DONNE E IMPRESA: CORSA A OSTACOLI O SPECIE PROTETTA?

“In Europa ci sono più donne che uomini, ma le donne imprenditrici rappresentano solo un terzo dei lavoratori autonomi nell’Unione europea”. E’ questo l’esordio della pagina del sito della DG GROW1 dedicata all’imprenditoria femminile. E in effetti, le donne rappresentano il 52% della popolazione europea, ma solo il 34,4% dei lavoratori autonomi e il 30% degli startupper nell’UE. Secondo uno studio del Parlamento Europeo del 20152, nel 2012 le donne rappresentavano solo il 29% dei 40,6 milioni di imprenditori nell’UE. Christine Lagarde, Consigliere Delegato del Fondo Monetario Internazionale, di recente ha affermato: “by bringing more women into the fold, the economy can benefit from their talents, skills, unique perspectives and ideas. is diversity should boost productivity, and lead to higher wages for all.”

In questo articolo, partendo dalle dichiarazioni delle istituzioni europee e delle organizzazioni internazionali (OIL, OCSE, ONU, FMI, BM, etc.) - circa la necessità di utilizzare e valorizzare la creatività e il potenziale imprenditoriale delle donne per una maggiore crescita economica e per l’occupazione - si cerca di individuare alcune delle cause della scarsa presenza di donne nell’imprenditoria (non solo quella europea) e le proposte dei vari decisori politici e organismi internazionali volte a migliorare i gap esistenti. L ’ultima relazione sulla parità di genere nell’UE della Commissione europea (2019) rileva che, nonostante si siano fatti progressi verso la parità di genere, le donne continuano ad essere sottorappresentate in vari settori dell’economia (tra i quali l’imprenditoria). L ’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere ha individuato una serie di indicatori per la misurazione della parità genere nell’Unione europea (cfr.Ttab.1): gap di genere nell’occupazione, gap di genere nelle retribuzioni, gap di genere nelle pensioni, gap di genere nei Consiglio di amministrazione, gap di genere nei parlamenti nazionali, gap di genere tra i ministri dei governi nazionali, gap di genere nel Parlamento europeo. Per l’Italia è utile rilevare come a fronte di indicatori piuttosto negativi nell’occupazione e pensioni, l’indicatore della presenza di donne negli organi di amministrazione e controllo sia tra i più elevati dell’UE. E’ l’effetto della legge Golfo-Mosca (legge n.120/2011), in vigore fino al 2022, che stabilisce che il 20% dei posti disponibili negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate (consigli di amministrazione e collegi sindacali) sia riservato al genere meno rappresentato (ndr. quello femminile) senza fissare requisiti o incompatibilità particolari fino al 2015, dopo di allora la quota da riservare è salita a un terzo dei posti disponibili. La percentuale di donne è salita in dieci anni dal 5,9% del 2008 al 35,5% del 2018.

Tiziana Lang

Ricercatrice ANPAL,

esperta in politiche del mercato del lavoro e microcredito

Negli ultimi anni numerosi Stati membri dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno ricevuto una raccomandazione specifica, nell’ambito del Semestre europeo, per migliorare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. A tutto il 2018, il nostro paese non è riuscito nell’intento di portare il tasso di occupazione femminile al di sopra del 55 per cento non avendo attuato misure strutturali a sostegno della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Pertanto, la Commissione europea ha proposto per l’Italia, anche per il 20193, una raccomandazione specifica dedicata all’occupazione femminile (cfr. Box 1). Per tornare all’imprenditoria femminile, il Global Entrepreneurship Monitor (GEM) raccoglie dati annuali sulle imprese e compara il tassi di imprenditorialità maschili e femminili. Uno degli indicatori, il tasso di attivazione imprenditoriale (TEA) M/F , fornisce una stima della percentuale di donne adulte che in ciascun paese prova a far partire una nuova impresa rispetto ai colleghi uomini. Nello specifico, il TEA viene calcolato determinando la percentuale della popolazione femminile di 18-64 anni che pianifica di avviare una nuova impresa (imprenditore nascente) o che possiede/gestisce una nuova impresa (entro i primi 42 mesi dall’avvio), divisi per la percentuale equivalente delle loro controparti maschili. Al grafico 1, il rapporto TEA medio femminile/maschile nel periodo 2016-2018, ossia il rapporto tra il numero di donne imprenditrici in fase iniziale presenti in ogni economia per ogni imprenditore maschio in fase iniziale.

Tab. 1 - Indicatori chiave della parità di genere

È da segnalare, infine, che nel 2018 le posizioni di vertice delle principali società quotate dell’Unione Europea erano ricoperte quasi totalmente da uomini, occupando le donne solo il 6,3% delle posizioni di amministratore delegato, cfr. grafici 2 e 3.

