Di Romina Gobbo

Sai leggere un estratto conto? Riesci a compilare una
fattura? Termini come Pil, Spread, Cud, ti sono familiari?
Nel 2012 l'Organizzazione per la cooperazione
e lo sviluppo economico (OCSE) ha effettuato
la prima indagine internazionale su vasta scala intervistando
un campione di trentamila quindicenni di
quasi 20 Paesi del mondo per rilevarne la conoscenza
finanziaria. I risultati hanno evidenziato una realtà di
giovani totalmente incapaci di attribuire valore agli
oggetti, o di definire la capacità di spesa che un soggetto
ha in base ad un determinato reddito. Mentre
è evidente che la conoscenza della finanza e dell'economia
rappresentano un life skill imprescindibile, per
poter assumere un ruolo attivo nella società, relazionarsi
correttamente con i propri simili, comprendere
ed affrontare le problematiche legate alla vita pratica,
al lavoro, alla gestione del denaro.
La cultura dell'economia è a sua volta legata a doppio
filo con quella della legalità. A causa del protrarsi della
crisi mondiale, aumentano gli esclusi dal circuito del
lavoro regolare e, di conseguenza, la ricerca di “espedienti”
per la sopravvivenza.
Ottantacinque super ricchi possiedono l’equivalente di
quanto detenuto da metà della popolazione mondiale.
«Una delle malattie più gravi di questa generazione di
capitalismo è la totale separazione tra top manager di
grandi imprese, banche, fondi (e non di rado anche di
organizzazioni umanitarie globali) e la gente comune
», spiega Luigino Bruni, economista e storico del
pensiero economico. Ma l'esclusione finanziaria non
è solo un problema del “Terzo Mondo”. I 4/5 dei cosiddetti
poveri assoluti (i circa due miliardi di persone
che vivono con meno di 2 dollari al giorno) si trovano in Paesi a reddito medio e alto. Questo ci dice che la
globalizzazione ha profondamente cambiato la morfologia
della povertà e la linea di demarcazione tra ricchi
e poveri è sempre meno legata alla geografia (Nord–
Sud). Le disuguaglianze sono ben visibili nelle nostre
città; ne conseguono invidia sociale e insicurezza.
In Italia i primi sette miliardari possiedono quanto il
30% dei più poveri, tra cui i “nuovi poveri”, i disoccupati.
La carenza di lavoro ha inciso sulle disponibilità
economiche delle famiglie, le ha esposte al sovra
indebitamento e ha determinato il rifiuto di eventuali
aiuti da parte delle banche. La situazione si è accanita
contro i giovani, che non trovano spazio nel mondo
del lavoro dipendente e trovano grosse difficoltà anche
nell'avviare un'attività autonoma. Poiché la finanza e
le banche tradizionali tendono a proteggere interessi
costituiti e rendite, anche con un progetto innovativo
un giovane imprenditore trova quasi sempre le porte
chiuse del credito. Per non parlare delle categorie cosiddette
“disagiate”: ex detenuti, utenti dei servizi di
salute mentale, cittadini stranieri, madri single, giovani
inattivi... sono “soggetti non bancabili”, perché non
possono fornire alcuna garanzia come contropartita.
Da sempre la ricchezza e la povertà, i risparmi, il lavoro...
sono faccende decisive nella vita della gente. Ma
oggi la situazione si è aggravata. L'abdicazione della
politica dalla vita economica e finanziaria ha lasciato
spazio ad un'unica logica, quella del business a ogni
costo. Si è persa di vista la persona che invece va messa
sempre al centro, in un contesto di accessibilità a 360
gradi, privo di barriere economiche, mentali, fisiche.
Le religioni hanno grande responsabilità nell'educazione
dei propri fedeli anche su settori quali economia
e finanza.
Perché se è vero che la ricerca spasmodica del profitto
nel breve termine - uno dei presupposti che hanno
permesso lo sviluppo della bolla speculativa del 2008
-, ha spinto verso un'offerta di finanza altamente spregiudicata
da parte di istituzioni e banche, è anche vero
che c'è stata una domanda di questi prodotti da parte
delle famiglie, cioè da parte di tutti noi. Ecco perché
la cultura economico-finanziaria non è per addetti ai
lavori, ma ci riguarda tutti.
Fin dall'inizio del suo Pontificato, Papa Francesco ha
posto l'accento sul problema di un'economia “che uccide”,
suggerendo un ripensamento verso un cambio
di rotta.
Le considerazioni sul rapporto fra etica e attuale sistema
economico-finanziario sono confluite nel documento
“Oeconimicae et pecuniariae questiones”,
redatto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede
e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano
integrale. “Il progresso - si legge - non può essere misurato
solo su parametri di quantità e di efficacia nel
produrre profitto, va commisurato anche sulla base della
qualità della vita e dell'estensione sociale del benessere

