Valentina Renzopaoli

La ripresa c’è ma è molto lenta, la popolazione sta invecchiando e la povertà assoluta è aumentata. La fotografia dell’Italia che tenta di uscire dal lunghissimo tunnel della crisi di inizio millennio racconta un Paese diviso, diseguale, frammentato e molto provato, in cui il 28,7% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione.

A tracciare l’identikit dell’Italia è l’ultimo Rapporto Annuale dell’Istat che analizza e traccia i connotati delle nuove classi sociali. E il primo dato che emerge è che la società che abbiamo conosciuto fino ad ora sta scomparendo o già non esiste più. La classe operaia è in estinzione, la piccola borghesia non si sa bene più che cosa sia, le disuguaglianze aumentano, i lavoro si polarizza, l’ascensore sociale è bloccato e la distinzione del ceto si poggia su un solo dato, ovvero il reddito percepito. Se da una parte, i numeri e le statistiche dell’Istat mostrano diversi segnali positivi di un ciclo economico in moderata ripresa, con il Pil che nel 2016 è cresciuto dello 0,9% e con un’accelerazione dei consumi finali nazionali (+1,2%) e degli investimenti fissi lordi (+2,5%); dall’altra l’Istituto registra una dato molto preoccupante.

E’ tornato infatti a risalire l’indicatore di “grave deprivazione materiale”, che passa dall’11,5% del 2015 all’11,9%. L’indicatore di grave deprivazione materiale rileva la quota di persone in famiglia che dichiarano di sperimentare almeno quattro sintomi di disagio su un insieme di nove. Sono in difficoltà le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione, è stata esclusa dal mercato del lavoro o ha un lavoro part time. Particolarmente grave la condizione dei genitori soli, soprattutto con figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno, dove la quota delle persone gravemente deprivate risulta oltre tre volte più elevata che nel Nord.

Nel 2015 inoltre è aumentata l’incidenza della povertà assoluta: la quota delle persone che vivono in famiglie che non sono in grado di acquistare il paniere di beni e servizi essenziali è salita dal 6,8% del 2014 al 7,6% del 2015, per un numero di individui pari a 4,6 milioni, il più elevato dal 2005. Se si va ad analizzare nel dettaglio le fasce sociali che stanno soffrendo di più, emerge che l’incidenza della povertà assoluta più elevata si registra tra le famiglie a basso reddito con stranieri. Queste rappresentano il 32,4% di tutte le famiglie povere in termini assoluti a il 37,5% degli individui poveri. Particolarmente difficile è la situazione di questi nuclei quando ci sono minori.

La povertà assoluta è ancora più diffusa tra le famiglie composte da soli stranieri, dove l’incidenza di povertà raggiunge un valore pari al 30%, contro il 19,4% delle famiglie miste. Nel “selfie” scattato al Belpaese c’è un’ombra particolarmente scura: quella che riguarda la possibilità di curarsi. Il reddito insufficiente infatti influisce anche sulla salute e sull’accesso al servizio sanitario. La quota delle persone che ha rinunciato a una visita specialistica negli ultimi 12 mesi perché troppo costosa è cresciuta tra il 2008 e il 2015 dal 4 al 6,5% della popolazione e il fenomeno è più accentuato nel Mezzogiorno.

Il risultato è che tra i gruppi sociali si osservano importanti diseguaglianze nelle condizioni di salute. Ma la struttura sociale di un Paese e il quadro delle sue differenze e delle diseguaglianze non si esaurisce nella sola dimensione economica. Esiste un aspetto che forse più di ogni altro, in questo momento, caratterizza l’Italia, ed è quello demografico, contraddistinto da un costante invecchiamento della popolazione. Le nascite sono al minimo storico, la natalità continua a diminuire: il minimo osservato nel 2015 di 486mila nati, risulta superato dal nuovo record del 2016, anno in cui sono venuti al mondo solo 474mila italiani. Il tasso di fecondità scende a 1,34 figli per donna: media che sale grazie alla presenza delle straniere. L’Italia insomma è un Paese di vecchi: secondo le ultime stime Istat al 1 gennaio 2017 la quota di giovani (0-14 anni) scende ulteriormente rispetto all’anno precedente, raggiungendo livelli mai sperimentati in passato, ovvero il 13,5%.

La popolazione in età attiva, tra i 15 e i 64 anni, corrisponde al 64,2% della popolazione. Mentre gli over 65 sono oltre 13 milioni e mezzo, superando per la prima volta la fetta del 22%. Gli anziani sopra gli ottant’anni sono circa 4 milioni, pari al 6,8% del totale. Il risultato di questa dinamica naturale è il calo demografico: a partire dal 2015, anno eccezionale per la mortalità registrata, la popolazione italiana si riduce di 130mila unità. Diminuzione che prosegue nel 2016 e, secondo le stime, anche nel 2017, arrivando a 60,6 milioni di persone.

L’Italia è oggi uno dei Paesi con il più basso peso delle nuove generazioni. I giovani tra i 18 e i 34 anni sono diminuiti di 1,1 milione in nove anni, tra il 2008 e il 2017 e il “degiovanimento” frena la dinamicità della società. Le trasformazioni strutturali della popolazione hanno ovviamente un impatto fortissimo su tutti i fenomeni, dalle nascite ai matrimoni, all’occupazione, all’economia: un impatto che è destinato a produrre effetti non solo a breve periodo ma anche e soprattutto in quello medio-lungo. La presenza degli stranieri ha attenuato in parte la dinamica dell’invecchiamento ma in realtà rallenta anche l’aumento degli stranieri residenti. Al 1 gennaio 2017 i cittadini stranieri sono stimati in più di 5 milioni, ovvero l’8,3% dei residenti, con una netta prevalenza al Centro-Nord. Rispetto al gennaio 2016, l’incremento è stato di 2.500 unità: si tratta della crescita più modesta degli ultimi anni. Ad alimentare il numero degli stranieri in Italia concorrono non solo le migrazioni dall’esterno (il saldo migratorio si mantiene positivo e ammonta a oltre 200mila stranieri) ma anche i tanti nati nel nostro Paese da genitori entrambi stranieri, le cosiddette seconde generazioni. Un nato su cinque, infatti, ha almeno un genitore straniero.