La Commissione Europea (DG EMPL) e il programma LEED dell’OCSE hanno dedicato una nota informativa (Policy brief) al tema della imprenditorialità femminile4 che sottolinea, ancora una volta, la sottorappresentazione delle donne tra gli imprenditori nonché alcuni comportamenti che possono ostacolarne la piena partecipazione all’imprenditoria. Una delle principali evidenze è che le imprenditrici tendono ad operare in contesti più piccoli e meno dinamici rispetto agli imprenditori, nel 2015 il 23% delle donne lavoratrici autonome aveva dei dipendenti contro il 31% dei lavoratori autonomi. Inoltre, esse mostrano una preferenza per i settori a bassa intensità di capitale (salute e lavori sociali, lavanderia, parrucchieri ed estetica, benessere), che notoriamente hanno meno potenzialità di generare reddito elevato e sostenibile. Un altro aspetto emerso dallo studio OCSE-DG EMPL è che esiste inoltre un divario di genere nei redditi da lavoro autonomo d’impresa con le donne che guadagnano dalle 2,2 alle 2,5 volte in meno degli uomini, rispettivamente in Irlanda e Grecia, ma che ci sono contesti dove questo divario non esiste (es. Estonia). In Italia, il reddito medio annuo di un lavoratore autonono imprenditore è di circa 25.000 euro a fronte dei 15.000 euro delle donne imprenditrici. Questo divario può essere spiegato

da diversi fattori, tra cui le differenze nei settori produttivi scelti e le differenze nel numero di ore lavorate (43,9 ore alla settimana delle donne lavoratrici autonome contro 47,1 ore delle controparti maschili); ma anche, come si vedrà oltre, le motivazioni individuali e la propensione all’innovazione, esportazione e crescita della propria attività.

Analoghe considerazioni sono presenti nello studio del Parlamento Europeo (v. nota 2) che rileva come le donne imprenditrici tendano a operare in piccole imprese, nel 40% dei casi di tipo individuale (contro il 34% degli uomini imprenditori), e a concentrarsi su settori considerati meno redditizi dai potenziali finanziatori. Il tasso di crescita delle imprese femminili, pertanto, risulta influenzato da detti fattori come pure il ricambio in azienda che sono inferiori a quelli delle imprese maschili.

LE SFIDE. Tra le sfide che le donne identificano nell’avvio di un’impresa rientrano gli atteggiamenti sociali e culturali, le minori capacità/competenze imprenditoriali, la maggiore difficoltà nell’accesso al credito per l’avvio di impresa, la dimensione inferiore delle imprese femminili rispetto a quelle maschili, quadri normativi e politiche che scoraggiano la scelta imprenditoriale delle donne. Il sito della DG GROW, individua più o meno, le stesse sfide ma curiosamente evidenziando più delle stesse donne la dimensione della conciliazione tra attività autonoma di impresa e carichi di cura familiare. Inoltre, segnala come dirimente la questione del minore accesso ai finanziamenti, l’importanza di una solida formazione imprenditoriale e la possibilità di accedere a reti di imprenditori e di affari. Le sfide segnalate dalle donne ci aiutano a comprendere le possibili cause a monte del loro atteggiamento prudente nel valutare l’innovatività della propria idea di impresa/azienda come rilevato nello studio del PE (v. nota 2). Solo il 13,9% delle donne valuta i propri prodotti come innovativi rispetto al 14,5% degli uomini; lo stesso dicasi per l’innovazione di processo (4,1% contro il 7,8%), l’innovazione organizzativa (5,2% rispetto al 6,5% degli uomini) e l’innovazione del marketing (9,1% a fronte del 10,45%).

Quanto al limitato accesso al credito e ai finanziamenti disponibili lo studio del Parlamento europeo (cfr. Box 2), rileva appunto come l’accesso ai finanziamenti sia un fattore chiave per lo sviluppo dell’imprenditoria femminile e, più in generale, per l’empowerment delle donne. Gli studi realizzati nel tempo sul tema hanno fatto emergere una serie di potenziali ostacoli ed effetti discriminatori nell’accesso ai finanziamenti d’impresa da parte delle donne. I finanziatori sono meno inclini a sostenere le imprese dei settori prescelti dalle donne (salute, servizi alla persona, estetica, pulizia, ristorazione), di conseguenza queste aziende tendono ad avere un valore inferiore di mercato e a crescere meno velocemente in dimensioni e fatturato. Dall’altro lato, tra i fattori che “bloccano” la domanda di finanziamenti da parte delle donne si segnalano la riluttanza ad assumere posizioni di debito o a cercare la finanzia azionaria, mentre è evidente la loro tendenza a partire con capitali inferiori e a cercare finanziamenti di entità limitata (quindi a fare investimenti minori). Le donne imprenditrici segnalano, come visto, la scarsa fiducia nei propri mezzi (soprattutto le skill manageriali e imprenditoriali) che spesso causa la rinuncia a richiedere finanziamenti all’esterno della cerchia familiare (pubblici, bancari, microcredito, ecc.). Ma è noto che l’assenza di finanza esterna sia un ostacolo alla crescita d’impresa, del resto se i finanziatori non sono interessati a finanziare i settori di impresa preferiti dalle donne, il problema rischia di perpetuarsi all’infinito.


