PICCOLE DONNE CRESCONO

Giovanni Nicola Pes

Vice Segretario Generale dell’Ente Nazionale per il Microcredito

Le statistiche ci dicono che le imprese femminili crescono di anno in anno, tanto che a fine 2018 hanno superato un milione e 337mila unità e rappresentano il 22% del totale delle imprese iscritte nei Registri delle Camere di Commercio. Performance ancora più interessanti si riscontrano guardando ad alcuni specifici settori, in particolare a quello del turismo, dove il “tasso di femminilizzazione” (cioè il rapporto tra imprese femminili e imprese totali) raggiunge quasi il 30%.

Oltre all’importanza che le donne imprenditrici hanno saputo guadagnarsi nell’economia, è da sottolineare anche il ruolo primario che esse hanno raggiunto sul piano sociale, attraverso la creazione di una nuova cultura femminile d’impresa che riflette il dibattito, ormai avviato da tempo, sul gender gap.

Tuttavia, c’è ancora molto da fare per potenziare l’imprenditoria femminile. In Italia, ad esempio, la presenza delle donne nelle giovani società innovative è più ridotta rispetto agli altri paesi occidentali, nonostante molte ricerche internazionali rivelino che le startup fondate anche da donne hanno maggiori probabilità di ricevere investimenti rispetto a quelle costituite da soli uomini. Allo stesso tempo, le donne sono sottorappresentate nei settori maggiormente in crescita per quanto riguarda le prospettive occupazionali che richiedono le “STEM”, conoscenza e competenze matematico-scientifiche. Un altro possibile motivo all’origine del divario di genere è legato alla carenza di infrastrutture che aiutino le donne nei tempi dedicati all’attività professionale, quali ad esempio asili o centri di assistenza per anziani.

Gli strumenti di carattere finanziario messi a punto dall’Europa, dallo Stato e dalle Regioni per consentire alle imprese femminili di fare fronte alle sfide di un mercato sempre più concorrenziale sono molti e diversificati, a partire da quella che è stata la normativa fondamentale del settore, vale a dire la legge 215 del 1992 che per la prima volta ha posto all’attenzione del grande pubblico il valore specifico del fare impresa da parte delle donne. In questa sede, peraltro, abbiamo voluto dare conto dei due principali strumenti a carattere statale oggi operanti a favore del settore in esame: la Sezione speciale per l’imprenditoria femminile del Fondo di Garanzia per le PMI e il “Protocollo d’intesa per lo sviluppo e la crescita delle imprese a prevalente partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome” siglato dal Dipartimento per le Pari Opportunità e dal Mise con le banche e le associazioni imprenditoriali, per favorire l’accesso al credito delle donne imprenditrici.

Certamente – come afferma Sabrina Bosia, una donna manager divenuta donna imprenditrice, che abbiamo intervistato – oltre ad attivare forme di divulgazione sull’imprenditoria femminile che partano dalle scuole e dalla TV pubblica, è necessario un cambiamento di mentalità e strumenti finanziari che, come il microcredito, aiutino le giovani imprenditrici che “partono da zero”. Occorre, soprattutto, pensare a strategie che promuovano una maggiore inclusione finanziaria femminile, focalizzandosi sui principali ostacoli incontrati dalle donne che vogliono fare impresa: il contesto socio-culturale, l’alfabetizzazione finanziaria e la fiducia delle istituzioni finanziarie.

Con gli articoli che seguono abbiamo voluto “scattare una foto” dell’imprenditoria femminile oggi, per meglio capirne la caratteristiche, intravederne le tendenze in atto e tracciare un quadro d’insieme di un settore poliedrico e interessante a diversi livelli.

IMPRENDITORIA FEMMINILE: un settore giovane e in crescita

PREMESSA

Il ruolo della donna nell’economia è ormai divenuto un tema di forte interesse per economisti e policy maker, perché considerato uno dei principali fattori in grado di favorire uno sviluppo economico più equo ed efficiente, come è stato pienamente riconosciuto a livello internazionale dalle più importanti istituzioni economiche. Equità ed efficienza dello sviluppo economico significano, in sintesi, un maggior benessere, frutto anche di una più forte relazione delle donne con la comunità locale, dove il tessuto economico si intreccia con il tessuto sociale.

Per avere un’idea della forza del contributo che le donne possono fornire alla crescita economica basti solo pensare che, secondo stime dell’International Labour Organization (ILO), a livello internazionale il potenziale produttivo sottoutilizzato riferito alle donne è del 50%, contro il più ridotto 22% degli uomini. Così, al fine individuare le migliori politiche a favore di uno sviluppo economico nel segno della parità di genere, diventa fondamentale conoscere le caratteristiche di questo ruolo femminile all’interno dell’economia nazionale.

Sono trascorsi ormai diversi anni dalla costituzione dell’Osservatorio dell’imprenditoria femminile, che risponde a una delle esigenze definite dai vari programmi internazionali sulla necessità di costruire e aggiornare l’informazione statistica in materia di imprenditoria femminile. Ad esempio, la Commissione Europea, nel Piano di azione imprenditorialità 2020, ha invitato gli Stati membri «a raccogliere dati disaggregati per genere e produrre aggiornamenti annuali sulla situazione delle imprenditrici a livello nazionale»; un obiettivo sottolineato anche dal Comitato Economico e Sociale Europeo, che ha riconosciuto che «Paesi come l’Australia, il Canada e gli Stati Uniti hanno aumentato con successo i livelli di imprenditorialità femminile grazie alla raccolta e all’analisi di dati di questo tipo». Anche in sede OCSE si individua nel potenziamento dell’informazione statistica una delle principali raccomandazioni agli Stati per lo sviluppo della parità di genere nel sistema economico.

Paolo Rita

Consulente Senior Ente Nazionale per il Microcredito

LA FOTOGRAFIA DEL SETTORE IN ITALIA

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere ed Infocamere, a fine 2018 le “imprese rosa” in Italia sono oltre un milione e 337mila e rappresentano quasi il 22% del totale delle imprese. Rispetto al 2017 sono cresciute di circa 6mila unità, anche grazie alle sempre più numerose imprenditrici straniere – circa 145mila – che nel 2018 hanno registrato una crescita di oltre 4mila unità rispetto all’anno precedente.

Sul piano regionale (Tabella 1), le imprese femminili sono amentate in 15 regioni su 20. Il Lazio è la regione che, a fine 2018, ha segnato la migliore performance, con quasi 1.900 imprese in più rispetto allo

stesso periodo del 2017; seguono la Campania (+1.417) e la Lombardia (+1.380). Nella classifica provinciale, Roma, Milano, Napoli e Torino si confermano ai primi posti per numero di imprese femminili registrate, mentre Benevento, Avellino, Chieti e Frosinone risultano ai primi posti se si guarda all’incidenza percentuale delle imprese femminili sul totale delle imprese.

Approfondendo i dati forniti da Unioncamere/Infocamere, si scopre come siano in atto alcuni significativi cambiamenti nel settore dell’imprenditoria femminile. Lo scorso anno, infatti, si è ridotto il numero di imprese commerciali e agricole guidate da donne – settori in cui le imprese femminili sono più numerose – mentre continuano ad aumentare le attività a guida femminile in altri due comparti già fortemente caratterizzati dalla presenza di imprenditrici: le “altre attività” dei servizi, con oltre 2mila nuove imprese, ove le attività della cura della persona rappresentano la componente più numerosa, e il settore del turismo, dove sono le imprese femminili dell’alloggio e della ristorazione ad aver registrato un aumento circa 2.000 unità in termini numerici (Tabella 2).

Un altro interessante cambiamento in atto è quello riferito alla crescente presenza delle imprese femminili in settori tradizionalmente caratterizzati da una componente maschile fortemente maggioritaria: si tratta delle attività professionali, scientifiche e tecniche (quasi 1.500 imprese femminili in più), il noleggio, le agenzie di viaggio ed i servizi di supporto alle imprese (+1.453) e le attività immobiliari (+1.004).

Come accennato, la componente straniera nel settore dell’imprenditoria femminile assume un peso sempre più significativo, registrandosi in tutte le regioni italiane (ad eccezione della Sicilia) un aumento delle attività guidate da donne di origine non italiana (Tabella 3). Nel 2018, la crescita delle imprenditrici straniere è stata particolarmente rilevante in Lombardia (con quasi 1.000 impese in più), nel Lazio (+700 circa) e in Emilia Romagna (+500 circa). Le 145mila imprese guidate da donne straniere rappresentano il 24% di

tutte imprese con titolari stranieri presenti in Italia e sono numerose soprattutto nei settori del commercio e del turismo. Rispetto al 2017, la crescita più importante si registra nelle attività di alloggio e ristorazione (+854), nelle “altre attività” dei servizi (+772) e nel noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (+467).

