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USURA E FINANZA ETICA: ISTANTANEA DELLA SITUAZIONE ITALIANA

< >VITTORIO EMANUELE AGOSTINELLI

< >EucA Public Affairs Officer

ABSTRACT

Da uno studio conoscitivo sul fenomeno dell’usura realizzato da Unioncamere nel 2014, l’Istat descrive un Paese in cui quattro cittadini su dieci non sarebbero in grado di affrontare spese impreviste dell’ordine di 800 euro senza fare ricorso al sostegno altrui. La criminalità tende a proliferare nell’usura come sua espressione sempre più redditizia. Le sofferenze finanziarie in tempi di crisi e in termini di ritardi nei pagamenti, protesti, fallimenti sono segnali d’allarme. La recessione e l’incremento della criminalità appaiono, dunque, in stretta connessione. La principale conseguenza della crisi economica è il progressivo impoverimento che conduce alla necessità di accesso al credito. Questo fenomeno coinvolge tanto le famiglie quanto le imprese che sempre più spesso in situazioni dettate dalla necessità di far fronte alle spese ordinarie si vedono costrette a fare ricorso a crediti. La Banca d’Italia conferma che oscilla intorno ai 22.000,00 euro l’indebitamento medio di ciascuna famiglia italiana, e il dato, purtroppo, è in continua ascesa. Si tratta di debiti generati per lo più dall’accensione di mutui per l’acquisto della casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili e dal credito al consumo, che rimane la voce più preoccupante perché segno tangibile della profonda instabilità economica. Il 47,8% dei prestiti riguarda cifre tutto sommato ridotte, e cioè fra mille e 10mila euro, il 26,9% fra i 10mila e i 30mila euro, il 10,3% arriva a 50mila euro, e il 15,1% fino a 100mila euro e oltre. Il 62,3% dei prestiti, inoltre, è stato chiesto per pagare debiti accumulati e il 44,4% per saldare prestiti precedentemente contratti. La fascia d’età con maggiori difficoltà risulta essere quella compresa fra i 45 e i 64 anni, a seguire ci sono quelli fra i 35 e i 44 anni. È evidente, dunque, che una percentuale elevatissima di italiani vivendo in condizione di disagio, non veda altre soluzioni se non quella di alimentare l’indebitamento. Al tempo stesso, però, si assiste ad un progressivo ridursi dell’accesso effettivo al credito. Le banche, infatti, in conseguenza di congiunture economiche come quelle appena esposte tendono a inasprire le richieste di garanzia a copertura dei debiti, negando di fatto l’accesso ad una fetta sempre più consistente di singoli ed operatori economici che la crisi ha declassato ormai a nuovi poveri. La situazione peggiora notevolmente quando in capo ad un unico soggetto, sia esso un nucleo familiare o un operatore economico, coesistono più debiti. In gran parte si tratta di persone “mature” che hanno difficoltà a trovare una nuova collocazione sul mercato del lavoro e di conseguenza cercano in ogni modo di evitare protesti o il fallimento della loro attività, e così quando le porte del credito legale vengono chiuse il ricorso al prestito a nero risulta l’unica possibile via d’uscita. Ma può anche capitare che ci si rivolga agli usurai anche per aprire bottega o per avviare un’attività. Può accadere che ci si rivolga prima a familiari e amici, e questi, nei casi in cui non siano loro stessi autori d’usura, rimandano ad altri conoscenti inizialmente ben disposti. Si può, inoltre, chiedere consiglio ad un collega, ad un imprenditore che ha già fatto ricorso all’usura, il quale può indicare un nome o un intermediario a cui rivolgersi. Il suggerimento di un’apparente soluzione alle proprie difficoltà può far scattare la convinzione che il ricorso agli usurai sia l’unica strada percorribile per evitare l’accumularsi delle insolvenze. Spesso ci si indebita con più usurai per importi differenti e può capitare che si arrivi a chiedere soldi in prestito proprio per cercare di estinguere un debito usuraio pregresso fino a che la situazione non diventa insostenibile. La crisi e coloro che la subiscono sono anch’essi variabili del fenomeno. è così che l’usura di realizza in molteplici forme a seconda del settore d’interesse e delle disponibilità economiche dello stesso usuraio.