LE AZIONI. Secondo l’OCSE, le condizioni istituzionali devono essere migliorate sia per favorire il cambiamento culturale sia per offrire politiche familiari, sociali e fiscali non discriminatorie riguardo alla scelta imprenditoriale delle donne. A livello culturale è necessario agire sul contesto sociale favorendo modelli di ruolo atti a influenzare imprenditori e imprenditrici. Per esempio, promuovendo le donne imprenditrici come modelli di riferimento e garantendo che il sistema educativo addotti un atteggiamento neutrale rispetto al genere e non scoraggi le giovani donne a intraprendere studi negli ambiti scientifici, tecnologici, ingegneristiche e matematici (STEM). Sempre nel paper dell’OCSE (v. nota 4) si apprende della nascita di politiche innovative a sostegno dell’imprenditoria femminile in vari paesi dove si esplora l’utilizzo potenziale degli appalti pubblici per aprire nuove opportunità di mercato per le donne imprenditrici e fornire loro più sostegno se desiderose di accrescere la dimensione della propria impresa con incubatori di imprese e programmi di accelerazione dedicati, come pura la creazione di infrastrutture per il capitale di rischio.

È universalmente riconosciuto l’impegno dell’Unione Europea, nella promozione della parità di genere e dell’empowerment economico di donne e ragazze, sia

all’interno che all’esterno del continente, come dimostra la partecipazione attiva alle sessioni annuali della Commissione sullo Stato delle Donne (CSW) dell’ONU e alle sessioni trimestrali del Consiglio sui diritti umani dell’ONU, così come nei forum dei decisori politici chiave (G20, G7). Ma anche alle riunioni dei Comitati OCSE e OIL incaricati delle politiche sociali, per l’occupazione e finanziarie. Un esempio di tale impegno è la Roadmap for a gender sensitive economic environment adottata dal G7 a maggio 2018 a Taormina (cfr. Box 3).

In relazione all’accesso alla finanza sono diverse le azioni intraprese dalla Commissione Europea. Secondo la Commissione Europea è essenziale che le nuove società e quelle in via di consolidamento, ma anche quelle che desiderano espandere le proprie attività, accedano a finanziamenti convenienti e appropriati. Il concetto alla base è sempre di tipo economico: i fi
nanziamenti consentono alle imprese di migliorare la propria produttività, promuovere l’innovazione e creare occupazione e ricchezza. L ’accesso ai finanziamenti è cruciale, soprattutto, per le piccole e medie imprese che rappresentano la maggioranza delle imprese dell’Unione. Eurostat, in accordo con OCSE, FEI e BCE svolge l’indagine sulle pmi per raccogliere informazioni utili per i decisori politici sull’accesso ai vari tipi e fonti di finanziamento delle piccole e medie imprese.

Due direttive dell’UE sono dedicate all’accesso e rafforzamento delle donne nella attività imprenditoriale. Si tratta della direttiva 2010/41/UE del Parlamento Europeo che estende il diritto alle prestazioni di maternità a donne o coniugi non autosufficienti o partner di coloro che sono lavoratrici e lavoratori autonomi, e della direttiva UE 2004/113/CE che vieta la discriminazione di genere ed estende la parità di trattamento tra donne e uomini anche ai beni e ai servizi incluse

le banche e servizi finanziari (il problema sorge se la discriminazione è indiretta, quindi difficile da dimostrare). La medesima direttiva consente inoltre agli Stati membri, laddove necessario, di adottare misure positive per promuovere l’uguaglianza di genere.

Lo Small Business Act del 2008, come noto, intende sostenere l’imprenditorialità nell’UE e include una rete di mentori in 17 Stati membri dell’Unione con l’obiettivo di promuovere, sostenere e incoraggiare l’imprenditoria femminile. Il programma quadro per la competitività e l’innovazione (CIP) mira a facilitare investimenti in capitale di rischio e garanzie per prestiti alle PMI. Nelle intenzioni della Commissione questo elemento potrebbe essere particolarmente rilevante per le donne imprenditrici, in considerazione di quanto rilevato sull’accesso al credito e ai finanziamenti.

