SPEREQUAZIONE ALIMENTARE

LA CRISI ECONOMICA STRUTTURALE CHE STIAMO ATTRAVERSANDO, NONOSTANTE I DEBOLI SEGNALI DI RIPRESA, NON É DESTINATA, IN PARTICOLARE PER I PAESI OCCIDENTALI, A TERMINARE IN POCO TEMPO.

Lapo Mazzei

Per questa ragione nessuno è in grado di prevedere quando e come ne usciremo, ma una cosa è certa: la situazione che troveremo all’uscita del tunnel sarà molto diversa dalla precedente. Secondo la maggior parte degli analisti ci troveremo in una situazione instabile, definita di “transizione”, proiettata verso un nuovo modello di società e di sviluppo economico. Una specie di mutazione darwiniana destinata a cambiare il mondo e con il mondo anche noi.

Dato il quadro d’insieme resta un nodo da sciogliere: quale strategia adottare? Lasciarsi trainare dai cambiamenti o gestirli, seguendo nuovi modelli? La risposta non è facile perché richiede la capacità di saper leggere gli avvenimenti e di interpretare i cambiamenti generati dalla globalizzazione. Trattandosi di cambiamenti epocali che stanno incidendo profondamente sul nostro modo di essere, di organizzarci e di agire, è necessario comprendere che per poterli gestire con lucidità, lungimiranza e determinazione in modo da saperne cogliere le opportunità ad essi connesse, serve una vera visione d’insieme. E allora è fondamentale partire dal macro per attivare il micro, in modo da equalizzare gli effetti prodotti in alto che si riverberano sul basso. Fuor di metafora significa che occorre sapere cosa sta avvenendo nel mondo del cibo a livello mondiale per decifrare i segnali che colpiranno nell’orto di casa. Perché il cibo, e in senso più esteso l’intero mondo dell’alimentazione giocheranno un ruolo fondamentale nel futuro prossimo venturo.
Nell’ultimo decennio, puntando i riflettori sugli aspetti macroscopici del mondo dell’alimentazione, governi e fondi di investimento hanno fatto a gara per comprare terre in Africa, Asia e America Latina con il beneplacito delle istituzioni locali. Il ragionamento che sta alla base della “corsa al nuovo oro” è semplice. Nel 2050 sul pianeta ci saranno 9 miliardi di persone, 2 miliardi in più degli attuali. La combinazione “più individui, meno terra” rende quello sulla terra un investimento sicuro, con un ritorno del 20-30% all’anno. E non perché al mondo non ci sia abbastanza cibo, ma perché il sistema alimentare funziona in modo profondamente ingiusto, e perché alcuni dei modi in cui questo è prodotto stanno irrimediabilmente consumando le risorse naturali. E non solo cibo o risorse naturali sono sotto esame. Ad attrarre gli investitori sono biocarburanti e coltivazioni di organismi geneticamente modificati: non è solo l’accesso alla terra per le popolazioni locali quindi ad essere in pericolo ma le tipologie di coltivazioni nelle terre colpite da land grabbing, con gravi effetti sulla biodiversità locale e sul know-how indigeno. Chi detiene il capitale fondiario, e dunque le materie prime, ha tutto l’interesse a vendere a chi è in grado di pagare, e lasciare nella fame chi, se solo venisse rispettato nei propri diritti, potrebbe produrre cibo per soddisfare il proprio fabbisogno e magari fargli concorrenza sui mercati. Accesso alla terra, sicurezza alimentare e sovranità alimentare delle popolazioni locali sono messe a repentaglio. Senza alternative, queste ultime si vedono estirpare le terre che da generazioni coltivano e da cui producono il proprio sostentamento. In un momento perdono tutto. La tesi si basa su di una ricerca sul campo, realizzata tra maggio e luglio 2011, a Bandiagara, in Mali.

I Dogon, celebri in ambito astronomico, popolano questa zona e vivono in un territorio in cui la media annuale delle precipitazioni è insufficiente per le produzioni agricole, l’esposizione all’erosione dei suoli è elevata e la percentuale di terre coltivabili è del 12%, mentre un terzo del territorio è composto da roccia solida. È il territorio del Mali in cui si sente maggiormente la “discesa del Sahara”, con i suoi effetti deleteri su agricoltura, allevamento e accesso all’acqua. Alla base delle questioni precedentemente enunciate c’è la mancanza di accesso al credito e l’esclusione finanziaria di buona parte degli abitanti dei paesi in via di sviluppo. Questi sono estromessi dal sistema di credito commerciale formale e dunque sono costretti a rivolgersi a quello informale. La rivoluzione è stata l’istituzione di un sistema a metà tra i due, un sistema che, basandosi sulla solidarietà del gruppo, assicura l’accesso al credito per le popolazioni che ne sono escluse: il microcredito. I risultati delle interviste condotte hanno dimostrato che attraverso la partecipazione ai programmi di microcredito, la totalità dei membri delle cooperative incontrate ha incrementato il proprio reddito e sono migliorate le condizioni di vita della propria famiglia. Il questionario stesso ha però messo in luce due criticità del sistema di microcredito locale: alcuni intervistati vorrebbero aumentato il proprio prestito mensile, mentre altri vorrebbero che si creasse un fondo economico interno alla propria cooperativa, limitando così la dipendenza dalla banca e i tassi di interesse. È comunque innegabile che il microcredito si è dimostrato un macro-aiuto per lo sviluppo locale delle popolazioni Dogon.

