OLTRE GLI OSTACOLI DI GENERE: LA MICROFINANZA E L'ACCESSO AL CREDITO

ABSTRACT - OLTRE GLI OSTACOLI DI GENERE: - LA MICROFINANZA E L’ACCESSO AL CREDITO

Stando al Global Gender Gap Report, del WORLD ECONOMIC FORUM, che elabora per 144 Paesi nel mondo un indice per la misurazione delle differenze di genere, la capacità di colmare le differenze fra uomini e donne a livello mondiale è del 68% (su una scala per cui 0% è la disparità assoluta e 100% è la parità assoluta).

L’Europa occidentale e il Nord America rispetto a questa situazione generale sono il “traino”, rispettivamente con un gender gap del 75% e del 72%, mentre, come era lecito attendersi, i paesi più poveri sono nel complesso quelli in cui si trovano differenze di genere più gravi (in particolare nel Medio-Oriente e nel Nord Africa, dove l’indice è al 60%).

L’Italia non è tra i Paesi del mondo che più discriminano le donne, ma l’ideale dei pari diritti, sia sulla carta sia nella realtà, rimane ancora molto lontano. Uno dei tanti dati che lo dimostrano è quello relativo all’imprenditoria femminile: secondo lo European Startup Monitor (ESM), i Paesi a più alto tasso di startup innovative femminili sono la Svezia, in cui è donna il 33,3% delle fondatrici, e la Romania, con il 28,1%. La ricchezza e il livello di innovazione del Paese non sembrano quindi essere gli unici parametri che danno impulso imprenditoriale alle donne. In Italia siamo sul 13,5% del totale.

Per quel che concerne più specificamente il gap retributivo fra maschi e femmine, l’attività delle istituzioni europee è approdata infine, dopo 10 anni, al Piano di Azione 2017-2019 sul contrasto al divario retributivo di genere. Secondo la Commissione UE sono tre gli aspetti fondamentali su cui, a livello europeo, si basa alla discriminazione retributiva fra uomini e donne nel mercato del lavoro:

1 La persistenza di una diffusa “segregazione” sul mercato del lavoro, cioè la presenza di veri e propri “silos” professionali che separano uomini e donne, riservando a queste ultime lavori, prospettive di carriera e quindi salari inferiori;

2 L’esistenza di “stereotipi” fortemente radicati sul ruolo delle donne nella società, tali per cui le cure familiari restano soprattutto di pertinenza del gentil sesso, il che, senza adeguate politiche di conciliazione fra vita professionale e vita lavorativa, si traduce in minori opportunità lavorative e di guadagno;

3 La scarsa trasparenza delle retribuzioni, che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne, nella misura in cui rende meno evidente e quindi aggredibile il fenomeno.

La parità di genere è fondamentale per stabilire se e come prosperano le economie e le società. Garantire il pieno sviluppo e l’impiego appropriato di metà del patrimonio totale di talenti del mondo ha un impatto significativo sulla crescita, la competitività e la disponibilità futura delle economie e delle imprese in tutto il mondo. Esiste uno strumento di empowerment femminile che ha avuto risultati straordinari in molti Paesi del mondo ed è nato proprio in quelli dove la donna è ancora tenuta ai margini della società, il microcredito.

Vittorio Emanuele Agostinelli

Project Assistant of EucA*

L ’Italia non è tra i Paesi del mondo che più discriminano le donne, ma l’ideale dei pari diritti, sia sulla carta sia nella realtà, rimane ancora molto lontano. Uno dei tanti dati che lo dimostrano è quello relativo all’imprenditoria femminile: secondo lo European Startup Monitor (ESM), i Paesi a più alto tasso di startup innovative femminili sono la Svezia, in cui è donna il 33,3% delle fondatrici, e la Romania, con il 28,1%. La ricchezza e il livello di innovazione del Paese non sembrano quindi essere gli unici parametri che danno impulso imprenditoriale alle donne. In Italia siamo sul 13,5% del totale.