Normalmente, parlando di finanza e investimenti si fa esclusivamente riferimento a concetti come rendimento, profitto, remunerazione del capitale. Ritenere che questa sia la sola prospettiva possibile è tuttavia alquanto riduttivo: negli ultimi anni sta prendendo forza un nuovo movimento, composto da investitori che non si preoccupano solo di veder fruttare il proprio denaro, ma desiderano essere informati sul modo in cui esso viene impiegato per generare reddittività.

L’obiettivo perseguito con il sostegno ad imprese che prestano attenzione agli impatti socio-ambientali è quello, in ultima analisi, di migliorare le scelte degli individui e delle imprese. Nel nostro Paese, l’associazione per la finanza etica (Afe), ha creato, nel 1998, il suo “Manifesto della finanza etica”, basandosi sulla considerazione delle esperienze “storiche” e di qualità nei vari paesi e culture. Il Micreocredito e la Microfinanza, con l’affiancamento costante nella gestione progettuale dei finanziamenti dei propri clienti e la capacità di includere nella società economica soggetti (giovani, donne, imprese, attività economiche, ecc.) esclusi dal mercato, sono una concreta alternativa ed un decisivo strumento di contrasto all’allarmante fenomeno dell’usura.

L ’analisi del fenomeno dell’usura non può prescindere dall’individuazione delle cause sociali che ad esso conducono. Le variabili socioeconomiche di un territorio alimentano l’incidenza del fenomeno che cresce e si evolve a seconda delle richieste del mercato. Un mercato su cui pesa il macigno della crisi economica che almeno dal 2008 sta condizionando l’intera economia mondiale, con pesanti ripercussioni nei diversi Paesi. L ’Italia paga un prezzo alto. Lo pagano le famiglie e le imprese prima di tutto. Da uno studio conoscitivo sul fenomeno dell’usura realizzato da Unioncamere nel 2014, l’Istat descrive un Paese in cui quattro cittadini su dieci non sarebbero in grado di affrontare spese impreviste dell’ordine di 800 euro senza fare ricorso al sostegno altrui. Il dato più allarmante si riferisce alla “condizione di grave deprivazione” in cui sussistono almeno quattro delle nove condizioni di disagio stabilite dall’Istituto Nazionale di Statistica, e che, sempre secondo l’Istat, riguarda più di 8 milioni di persone.

Le cifre riportate riflettono non solo l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei redditi più bassi, ma un pericoloso cedimento nella stabilità finanziaria anche dei ceti medi e persino medio alti. Ci troviamo di fronte ad una progressiva diminuzione dei redditi al consumo, complice anche il dilagare dell’incertezza nel mercato del lavoro e i tassi di disoccupazione in continua ascesa. La stessa situazione è fotografata anche dal 47° Rapporto del Censis. Lo studio riporta un ulteriore dato: sono quasi 8 milioni le famiglie che hanno ricevuto dalle rispettive reti familiari una forma di aiuto nel 2012, e 1,2 milioni le famiglie che non essendo riuscite a coprire le spese con il proprio reddito hanno fatto ricorso a prestiti di amici. Per il 72,8% delle famiglie un’improvvisa malattia grave o la necessità di significative riparazioni per la casa o per l’auto rappresentano un serio problema. Il pagamento di tasse e tributi (24,3%), bollette (22,6%), rate del mutuo (6,8%) mette in difficoltà una quota significativa di italiani.

La situazione si presenta ancora più allarmante nel sud del Paese. L ’Italia, infatti, appare tra i sistemi dell’Eurozona quello in cui più rilevanti sono le disuguaglianze territoriali. In termini di Pil pro-capite il Centro-Nord, con 31.124 euro per abitante, è vicino ai valori dei Paesi più ricchi come la Germania dove il Pil pro-capite è di 31.703 euro. Viceversa, i livelli del Mezzogiorno sono più vicini o inferiori a quelli della Grecia (il Sud ha meno di 18.000 euro per abitanti e la Grecia registra 18.500 euro di Pil pro-capite). La crisi colpisce soprattutto commercio e turismo. Il fenomeno è diffuso in tutte le città italiane con una particolare incidenza a Roma, dove si arriva quasi al ritmo di due chiusure di ristoranti al giorno.