L ’imprenditoria femminile in Italia si caratterizza anche per la sua prevalente dimensione “micro”, tenuto conto che il 97% delle imprese guidate da donne ha meno di 9 addetti, contro il 95% delle imprese maschili, e ben 880.000 imprese femminili (il 68% del totale) hanno un solo addetto. A conferma di questa configurazione dimensionale, si rileva come la maggior parte delle imprese femminili siano costituite come ditta individuale, scontando un gap sulle forme giuridiche più evolute, quali le società di persone e, soprattutto, le società di capitali. Negli ultimi anni, tuttavia, si nota una progressiva crescita delle società di capitali rispetto alla dinamica delle ditte individuali.

Un dato interessante è quello relativo al “tasso femminilizzazione” (vale a dire il rapporto tra imprese femminili e totale delle imprese) che, nelle regioni del Sud, è ovunque superiore alla media nazionale. Al riguardo si rileva come, per le donne, intraprendere un’attività imprenditoriale rappresenti, più che per gli uomini, una forma di autoimpiego che garantisce non solo uno sbocco lavorativo ma anche una maggiore flessibilità organizzativa, ad esempio con riferimento alla conciliazione della vita lavorativa con la vita familiare; in molti casi, l’intraprendere una propria attività può anche essere collegato ad un desiderio di affermazione personale, date le difficoltà di avanzamento professionale che le donne sperimentano, soprattutto nelle aree del Mezzogiorno dove trovare un lavoro è tradizionalmente molto più difficile.

Del resto negli ultimi anni, con l’eliminazione del gap educativo tra i due generi, l’iniziativa imprenditoriale da parte delle donne viene considerata a tutti gli effetti un’opportunità per la piena affermazione professionale più che una forma di autoimpiego. Come sottolineato da Unioncamere nell’indagine sulle “vere nuove imprese” (le imprese che non sono frutto di trasformazioni, scorpori, separazioni o filiazioni) le motivazioni del “fare impresa” legate al successo personale e alla valorizzazione delle proprie competenze sono più sentite dalle donne neoimprenditrici che dagli uomini neoimprenditori. Questo potrebbe anche spiegare, in parte, perché tra le imprese femminili si riscontri la maggiore presenza giovanile, considerando che le titolari di imprese femminili sono under 35 nel 14% dei casi, contro il 10% delle imprese guidate da uomini.

L ’imprenditoria femminile, oltre che per l’età delle titolari, è giovane anche per l’età delle imprese, perché oltre il 30% delle imprese femminili ha meno di quattro anni, a differenza delle imprese maschili, dove tale quota scende a meno del 25%. Questa, che alcuni definiscono la “duplice giovinezza” delle imprese femminili – unitamente agli ostacoli che incontrano le imprese di ridotte dimensioni, ad esempio in termini di accesso al credito, di investimenti, di innovazione o di internazionalizzazione – apre specifiche problematiche sulle politiche di tipo strutturale, da adottare a sostegno della crescita e affermazione aziendale di molte imprese femminili che sono ai primi anni della loro vita.

Dall’ultimo rapporto Unioncamere sull’imprenditoria femminile “Impresa in genere” (pubblicato nel 2016 ma ancora fortemente significativo per quanto riguarda le tendenze in atto) è possibile trarre altri dati sulle imprese femminili che, dal punto di vista economico e sociale rivestono particolare interesse:

tra il 2010 e il 2015, l’aumento delle imprese femminili (+35.000) ha rappresentato il 65% dell’incremento complessivo dell’intero tessuto imprenditoriale italiano (+53.000 imprese) nello stesso periodo;

le imprese femminili si caratterizzano per essere – oltre che più dinamiche (+3,1% il tasso di crescita nel periodo a fronte del +0,5% degli imprenditori uomini) – anche sempre più digitali e innovative, più giovani e più multiculturali: tra il 2010 e il 2015, le imprese femminili legate al mondo digitale sono aumentate del 9,5% contro il +3% del totale.

In valori assoluti, il settore dell’Information and Communication Technology (ICT) a trazione femminile è aumentato di circa 1.800 unità, passando dalle 18.700 del 2010 alle 20.500 del 2015. Anche nel mondo delle startup innovative i progressi sono evidenti: se nel 2010 le startup innovative femminili erano solo il 9,1% del totale, nel 2014 sono diventate il 15,4%, pari a circa 600 imprese. Tra le attività maggiormente diffuse, la produzione di software e consulenza informatica (pari al 24,3% del totale delle start up femminili), ricerca e sviluppo (17,4%) e fornitura di servizi di ICT (13,7%).

Nel complesso, l’universo dell’impresa femminile riflette lo stesso processo di terziarizzazione in atto in tutto il sistema produttivo nazionale: le aziende “rosa” nei servizi sono aumentate in 5 anni del 6,2% (+42.500) mentre sono diminuite del 13,4% (-32.600) nel settore primario e dell’1% (-800) nel manifatturiero ad eccezione dell’alimentare. Nel terziario, l’aumento delle imprese femminili ha riguardato quasi tutti i comparti, a cominciare dal turismo (+17,9%; +15.200), sanità-assistenza sociale e istruzione (+21% in entrambi i casi; rispettivamente +2.100 e +1.300), cultura-intrattenimento (+12,8%; +1.700).

La maggiore velocità di espansione delle imprese guidate da donne, rispetto a quelle maschili, si riscontra in tutte le aree del Paese: Nord-Ovest (+3,4 contro 0,5%), Nord-Est (+2,6 contro -2,6%), Centro (+6,3 contro +4%), Meridione (+1,4 contro +0,8%).

Tra le caratteristiche del sistema produttivo al femminile anche la più diffusa presenza di giovani e di donne provenienti da altri Paesi. Ampia la presenza straniera nel settore della moda, dove quasi 30 imprese su 100, fra quelle femminili, sono straniere (quasi 10mila in valore assoluto), mentre sono solo 17 su 100 tra quelle maschili. Cina, Romania e Marocco sono le comunità straniere prevalenti all’interno dell’economia femminile del Paese. Le imprenditrici cinesi primeggiano nel sistema moda e in quello dei servizi, mentre le comunità imprenditoriali rumena e marocchina prevalgono nel settore delle costruzioni.

Per quanto mediamente di piccole di dimensioni (sono 2,2 gli addetti medi per impresa nel caso delle aziende femminili contro i 3,9 di quelle maschili), le imprese femminili danno un contributo formidabile all’occupazione del Paese: sono quasi 3 milioni gli addetti che lavorano all’interno delle attività a trazione femminile, pari al 13,4% del totale degli addetti nel settore privato. Sotto il profilo occupazionale, la crisi ha avuto effetti meno critici per l’occupazione femminile rispetto a quella maschile: tra il 2010 e il 2014, l’occupazione femminile è aumentata (+1,7%; pari a +156mila lavoratrici), dimostrandosi in controtendenza rispetto alla flessione subita da quella maschile (-3,8%; -498 mila). Marcato soprattutto l’aumento delle occupate laureate (+15,8%; +324mila), superiore alla corrispondente media Ue (+14,3%). A questa dinamica si contrappone la contrazione delle occupate con al massimo la licenza media (-8,2%; -205mila) e il lieve incremento di quelle con diploma (+0,8%; +37 mila). Tuttavia, l’occupazione giovanile femminile (15-34 anni) ha subito una significativa flessione (-15,4%; -392 mila in valori assoluti) che, per quanto più contenuta di quella maschile (-18,8%), si è dimostrata ben più elevata della media europea (-4,4%).

A livello europeo, peraltro, tutte le classifiche relative al lavoro femminile vedono l’Italia in posizioni critiche: il nostro Paese registra uno dei tassi di disoccupazione femminile più elevati, peggiori solo in Grecia, Spagna, Croazia, Cipro e Portogallo. Solo la Grecia registra dati più negativi di quelli italiani nella classifica Ue per tasso di occupazione femminile, mentre nella classifica per tasso di inattività femminile, l’Italia è al secondo posto, dopo Malta.

Con riferimento al tema dell’istruzione, in considerazione dei più alti livelli di istruzione delle giovani donne, le neo imprenditrici, oltre ad essere più giovani, sono anche più istruite, anche perché maggiormente inserite in comparti dei servizi in cui l’istruzione è un requisito necessario per l’ingresso nel mondo imprenditoriale. Le maggiori differenze si riscontrano nel possesso di una laurea magistrale: la quota di donne è superiore a quella di uomini, sia tra i lavoratori in proprio (33,6% contro 21,0%), sia tra gli imprenditori con dipendenti (11,7% contro 10,7%).

UN FOCUS SUL SETTORE TURISTICO

Secondo quanto emerge da un’analisi del 27 ottobre 2017 elaborata da Confcommercio e Unioncamere Isnart sulle imprese femminili nel settore del turismo, presentata in occasione del 4° Forum di Terziario Donna Confcommercio, nel secondo trimestre del 2017 in Italia sono presenti oltre 459 mila imprese che svolgono attività turistiche, pari al 7,6% delle imprese totali.