La Commissione, inoltre, ha istituito nel 2009 la Rete europea delle ambasciatrici dell’imprenditoria femminile, al fine di incoraggiare un numero maggiore di donne a diventare imprenditrici Nel 2016 è stata lanciata Wegate.eu, la Piattaforma elettronica per le imprenditrici europee, che viene regolarmente aggiornata e arricchita con informazioni su: (i) eventi di promozione dell’imprenditorialità femminile; (ii) supporto disponibile per le donne imprenditrici in tutta Europa; e (iii) storie di successo di donne imprenditrici provenienti da tutto il continente. A gennaio 2017 sono stati lanciati quattro progetti per creare una rete europea di Business Angels donne (ENWBA), con l’obiettivo di incoraggiare più donne imprenditrici a diventare business angel per sostenere le future imprenditrici a presentare le loro idee di business ai potenziali investitori.

CONCLUSIONI

Gli studi, le ricerche e le politiche qui presentate disegnano un quadro di grande interesse per il tema della imprenditorialità femminile in termini di potenzialità sia di crescita dell’economia globale sia di miglioramento dei contesti culturali in cui le donne operano e decidono, quando lo decidono, di creare una impresa. È un fatto che le donne tendono ad avere un potenziale imprenditoriale latente che non è realizzato. Tocca ai responsabili politici sbloccare tale potenziale, riconoscendo le differenti motivazioni, intenzioni e progetti delle donne che non possono essere considerate come unicum, bensì come un gruppo eterogeneo.
Abbiamo visto come, a livello motivazionale, ciò che per alcune è visto come un limite (la gestione autonoma di una impresa) per altre rappresenta un’opportunità di gestire meglio il proprio equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. È indubbio che la creazione di un sistema di servizi di cura all’infanzia e a lunga durata rimane uno dei primi ed essenziali compiti dei governi, come quello italiano, che non riescono ad aumentare i tassi di occupazione (anche lavoro autonomo imprenditoriale).


Alcune domande rimangono ancora senza risposta:

a) come incoraggiare le banche a finanziare le imprese nei settori ad alta prevalenza di imprese femminili? È possibile rafforzare a livello normativo il settore della microfinanza e prevedere maggiori garanzie sui prestiti pubblici in favore delle imprese femminili (in particolare le start-up)?

b) È possibile monitorare stabilmente la crescita e il ritorno degli investimenti nei settori ad alta prevalenza di imprese femminili rispetto a quelle dominate dagli uomini? Così come prevedere a livello normativo degli obblighi per la valutazione delle richieste di prestito avanzate dalle imprese che non scoraggino le donne rispetto agli uomini?

c) Come sfruttare maggiormente il potenziale delle piattaforme web (anche social network) per favorire la creazione di reti tra imprenditrici per lo sviluppo di competenze e capacità (skills and competences) imprenditoriali?

d) Quali programmi attivare per accrescere le reti di contatti commerciali e finanziari delle donne imprenditrici?

e) Quale ruolo possono svolgere i social media nella promozione di modelli di ruolo e sociali che contrastino gli stereotipi di genere e favoriscano la scelta delle giovani donne verso gli studi STEM e la gestione di impresa?

f) La Commissione ha condotto studi sulla misura in cui le donne imprenditrici sono oggetto di discriminazione indiretta ai sensi della direttiva 2004/113/CE nel settore dei servizi finanziari?


Tutti gli attori istituzionali e gli stakeholder economici dovrebbero interrogarsi sulle perdite connesse ad una scarsa presenza delle donne nel lavoro, negli affari, nell’impresa, nei luoghi decisionali. Tutte opportunità non colte. Possiamo permettercelo?

1 Direzione generale per il mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI della Commissione europea
2 Rapporto “Women’s entrepreneurship: closing the gender gap in access to financial and other services and in social enterpreneurship” commissionato al Dipartimento diritti del cittadino e affari costituzionali dalla Commissione sui diritti delle donne e pari opportunità (FEMM) del Parlamento europeo, 2015
3 COM(2019) 512 final del 5 giugno 2019 “Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2019 dell’Italia e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità 2019 dell’Italia”.
4 Policy Brief on Women’s Entrepreneurship, OCSE-Commissione europea (DG EMPL), 2017
5 Il box sintetizza alcuni risultati del Rapporto di cui alla nota 2.

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