Valentina Renzopaoli

Esperto di diritto internazionale privato, lavora tra Roma, Reggio Calabria, Londra,
New York e Toronto. Specializzato nella contrattualistica italiana e internazionale,
l'avvocato Paolo Zagami rappresenta numerose aziende italiane e straniere nella loro
attività di import-export e nel processo di internazionalizzazione. Autore di numerose
pubblicazioni, tra cui “L'impresa internazionale tra i Paesi del Common law e mist” e
“L'impresa internazionale nei cosiddetti paradisi fiscali”.

Avvocato, nel frastagliato panorama delle aziende italiane che vogliono aggredire
mercati esteri qual è la situazione delle piccole e medie imprese made in Italy?

“E' una situazione di ripresa economica generale mondiale che coinvolge anche il
nostro Paese: lentamente diminuiscono i fallimenti che coinvolgono le nostre piccole
e medie imprese. Ma c'è ancora molto da fare. Un esempio per tutti, è il caso dei
pagamenti pubblica amministrazione, sempre in ritardo nei confronti delle pmi, che
possono essere letali”

Lei si occupa in particolare di internazionalizzazione, cosa si intende con questo
termine?


“Si intende un processo che si sostanzia nel guardare oltre i confini italiani, nell'aprirsi
all'estero e nel delocalizzare gli investimenti in Paesi stranieri. Un fenomeno che, a mio
parere, deve essere valutato a doppio senso: l'impresa italiana non solo deve investire
all'estero ma deve essere anche capace di attrarre gli investimenti stranieri, cercando
potenziali partner commerciali. Cosa che potrà essere possibile solo quando il nostro
Stato realizzerà le riforme che sono state promosse e promesse ma che non sono
state ancora realizzate. E' innegabile che purtroppo il nostro sistema giuridico, fiscale,
contabile burocratico e amministrativo non è ancora sufficientemente attrattivo per
molti potenziali partner stranieri”.

Ad esempio, cosa potrebbe essere utile fare?


“Sembra banale ma sicuramente diminuire la tassazione: le piccole e medie imprese
italiane hanno un carico complessivo del 50% di tasse sul proprio fatturato; quando
un'impresa è tassata e tartassata dallo Stato inevitabilmente deve necessariamente
aprirsi all'estero perché l'internazionalizzazione diventa una questione di
sopravvivenza. In questo momento, il campo di gioco non può essere solo l'Italia ma il
mondo intero. Ci troviamo in una società globalizzata, nel quale le distanze fisiche sono
sempre più ridotte e quindi una pmi deve confrontarsi non più solo con i concorrenti
italiani ma con quelli di tutto il mondo”.

Quali requisiti, a suo parere, dovrebbe avere un'impresa per rivolgersi al mercato
estero?


“Ritengo sia necessaria innanzitutto una “cultura dell'internazionalizzazione” e quindi
una strategia. In primo luogo è necessario un business plan che preveda i diversi step
finalizzati all'abbattimento del carico fiscale, alla produzione di servizi che possono
essere rivenduti nel mercato estero”.


In Italia esiste già una cultura in questo senso?


“A mio modesto avviso, ritengo di no. In Italia ci sono tanti enti che si occupano di
internazionalizzazione, vari attori protagonisti, però ciò che manca è una regia unitaria
che istituzionalizzi e che coordini i vari attori protagonisti”.

Quali sono in questo momento i settori commerciali e merceologici che hanno più
chance di conquistare il mercato internazionale?


“In questo momento, a chi me lo chiede, io consiglio di puntare sempre su quelli che
sono marchi forti del made in Italy, che garantiscono successo in tutto il mondo. Cito
sempre le “tre A”: abbigliamento, arredamento e alimentari”. Se si punta su questi tre
settori si va sul sicuro perché si tratta di settori merceologici su cui l'Italia è molto
forte”.

Quindi esiste ancora un brand made in Italy?


“Assolutamente sì, il nostro Paese rimane un Paese attrattivo, ma il ramamarico
è sempre lo stesso: bisogna andare a fare le modifiche strutturali necessarie.
L'internazionalizzazione verso l’Italia non si verifica più come una volta per problemi
che sono lampanti e sotto gli occhi di tutti: la burocrazia, la mancanza di infrastrutture,
la mancanza della certezza del diritto, il costo della giustizia; tutti elementi che
rallentano la crescita economica del Paese”.


Cosa chiedono le imprese ad una figura professionale come la sua?


“Certezze e sicurezze. Le chiedono specialmente quando si approcciano a mercati
giuridici che hanno legislazioni diverse dalle nostre. In particolare, Inghilterra,
Australia e Canada, dove è presente un sistema di Common Law, molto diverso dal
nostro sistema di Civil Law. Nel sistema Common Law le nostre imprese chiedono che
vengano garantite tutte quelle clausole contrattuali che possano proteggere in modo
efficace eventuali investimenti”.