Di queste, circa il 30% sono gestite da donne, contro un tasso medio di femminilizzazione in Italia del 21,8%. Considerando, invece, l’insieme delle imprese femminili presenti nel sistema economico italiano, quelle incentrate su attività ricettive, ristorative e di intermediazione turistica rappresentano complessivamente oltre il 10% delle imprese totali. Dal 2015 al 2017, le imprese femminili nel turismo segnano un +4,9% contro una crescita complessiva della filiera pari al +4,2%: trend a cui contribuisce soprattutto la performance del Sud.

La maggiore presenza di imprese femminili del turismo sul totale si registra nel Nord Est (31% del totale) mentre in valori assoluti è il Sud con oltre 40 mila imprese turistiche femminili a presentare la maggiore numerosità, seguito a distanza dal Nord ovest con 34.984.

Il contesto complessivo delle imprese femminili nel settore turistico disegna uno spaccato che si caratterizza per le seguenti specificità:

• il 60% delle imprese femminili del turismo sono ditte individuali;

• il 20% società di persone;

• il 20% società di capitali;

• considerando il solo alloggio e ristorazione sul totale delle imprese giovanili (59.284), il 34,5% sono femminili.

La filiera turistica (alloggio, ristorazione, intermediazione) evidenzia delle peculiarità al suo interno:

• sul totale delle imprese femminili nel turismo l’81,3% sono attività di ristorazione, (385.304 imprese complessive di cui 110.642 femminili);

• il 13,8% delle imprese turistiche femminili è relativo ai servizi di alloggio (55.702 nel complesso di cui 18.744 femminili);

• il 5% attiene ai servizi di intermediazione svolti da agenzie di viaggio e tour operator (18.086 in totale di cui 6.746 femminili);

• è l’intermediazione ad essere preferita con un tasso di femminilizzazione del 37,3%.

Una crescita culturale verso la femminilizzazione del sistema imprenditoriale appare evidente nel confronto temporale. Se si analizza, infatti, il tasso di crescita delle imprese registrate, si nota come le imprese femminili siano aumentate più delle imprese totali, soprattutto nelle attività turistiche «core».

In base ai dati di una ricerca CAWI condotta da Isnart su 10mila imprese, risulta che nell’opinione pubblica, sempre più consapevole dell’importanza del ruolo delle donne nei vari settori dell’economia in generale e del turismo in particolare, il 44,3% ritiene che l’imprenditoria femminile sia un fenomeno destinato a crescere.

Per il 69,3% degli intervistati, Il valore aggiunto di innovazione apportato dalle donne al settore appare fortemente connesso al «core» di prodotto dell’impresa in termini di diversificazione e vision. Solo il 20,5% ritiene che l’innovazione al femminile sia nella capacità di marketing ed il 10,2% nel processo produttivo. La tendenza delle imprese femminili a perseguire la strada dell’innovazione e della qualità viene confermata anche dal dato relativo alle imprese turistiche con il marchio «Ospitalità Italiana» del sistema delle Camere di Commercio, che certifica la qualità del servizio. Nel circuito risulta che la quota di donne imprenditrici è pari al 34,6% nel 2017, in crescita rispetto al 2009 (25,2%) e che nelle strutture alberghiere di qualità le imprenditrici donne sono più attente agli aspetti ambientali quali la raccolta differenziata e il risparmio idrico.

CONCLUSIONI

In un’economia che deve necessariamente individuare nuovi percorsi di ripresa, è fondamentale valorizzare il ruolo e le potenzialità che possono esprimere le donne imprenditrici, le donne professioniste e le donne lavoratrici. Il concetto stesso di sviluppo economico ha subito negli anni profonde trasformazioni: il modello basato unicamente su un’esponenziale crescita economica ha mostrato evidenti limiti di sostenibilità sia sotto il profilo economico-finanziario sia sotto il profilo sociale, con profonde sacche di povertà e disuguaglianza nei Paesi sviluppati (si vedano al riguardo gli ultimi dati dell’Istat sulla povertà in Italia) e l’ulteriore marginalizzazione dei Paesi in via di sviluppo dai processi economici mondiali.

Anche sotto il profilo ambientale, tale modello si è rivelato non sostenibile, portando a un eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, con impatti negativi sulla qualità dell’ambiente e innescando profondi cambiamenti climatici.

La via che da più parti viene indicata è quella del ripensamento e del riorientamento verso la sostenibilità – economica, sociale e ambientale – del paradigma produttivo, il tutto con la finalità ultima di garantire il benessere, inteso nella sua più ampia accezione qualitativa e quantitativa, delle generazioni presenti e di quelle future. In questo senso, il contributo femminile, con il suo carico di intuizione, pragmatismo e visione di lungo periodo, appare di fondamentale importanza.

I PRINCIPALI INTERVENTI DELLO STATO A FAVORE DELL'IMPRENDITORIA FEMMINILE

Paolo Rita

PREMESSA

Numerose analisi empiriche di carattere micro e macro-economico confermano che esiste uno stretto rapporto tra la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la crescita dell’economia. In particolare, si stima che una maggiore parità di genere fra le persone occupate sia in grado di incrementare il Prodotto Interno Lordo in Europa del 13%. La Banca d’Italia, da parte sua, stima nel 7% l’aumento del PIL che potrebbe determinarsi nel nostro Paese qualora si riuscisse a raggiungere l’obiettivo di Lisbona del 60%, relativo all’occupazione femminile.

Nonostante i margini di crescita siano ancora consistenti, va evidenziato che il settore dell’imprenditoria femminile registra da alcuni anni a questa parte un progressivo sviluppo, certamente legato anche ai numerosi finanziamenti che, per questo target di imprese, sono messi a disposizione da enti regionali, statali ed europei.

Limitando, in questa sede, la nostra analisi ai principali strumenti che lo Stato ha attivato al fine di favorire lo sviluppo dell’imprenditoria femminile, è opportuno ricordare innanzitutto cosa si intende con questa espressione e, a tale riguardo, la legge di settore – la legge 25 febbraio 1992 n. 21 (“Azioni positive per l’imprenditoria femminile”) – rappresenta la norma fondamentale per fornirci le relative indicazioni in termini di requisiti identificativi di un’azienda al femminile.

In sintesi, si considerano imprese femminili (vale a dire a prevalente o totale partecipazione femminile) le micro, piccole, medie e grandi imprese che, per almeno cinque anni, mantengano i seguenti requisiti:

• se ditte individuali, abbiano una donna come titolare;

• società di persone o cooperative, abbiano un numero
di donne socie pari ad almeno il 60% della compagine sociale, indipendentemente dalle quote di capitale detenute;

• se società di capitali, abbiano quote di partecipazione al capitale per almeno i due terzi possedute da donne e gli organi di amministrazione costituiti per almeno i due terzi da donne.

Ad esempio: è impresa femminile una s.r.l. con capitale sociale di 10.000 euro, di cui il 30% sia detenuto da un uomo e il restante 70% da due donne; al contrario, una s.r.l. con capitale sociale 10.000 euro, di cui il 60% sia detenuto da un uomo e il restante 40% da due donne non è un’impresa femminile in quanto, anche se il numero di donne supera quello degli uomini, la maggior parte del capitale è detenuta da una persona di sesso maschile.

Come accennato, la legge 215/1992 costituisce la norma base degli interventi attuativi del disegno di riduzione delle disparità di genere nel mondo dell’imprenditoria. Con questo provvedimento, il legislatore non si è limitato a incentivare la realizzazione delle azioni positive in termini generali, ma è intervenuto a indicare nello specifico quelle iniziative da adottare per il conseguimento di una sostanziale parità fra uomo e donna. La legge, infatti, intende favorire la creazione e lo sviluppo dell’imprenditoria al femminile, promuovere la formazione imprenditoriale e qualificare la professionalità delle donne imprenditrici, agevolare l’accesso al credito per le imprese a conduzione o a prevalente partecipazione femminile nei comparti più innovativi dei diversi settori produttivi.

Nello specifico, gli strumenti di sostegno finalizzati alla creazione e allo sviluppo di imprese a prevalente o totale partecipazione femminile nei settori della produzione dei beni e dell’erogazione dei servizi si sostanziano soprattutto in misure volte a sostenerne lo sviluppo attraverso migliori condizioni per l’accesso al credito. Oggetto di questa analisi sono le nuove politiche a favore delle donne promosse dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che hanno l’obiettivo di agevolare l’accesso ai finanziamenti per l’attività d’impresa o professionale, così da permettere alle donne di entrare nel mercato del lavoro o sviluppare la propria attività. Al riguardo, le donne imprenditrici, per intraprendere una nuova attività o per consolidare e sviluppare quella già avviata, hanno a disposizione due strumenti fondamentali promossi dallo Stato:

da un lato, “la Sezione speciale Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità” del Fondo centrale di garanzia per le PMI che prevede un accesso semplificato garanzia del Fondo per le donne imprenditrici e professioniste;

dall’altro, i finanziamenti delle banche e degli intermediari finanziari effettuati sulla base del Protocollo d’Intesa per lo sviluppo e la crescita dell’imprenditorialità e dell’autoimpiego femminili, che prevede un piano a sostegno dell’accesso al credito concordato con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e altre associazioni di categoria.

damentali promossi dallo Stato: da un lato, “la Sezione speciale Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità” del Fondo centrale di garanzia per le PMI che prevede un accesso semplificato garanzia del Fondo per le donne imprenditrici e professioniste; dall’altro, i finanziamenti delle banche e degli intermediari finanziari effettuati sulla base del Protocollo d’Intesa per lo sviluppo e la crescita dell’imprenditorialità e dell’autoimpiego femminili, che prevede un piano a sostegno dell’accesso al credito concordato con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e altre associazioni di categoria.