In questo scenario, già precario, opera il fenomeno dell’usura e proprio dalle difficoltà economiche di singoli e operatori economici trae vantaggio. La criminalità tende a proliferare nell’usura come sua espressione sempre più redditizia. Le sofferenze finanziarie in tempi di crisi e in termini di ritardi nei pagamenti, protesti, fallimenti sono segnali d’allarme. La recessione e l’incremento della criminalità appaiono, dunque, in stretta connessione. è quanto emerge da una recente indagine condotta da Censis e Confcommercio su un campione di 400 imprese individuate per macro-area geografica, per classe dimensionale e per settore produttivo. Il 75% del campione è costituito da imprese del commercio, il restante 25% proviene da altri settori extra-agricoli.

È stata così raccolta la percezione degli stessi operatori economici sul dilagare della criminalità in ambiti imprenditoriali. I risultati dell’indagine dimostrano che tra gli imprenditori è molto diffusa la sensazione che la criminalità venga fortemente alimenta dal persistente ciclo economico negativo. Elevato appare il numero di imprenditori che considerano ormai radicate piccole o grandi forme di criminalità, così come di quanti considerano i fenomeni criminali in aumento. Alle numerose difficoltà di fare impresa in tempi di crisi sembra aggiungersi un ulteriore limite dato dalla crescita della criminalità nelle sue diverse manifestazioni. Rilevante appare il dato relativo all’aumento dei fenomeni di usura ed estorsione, confermati da 25 imprenditori su 100 nel primo caso e da 20 su 100 nel secondo. Circa la metà delle imprese coinvolte ha dichiarato di essere a conoscenza di casi di usura ed estorsione in cui sono coinvolti imprenditori del proprio territorio. Tra quanti hanno preso parte all’indagine è diffusa, inoltre, la convinzione che molti imprenditori facciano ricorso a canali di credito non ufficiali, molto vicini all’usura (37 imprenditori su 100), e che nel circuito imprenditoriale operi sempre più la criminalità organizzata (36 imprenditori su 100). Rilevante appare anche il dato relativo ai frequenti cambi di titolarità di attività commerciali. Per 52 imprenditori su 100 tali fenomeni potrebbero nascondere attività di riciclaggio, a conferma della percezione diffusa di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale.

La principale conseguenza della crisi economica è quindi il progressivo impoverimento che conduce alla necessità di accesso al credito. Questo fenomeno coinvolge tanto le famiglie quanto le imprese che sempre più spesso in situazioni dettate dalla necessità di far fronte alle spese ordinarie si vedono costrette a fare ricorso a crediti. La Banca d’Italia conferma che oscilla intorno ai 22.000,00 euro l’indebitamento medio di ciascuna famiglia italiana, e il dato, purtroppo, è in continua ascesa. Si tratta di debiti generati per lo più dall’accensione di mutui per l’acquisto della casa, dai prestiti per l’acquisto di beni mobili, dai finanziamenti per la ristrutturazione di beni immobili e dal credito al consumo, che rimane la voce più preoccupante perché segno tangibile della profonda instabilità economica. Il 47,8% dei prestiti riguarda cifre tutto sommato ridotte, e cioè fra mille e 10mila euro, il 26,9% fra i 10mila e i 30mila euro, il 10,3% arriva a 50mila euro, e il 15,1% fino a 100mila euro e oltre. Il 62,3% dei prestiti, inoltre, è stato chiesto per pagare debiti accumulati e il 44,4% per saldare prestiti precedentemente contratti. La fascia d’età con maggiori difficoltà risulta essere quella compresa fra i 45 e i 64 anni, a seguire ci sono quelli fra i 35 e i 44 anni. È evidente, dunque, che una percentuale elevatissima di italiani vivendo in condizione di disagio, non veda altre soluzioni se non quella di alimentare l’indebitamento. Al tempo stesso, però, si assiste ad un progressivo ridursi dell’accesso effettivo al credito. Le banche, infatti, in conseguenza di congiunture economiche come quelle appena esposte tendono a inasprire le richieste di garanzia a copertura dei debiti, negando di fatto l’accesso ad una fetta sempre più consistente di singoli ed operatori economici che la crisi ha declassato ormai a nuovi poveri. Studi condotti dalla Banca d’Italia affermano che le condizioni finanziarie delle imprese hanno subito un peggioramento a causa del calo delle vendite e dell’aumento del costo del denaro. I bilanci aziendali, resi fragili dal prolungato periodo di debolezza economica, sono appesantiti da un debito elevato. Le difficoltà finanziarie delle imprese si sono riflesse nell’aumento delle inadempienze nel rimborso dei debiti e nella crescita sostenuta del numero dei fallimenti. Ciò riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, la quasi totalità delle imprese attive in Italia. Le piccole e medie imprese sono ritenute più vulnerabili, motivo per cui viene loro attribuito un rating molto basso. La conseguenza è che il più delle volte, non fornendo garanzie ritenute sufficienti, si vedono negare ogni richiesta. Ma anche qualora riescano ad ottenere l’accesso al credito, questo risulta appesantito da condizioni contrattuali particolarmente gravose.