Lo strumento del microcredito è un'opportunità di sviluppo e occupazione per le
nostre imprese che sviluppa una leva occupazionale del 2,43. A suo avviso quanto
appeal potrebbe avere questo modello in un'economia come quella inglese o
americana?


“In Italia lo strumento del microcredito ha avuto un'incidenza sul livello occupazione
molto elevata. Si tratta di uno strumento che negli Stati Uniti e in Inghilterra si usa
da anni: da parecchio tempo le piccole e medie imprese hanno supporti economici,
perché il concetto di star up nasce fondamentalmente proprio negli Stati Uniti. E il
concetto di start up si basa proprio su finanziamenti pubblici, molto spesso i giovani
hanno le idee ma non le risorse per realizzarle”.


Quali sono in questo momento i mercati più a portata di “sbarco”?


“E' un momento storico particolare. Fino a quindici anni fa si parlava di Brasile, Russia,
India, Cina e Sudafrica. Poi è arrivato il momento del blocco “Mist”, vale a dire Messico,
Indonesia, Sud Corea e Turchia. In questo momento si stanno creando nuovi equilibri
geopolitici che vanno ad influenzare le scelte finanziarie, economiche e commerciali.
E il problema è che non si sa ancora bene dove si andrà a parare, perché ci sono stati
una serie di eventi che hanno cambiato questi equilibri: in primo luogo gli attacchi
terroristici che purtroppo hanno influenza anche sulle scelte imprenditoriale.
Gli altri due eventi sono quelli che riguardano il Regno Unito e gli Stati Uniti. Negli Stati
Uniti abbiamo avuto l'insediamento del nuovo Governo: il partito Repubblicano e Trump
stanno attuando politiche finalizzate a riprendere quella che era la vecchia dottrina
dell'”America First”. In sostanza, valorizzare prima le imprese americane e chiudere i
confini statunitensi e questo avrà delle conseguenze: andare a fare investimenti negli
Stati Uniti in questa ottica non sarà un'ottima scelta. Il secondo fattore importante
inevitabilmente è la Brexit”.

Ecco, investire in Inghilterra: cosa accadrà nel post Brexit?


“Mi sento di dire che a livello pratico le conseguenze non sono state finora così
catastrofiche come molti analisti avevano ipotizzato nell'immediato. Così come
fondamentalmente il sistema giuridico rimarrà quello di Common Law. Quindi
nell'immediato le differenze non si riscontrano. E' inevitabile che però nel giro di
qualche anno qualcosa di importante accadrà: mi riferisco in particolare all'aumento
dei dazi e delle barriere doganali, quindi sarà più difficile far entrare e far uscire
prodotti dall'Inghilterra e questo avrà come conseguenza anche la realizzazione di
nuovi accordi commerciali”.


Avvocato, lei è autore di un libro dedicato ai paradisi fiscali, “L'impresa internazionale
nei cosiddetti paradisi fiscali”. Tutti ne parlano male pero' in fondo, tutti vorrebbero
approdarci. Ci sveli qualche segreto: dove sta la verità?


“In effetti, è come dice lei. C'è una curiosità direi quasi morbosa nei confronti di queste
piccole isole caraibiche dove tutti pensano si possano portare sacchi di soldi sulle
spalle. Curiosità che viene giustificata dal fatto che purtroppo il nostro Stato e in
generale l'Europa tassa e tartassa le imprese, quindi l'imprenditore cerca di andare a
ottimizzare il ricarico fiscale, o comunque a ridurlo, laddove possa farlo, in Stati che
garantiscono non solo un minor carico fiscale ma anche altre tutele e altre libertà.
Ma, si badi bene, lo fanno nei limiti di quello che riconosce come legittimo il diritto
tributario internazionale, perché la costituzione di società “off shore”, o di “trust”, o
il “tax ruling” sono pratiche che, se attuate correttamente, sono del tutto legittime e
legali. Da un lato quindi c'è chi ritiene che questi paradisi fiscali in realtà siano degli
inferni dove tutto è dannato, tutto è sporco, tutto è cattivo, tutto è illegale; dall'altro
c'è chi probabilmente abusa di questi paradisi fiscali e in modo del tutto illegittimo
e illegale utilizza anche operazioni di riciclaggio. Io direi che la verità, come sempre,
sta nel mezzo. A mio parere, l'uso dei paradisi fiscali è opportuno e a volte anche
suggerito, sempre però nel rispetto dei limiti di legge”.