LA SEZIONE SPECIALE PER LE IMPRESE FEMMINILI DL FONDO DI GARANZIA PMI

La Sezione Speciale per le imprese femminili del Fondo di garanzia PMI è stata istituita con convenzione del 14 marzo 2013 tra Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per le Pari Opportunità, Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero dell’Economia e delle Finanze, sottoscritta ai sensi del decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico del 26 gennaio 2012. Con il decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 27 dicembre 2013 sono state inoltre introdotte modalità semplificate di accesso. Le risorse della Sezione sono dedicate alla compartecipazione della copertura del rischio sulle operazioni di garanzia concesse a favore delle imprese femminili e delle professioniste, esclusivamente nel caso di richiesta di prenotazione della garanzia effettuata dai medesimi soggetti beneficiari finali.

Alle imprese femminili sono riservate condizioni vantaggiose per la concessione della garanzia, quali la possibilità di prenotare direttamente la garanzia, la priorità di istruttoria e di delibera e l’esenzione dal versamento della commissione una tantum al Fondo. Per prenotare la garanzia l’impresa deve inviare l’apposito modulo al Gestore, preferibilmente tramite posta elettronica e, una volta ottenuta la delibera di approvazione del Comitato di gestione del Fondo, l’impresa può recarsi presso un intermediario finanziario (banca, società di leasing o confidi) che dovrà presentare richiesta di conferma della garanzia entro tre mesi dalla data di delibera del Comitato. La prenotazione della garanzia è una procedura facoltativa. Le imprese femminili possono anche utilizzare il normale iter di accesso, rivolgendosi senza prenotazione a un intermediario finanziario che presenterà la domanda al Gestore del Fondo.

La Sezione Speciale offre una garanzia fino all’80% del finanziamento richiesto, per un importo massimo garantito pari a 2,5 milioni di euro, a copertura di operazioni finanziarie finalizzate all’attività di impresa o alla libera professione. Una quota della dotazione della Sezione Speciale è riservata alle imprese femminili start up. Per l’accesso alla Sezione Speciale, le imprese e le professioniste sono valutate rispetto alla capacità di rimborsare il finanziamento garantito e, a tal fine, è necessario che risultino economicamente e finanziariamente sane, sulla base di appositi modelli di valutazione che utilizzano i dati di bilancio (o delle dichiarazioni fiscali) degli ultimi due esercizi. Le start up sono valutate sulla base di piani previsionali.

Possono essere garantiti i soggetti appartenenti a qualsiasi settore con l’eccezione dell’industria automobilistica, della costruzione navale, delle fibre sintetiche, dell’industria carboniera, della siderurgia e delle attività finanziarie. Nel trasporto sono ammissibili solo le imprese che effettuano trasporto merci su strada. Le imprese agricole possono utilizzare soltanto la controgaranzia rivolgendosi ad un confidi che opera nei settori agricolo, agroalimentare e della pesca.

IL PROTOCOLLO D'INTESA PER L'IMPRENDITORIALITÀ FEMMINILE

Per quanto riguarda il secondo strumento cui si è accennato, il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dello Sviluppo Economico hanno sottoscritto il 4 giugno 2014 un Protocollo d’intesa per lo sviluppo e la crescita dell’imprenditorialità e dell’auto-impiego femminili, che prevede un piano di interventi a sostegno dell’accesso al credito per le oltre 1.400.000 imprese a prevalente partecipazione femminile e per le lavoratrici autonome, che le banche e gli intermediari finanziari aderenti si sono impegnati ad attuare. Il Protocollo in questione – sottoscritto tra gli altri anche da ABI, Confindustria, Confapi, Rete Imprese Italia, CNA, Confartigianato e Alleanza delle cooperative italiane – è stato dapprima prorogato fino al 31 dicembre 2017 e, succesivamente, di ulteriori due anni estendendone, pertanto, la validità fino al 31 dicembre 2019. L ’Atto di ulteriore proroga è finalizzato a proseguire e consolidare le attività svolte da parte delle banche e delle Parti firmatarie per le finalità previste.

Le attività che le banche e gli intermediari finanziari aderenti al Protocollo si impegnano a realizzare al fine di favorire l’accesso al credito delle imprese femminili si possono così riassumere:

• istituire uno specifico plafond dedicato alle iniziative previste dal Protocollo medesimo e renderlo operativo entro 60 giorni dall’invio all’ABI del modulo di adesione;

• concedere finanziamenti a condizioni competitive rispetto alla normale offerta in relazione ad operazioni simili;

• sostenere le donne nella fase di creazione di nuove imprese o dell’avvio della professione (“Donne in start up”), nella fase di realizzazione di nuovi investimenti (“Investiamo nelle donne”), nella fase di situazione di difficoltà nel corso dell’attività d’impresa (“Donne in ripresa”);

• garantire la c.d. “Sospensione donna” cioè la possibilità per le imprenditrici o lavoratrici autonome di chiedere la sospensione del rimborso del finanziamento, fino a 12 mesi, senza garanzie aggiuntive, in caso di maternità, grave malattia della stessa, del coniuge o convivente, o dei figli anche adottivi, malattia invalidante di genitori, parenti o affini che siano conviventi;

• istituire un numero telefonico per fornire servizi di consulenza alle imprese femminili, eventualmente realizzando una specifica sezione dedicata a tali imprese sul proprio sito internet;

Oltre alle imprese a totale o prevalente partecipazione femminile, come sopra identificate, possono beneficiare degli interventi previsti da Protocollo le lavoratrici autonome, comprese le libere professioniste appartenenti a qualsiasi settore, senza alcuna eccezione e senza limiti di età.

I finanziamenti accordati dalle banche sono ammissibili alla garanzia della Sezione Speciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità del Fondo di Garanzia per le PMI in favore delle imprese a prevalente partecipazione femminile e delle ulteriori garanzia, pubbliche o private, che gli intermediari finanziari ritengono utile acquisire e, in tal caso, le condizioni di accesso al credito sono rese maggiormente favorevoli.

Al 30 settembre 2017 avevano aderito al Protocollo 36 banche – rappresentative del 39% degli sportelli del settore – con un plafond complessivo stanziato di 1.448.000.000,00 euro. In base al monitoraggio effettuato dal Ministero dello Sviluppo Economico, è emerso un trend di crescita delle tipologie di finanziamento previste dal Protocollo in favore delle imprese a prevalente partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome. Tale monitoraggio, inoltre, ha evidenziato dati molto interessanti sull’accesso al Fondo di Garanzia per le piccole e medie imprese da parte delle imprese femminili. Tenuto conto di questi dati incoraggianti, il Dipartimento per le Pari Opportunità in data 23 settembre 2016 ha effettuato un versamento di ulteriori risorse per un importo di 4 milioni di euro (di fondi propri) sulla predetta Sezione Speciale del Fondo di Garanzia e, inoltre, in data 15 dicembre 2017, un nuovo versamento di 4 milioni di euro (sempre di fondi propri), che hanno portato la dotazione complessiva della stessa Sezione a 38 milioni di euro.

Il Dipartimento, inoltre, ha promosso la campagna di comunicazione “Apriamo nuove porte alle imprenditrici di oggi e di domani”, cui è collegato un sito web dedicato, al fine di pubblicizzare gli strumenti attivati – Sezione speciale e Protocollo d’intesa - per agevolare l’accesso da parte delle donne ai finanziamenti destinati all’attività d’impresa e/o professionale, contando sul sostegno da parte dello Stato. La pianificazione della predetta campagna di comunicazione sui principali mezzi di informazione, a partire dal mese di agosto 2017, diffondendo presso un vasto pubblico la conoscenza degli strumenti attivati, ha prodotto l’effetto di un rinnovato interesse per tali strumenti, talché i rapporti tra le banche firmatarie e le imprese femminili hanno registrato un netto miglioramento. Pertanto, al fine di proseguire e valorizzare l’insieme delle attività avviate proficuamente in base al Protocollo, è stato deciso di prorogarne la validità fino a tutto il 2019.

DONNA E IMPRESA

INTERVISTA A SABRINA BOSIA

Chi è Sabrina Bosia?

