FATTORIE SOCIALI - RIPENSARE L'AGRICOLTURA

DAI UN PESCE A UN UOMO E LO NUTRIRAI PER UN GIORNO; INSEGNAGLI A PESCARE E LO NUTRIRAI PER TUTTA LA VITA". CONFUCIO

Marco Berardo Di Stefano | Presidente della Rete delle fattorie sociali e titolare della Fattoria biosolidale del Circeo

Se l’autore di questa frase fosse vissuto oggi, avrebbe parlato di agricoltura sociale. In questo caso la parola “sociale” significa “solidarietà” e non “assistenzialismo”. Si è in presenza di realtà che coinvolgono nella propria attività agricola soggetti svantaggiati (come, ad esempio, persone disabili, pazienti psichiatrici, ex detenuti, vittime della tratta, ex tossicodipendenti, rifugiati politici, ecc.), attraverso l’inclusione lavorativa; realtà che puntano all’autosostenibilità economica grazie a dei modelli commerciali che le permettano di essere competitive sul mercato.
Dieci anni fa iniziava l’avventura della Rete Fattorie Sociali; nel 2005 gli operatori di agricoltura sociale sentirono il bisogno di mettersi in rete per poter meglio far conoscere al paese e alle istituzioni le incredibili opportunità offerte dalle fattorie sociali. In questi anni molta strada è stata fatta; oggi in Italia è in discussione una legge in Parlamento sull’agricoltura sociale e in Europa c’è grande attenzione a questo tema.
Nel decennale della fondazione della Rete Fattorie Sociali, sarà inoltre attivato presso l’Università di Roma Tor Vergata, un Master sull’agricoltura sociale. Il Master, progettato in collaborazione tra la Rete Fattorie Sociali, l’Associazione Oasi e le strutture universitarie, ha lo scopo di formare gli operatori agricoli e sociali alla creazione e gestione di progetti di agricoltura sociale.
Il Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), nell’ambito di un suo parere sull’agricoltura sociale (2012) l’ha definita come “un insieme di attività intese ad agevolare l’inserimento sociale, che impiegano risorse agricole, sia vegetali che animali, al fine di creare prestazioni sociali nelle aree rurali o periurbane”, distinguendo quattro aree: terapeutico-riabilitativa; inclusione lavorativa di soggetti deboli; didattico-educativa; assistenza alla persona.
L’agricoltura sociale ha una molteplice valenza: innanzitutto opportunità per soggetti deboli di usufruire dei benefici sulla salute psichica e fisica propri del contesto rurale, opportunità di ulteriore reddito per gli agricoltori, attivazione di forme diversificate e spesso più economiche di erogazione dei servizi sociali. Infatti il miglioramento della salute psicofisica di una persona che le permetta di uscire da una situazione di assistenzialismo puro, con tutte le spese che questo comporta come, ad esempio, le pensioni sociali, le rette dei centri diurni, l’accompagno, ecc., e di diventare soggetto attivo della società attraverso il lavoro, è fonte di grande risparmio per le Istituzioni.
Per questo, favorire lo sviluppo dell’agricoltura sociale nel nostro paese rappresenta un obiettivo non solo morale ma anche economico. Permette di creare rapporti nuovi fra aziende agricole, consumatori (filiere corte) e istituzioni sociali, sanitarie e scolastiche, ponendosi come una innovazione sociale a forte valenza territoriale. L’agricoltura sociale è infatti un potente fattore di sviluppo territoriale in grado di valorizzare gli asset locali e di costituire un nuovo approccio sostenibile per rivitalizzare le aree rurali coerente con la strategia di Europa 2020.
Per questi motivi l’agricoltura sociale si è sviluppata un po’ dovunque in Europa con un numero crescente di iniziative con molte similitudini ma anche grandi differenze. Tre sono i modelli principali: il modello “istituzionale” con prevalenza di istituzioni pubbliche rispetto alle iniziative private (Germania, Francia); il modello “privato” basato su iniziative private (Olanda e Fiandre con le care farms che dietro corrispettivo offrono servizi ai disabili); il modello “misto” dell’Italia dove, con la chiusura dei manicomi negli anni ’70, i soggetti psichiatrici sono stati presi in carico dalle cooperative sociali. A queste, negli anni 2000, si sono affiancate anche iniziative di aziende agricole profit.
Sebbene il numero di fattorie sociali sia crescente, esse sono ancora un fenomeno minoritario che non supera l’1% del totale delle aziende agricole europee. È peraltro crescente l’interesse dell’UE per l’agricoltura sociale: la Commissione ha infatti avviato diverse iniziative specifiche (Azione Cost 866, Progetto Sofar, Rete Europea per lo Sviluppo Rurale) al fine di mettere in contatto i diversi stakeholders e di favorire la conoscenza e la diffusione del fenomeno.