Esiste uno strumento di empowerment femminile che ha avuto risultati straordinari in molti Paesi del mondo ed è nato proprio in quelli dove la donna è ancora tenuta ai margini della società. Si tratta del microcredito. La vera emancipazione femminile si raggiunge quando si ha la fortuna di poter realizzazione le proprie idee e raggiungere un’indipendenza non solo sociale ma anche economica. Il microcredito diventa un’opportunità in tal senso per le donne che hanno bisogno di ritrovare la fiducia in sé stesse e riscoprire le proprie capacità professionali.

Il quadro tracciato recentemente dalla Commissione Europea delinea uno scenario a dir poco sconfortante. A fronte di un dibattitto acceso e ricorrente sulla questione della parità di genere, uno dei principali indicatori di quanto le parole si stiano traducendo in fatti sul piano politico, sociale ed economico, cioè il livello retributivo, marca ancora un netto divario fra maschi e femmine: un gap che, ci dicono le istituzioni europee, riguarda il Vecchio Continente nel suo insieme. Che il problema delle differenze di genere sia un problema “globale” basterebbero a dimostralo in numerosi studi e istituzioni internazionali che se ne occupano in via più o meno ufficiale, a partire dallo UN Entity for Gender Equality and Empowerment of Women (UN Women), istituito nel 2010 dall’Assemblea Generale dell’ONU con l’obiettivo di “promuovere la parità di genere, aumentare le opportunità e combattere le discriminazioni in tutto il mondo” (secondo la definizione che ne ha dato Il Segretario generale Ban Ki-moon). Questo organismo, nello specifico, a fianco di una serie di iniziative per l’eliminazione delle differenze di genere in campo politico, sociale, sanitario, dei diritti umani (soprattutto in contesti bellici e post-bellici) e della sicurezza personale, si dedica, ad una serie di attività finalizzate all’emancipazione economica delle donne, che consenta alle donne di raggiungere standard di lavoro più elevati, maggiore professionalizzazione e più in generale la parità sul piano lavorativo, sia in termini di opportunità che di remunerazione.

“La parità di genere rappresenta uno dei valori fondamentali dell’Unione Europea. Eppure, sul lavoro la realtà è diversa. Nell’UE le donne, nei vari settori economici, guadagnano in media oltre il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini. Questo divario retributivo di genere è rimasto stabile negli ultimi 5 anni. Al ritmo di cambiamento attuale verrà colmato solo all’inizio del prossimo millennio.” (Piano d’azione UE per il 2017-19 / Affrontare il problema del divario retributivo di genere; Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, Al Consiglio e al Comitato Economico e Sociale Europeo, 20.11.2017)

Anche in Europa, ormai da diverso tempo, il gender gap è nel mirino delle istituzioni UE, se si considera che le prime direttive comunitarie in merito sono della metà degli anni ’70. Tuttavia, è nel 2006 che si è registrato un netto cambio di passo, soprattutto per quanto concerne la questione della parità di genere sotto il profilo delle opportunità economiche e di lavoro. è in quell’anno infatti che viene varato il Regolamento (CE) n. 1922/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, che istituisce l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, col compito di aiutare le istituzioni europee e gli Stati membri a integrare il principio di uguaglianza nelle loro politiche e a lottare contro la discriminazione fondata sul sesso. Sempre nel 2006, poi, viene emanata la Direttiva 2006/54/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006, che stabilisce l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

La direttiva - in particolare - contiene disposizioni intese ad attuare il principio della parità di trattamento per quanto riguarda:

A.L ’accesso al lavoro, la promozione e la formazione professionale;

B.Le condizioni di lavoro, retribuzione compresa;

C.I regimi professionali di sicurezza sociale.

