AGRICOLTURA SOCIALE CONTRO L'AGROMAFIA

Enza Colagrosso

Senatore Andrea Olivero, oggi vice Ministro delle Politiche agricole.
E’ a lui che abbiamo chiesto di spiegarci la legge sull’agricoltura sociale che, licenziata dalla Camera lo scorso luglio, è ora al vaglio del Senato.

Vice Ministro, la legge sull’agricoltura sociale attende l’approvazione del Senato per diventare attuativa. Quali innovazioni e quali cambiamenti apporterà l’applicazione di questa nuova normativa?

La legge sull’agricoltura sociale rappresenta un passaggio estremamente importante che riconosce l’iniziativa già presa in questi anni da alcuni pionieri nel nostro Paese, che hanno fatto nascere fattorie sociali, e altre espressioni di agricoltura sociale. Esperienze circoscritte, ma che hanno dato buoni risultati. Il riconoscimento, di per sé, è già un passaggio importante, perché ritengo che le Istituzioni debbano avere l’umiltà di prendere atto di ciò che la società produce, perché è solo così che si cresce, e si cresce bene. L’applicazione della legge sull’agricoltura sociale può andare ad incrementare un modello di welfare sussidiario, che non è sostitutivo, ma integrativo di quello pubblico. Non possiamo dimenticare che il nostro Paese ha un 60% del territorio fatto di aree interne, spesso marginalizzate, dove se immaginiamo che imprese agricole possono assumersi la responsabilità di sviluppare elementi di Welfare, penso all’accoglienza di persone con difficoltà, alla cura dell’infanzia, all’assistenza agli anziani, messi in atto in una logica di supporto alla comunità, ciò potrebbe significare un aspetto estremamente utile che consentirebbe alle persone di permanere in quei territori. Noi non possiamo infatti pensare di sviluppare il nostro territorio in eccellenze, se non diamo possibilità di vita buona, a chi lavora in quel territorio. Pertanto credo che l’agricoltura sociale sia uno straordinario strumento di flessibilità e armonizzazione tra attività di impresa e comunità. L’Europa ha individuato nell’elemento della “coesione” il primo e più importante fattore, da dover sviluppare, per poter crescere. Nel nostro Paese, che ha una percentuale molto alta di limiti strutturali, se non s’investe su modelli di coesione che coinvolgono anche i soggetti privati, in questo caso appunto le imprese agricole, sarà difficoltoso pensare ad uno sviluppo integrale portato avanti in maniera organica.

L’Europa ha stanziato somme importanti sull’agricoltura sociale, tanto che lo sviluppo di questa attività potrebbe rappresentare una valida opportunità lavorativa per i giovani. L’azione del Microcredito ritiene che potrebbe essere determinante?

Ci sono risorse pubbliche che possono essere allocate su progettualità di agricoltura sociale, ci sono poi risorse all’interno dei fondi per l’agricoltura e all’interno dei fondi sociali, ma nonostante ciò non possiamo perdere di vista il fatto che l’imprese, che potrebbero occuparsi di agricoltura sociale, hanno la caratteristica di essere imprese fragili, non molto capitalizzate, ricche di buone idee ma non della capacità e della forza di radicarsi sul territorio. Per questo necessitano di strumenti nuovi che le aiutino a poter sviluppare le loro progettualità. In questo senso, reputo che il Microcredito sia lo strumento più adatto. Va poi tenuto a mente che il settore agricolo, pur dando una affidabilità molto più elevata di altri settori, in molti casi non ha una redditività immediata molto forte. Anche alla luce di ciò penso che il Microcredito sia lo strumento più adeguato per sostenere lo sviluppo dell’agricoltura sociale. Inoltre devo dire che il mondo del sociale, che in questo caso si coniuga con il mondo agricolo, ha già stabilito una certa familiarità con il Microcredito perché nella sua azione trova più facilmente appoggio su iniziative di credito di questa natura, piuttosto che sui grandi progetti che poi si fa fatica a portare avanti e in molti casi non consentono uno sviluppo armonico. Pertanto io credo che nel nostro Paese, come in altri Paesi al mondo, un modello di welfare basato anche sull’agricoltura sociale, possa trovare nel Microcredito un alleato naturale.

C’è una nuova tendenza oggi in agricoltura, quella di rilanciare qualità e specificità del territorio. Come si inserisce questo nuovo indirizzo nell’agricoltura sociale?

Oggi ci stiamo rendendo conto che per raggiungere l’eccellenza su un prodotto ci vuole molto impegno. Il prodotto va curato, affinato in ogni modo, va connesso al territorio che lo produce se si vuole puntare su di lui e promuoverlo davvero, affinché il mercato mondiale lo riconosca come prodotto d’eccellenza. Partendo da questa consapevolezza non possiamo più sponsorizzare un nostro prodotto senza ricordare, a chi lo acquista, che dietro c’è una cultura, una tradizione artistica, un territorio dai paesaggi straordinari ed ancora una comunità coesa capace di trasportare tutti quegli elementi in quel prodotto, per renderlo unico. Ecco allora il senso dell’agricoltura sociale che può, e deve rappresentare un supporto importantissimo a questo processo, sostenendo quella comunità coesa che è il presupposto di tutto. Ricordiamo poi che gran parte dei nostri prodotti di eccellenza, nascono in aree marginali che, come tali, hanno mantenuto una forte specificità che ha consentito loro la conservazione di quegli aspetti qualitativi, particolari. Ora però queste aree marginali, anche se produttrici di eccellenze, rischiano l’abbandono. Contiamo già molti casi in cui si fatica a mantenere le produzioni di eccellenza a livelli elevati, rispondenti cioè alla richiesta del mercato, solo perché diminuiscono i produttori. Il fenomeno dell’abbandono delle terre è quasi sempre correlato all’offerta di qualità di vita, molta bassa. Ciò accade anche a causa della crisi economica che stiamo attraversando, che ha fatto registrare, tra gli effetti correlati, un taglio drastico dei fondi per le amministrazioni locali. Specialmente i piccoli Comuni sono stati falcidiati ed hanno per questo dovuto limitare fortemente i loro servizi di welfare, settore però rilevante, per ogni famiglia, quando questa deve decidere se abitare in un luogo, piuttosto che in un altro. E’ chiaro che l’agricoltura sociale non può risolvere tutti questi problemi, però può proporsi come volano per andare, insieme alle Istituzione, a superare certe criticità affinché la gente decida di permanere in aree, oggi marginalizzate.

