territorio, delle nostre eccellenze, e dei costi “a fare agricoltura” nei nostri territori, si limitano ad acquistare sul mercato internazionale al prezzo più basso.
Da sei mesi, una parte del vostro allevamento è dedicato alla produzione di un latte di altissima qualità. Cosa mangiano le vostre mucche frisone allevate per produrre Latte Nobile?
L'alimentazione per il Latte Nobile prevede un 70% di foraggi, una percentuale molto alta se messa a confronto con il 30/35% utilizzato negli allevamenti intensivi. Il resto del “menù” è composto da alimenti tradizionali come l'avena, i vari tipi di cereali, i legumi. Niente soia e, ovviamente, niente Ogm.
Quali sono le caratteristiche nutrizionali di questo latte?
Il Latte Nobile ha una percentuale maggiore di Omega 3 ed è più ricco di antiossidanti. Quindi è un prodotto più adatto a chi ha problemi di colesterolo.
Ottenere latte e prodotti derivati di altissima qualità, cosa comporta a livello produttivo?
I bovini che si nutrono con l'alimentazione prevista dal marchio Latte Nobile producono circa la metà del latte dei bovini degli allevamenti intensivi: 16 litri al giorno a capo, contro 35/40. Possiamo dire che le nostre mucche producono lo stesso latte che producevano negli allevamenti di cinquant'anni fa. Per il produttore quindi si tratta di un procedimento molto più costoso. È una scelta ben precisa: quella di diminuire la produzione per alzare lo standard qualitativo.
Un litro di Latte Nobile però costa di più?
Due euro: nemmeno 30 centesimi in più rispetto a un latte di una qualsiasi marca importante. Una piccola differenza di prezzo che, a nostro giudizio, vale la pena spendere.
Come risponde il mercato a questo tipo di offerta? Il consumatore apprezza i vantaggi di nutrirsi con un “latte che sa di latte”?
I risultati per ora sono positivi: si sta sviluppando un nuovo mercato più attento alla qualità e ai prodotti sani. La cosa fondamentale è avere la possibilità di spiegare al cliente il prodotto. Per questo vendiamo al dettaglio presso esercizi commerciali e gastronomie particolari, oppure nei mercatini di Campagna Amica, dove possiamo stabilire un contatto diretto con il consumatore. Il nostro prossimo obiettivo è riuscire a vendere questo prodotto sugli scaffali delle farmacie.
Oltre al latte la sua azienda produce anche altri prodotti derivati: quali sono?
Una parte del latte munto viene trasformato in yogurt e in palline di gelato. Si tratta ovviamente di prodotti artigianali, fatti con pezzi di frutta fresca che compriamo da produttori della zona e del circuito di Campagna Amica. Per il gelato usiamo la farina di semi di carruba come addensante. E ora stiamo lavorando all'ultimo prodotto della linea: il kefir, una bevanda ricca di fermenti lattici e probiotici ottenuta dalla fermentazione del latte.
Che tipo di investimento ha richiesto questa attività? Avete stipulato dei mutui?
L'investimento è stato di circa un milione di euro: per il 40% abbiamo attinto al Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, che prevede l'erogazione dei fondi da parte dell'Unione Europea, dello Stato e della Regione. Per il restante 60% dell'investimento abbiamo contratto un mutuo a trent'anni con una banca in convenzione con Agricredito, il Consorzio di Garanzia Fidi della Coldiretti.
Ha mai sentito parlare del TTIP, il trattato transatlantico per commercio e investimenti in discussione tra USA ed Europa?
Sì ne ho sentito parlare, ma purtroppo a noi allevatori arrivano notizie poco precise e frammentarie. Sappiamo che c'è una discussione aperta ma nessuno è in grado di farci avere comunicazioni certe e dettagliate. Credo non sia corretto prendere decisioni così importanti che potrebbero avere conseguenze su diversi settori dell'economia tenendo all'oscuro i cittadini.
Cosa accadrebbe in Italia ai piccoli imprenditori come voi che hanno puntato tutto sulla qualità, se si decidesse di “armonizzare” le norme sul commercio di prodotti agricoli e ridimensionare i principi di tutela, diversità e territorialità del prodotto a danno dei marchi DOP e IGP, che garantiscono qualità e riconoscibilità?
Sarebbe deleterio: l'Italia non può essere competitiva a livello di quantità di produzione ma può essere molto competitiva per la qualità. Per le industrie meno vincoli ci sono con il territorio meglio è, mentre noi piccoli allevatori e agricoltori più caratterizziamo la nostra attività più abbiamo futuro.

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