FATTORI SOCIALI

PARADIGMA DI INCLUSIONE E SVILUPPO SOCIALE SOSTENIBILE

Tiziana LANG | Ricercatore presso Ministero del Lavoro e Politiche Sociali

L’agricoltura è divenuta sempre più un ambito di sviluppo economico e sociale, oltre che uno strumento di salvaguardia e valorizzazione ambientale; una potenziale leva su cui poggiare modelli di crescita territoriale sostenibili. All’interno dell’agricoltura tradizionale si situa l’esperienza dell’agricoltura sociale che con le sue “fattorie sociali” è già molto sviluppata in particolare nei Paesi Bassi e in Germania, dove è parte integrante del sistema sanitario. Nelle fattorie sociali oltre all’attività fondamentale di produzione e allevamento si svolgono anche attività di carattere sociale (socio-sanitario, educativo, di formazione e inserimento lavorativo, ricreazione) destinate a persone vulnerabili o a rischio di emarginazione sociale. Nel Regno Unito, per esempio, le attività delle fattorie sociali sono spesso incentrate sulla pet-terapy per disabili e anziani, mentre in altri paesi si è maggiormente sviluppata la dimensione del re-inserimento sociolavorativo di soggetti svantaggiati (es. in Italia). Nelle fattorie sociali sono tenute assieme varie dimensioni: quella dello sviluppo di politiche di welfare territoriale efficaci, la sfida dell’eco-sostenibilità, la valorizzazione culturale e agricola del territorio, la costruzione di opportunità reali di sviluppo e crescita occupazionale. Grazie alle fattorie sociali, e all’agricoltura sociale più in generale, è possibile migliorare la fruizione del territorio con una maggiore attenzione alla qualità della vita e alle relazioni delle comunità rurali. Secondo Van der Ploeg (2007) le sue fattorie sociali rappresentano il nuovo paradigma di sviluppo rurale dell’agricoltura europea, basato sul presupposto che l’agricoltura può garantire processi produttivi multifunzionali e fornire una risposta al valore crescente (non solo economico) della società post-moderna. Secondo detto approccio, le fattorie sociali rompono con il paradigma della “produzione di massa” e della supremazia tecnologica, dando spazio alla diversità e alla peculiarità dei fattori di produzione più strettamente connessi ai contesti, alle persone e alle loro storie. Al contempo, l’agricoltura sociale rompe anche il paradigma sanitario, poiché nelle fattorie sociali le terapie e le cure sono erogate all’interno di azioni più complesse e ben strutturate. La creazione di contesti di inclusione sociale, welfare, riabilitazione, cura e terapia caratterizza l’identità delle fattorie sociali e offre l’occasione per sperimentare nuovi modelli di welfare “dal basso”, fondati sulle responsabilità e il coinvolgimento di tutti gli attori sociali interessati. Lavorare in una fattoria sociale, per il soggetto svantaggiato (ma non solo), è molto diverso che sottoporsi alla terapia occupazionale tradizionale, poiché i programmi di cura e riabilitativi si basano su competenze tecniche unite a capacità sociali, ossia, relazioni interpersonali costruite all’interno di contesti lavorativi e secondo il ritmo della produzione legato a quello della natura. La remunerazione, inoltre, rappresenta un fattore qualificante dell’attività condotta dal paziente all’interno della fattoria sociale, lo step che lo rende indipendente economicamente e affrancato dai sussidi sociali.