Nonostante le difficoltà, l’agricoltura rimane però uno dei settori importanti della produzione italiana. Può confermarcelo?

Assolutamente sì. E confermo, allo stesso tempo, quel fenomeno di “ritorno” che sta riportando giovani, e meno giovani, verso la terra e verso le aree marginali. Voglio però aggiungere, affinché questo ritorno alla terra non rimanga soltanto figlio dell’entusiasmo di un momento, generato magari da difficoltà o dalla mancanza di lavoro, che il nostro impegno sarà quello di promuovere dei progetti integrati che portino servizi anche nelle aree marginali e in questo senso l’agricoltura sociale rappresenta un ottimo veicolo.

Il business legato all’agricoltura ha risvegliato però le attenzioni delle mafie. Come è possibile contrastare l’azione di quella che comunemente viene chiamata agromafia?

In questi anni abbiamo registrato una forte crescita dell’agromafia, nel nostro Paese. Voglio citarle dei numeri per tracciare un quadro della situazione: su 10mila beni confiscati alla mafia, 2500 sono terreni agricoli. Abbiamo una stima del valore di agromafie per il 2014 pari a 14 miliardi di euro. Su 1500 aziende confiscate ben 90 sono aziende agricole. Questi numeri bastano a far capire che l’interesse delle mafie, verso il settore agricolo, è alto. Per arginarlo stiamo agendo su due fronti: applicando un’attenta vigilanza, e con la firma di un protocollo d’intesa con “Libera”, per utilizzare subito i terreni confiscati. Tale accordo lo abbiamo sottoscritto sia, come ho detto, per riutilizzare i terreni sottratti alle mafie, ma anche per lanciare un messaggio a queste molto forte che dimostri come alla loro gestione dei territori, esista un’alternativa. Sembra incredibile ma ci siamo resi conto che se non s’interviene subito, in questo senso, si corre il rischio che le mafie si vantino addirittura del fatto che sotto la loro conduzione i terreni producevano, dopo invece restano fermi. Per questo noi avvertiamo la necessita assoluta di riassegnare quei territori, e magari destinandoli all’agricoltura sociale, perché il sociale scaccia le mafie, nel senso che il sociale porta le persone a responsabilizzarsi e porta ad un controllo territoriale positivo, a fronte di un controllo territoriale mafioso. Portare il sociale su quei territori significa andare a mettere degli anticorpi in un settore, quello agricolo, che purtroppo è stato molto infiltrato dalle mafie.

Contraffazione e imitazione rappresentano un grave danno per i nostri prodotti, queste da una parte ledono la nostra immagine sui mercati ma dall’altra ci raccontano di un’esigenza di “italianità” che non riusciamo a soddisfare.

Questo è un altro aspetto molto importante del settore agricolo e produttivo del nostro Paese. Abbiamo la necessità di attivare un sistema di controllo efficace ed efficiente, anche se devo dire che l’Italia, in questi ultimi anni, ha fatto dei passi da gigante in questo senso. Stiamo conducendo una vera battaglia verso la tracciabilità. La vogliamo per i nostri prodotti, e per tutti i prodotti sui mercati. Questo è l’unico modo per garantire la sicurezza alimentare e per dare al consumatore la possibilità di scegliere: verso la qualità, verso il costo che è disposto a pagare e verso la storia del prodotto che vuole acquistare. Stiamo stabilendo degli accordi commerciali con gli altri Paesi, e lo facciamo con grande fatica perché sappiamo che in alcuni casi ci sono modelli opposti al nostro, ma ci stiamo impegnando cercando di far passare il messaggio che la tracciabilità è innanzi tutto un diritto del cittadino consumatore, e non soltanto un corollario del made in Italy. Stiamo allo stesso tempo lavorando al contrasto delle truffe e all’internazionalizzazione dell’agroalimentare italiano, affinché tutti i nostri prodotti, e non soltanto quelli eccelsi, arrivino nei supermercati del mondo, questo lo portiamo avanti nella convinzione che la contraffazione va sconfitta andando a proporre il prodotto buono, che caccerà sicuramente quello cattivo. Certo l’Italia paga uno storico handicap, rispetto agli altri Paesi vicini, che è quello di non avere grosse catene di distribuzione alimentare. Quelle che avevamo si sono liquidate, e questo ci ha resi più deboli e più fragili. Quando sento dire che noi veniamo derubati ogni anno di circa 50miliardi di euro, dai prodotti falsificati, allora mi dico che se da un lato ciò è una iattura dall’altro è la dimostrazione della nostra potenzialità sui mercati, che presto dobbiamo riprenderci.