Sabrina Bosia è una persona molto fortunata, impegnata a vivere il presente facendo tesoro del passato e con un occhio sempre rivolto al futuro, sempre intenta ad “unire i puntini” della propria esistenza attraverso un entusiasmante percorso di carriera come business partner nello sviluppo delle imprese: prima Audit in Ernst & Young, poi Audit, M&A e Corporate Finance in KPMG, Turnaround e Ristrutturazione del Debito in Conbipel, CFO e Membro del Consiglio di Amministrazione in diversi contesti internazionali, e ora business angel, startupper di progetti e Chief Innovation Officer, sempre al fianco di imprenditori, fondi, banche e azionisti per rendere il futuro concreto.

Perché sorride così, menzionando il tema “Donna e Impresa”?

Perché sono onorata di essere ospite di una rivista con una funzione sociale determinante, su un argomento di altrettanto rilievo. Ringrazio per l’opportunità e l’immenso piacere di poter condividere il mio piccolo pensiero. Ritengo il binomio “Donna e Impresa” estremamente interessante sia in accezione di “Donna Manager d’Impresa” che di “Donna Imprenditrice”, ambiti a me tanto cari.

Perché “Donna Manager d’Impresa” e “Donna Imprenditrice” sono ambiti a Lei tanto cari?

Perché sono uno l’evoluzione dell’altro. Sono comunicanti, imprescindibili e fanno entrambi parte del mio percorso professionale, in continuo dialogo.

E cosa avrebbero in comune i due mondi?

Intanto, non vedo antitesi tra i due termini. Nella mia visione, infatti, per essere “Manager al servizio di un’Impresa” o per essere “Imprenditore che genera la propria Impresa”, è essenzialmente necessario prima di tutto essere “Imprenditori/Manager di sé stessi”.

Efrem Moiso

Collaboratore del Centro Studi e Progettazione e Monitoraggio Legislativo dell’ENM

Business planner esperto di microfinanza, microcredito, fondi europei ed europrogettazione

È un argomento complesso, ma imprescindibile, assolutamente indispensabile per potersi muovere in ogni ambito si decida di sviluppare il proprio percorso, qualsiasi esso sia. Se non si ha chiaro questo, si rischia di vagare senza meta in balia degli eventi, invece di dare un taglio netto ed essere incisivi. Per farlo, è necessario concepire sé stessi come un vero e proprio “prodotto”, che deve essere adattato al mercato in ogni sua componente applicando il famoso “Modello delle 5 P”, mutuandolo ed adattandolo dal guru del marketing Porter.

Poi, occorre studiare. Sono necessarie delle basi tecniche indiscutibili. La preparazione è il fondamento di qualsiasi percorso, e non bastano gli studi di Ragioneria o la Laurea in Economia e Commercio all’Università di Torino: si tratta di un approfondimento continuo che accompagna il percorso in ogni suo tratto. Lo studio è un compagno essenziale e fedele nel percorso professionale in ogni momento. Si tratta delle fondamenta su cui si può poi costruire e non si può improvvisare.

Che si tratti di gestione d’impresa o di imprenditoria, in entrambe le situazioni è necessario avere una visione a 360° dell’impresa. L ’impresa è un soggetto vivo, delicato, complesso; è un sistema integrato in cui ad ogni azione corrisponde una reazione in un altro ambito, reazione che è necessario essere in grado di individuare a monte per poter avere una visione d’insieme prima di prendere una decisione.

Un altro punto fondamentale è l’attitudine a lavorare in team, anche in contesti internazionali, perché da soli non si va da nessuna parte. Questa inclinazione, insieme alla capacità di padroneggiare le lingue principali, torna utile quando si abbia a che fare con gli altri Direttori dell’impresa o quando si tratti di gestire un’organizzazione propria o i rapporti con i fornitori, con i quali è necessario porsi obiettivi da raggiungere, misurare e valutare, in contesti culturali anche molto distanti da quelli cui siamo abituati.

Partiamo da oggi. Perché l’“Imprenditrice”? E cosa ha mutuato dalla “Manager d’Impresa”?

L’“Imprenditrice” è una donna attuale, contemporanea, attenta a comprendere i bisogni con l’intento di darvi una risposta concreta.

I bisogni impellenti dell’economia, specie a livello italiano, cui mi sono detta di voler dare una risposta, sono essenzialmente tre.

Il primo bisogno riguarda l’annoso “rapporto bancaimpresa” e la difficoltà a reperire/concedere finanza, qualsiasi siano:

• la dimensione dell’attività (new-co, PMI, fatturato/asset rilevanti);

• la catena di controllo (società padronali o quotate, fondi, ecc.);

• la maturità del progetto (start-up, maturità del mercato, crisi d’impresa, passaggi generazionali, ecc.).

In ogni circostanza è importante comprendere in quale situazione si trovi la società per poter trovare “il vestito” finanziario più adeguato, e non sempre la via è il tradizionale rapporto bancario. Si affacciano all’orizzonte anche strumenti di protezione come microcredito, confidi e Fondo Centrale di Garanzia, nonché il fintech, il crowdfunding o la possibilità di quotazione su mercati quali l’AIM. Tutti strumenti, questi insieme ad altri, da vagliare con attenzione una volta elaborata la manovra finanziaria.

Certo è che anche le banche, lavorando con forbice degli spread sempre più sottile, se non vogliono estinguersi nella loro veste di erogatori di credito, devono introdurre tra gli strumenti di valutazione del credito anche elementi diversi dai KPIs economico-finanziari fondati sul passato, basandosi quindi su business plan credibili, ma anche su elementi qualitativi quali il livello di internazionalizzazione, l’innovazione, il management, i rapporti di filiera e l’impatto positivo generato sul territorio, ponendo in evidenza un effetto di “benessere sociale” prodotto.

La mia visione è che, anche nella micro-impresa, non si possa quindi prescindere dall’elaborazione di un business plan costruito partendo da basi operative per evidenziare la leva finanziaria, che parli un linguaggio comprensibile a chi deve erogare finanza e ponga in evidenza il “benessere sociale” prodotto quale elemento indispensabile di valutazione. Lo stesso diventerà poi il punto di partenza per action plan che portino ad implementare la strategia grazie alle attività di project management, permettendo così lo start-up di nuovi business come la strutturazione/ristrutturazione aziendale, la crescita organica come per acquisizioni, nonché il passaggio generazionale. Si tratta di una finanza accessoria alla mission aziendale, che utilizza tutte le leve possibili, compresa anche la ricerca di contributi e finanziamenti pubblici e privati, e che deve necessariamente essere attivata in maniera professionale.

Il secondo bisogno riguarda il “passaggio al nuovo mondo”, all’innovazione. Come ama dire il Prof. Ghisolfi: “Anche se tu non ti occupi di finanza, la finanza di occupa di te”. Lo stesso vale per l’innovazione: chi non innova si estingue. La digitalizzazione ha cambiato e sta cambiando scenari, anche i più stabili, ad una velocità folle e anche “star” della Borsa degli ultimi 50 anni rischiano di scomparire, fagocitate dal cambiamento che non riescono ad inseguire.

Io credo che la digitalizzazione non sia solamente strumentale all’accesso ad “Impresa 4.0” ed ai contributi pubblici ad essa associati. Deve piuttosto essere concepita come una serie di strumenti (che vanno dalla digitalizzazione dei processi al growth hacking, dalle vendite online all’IOT, dalla realtà aumentata al gaming, ecc.) capaci, laddove necessari, di portare un cambiamento in azienda utile alla crescita o alla trasformazione del business e tali da generare valore superiore al costo di implementazione e gestione o a quello di mancata implementazione.

Il terzo bisogno è la necessità di avere al timone, a fianco dell’Amministratore o Proprietario d’azienda, un soggetto che capisca di business, di cambiamento e di finanza di qualità, anche, e, anzi, soprattutto, quando si tratta di progetti in start-up o microimprese. Per questo la figura del Chief Financial Officer risulta essenziale e viene percepita dagli investitori/finanziatori in modo favorevole, anche se parzialmente presente: la figura deve essere al servizio dell’impresa solo quando serve, in maniera strategica ed in modo da non pesare eccessivamente.

Da questa disamina dei bisogni prende vita il progetto “Chiudi il Cerchio” (www.chiudiilcerchio.it), la cui mission è quella di fornire una panoramica di servizi costruita come un abito su misura sulle esigenze dei clienti, flessibile e in grado di sfruttare le capacità da pescare all’occorrenza dalla “cassetta degli attrezzi” insieme ad un team di professionisti i cui rapporti si sono consolidati in venti anni di esperienza come “Donna Manager”.

Lo scopo è, come recita lo stesso slogan “Chiudi il Cerchio! Concretizza! Realizza!”, fornire risposte concrete ai bisogni individuati, senza girarci tanto intorno.