“Il microcredito umanizzerà l'economia”
Papa Francesco

che diffonde”, un benessere che non va valutato solo
sulla base del Pil, ma richiede altri parametri, come “la
sicurezza, la salute, la crescita del 'capitale umano', la
qualità della vita sociale e del lavoro”.
Il 3 maggio scorso, con un convegno alla Pontificia
Università Lateranense, è nata la Fondazione senza
fini di lucro “Quadragesimo anno”, che prende il
nome dall'omonima enciclica di Pio XI.
Andando a rileggere quanto scriveva nel 1931, all'indomani
della crisi di Wall Street, Papa Ratti, ci si accorge
di quanto quelle parole siano attuali. “In primo
luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi
è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi
altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza
dell'economia in mano di pochi (...). È il frutto
naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia
sopravvivere solo i più forti, cioè spesso i più violenti
nella lotta e i meno curanti della coscienza”.
Come sintetizzato dal segretario di Stato Pietro Parolin,
mission della Fondazione è “cercare di tradurre
i contenuti della Dottrina Sociale della Chiesa in
indicazioni concrete per il mondo della finanza”, fino
a creare un proprio sistema di certificazione (DSC
Compliant) rivolto al sistema finanziario ed economico
in generale.
«Il microcredito umanizzerà l'economia», dice Papa
Francesco. Perché dà denaro, ma soprattutto fiducia
e dignità, a chi si sente escluso dalla vita più che dal
mercato.
D'altro canto, non dimentichiamo che esso trae in
qualche modo la sua origine nella seconda metà del
Quattrocento dai Monti Frumentari e dai Monti di
Pietà istituiti per iniziativa di alcuni frati francescani,
allo scopo di erogare prestiti di limitata entità a
condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato, per
coinvolgere il maggior numero di persone possibile.
Non era sufficiente elargire elemosine, bisogna incidere
sul tessuto economico perché vi era uno strutturale
disequilibrio tra i prestiti richiesti e i tassi d'interesse,
che spesso rasentavano l'usura.
“O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti
dell'usura se siete credenti”. Così afferma il Corano, che
tratta l'economia come un sistema di valori ampio,
che racchiude al suo interno anche l'etica, la morale, il
comportamento individuale dei soggetti...
Il divieto di usura corrisponde ad una logica comunitaristica,
che privilegia un’equa distribuzione delle
risorse, poiché sono state lasciate in eredità da Dio,
in opposizione all’accumulazione patrimoniale individuale.
Si tratta di modellare un sistema economico
nel quale ciascun membro - uomo o donna - della comunità
islamica (ummah) possa produrre un reddito
sufficiente a soddisfare le proprie necessità di consumo
individuali e familiari.
A questo proposito, la legge islamica (Shari'a) ne indica
e determina la cornice: vanno garantiti i bisogni
fisiologici di base; la tranquillità, la sicurezza e la coesione
sociale; la libertà di parola e di appartenenza
religiosa.
Proprio gli “esclusi” sono i beneficiari principali del
ricavato della zakah (tassa di carità), un obbligo per
tutti i musulmani.
La ummah, dunque, è regolata dai principi di solidarietà
e di uguaglianza tra gli appartenenti. Il microcredito,
che si basa sugli stessi principi, può essere ben recepito
dalla finanza islamica, ovviamente con i dovuti
aggiustamenti.
In ogni caso, proprio il divieto di usura, rispettato da
gran parte del sistema economico e finanziario dei Paesi
arabo-islamici, ha permesso loro di reggere il colpo
della crisi mondiale.
Ma il microcredito è pertinente anche all'Ebraismo,
là dove afferma che la ricchezza che Dio offre agli uomini
non crea solo una relazione verticale tra l'uomo
e Dio, ma anche una relazione orizzontale tra uomo e
uomo, tutti parte di una larga famiglia umana tenuta
unita dal comune Creatore.
L'Ebraismo si propone di porre un freno all'ingordigia
dell'uomo, chiamato a fare un uso parsimonioso delle
risorse naturali, per consegnarle intatte alle generazioni
future.
Esso insiste sull'attuazione di politiche macroeconomiche
il più possibile eque: controllo dei prezzi, promozione
attiva della competizione - tranne quando possa
essere dannosa alla società -, protezione dei diritti di
proprietà e promozione della verità nel commercio.
Questa ricchezza di origine divina è destinata in primo
luogo alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri di
chi la possiede, ma è chiamata anche a provvedere per
chi è nel bisogno, sia attraverso l'obbligo religioso e
morale alla carità (tzedakah), che attraverso la redistribuzione
obbligatoria, ovvero la tassazione pubblica