Il lavoro si concentra inoltre su definire le possibili attività generatrici di reddito per le popolazioni dell’area Dogon. Dalle interviste e dalle osservazioni, ne sono state individuate sei: l’incentivazione e una migliore strutturazione del piccolo commercio, il rafforzamento delle cooperative agricole, il potenziamento del piccolo allevamento attraverso sostanziali modifiche strutturali, il sostegno e la riproposizione del commercio di uova di faraona, la costituzione e la formazione di cooperative artigianali, lo sfruttamento delle enormi potenzialità turistiche e culturali dell’area Dogon. Dunque il caso del Mali come esempio da seguire? In parte sì, ovviamente con i dovuti accorgimenti. Ma lo studio offre una chiave interpretativa di grande importanza. Solo se si incentiva il piccolo si ferma il grande. O, almeno, si riesce a diluirne gli effetti negativi. E’ bene aver presente che il nostro pianeta produce cibo in quantità e qualità sufficiente per nutrire tutta la sua popolazione, eppure anche questa sera 854 milioni di persone andranno a dormire con lo stomaco vuoto. Degli 854 milioni di persone che nel mondo soffrono la fame, 820 milioni vivono nei Paesi poveri, 25 milioni nei Paesi definiti “in transizione” e ben 9 milioni in quelli opulenti e industrializzati. Se nella prima metà degli anni ‘90 le persone malnutrite erano diminuite di 26 milioni, nella seconda metà dello stesso decennio sono risalite di 23 milioni di unità, di fatto annullando i risultati ottenuti. Siamo, quindi, molto distanti dal dimezzamento della povertà entro il 2015.

Un buon esempio per il nostro Paese arriva da Expo 2015, l’esposizione universale che Milano ospiterà a partire dal prossimo 1 maggio, ha lanciato una sfida importante: “nutrire il pianeta”. Alimenta2Talent, un concorso per idee di impresa, promosso dal Comune di Milano e dal Parco Tecnologico Padano di Lodi, l’ha raccolta mettendo al centro l’innovazione e premiando le migliori idee per cambiare il modo di fare agricoltura, ridurre gli sprechi e aumentare la sostenibilità. Ai vincitori Alimenta offre un piano di sviluppo capace di trasformare le loro idee in impresa attraverso un cammino serrato che li accompagnerà nei prossimi 6 mesi. Si chiama Alimenta Accelerating Program e darà ai 5 vincitori 1.500 euro al mese per tutta la durata del programma, in modo da permettere loro di concentrarsi unicamente sull’idea di business, 1 advisor dedicato che li seguirà da vicino e li aiuterà a focalizzare bene obiettivi e strategie, 1 nutrito gruppo di mentor da cui attingere tutto il sapere che serve per creare un’impresa. Spazi di Co-working nel nuovo acceleratore tecnologico di Alimenta, tutto il network di ricerca, imprese e istituzioni del Parco Tecnologico Padano e del Comune di Milano.

Il bando 2014 di Alimenta2Talent ha visto la partecipazione di 100 team di business, un terzo dei quali al femminile. Le idee provengono da tutto lo stivale con importanti legami internazionali. Quasi un terzo (29) è arrivato da Milano, seguono a distanza Roma e Torino (5), e Bari e Lodi (4). L’idea più giovane a essersi fatta avanti viene da un ventunenne (1993), giunto in finale, ma non mancano comunque gli over-50 (con un’idea tra i 5 vincitori). A farla da padrona sono però gli anni ‘80 con ben 8 dei 15 finalisti. Le 100 idee sono state valutate da una Commissione Tecnica, composta da profili di alto spessore tecnologico e di business: un rappresentante di un fondo di Investimento, il direttore generale di una società di brokeraggio tecnologico, i responsabili della Ricerca e Sviluppo del Parco Tecnologico e di altri istituti di ricerca.

Un’attenta lettura dei dati emersi dal progetto di monitoraggio e valutazione di tutte le iniziative di microcredito attivate in Italia, realizzato dal 2011 al 2014 dall’Ente nazionale per il Microcredito per il Ministero del Lavoro, documenta quanto questo genere di finanziamento si stia radicando come strumento economico irrinunciabile, perché offre concrete possibilità di accesso o reinserimento nel mercato del lavoro per donne e giovani, ma anche perché è una valida opportunità per fronteggiare l’emergenza povertà, che colpisce strati sempre più ampi di popolazione. Le evidenze confermano, inoltre, che si tratta di un fenomeno in progressiva e sostenuta espansione. In un contesto di crisi economica che sta facendo aumentare velocemente la platea di persone o microimprese che non ottengono il credito tradizionale, perché non riescono a fornire adeguate garanzie di disponibilità economica, o perché, per le dimensioni contenute delle loro iniziative, i crediti richiesti non risultano interessanti per le banche, il microcredito si dimostra capace di fornire una risposta, di rappresentare un’alternativa significativa alla crescente domanda di credito, sia a scopo socio-assistenziale, che per finalità produttive.

Nel 2013, in Italia, sono state tenute in osservazione 105 iniziative di microcredito e ne è emerso che si sono distribuiti poco meno di 10.000 microprestiti, per un ammontare complessivo di oltre 100 milioni di euro, riuscendo a soddisfare meno della metà (42,3%) delle richieste sottoposte a valutazione. Va tuttavia considerato che se, per numero, la maggioranza dei microcrediti (59,9%) sono stati concessi con finalità socio-assistenziali, per importo in effetti concesso, prevale invece il valore di quelli con finalità di auto impiego, che assorbono quasi i tre quarti delle risorse complessivamente impiegate: oltre 76 milioni di euro, ovvero 50 milioni in più dei 26 milioni volti al microcredito sociale.

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