Il metodo di azione è stato messo a punto in diversi anni di attività e consiste in diverse fasi modulari:

• una prima fase di diagnosi che parte dai numeri di bilancio (laddove esistano) e dal dialogo con l’impresa per comprendere i macro-obiettivi e le macro-aree di azione, in una spirale evolutiva;

• una seconda fase di diagnosi approfondita e costruzione di un action plan operativo grazie all’intervento di professionisti ad hoc per ognuna delle aree individuate;

• una terza fase che consiste nell’esecuzione e nella misurazione a breve, medio, lungo periodo delle strategie individuate.

Facciamo dunque un passo indietro. Come si è sviluppata la Sua avventura come “Manager d’Impresa”?

Dagli studi ho imparato tanto, ma dalla gavetta ancora di più.

Durante gli studi universitari ho infatti avuto la fortuna di poter essere l’“economa tuttofare” presso la Scuola Materna centenaria dove sono stata allevata quando avevo 3 anni. Si è trattato di un faticoso bagno nella realtà e nell’umiltà del quotidiano, utilissimo quanto essenziale per poter apprendere come cavarsela in ogni situazione (fotocopie, F24, contabilità, rapporto con i genitori per la riscossione delle rette, ecc.).

La discussione della Tesi di Laurea è stata per me un giorno molto importante: era il mio primo discorso in pubblico, brillantemente affrontato grazie alla preparazione approfondita degli argomenti ed allo studio delle tecniche per parlare in pubblico.

La scelta di spostarsi a Milano entrando in Revisione Contabile – Audit, in EY, una delle Big 4, ha avuto un impatto considerevole: la distanza dal mio mondo (allora la tratta Torino-Milano non consisteva banalmente in 45’ di viaggio in alta velocità, ma in un vero cambio di mentalità); l’apertura mentale che poteva dare l’affrontare diverse aree di business e settori al massimo ogni 15 giorni; il metodo di lavoro; lo studio notturno a lume di una torcia per non disturbare la compagna di stanza che frequentava la Scuola di alta pasticceria; l’incontro con tanti responsabili di alto livello con cui intrattengo tutt’oggi rapporti di profonda amicizia e che nei due anni in cui ho lavorato lì mi hanno trasmesso la tecnica e la passione per il mestiere e il rispetto, anche quando mi permettevano di tornare a casa ogni weekend nonostante il team continuasse a lavorare.

E poi il ritorno a Torino – città dove in realtà sono rimasta per breve tempo dato il tipo di business – in un’altra delle Big 4, in un ufficio più piccolo dove ho potuto apprezzare altre linee di business quali Internal Control, Anti-Frode, Business Management e, non ultimo, Merger & Acquisition.

E proprio durante una due diligence direttamente a contatto con KPMG UK, il cliente mi aveva notata per le acute osservazioni che permisero un’ottima trattativa di prezzo di acquisizione e mi venne proposto di restare come CFO nella Società padronale acquisita da un gruppo quotato in Borsa: avevo 31 anni e il mio sogno di diventare Dirigente e Direttore si avverava.

Sono stati quasi tre anni molto impegnativi, nonché l’inizio di un avvincente percorso in cui, una volta ultimato un progetto (le mie sono state tutte missioni di cambiamento), nasceva l’esigenza di trovarne un altro. Allora pensavo fosse una questione d’età, poi ho capito che la “scrivania in mogano” non faceva per me.

Il mio lungo ed avvincente percorso, durato venti anni, nell’ambito della Direzione d’impresa parte dalla profonda competenza in ambito finance: dall’Audit in Big 4 alla guida della Direzione Finanziaria come CFO, ma anche come Membro del Consiglio di Amministrazione con delega Finance in Società padronali controllate da Fondi o da multinazionali quotate in Borsa e in fase in ristrutturazione, come in forte crescita o cambio generazionale. Molti concetti mi hanno permesso di evolvere, l’uno dopo l’altro: dalla tecnica contabile all’amore per il controllo di gestione, alla conferma del “cash is king”. Tutto questo in anticipo rispetto ai tempi in cui questi temi sono diventati di pubblico dominio.

Fino ad arrivare alla consapevolezza che, oggi, il mio “mestiere” si è evoluto grazie ad un moderno approccio di team a supporto della crescita, dello sviluppo, del financing di nuove iniziative e start-up in qualità di Business Angel e di CFO. Ultima, ma non meno importante, è la specializzazione in Digital Transformation unita alla non scontata capacità di traghettare realtà tradizionali verso il futuro, dai processi di produzione, ai prodotti e servizi, al marketing e all’organizzazione. Ecco come si è arrivati a “Chiudi il Cerchio”.

Il passaggio da “Donna Manager d’Impresa” a “Donna Imprenditrice” è un processo irreversibile?

Come dicevo all’inizio, non si tratta di un processo irreversibile, ma di un percorso evolutivo. Oggi sono in grado di padroneggiare temi aziendali a 360 gradi, anche grazie ai colleghi e professionisti con cui ho quotidianamente a che fare. Sono sicura che potrei portare in azienda un approccio più maturo, globale. Non c’è contraddizione: vi è un’ottica di servizio sempre più chiara ed ampia, e dato che non siamo tuttologi, ciò è permesso avendo una visione ed applicando un approccio di squadra.

Perché la parola “donna” Le fa storcere il naso?

È un argomento molto complesso, ma, resa in poche parole: vorrei che tra dieci anni si parlasse di “individui consapevoli”.

“Individui” perché so quanta fatica – ed allo stesso tempo quanta gioia – mi ha dato seguire il mio percorso, anche in mondi inizialmente ostici, tra i quali l’audit, l’avionica, i business su commessa e le contrattazioni con le banche per la ristrutturazione del debito, in cui sono sempre prevalsi la capacità tecnica e la straordinaria dedizione che mi hanno portata ad occupare il mio posto, sacrificando molto. Mi dispiace che ancora oggi si parli di “donne” e “uomini” in contrapposizione e che, nonostante io ci sia arrivata senza il beneficio di norme, si necessiti ancora di una legge sulle “quote rosa” per permettere alle donne di sedere nei Consigli d’Amministrazione e si debba faticare per il riconoscimento della famiglia come nucleo da proteggere; argomenti ampiamente correlati e fondamentali per il progresso del Paese.

Ho abbracciato da qualche mese Federmanager Minerva proprio per l’approccio che la Dott.ssa Marina Cima ha saputo dare: non siamo in contrapposizione, ma ci completiamo. È necessario un cambio di mentalità radicale, e particolarmente in noi donne, che dobbiamo trovare la forza di valorizzarci ed il coraggio di realizzare le nostre iniziative, anche grazie all’ausilio di strumenti utilissimi come il microcredito.

Individui “consapevoli”, dicevo, perché un tema che ritengo altrettanto importante è che tutti possano effettuare scelte finanziarie consapevoli.

Purtroppo, la cultura finanziaria nel Paese è sottovalutata, il che comporta prendere dei rischi non desiderati inconsapevolmente, mettendo a repentaglio il poco che si ha, o non effettuare scelte – come l’evitare di avviare nuove imprese – perché non si conoscono gli strumenti di supporto. Risulta dunque necessario attivare forme di divulgazione che, ancora una volta, partano dalle scuole e dalla TV pubblica, oltre che un cambiamento di mentalità e strumenti finanziari che, come il microcredito, risultano fondamentali.

Per questo motivo, quando poco tempo fa il Dott. Ghisolfi mi ha proposto di entrare a far parte degli “amici” soci fondatori dell’Associazione Accademia di Educazione Finanziaria, ho accolto il progetto divulgativo con tanto entusiasmo.


Come si coniugano gli hobby, la parte ludica?

L ’amore per il mio Paese, la cultura, la storia ed i viaggi mi appassionano in particolar modo.

Così nascono le idee di “Posa la Roba” e “Made-intown”. Si tratta di due progetti di start-up innovativa, desiderati al fine di dare un servizio pratico ai turisti. Il primo, infatti, riguarda un deposito bagagli totalmente automatizzato (www.posalaroba.it), mentre il secondo è una collezione di attività da proporre a turisti e non solo, con l’intento di valorizzare il territorio facendolo conoscere grazie alle tante eccellenze artigianali ancora presenti e che rischiano l’estinzione, per il tramite dei moderni mezzi di diffusione tecnologica (www.madeintown.it).

La partecipazione a progetti in qualità di Business Angel e/o apportando le mie competenze tecniche è qualcosa che seguo da anni e mi appassiona perché mi dà la possibilità di mettere al servizio di giovani e nuove iniziative un po’ di quello che ho imparato. Trovo, inoltre, di particolare interesse poter unire la tradizione alla tecnologia, unione da cui possono nascere progetti ibridi fondamentali per il passaggio al “nuovo secolo”, come la community “Luoghi di Libri” (www.luoghidilibri.it), progetto culturale molto interessante nell’ambito del quale sto dando il mio apporto, l’evoluzione dello studio d’avvocati “Jurisnet” (www.jurisnet.it) o la creazione di una catena retail di organic smoothies, poi venduta ad un colosso del settore.