Secondo la Rete delle Fattorie Sociali, uno dei principali stakeholder dell’agricoltura sociale in Italia, “l’agricoltura sociale è utile non solo a tutte quelle persone che ne traggano dei benefici per la propria salute, ma anche un’importante risorsa per tutti quegli agricoltori che, in forma singola o associata, decidano di aprire le proprie aziende agricole a questo tipo di realtà, potendo questi attraverso l’agricoltura sociale, da un lato, raggiungere quella parte di mercati che valorizzano il prodotto etico e, dall’altro, potendo aumentare l’offerta di servizi che per sua natura può erogare una fattoria” (dalla relazione tenuta dalla Rete delle Fattorie sociali in 9ª Commissione del Senato). L’agricoltura sociale, pertanto, non è un settore di “interesse” precipuo delle istituzioni pubbliche che, grazie alle strutture e alle metodologie adottate nelle fattorie sociali, possono ottenere un’ottimizzazione dei costi dell’assistenza sociale e al contempo favorire l’inserimento durevole nella vita sociale e lavorativa di coloro che si trovano in condizione di svantaggio. Essa rappresenta un’occasione di sviluppo, innovativa e sostenibile, per l’agricoltura in generale. Se l’intento principale è di ottenere la fuoriuscita dall’assistenzialismo di coloro che dipendono da sussidi, pensioni sociali, centri di assistenza per farne dei soggetti attivi nella società e promotori di sviluppo nelle comunità rurali, non può essere dimenticato l’interesse economico sotteso che è stato richiamato, tra l’altro, già nell’audizione presso il CESE a Bruxelles (2012) quando il modello italiano delle fattorie sociali fu definito una delle eccellenze del Made in Italy. Per questa ragione a sostegno della norma sull’agricoltura sociale si sono mossi sia le associazioni rappresentative del mondo agricolo, gli utenti delle fattorie sociali e loro associazioni, sia i fornitori di servizi sociali e sanitari (cooperative e imprese sociali) e più estesamente il terzo settore, ma anche le istituzioni e amministrazioni pubbliche responsabili, ai vari livelli territoriali, della programmazione delle politiche per il welfare (socio-sanitarie) e di quelle per lo sviluppo rurale.

Il fenomeno delle fattorie sociali in Europa ha dato vita a interessanti interazioni a livello locale tra fattorie, cooperative, associazioni, consumatori e istituzioni pubbliche (sociali, sanitarie, scolastiche, di sicurezza, ecc.), favorendo la nascita di percorsi innovativi di sviluppo locale multisettoriali e di metodologie agricole strutturate in modo innovativo. Nella tavola che segue, risalente all’ultimo studio comparato condotto a livello di Unione europea, sono messe a confronto le realtà di alcuni paesi europei in relazione allo sviluppo e alla consistenza del fenomeno delle fattorie sociali.

Nel 2008 le fattorie sociali nei paesi considerati sono in tutto 1845, con una presenza più diffusa nel Nord e Centro-Europa in particolare in Norvegia e nei Paesi Bassi che da sole rappresentano il 53% del campione. L’Italia segue non troppo distante anche se le fattorie del nostro paese presentano la dimensione economica media più bassa fra tutti i paesi considerati. Mentre nei Paesi Bassi e nelle Fiandre le fattorie sociali appartengono in prevalenza al settore “privato”, in Germania esse sono per lo più “istituzionalizzate” (come accade peraltro in Irlanda).

In Italia (2012) le fattorie sociali sono presenti in tutte le Regioni e province autonome pur se con numeri differenti. La Regione dove esse sono maggiormente rappresentate sono: il Lazio seguito dalla Sicilia e dalla Toscana e, quindi, dall’Emilia Romagna e Lombardia. Un gruppetto di altre regioni sono più distaccate con ca. 10 fattorie sociali per regione (Piemonte, Marche, Calabria e Sardegna).

Il quadro ci rappresenta efficacemente quanto il fenomeno sia diffuso in tutto il Paese, ma al contempo ci mostra come i diversi territori abbiano fatto proprie mission e obiettivi delle fattorie sociali e dell’agricoltura sociale in generale.

Quanto allo sviluppo e al consolidamento dell’esperienza delle fattorie sociali in Italia, a nostro parere, la nuova legge per l’agricoltura sociale può trovare un sostegno diretto al conseguimento dei suoi principali obiettivi sia nella programmazione dei fondi strutturali e di investimento europei per gli anni 2014-2020 sia nei fondi destinati alle politiche sociali e al rafforzamento del Terzo settore e dell’impresa sociale (anche questi oggetto di revisione normativa da parte del Governo).