Per quel che concerne più specificamente il gap retributivo fra maschi e femmine, l’attività delle istituzioni europee è approdata infine, dopo 10 anni, al Piano di Azione 2017-2019 sul contrasto al divario retributivo di genere. Secondo la Commissione UE sono tre gli aspetti fondamentali su cui, a livello europeo, si basa alla discriminazione retributiva fra uomini e donne nel mercato del lavoro:

1. La persistenza di una diffusa “segregazione” sul mercato del lavoro, cioè la presenza di veri e propri “silos” professionali che separano uomini e donne, riservando a queste ultime lavori, prospettive di carriera e quindi salari inferiori;

2. L ’esistenza di “stereotipi” fortemente radicati sul ruolo delle donne nella società, tali per cui le cure familiari restano soprattutto di pertinenza del gentil sesso, il che, senza adeguate politiche di conciliazione fra vita professionale e vita lavorativa, si traduce in minori opportunità lavorative e di guadagno;

3. La scarsa trasparenza delle retribuzioni, che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne, nella misura in cui rende meno evidente e quindi aggredibile il fenomeno.

Per contrastare questi macro-fenomeni, il piano della Commissione prevede otto “assi d’azione” finalizzati ad affrontare il gap retributivo di genere “da tutte le angolazioni possibili”:

1. Migliorare l’applicazione del principio di parità retributiva;

2. Lottare contro la segregazione occupazionale e settoriale;

3. “Rompere il soffitto di cristallo”: iniziative per combattere la segregazione verticale;

4. Ridurre l’effetto penalizzante delle cure familiari

5. Valorizzare maggiormente le capacità, gli sforzi e le responsabilità delle donne

6. Dissolvere la nebbia: svelare disuguaglianze e stereotipi

7. Informare sul divario retributivo di genere

8. Rafforzare i partenariati per lottare contro il divario retributivo di genere


L ’obiettivo delle istituzioni europee e dell’ONU è evidentemente quello di spingere le varie nazioni ad adottare strumenti regolatori per la promozione della parità di genere, che nel nostro Paese hanno al momento trovato riscontro a due livelli: l’introduzione di un divieto legale alla discriminazione e la definizione di azioni positive volte a eliminare gli ostacoli “che di fatto impediscono la realizzazione delle pari opportunità” e a “favorire l’occupazione femminile”. Sono queste in particolare le previsioni del c.d. “Codice delle pari opportunità”, il Decreto legislativo 11 aprile 2006 n. 198, che fra le altre cose fissa un principio fondamentale: l’impegno statale a “superare condizioni, organizzazione e distribuzione e del lavoro che provocano effetti diversi, a seconda del sesso, nei confronti dei dipendenti con pregiudizio nella formazione, nell’avanzamento professionale e di carriera, ovvero nel trattamento economico e retributivo” (art. 42, comma 2).

Stando al Global Gender Gap Report, del WORLD ECONOMIC FORUM, che elabora per 144 Paesi nel mondo un indice per la misurazione delle differenze di genere, la capacità di colmare le differenze fra uomini e donne a livello mondiale è del 68% (su una scala per cui 0% è la disparità assoluta e 100% è la parità assoluta).

L ’Europa occidentale e il Nord America rispetto a questa situazione generale sono il “traino”, rispettivamente con un gender gap del 75% e del 72%, mentre, come era lecito attendersi, i Paesi più poveri sono nel complesso quelli in cui si trovano differenze di genere più gravi (in particolare nel Medio-Oriente e nel Nord Africa, dove l’indice è al 60%).

La parità di genere è fondamentale per stabilire se e come prosperano le economie e le società. Garantire il pieno sviluppo e l’impiego appropriato di metà del patrimonio totale di talenti del mondo ha un impatto significativo sulla crescita, la competitività e la disponibilità futura delle economie e delle imprese in tutto il mondo.

Secondo una nuova indagine del 2017 di LendingTree, il più grande mercato di prestiti online in America, le giovani donne americane hanno più debiti, hanno meno case e sono meno finanziariamente soddisfatte degli uomini della stessa età. Il rapporto indica un punto luminoso nei dati tristi per le donne, tuttavia: hanno punteggi di credito medi marginalmente più alti. Il sondaggio ha chiesto a 1.050 millennials nati tra il 1980 e il 1995 informazioni sulle loro finanze personali e ha riportato differenze nel modo in cui uomini e donne gestiscono i loro soldi. Le donne hanno dichiarato di detenere un debito medio di $ 68,834, pari a circa il 30% in più rispetto alla media degli uomini di $ 53,017.