Sarebbe bello che la popolazione femminile all’interno dei progetti di start-up crescesse. Sarebbe anche questo un segno di maturità.

In sintesi, qual è l’ingrediente segreto?

L ’ingrediente segreto sono la passione e l’amore per le cose che si fanno, che passano per la ricerca delle proprie doti (da uno studio americano sembrerebbe che dei 35 talenti individuati, ciascuno di noi ne possiede almeno 7 e siamo consapevoli di averne solamente uno o al massimo due), ma anche per il desiderio di seguire il proprio “percorso”.

Percorso di per sé costruito, inizialmente in modo inconsapevole, sulla base di competenze in continua evoluzione e di tappe e incontri, con deviazioni, mete stabilite che mutano ed evolvono nel tempo; un approccio alla soluzione delle situazioni teso alla progressiva crescita di sé stessi, totalmente personalizzato.

A questo va aggiunta la gran fortuna di avere una famiglia che mi dà serenità e affetto, pilastri senza cui tutto questo non avrebbe valore.

DONNA E INCLUSIONE FINANZIARIA: una panoramica globale sull’accessibilità al credito da parte del genere femminile

Efrem Moiso

Nella prima settimana di giugno si è tenuta a L ’Aia la 9a edizione del Global Entrepreneurship Summit. Durante il convegno organizzato dai governi dei Paesi Bassi e degli Stati Uniti sono state affrontate diverse tematiche, tra cui il tema d’interesse globale dell’imprenditoria femminile. L ’argomento è stato affrontato prima con un focus sulle migliori prassi per accrescere le capacità delle donne nell’avviare, finanziare e rendere scalabile un’impresa, seguito poi da una tavola rotonda sull’aumento delle opportunità di investimento per le startup a guida femminile.

In occasione della chiusura del convegno, grazie alla sua startup SpellBound, l’imprenditrice Christina York è stata nominata vincitrice del “Global Innovation through Science and Technology”, iniziativa statunitense che punta a potenziare e rafforzare gli imprenditori di tutto il mondo negli ambiti della scienza e della tecnologia attraverso l’avvio di partenariati con aziende globali del calibro di Microsoft e Amazon. È rappresentativo il fatto che, oltre alla vincitrice del premio, quindici dei venticinque presentatori dell’iniziativa fossero donne, così come tre dei cinque imprenditori giunti alla fase finale della gara. “Rappresentativo” poiché nel 2016 ben 163 milioni di donne gestivano o hanno avviato un’impresa, quando soltanto nel 2014 erano il 10% in meno.

Si potrebbe intestare l’alto tasso di crescita a una forse più fervente creatività imprenditoriale del gentil sesso, ma tale tasso è senz’altro dovuto a una tendenza globale che ha visto molti governi dare avvio a riforme che negli anni hanno portato al riconoscimento dei diritti delle donne e dato loro la possibilità di accedere a un’istruzione e a un’educazione finanziaria adeguate.

Infatti, le leggi discriminatorie possono influire più o meno direttamente sulla domanda di servizi finanziari da parte delle donne: ad esempio, l’accesso e il controllo limitati sulla proprietà restringono la loro capacità di poter fornire le garanzie che vengono normalmente richieste degli intermediari finanziari per l’erogazione di un prestito. Allo stesso modo, le differenze di genere nell’ottenimento di documenti di identificazione possono rendere più difficile per le donne aprire conti bancari, specialmente quando vengono imposti rigorosi requisiti di identificazione per poterlo fare.

L ’inclusione finanziaria implica l’accesso e l’utilizzo di vari servizi finanziari, tra i quali il risparmio, i pagamenti, il credito e l’assicurazione, erogati da parte di fornitori di servizi. A livello basilare, l’inclusione finanziaria può riguardare un semplice conto di deposito presso una banca oppure una transazione di denaro tra dispositivi portatili (servizio molto diffuso e radicato nei Paesi africani), così come può comprendere prestiti da parte di istituzioni finanziarie o prodotti assicurativi che consentono alle persone di gestire i loro rischi finanziari.

Sebbene quasi tutte le economie più sviluppate dell’OCSE abbiano accesso universale ai servizi finanziari, solo poco più della metà delle economie in via di sviluppo si trova nella stessa situazione e globalmente il 61% degli adulti ha un conto presso un istituto finanziario. Risulta poi che le persone economicamente e finanziariamente escluse sono, ad oggi, 2 miliardi e più della metà sono donne. È chiaro che, quando si parla di inclusione finanziaria femminile, esiste un ampio divario di genere nell’accesso e nell’utilizzo dei servizi finanziari.

Anche leggi o imposizioni non immediatamente discriminanti possono rivelarsi tali nell’ambito dell’inclusione finanziaria delle donne: per esempio, i requisiti Know Your Customer (KYC, “conosci il tuo cliente”) obbligano gli intermediari finanziari a verificare l’identità di un cliente controllando e confermando l’identificazione. Queste regole risultano particolarmente efficaci a livello globale nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento dei regimi di terrorismo e contribuiscono a preservare l’integrità dei mercati finanziari. Tuttavia, a volte possono escludere segmenti della popolazione che hanno minori probabilità di ottenere un documento identificativo, come le popolazioni a basso reddito o le donne. Non a caso un sondaggio condotto dall’Alliance for Financial Inclusion riporta che il 25% degli intervistati percepisce i requisiti KYC come un ostacolo per le donne.

Proprio perché alcune leggi e regolamenti rendono più difficile per le donne ottenere una carta d’identità o un passaporto nazionale o registrare la nascita di un bambino, la disuguaglianza di genere può avere un ruolo importante nel rendere l’accesso ai documenti identificativi più gravoso per le donne. Basti pensare che le donne sposate non possono ottenere una carta d’identità come gli uomini sposati in 11 Paesi (concentrati in Asia meridionale, Medio Oriente e Nord Africa e Africa sub-sahariana). In Pakistan, per esempio, una donna sposata deve presentare l’attestato di matrimonio e la carta d’identità del marito o una sua conferma elettronica per poter ottenere il rinnovo della carta d’identità.

Come sopra accennato, comunque, il cambiamento è in atto.

In Senegal sono state riformate le norme che imponevano alle donne sposate requisiti aggiuntivi per la richiesta della carta d’identità. Tra i vari aggiornamenti, i nuovi regolamenti non richiedono più l’inclusione del nome del marito sulle carte d’identità delle donne sposate e le procedure sono ora le stesse per uomini e donne.

Dall’altro lato, l’introduzione di requisiti KYC a più livelli (generalmente almeno tre), sembrano rappresentare una soluzione promettente per aiutare le donne che sperimentano una certa difficoltà nel provare la propria identità ad aprire conti di risparmio e accedere a servizi di pagamento. D’altronde, tale tipologia di analisi usa un approccio basato sul rischio allorquando i requisiti siano meno restrittivi per i conti bancari semplificati o di bassa entità, i quali possono essere limitati nell’ammontare o avere limitazioni nell’accesso o nella transazione; applicare una due diligence elevata su conti bancari di scarso ammontare potrebbe, inoltre, risultare un processo troppo oneroso per l’intermediario finanziario. Emerge poi che l’identificazione e verifica del cliente, insieme alla capacità di monitorare le sue transazioni, sono spesso sufficienti.

In quest’ottica, appare chiaro come i conti bancari di entità limitata possano rappresentare lo strumento ideale per acquisire nuovi clienti, facilitandone l’accesso al credito e a i servizi finanziari. Uno degli Stati che implementano un approccio basato sui requisiti KYC a più livelli è il Ghana, ed è anche grazie a questa decisione che ora il Paese dell’Africa occidentale (46,4%) si trova in testa alla classifica degli Stati con più imprese al femminile rispetto al totale delle aziende della nazione considerata, sul podio insieme a Russia (34,6%) e Uganda (33,8%).

Con l’avvento della tecnologia, poi, si è diffuso l’utilizzo di mezzi di identificazione innovativi e sicuri come gli ID biometrici1. Questo tipo di tecnologia produce benefici specifici per le donne, consentendo loro di superare le barriere della documentazione identificativa nazionale e facilitare la fornitura di servizi finanziari.

Per dare un’idea dell’impatto che l’applicazione di tali metodi di identificazione, si pensi che in India una fotografia, un’impronta digitale o una firma sono documenti sufficienti per aprire un conto bancario limitato se il titolare si registra nel database per ottenere un numero di registrazione unico emesso dalla Unique Identification Authority of India. Il numero sostituisce le carte d’identità utilizzate in precedenza per scopi diversi e le istituzioni finanziarie possono facilmente accedere al database per effettuare le dovute analisi KYC.

Come evidenziato sopra, le norme possono limitare la capacità legale delle donne, dovendo loro essere autorizzate, solitamente da parte del marito, a svolgere le attività di tutti i giorni. Ovviamente, anche questo può limitare l’inclusione finanziaria femminile, così come le restrizioni legali possono limitare la mobilità delle donne e le loro scelte. A differenza dei mariti, le mogli non possono scegliere dove vivere in 31 Paesi e non gli è consentito lavorare fuori casa in 18. In 17 Stati, tra cui l’Afghanistan, l’Arabia Saudita e la Repubblica araba d’Egitto, le mogli non possono uscire di casa da sole.