Una delle priorità della nuova programmazione, come noto, è il rafforzamento delle “innovazioni sociali”1 sulla scia di quanto previsto dalla strategia europea per la crescita, l’occupazione, l’inclusione sociale, nonché per la diversificazione e lo sviluppo rurale. L’agricoltura sociale rappresenta un’innovazione sociale sia nelle politiche socio-sanitarie, come visto, sia in quelle di sviluppo rurale. Le raccomandazioni specifiche per Paese, pubblicate nel giugno scorso dalla Commissione europea in aggiunta alla Comunicazione “Costruire la crescita” (COM (2014) 400 def), chiedono all’Italia di intervenire per limitare l’aumento della povertà e dei livelli di esclusione sociale estendendo gradualmente il regime pilota di assistenza sociale e assicurandone, tra l’altro, una condizionalità rigorosa grazie al rafforzamento della correlazione con le misure di attivazione. Il riappropriarsi della propria indipendenza per il soggetto svantaggiato è il primo passo per la piena inclusione sociale, e l’agricoltura sociale favorisce tale attivazione grazie all’offerta di nuovi servizi personalizzati che rispondono alle necessità dell’utente e dell’istituzione che sino ad ora se ne è fatta carico.

Inoltre, l’Accordo di partenariato 2014-2020 ricorda come l’agricoltura sociale in Italia si faccia spesso carico della “carenza di servizi essenziali offrendo attività ricreative collettive, servizi didattici, servizi socio sanitari. Questo grazie alla co-azione di più soggetti che progettano e gestiscono le attività sulla base di accordi locali (piani socio-sanitari di zona, protocolli di intesa, accordi di programma, ecc.) che rispondono a esigenze specifiche mettendo in sinergia competenze e professionalità disponibili, con un costo più basso rispetto ai servizi socio sanitati di norma erogati dai servizi pubblici (…)”

Sempre l’Accordo di partenariato evidenzia quanto siano aumentate le “difficoltà di accesso al credito e, in generale, agli strumenti di finanziamento già esistenti per le imprese del settore agricolo.” Secondo l’ultimo Censimento dell’agricoltura (2011) l’erosione del credito prevista per il periodo 2007-2012 è pari a una media annua di tre punti percentuali. Inoltre, è stato evidenziato che il ricorso al credito da parte delle aziende agricole si rivolge soprattutto ai finanziamenti a breve termine, che rispondono all’esigenza di finanziare la gestione ordinaria dell’impresa a sfavore di iniziative per investimenti e ristrutturazioni di lunga durata.

Alla luce del quadro descritto e delle opportunità offerte dalla programmazione dei fondi strutturali e di investimento europei per i prossimi sei anni le autorità di gestione centrali e regionali potrebbero prevedere nei propri programmi operativi, in particolare negli obiettivi tematici 3, 8 e 92 il rafforzamento e la diffusione delle esperienze dell’agricoltura sociale. A tal fine potrebbero essere studiati e introdotti strumenti finanziari dedicati per l’accesso al credito delle imprese agricole che intendono strutturarsi quali fattorie sociali per partecipare alla creazione di percorsi di inclusione socio-sanitaria di soggetti svantaggiati e collaborare all’erogazione di servizi di welfare adeguati e sostenibili in ambito agricolo, nel solco di quanto previsto dalla normativa di settore sia a livello regionale che nazionale.


Bibliografia

Custance P.R., Orton G., Walley K.E. (2011), “Care farming – a sustainable approach to multifunctionality in agriculture”, 9th Rural Entrepreneurship Conference 2011, Nottingham Trent University, 23-24 June.

Pascale A. (2005), “Etica e agricoltura per un nuovo welfare rigenerativo”, Agriregionieuropa, anno 1, n.1.

Giarè F., Masani L., Santevecchi M., Valitutti F. (2013), L’agricoltura sociale in Italia. Opportunità e sfide per il prossimo periodo di programmazione, Rete Rurale Nazionale.

“Opinion of the Section for Agriculture, Rural Development and the Environment On Social farming: green care and social and health policies (own-initiative opinion)”, Rapporteur: Ms Willems Brussels, 28 November 2012.


Note

1 In proposito confronta il “Social investment package” (COM (2013) 83 final), il Regolamento del Programma europeo “Employment and social innovation 2014-2020” (Reg. (UE) n.1296/2013), l’Accordo di partenariato 2014-2020 per l’impiego dei fondi strutturali e di investimento europei adottato il 29 ottobre 2014 dalla Commissione europea.

2 Gli obiettivi tematici citati riguardano: OT 3 Promuovere la competitività delle piccole e medie imprese, il settore agricolo e il settore della pesca e dell’acquacoltura; OT 8 Promuovere un’occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori; OT 9 Promuovere l’inclusione sociale, combattere la povertà e ogni forma di discriminazione.