Si scrive gender pay gap, si legge: discriminazione di genere riferita al reddito percepito da uomo e donna per una stessa mansione. Una disparità che, al pari di tutte le altre, si basa su retaggi maschilisti non troppo antichi e che, nel 2019, non ammette giustificazione. Nello specifico, si tratta di un valore in percentuale che esprime la diversa retribuzione oraria tra i due generi e, con una media europea del 16,2%, l’Italia per una volta può vantarsi di uno dei più bassi differenziali dell’Unione europea: “solo” il 5,3%. Ma se si considerano altri valori più specifici che valutano il reddito annuo medio nel suo insieme, l’Italia raggiunge vette altissime: il 43,7%, molto più alto della media dell’Unione del 39,6%. Anche se ci stiamo evolvendo in molti campi, a quanto pare non riusciamo a superare i pregiudizi di genere.

Dana Kanze

Secondo uno studio condotto da Dana Kanze, Laura Huang, Mark Conley e Tory Higgins, pubblicato sull’Harvard Business Review, un esempio di queste dinamiche è rappresentato dal mondo delle startup – solo all’apparenza giovane, “smart” e dinamico. Da una prima indagine effettuata negli Stati Uniti emerge che, nonostante siano fondatrici o co-fondatrici del 38% delle imprese, le donne ricevono solo il 2% dei finanziamenti utili per il lancio e lo sviluppo delle attività. E ancora, secondo lo studio, l’imbarazzante divario è causato dalla differenza di trattamenti rivolti a donne e uomini nelle fasi cruciali della ricerca fondi. La disparità di genere inizia proprio in questa fase. Quando si tratta di capitale, in America, imprenditori e imprenditrici si impegnano a convincere i finanziatori a investire nel loro progetto: si tratta di sessioni ripetute di domande e risposte – chiamate generalmente Q&A – la cui finalità è quella di presentare il potenziale dell’azienda. Per dimostrare questo fenomeno, Kanze e colleghi hanno condotto una ricerca durante il Tech Crunch Disruptdi New York, una competizione annuale di finanziamenti per startup. Per sei anni, dal 2010 al 2016, hanno monitorato e analizzato le sessioni di Q&A tra 189 imprenditori e 140 finanziatori. Pur essendo simili per valore e potenziale, le imprese fondate o co-fondate da uomini hanno raccolto finanziamenti significativamente maggiori rispetto a quelle a conduzione femminile. La continua raccolta di dati ha permesso ai ricercatori di notare, però, una curiosa tendenza: generalmente, le domande poste agli uomini riguardano il potenziale di guadagno dell’impresa; per

le donne, invece, i quesiti sono orientati sul potenziale di perdita. Sono due diversi atteggiamenti che rispondono alla teoria psicologica del regulatory focus, ideata da Tory Higgins, professore di psicologia e business alla Columbia University e coautore dello studio. Essa esamina le relazioni che si creano tra la motivazione della persona e il conseguente raggiungimento di un obiettivo. A influire sulle modalità e sugli stati d’animo, concorrono due tipi di atteggiamento: il cosiddetto promotion focus, basato sull’idea di crescita, realizzazione e progresso, e il prevention focus, orientato più sul concetto di sicurezza, mantenimento e responsabilità. Per tracciare una correlazione tra la teoria del regulatory focus e la ricerca guidata da Kanze, sono stati trascritti e analizzati linguisticamente tutti i video delle sessioni di Q&A. Si è scoperto che al 67% degli uomini si pongono domande orientate alla promozione dell’azienda, mentre i quesiti rivolti al il 66% di donne riguardano la prevenzione e la sicurezza della stessa. Le risposte tendono ad accordarsi all’orientamento delle domande, alimentando così un ciclo di pregiudizi che mantiene viva la disuguaglianza di genere.