Ne consegue una naturale difficoltà per il genere femminile anche solo nel recarsi presso banche o altri fornitori di servizi, così come una scarsissima possibilità di guadagnare un reddito indipendente. Le leggi che limitano l’indipendenza economica delle donne limitano anche il loro accesso ai servizi finanziari e il relativo utilizzo: nelle aree in cui alle mogli è proibito lavorare, la probabilità che abbiano dei conti bancari, usufruiscano di credito formale o posseggano risparmi è molto bassa; al contrario, laddove le donne possono ricoprire il ruolo di capofamiglia o non sono obbligate dalla legge a obbedire ai propri mariti, è più probabile che le donne usino prodotti finanziari.

Ancora, se le mogli non possono scegliere dove vivere, le differenze di genere nell’inclusione finanziaria risultano più elevate nell’accesso delle donne ai conti bancari e nella loro capacità di prendere in prestito capitale da un istituto finanziario.

Diversi studi evidenziano come le differenze di genere nel diritto alla proprietà di asset sono un fattore che influenza la capacità di accesso al credito da parte delle donne: poiché gli istituti finanziari tendono a richiedere garanzie per erogare finanziamenti, l’impossibilità di offrirne rende scarse le possibilità di ottenere un prestito.

Il genere femminile è in grado di raggiungere una maggiore indipendenza economica nelle economie in cui le leggi riguardanti la gestione familiare, le successioni e il diritto fondiario sono loro favorevoli e tutelanti in termini di allocazione delle risorse tra uomini e donne. Infatti, tali generi di norma determinano, per esempio, quello che una figlia potrà ereditare dai genitori e quali saranno i beni di cui potrà disporre nel corso del matrimonio e alla conclusione di esso. Per quanto riguarda la gestione dei beni coniugali, la maggior parte dei Paesi stabilisce un sistema standardizzato che determina l’allocazione degli stessi beni tra i coniugi. Il 4% degli Stati prevedono la comunione dei beni, il 48,7% regimi di comunione parziale dei beni e il 47,5% la separazione delle proprietà.

Sebbene i regimi di proprietà separati siano neutrali rispetto al genere, questi possono comunque penalizzare le donne quando non percepiscono un reddito durante il matrimonio. Tenendo in considerazione che “prendersi cura dell’altro è essenziale per il benessere umano e per lo sviluppo economico, e, in tutte le società, le donne hanno una maggiore responsabilità per le cure non retribuite rispetto agli uomini” (Esplen, 2009), il riconoscimento di contributi nei confronti del gentil sesso in caso di divorzio può mitigare l’effetto negativo del regime di separazione dei beni e facilitare anche l’inclusione finanziaria.

Interessante è notare quanto le differenze di genere nelle donne che hanno una carta di debito e che la utilizzano siano più ampie in Stati che adottano regimi di separazione dei beni che non riconoscono i contributi non monetari – ovvero le cure non retribuite – rispetto a quelli che li attribuiscono.

Approfondendo l’analisi delle possibilità di scelta femminili focalizzandosi sull’evoluzione delle norme e il loro impatto, si può prendere in considerazione a titolo rappresentativo il Marocco, in cui vige la separazione dei beni. Così come è accaduto in altri Paesi, il più occidentale degli Stati del Nord Africa ha introdotto nel 2004 la possibilità di sposarsi in comunione di beni parziale. Tuttavia, la riforma ha avuto scarsa diffusione nella pratica a causa delle norme sociali, della complessa burocrazia e della scarsa consapevolezza delle persone.

Il “World Development Report 2015: Mind, Society, and Behavior” della Banca Mondiale evidenzia come cambiare un’impostazione predefinita può cambiare le usanze, come nel caso dell’adozione dei piani pensionistici da parte dei dipendenti. Rendere l’iscrizione a un piano pensionistico la regola, in modo che i dipendenti debbano eventualmente scegliere di rinunciarvi, fa sì che la maggior parte dei dipendenti si ritrovi automaticamente coperti dal sistema previdenziale.

In quest’ottica, rendere il regime di comunione parziale dei beni l’opzione predefinita potrebbe aumentarne la diffusione. Allo stesso modo, il riconoscimento del lavoro non retribuito delle donne – attraverso il riconoscimento di contributi non monetari – dovrebbe essere reso una regola, attraverso l’adozione di un regime di comunione dei beni o di leggi specifiche sui contributi non monetari laddove la separazione dei beni rimanesse lo standard.

Spostandosi dal Marocco all’altro lato dell’Africa, e nello specifico in Etiopia, si può notare come la rimozione del controllo esclusivo del marito sulla proprietà degli asset sia fondamentale. Infatti, la riforma del Codice della Famiglia che ha abolito sia questo aspetto che la necessità per le donne di avere il permesso del coniuge per lavorare fuori casa, ha fatto sì che il numero di lavoratrici a tempo pieno aumentasse, e le condizioni più produttive di vari settori migliorassero.

Analizzando il settore bancario e gli organi decisionali, diversi studi mostrano come la partecipazione femminile nei due ambiti possa avere un impatto positivo sull’inclusione finanziaria.

Ad esempio, l’accesso a internet e ai telefoni cellulari e l’inclusione finanziaria sono particolarmente legati alla presenza di donne nei ruoli di leadership. Gli studi sulla leadership femminile all’interno di organi decisionali hanno mostrato, in generale, impatti su questioni riguardanti le donne. Ad esempio, la rappresentanza femminile nei Parlamenti nazionali a livelli del 25% e oltre rende più probabile la riforma delle leggi discriminatorie sulla proprietà nei successivi 5 anni rispetto ai 15 anni precedenti a tali livelli di rappresentanza.

Alcune ricerche collegano la diversità di genere all’interno dei Consigli di Amministrazione aziendali a una migliore performance aziendale, anche in settori con maggiori rendimenti delle vendite e delle attività. In 11 Paesi (Belgio, Francia, Germania, Islanda, India, Israele, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Spagna) sono state imposte quote legali di rappresentanza femminile nei Consigli di Amministrazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno introdotto una quota del 20% per le Società quotate nel 2016.

Lo studio “Does gender matter in appointments to Central Bank Boards?” del 2016, relativo a 26 Paesi dell’OCSE, mostra l’evoluzione del numero di membri del Consiglio di Amministrazione delle Banche Centrali: a gennaio 2016, le donne rappresentavano solo il 14% dei membri del Consiglio di Amministrazione e il 42% delle banche centrali prese in analisi non contava donne nel proprio consiglio. Andamento che è rimasto costante dal 2003.

Risultati comparabili emergono dallo studio della fine del 2015 “Monetary policymaking and gender”, che analizza i Consigli delle Banche Centrali, con un campione più ampio di 112 Paesi di diversi gruppi di reddito: le donne rappresentano solo il 15% dei membri del Consiglio di Amministrazione in questi Paesi; il 30% non ha membri di genere femminile all’interno del CdA e il 48% ne ha meno del 10%. Un altro studio del 2017 effettuato sul rapporto tra il genere e la gestione di banche centrali evidenzia, poi, che dal 1950 solo 56 donne hanno presieduto una banca centrale.

Dati recenti raccolti da 50 delle più grandi banche, agenzie di assicurazioni, gestori patrimoniali e società di servizi professionali mostrano infine che solo il 25% dei top executive sono donne.

In conclusione, risulta fondamentale connettere l’inclusione finanziaria delle donne con il contesto giuridico quanto prima.

Una buona notizia può essere individuata nelle riforme del Codice di Famiglia della Repubblica Democratica del Congo, grazie alle quali una cittadina congolese oggi può aprire un conto in banca, ottenere un prestito, firmare un contratto, registrare la sua attività e le sue proprietà terriere senza alcun bisogno del permesso del marito. Resta comunque del lavoro da fare, considerando che i mariti controllano ancora la proprietà coniugale e sono ancora legalmente capofamiglia.

Le norme sociali prevalenti spesso non consentono un completo stravolgimento di ciò che ostacola l’inclusione finanziaria delle donne, che viene quindi perseguita per mezzo di misure incrementali. Ed è proprio questo lo schema di riforme legali che è stato e viene applicato, anche nelle economie più avanzate. Basti pensare alle mogli francesi che acquisirono uguali diritti riguardo il poter lavorare fuori casa nel 1965, il diventare capofamiglia nel 1970 e il poter amministrare proprietà nel 1985.

La riforma legale è dunque un elemento cruciale che può e deve essere incorporato in strategie più ampie per promuovere l’inclusione finanziaria femminile, focalizzandosi su quelli che vengono individuati come i principali ostacoli per le donne: il contesto socioculturale, l’alfabetizzazione finanziaria e i requisiti di garanzia.

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