Carente è peraltro l’integrazione fra le istituzioni pubbliche, sia a livello UE che nei singoli paesi, nonché la connessione fra le politiche coinvolte dall’agricoltura sociale. Manca infatti un quadro giuridico in grado di favorirne lo sviluppo, aspetto che è stato sottolineato dal Comitato Economico e Sociale UE individuando nel nuovo ciclo di programmazione dei Fondi Strutturali 2014-2020 il luogo ove attivare nuove forme di integrazione.
La legge in discussione nel nostro Parlamento individua per agricoltura sociale le attività esercitate dagli impenditori agricoli e dalle cooperative sociali.
Iniziative di agricoltura sociale si sono sviluppate anche in altri contesti (orti terapeutici presso ospedali o centri diurni, attività agricole presso istituzioni carcerarie o enti del terzo settore, reti di orti urbani). In complesso si stimano in circa 2000 i progetti oggi attivi in Italia, numero in costante crescita anche per la graduale emersione di esperienze prima non conosciute. Queste iniziative hanno molte caratteristiche comuni:sviluppo dal basso con approccio “bottom-up”; forte motivazione degli operatori; apertura al territorio; attuazione contestuale di altre forme di multifunzionalità; metodi di coltivazione biologica e capital saving.
Una delle caratteristiche fondamentali del fenomeno è la multidisciplinarietà in quanto viene coinvolta una vasta gamma di attività: agricole, sociali, sanitarie, del lavoro, educative, della giustizia, ecc. E in questo senso le associazioni specifiche dell’AS svolgono una azione di ponte tra le diverse aree facilitando la comprensione reciproca. Lo stesso non avviene purtroppo per le istituzioni pubbliche che operano a compartimenti stagni se non addirittura in contraddizione fra loro.
Accade così che la politica agricola definisce agricoltura sociale “azione chiave” da sostenere nell’ambito delle politiche di sviluppo rurale cofinanziate dall’UE e finanzia lo start-up di fattorie sociali, mentre il Ministero della Salute esclude l’agricoltura sociale dalle attività finanziabili dal Servizio Sanitario Nazionale non essendoci a suo parere sufficienti prove scientifiche della loro efficacia terapeutica. Tuttavia si moltiplicano a livello locale queste esperienze che vedono coinvolti i diversi attori (agricoltori, cooperative sociali, ASL, Servizi Sociali).
Diversa la situazione in altri settori: la normativa scolastica consente percorsi attivabili in aziende agricole per l’inserimento di alunni con difficoltà sociali o di apprendimento; infine la normativa sui beni confiscati alla mafia consente di destinare tali beni (che comprendono molti terreni agricoli) per scopi di utilità sociale.
In assenza di una normativa nazionale diverse Regioni si sono dotate di leggi specifiche (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli VG, Liguria, Marche, Molise, Sicilia, Toscana) mentre Lazio, Lombardia, Emilia Romagna, Umbria e Sardegna hanno provvedimenti in corso di definizione.
Una particolare rilevanza per l’agricoltura sociale è rivestita dai Fondi UE (Fondo Sociale Europeo; Fondo Europeo di Sviluppo Regionale; Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale), principalmente attraverso l’Asse Inclusione sociale del FSE e le misure di diversificazione della attività agricole dello Sviluppo Rurale.
I regolamenti comunitari relativi al nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 prevedono rispetto al passato un migliore coordinamento fra i vari Fondi e a tal scopo definiscono un “Quadro Strategico Comune” (QSC) valido per tutti gli Stati membri, ciascuno dei quali provvede poi a dotarsi di un proprio “Accordo di partenariato” nel quale definire gli obiettivi dei diversi fondi e le modalità della loro interazione. La logica della programmazione territoriale (“Approccio Leader”) è estesa a tutti i fondi in una visione “place based” dello sviluppo locale con la possibilità di attivare pacchetti plurifondo nei quali far rientrare programmi di agricoltura sociale per il miglioramento dei servizi alla popolazione nelle aree rurali.
Nell’ottobre 2014 la Commissione UE ha approvato l’accordo di partenariato italiano che conferma il ruolo positivo che l’agricoltura sociale può svolgere per lo sviluppo delle aree rurali. Sono ora in corso di approvazione i programmi regionali (uno per ciascun Fondo) nei quali si può peraltro rilevare sia una relativa modesta incidenza dell’agricoltura sociale, sia, in generale, una scarsa coordinazione fra i diversi Fondi a dispetto di quanto previsto dalla normativa comunitaria.

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