Sostanzialmente, quando si tratta di ottenere finanziamenti, bisogna convincere gli investitori di essere in grado di generare capitale, non basta solo riuscire a non perderlo. Ciò significa che i fortunati destinatari del generale atteggiamento orientato al promotion focus, accordando le loro risposte, rafforzano quell’associazione di idee per cui l’uomo sia generalmente più propenso e naturalmente più incline al guadagno e meriti, di conseguenza, più finanziamenti. Le donne, invece, che rispondono rimanendo nello stesso campo del prevention focus delle domande, sono penalizzate perché fortificano l’idea secondo la quale al loro genere sia normalmente associato il concetto di perdita. Nel corso del 2017, le startup orientate al promotion focus – a conduzione maschile – hanno raggiunto finanziamenti sette volte maggiori rispetto alle altre: 16,8 milioni di dollari contro 2,3.

Quindi, secondo la ricerca, per ogni domanda improntata sul concetto di prevenzione, le imprese hanno raccolto 3,8 milioni in meno. Secondo l’analisi del Boston Consulting Group, le startup guidate da donne performano meglio nel corso del tempo perché generano il 10% in più di entrate rispetto alle controparti maschili in un periodo di 5 anni: 730mila dollari contro 662mila. Ma non solo: se si esamina quanto efficacemente le imprese riescono a trasformare i finanziamenti in guadagni effettivi, si scopre che quelle a conduzione femminile hanno ancora una volta la meglio. Per ogni dollaro di investimento, esse generano 78 centesimi, contro i 31 delle imprese fondate da uomini.

Colmare questo gap potrebbe non essere così semplice come sperano i professionisti del settore. Infatti, se si aumentasse il numero di donne tra i finanziatori, che si attesta attualmente al 7%, la situazione non cambierebbe. Lo studio stesso dimostra come ogni finanziatore, che sia uomo o donna, mette in atto lo stesso pregiudizio di genere implicito, assumendo atteggiamenti diversi nel momento in cui si trova a instaurare un rapporto conoscitivo con un imprenditore o con un’imprenditrice, complicando l’intero quadro della situazione. Questo perché i pregiudizi di genere si radicano anche nelle donne.

Invitata a un Ted Talk la stessa Dana Kanze propone una soluzione più concreta ed efficace al grave problema. Dopo aver riportato la sua personale esperienza come co-fondatrice di startup e aver vissuto lei stessa il senso di inferiorità e frustrazione che crea una situazione del genere, la studiosa rivolge un appello all’intero mondo imprenditoriale. Il primo passo per spezzare il circolo vizioso è, per le imprenditrici, riconoscere il tipo di atteggiamento che si assume nei loro confronti e, qualsiasi esso sia, orientare sempre e comunque i propri comportamenti al promotion focus, perché è l’attitudine vincente. Nelle sessioni di Q&A analizzate, infatti, chi è riuscito a rispondere cambiando focus, indirizzandolo verso tutti i concetti relativi alla promozione, ha ottenuto finanziamenti 14 volte maggiori rispetto a chi non ha invertito il segno della risposta.


In Italia, le microimprese e il lavoro autonomo sono particolarmente diffusi e gli affidamenti bancari sono un’importante fonte di credito per le riserve di liquidità. Le donne autonome e le microimprese di proprietà delle donne costituiscono oltre il 25% del totale. Le buone pratiche del microcredito, in Italia e nel mondo, rappresentano una soluzione concreta agli ostacoli di genere, affermandosi come opportunità e strumento consolidato per esprimere la progettualità della donna.

* Vittorio Emanuele Agostinelli - Project Assistant dell’European University College Association membro di Giunta della Facoltà di Giurisprudenza – Università “La Sapienza di Roma”
© 2019 Rivista Microfinanza. All Rights Reserved.