Dall’indagine promossa dall’Eurispes nel Rapporto Italia 2013, emerge che rispetto all’intera platea di richiedenti credito, sono meno numerosi coloro che, non potendo accedere a prestiti bancari, ammettono di aver chiesto denaro in prestito a privati: il 14,4%. Questa scelta risulta più frequente al Sud: 19,8% contro il 16,2% delle isole e il 12% di Nord e Centro. Si tratta di un evidente segnale di allarme poiché è proprio qui che si annida l’usura. In uno studio precedente, lo stesso Istituto, aveva riportato un’indagine su un campione di circa 1.200 persone. Agli intervistati veniva chiesto se fossero o meno a conoscenza di persone che si rivolgono agli usurai per ottenere prestiti. Nel 25,2% la risposta era stata positiva. Più elevata è stata la percentuale nelle aree meridionali: sopra la media nazionale con una percentuale di risposte positive del 30,7%, seguite dal 29,1% del Centro Italia. A sud, inoltre, è risultato più alto il numero delle mancate risposte (6,6%) rispetto alle altre aree nazionali. La situazione peggiora notevolmente quando in capo ad un unico soggetto, sia esso un nucleo familiare o un operatore economico, coesistono più debiti. Con i dati appena esposti risulta evidente che si corre il rischio di passare da una situazione di indebitamento ad una di sovra indebitamento, che il più delle volte si trasforma in una vera e propria anticamera dell’usura. La spirale dei debiti, infatti, non sempre si ferma all’interno dei confini dell’economia legale, e venendo meno la stabilità del mercato legale, ogni condizione per cui si necessiti di credito diventa un’opportunità per il mercato dell’usura di trovare i propri “clienti”.

In un quadro di crescente insicurezza, dunque, cresce anche l’usura. Tuttavia, anche se accomunate dalle condizioni sociali, sono diverse le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Se fino a qualche tempo fa le vittime o le potenziali vittime erano prevalentemente persone non capaci di vivere un rapporto “equilibrato” con il denaro, o incapaci a gestire in modo equilibrato normali situazioni debitorie, o anche vittime di dipendenze, a partire da quella del gioco, oggi, invece, si tratta anche, e soprattutto, di famiglie sovra indebitate, che non riescono più a gestire i debiti, ma anche operai, impiegati, talvolta professionisti, quanti hanno perso all’improvviso un lavoro e quindi un’entrata economica certa, o anche chi è impossibilitato a coprire spese mediche, o semplicemente affrontare le spese per un divorzio, ecc. Per le imprese, invece, le situazioni si moltiplicano, passando da un investimento sbagliato, all’urgenza di pagare fornitori, alla difficoltà di onorare le scadenze fiscali, fino a vere e proprie crisi aziendali. In tali situazioni, l’imprenditore deve decidere se uscire definitivamente dal mercato o tentare nonostante le difficoltà di restarci, ricorrendo però al parallelo mercato occulto. Come sottolinea Sos Impresa nel suo “XIII Rapporto”, la categoria più colpita dal fenomeno dell’usura è quella dei piccoli commercianti che operano nella vendita al dettaglio: alimentaristi, fruttivendoli, gestori di negozi di abbigliamento, fiorai, mobilieri. Sono loro a pagare il prezzo più alto. In gran parte si tratta di persone “mature” che hanno difficoltà a trovare una nuova collocazione sul mercato del lavoro e di conseguenza cercano in ogni modo di evitare protesti o il fallimento della loro attività, e così quando le porte del credito legale vengono chiuse il ricorso al prestito a nero risulta l’unica possibile via d’uscita. Ma può anche capitare che ci si rivolga agli usurai anche per aprire bottega o per avviare un’attività. Può accadere che ci si rivolga prima a familiari e amici, e questi, nei casi in cui non siano loro stessi autori d’usura, rimandano ad altri conoscenti inizialmente ben disposti. Si può, inoltre, chiedere consiglio ad un collega, ad un imprenditore che ha già fatto ricorso all’usura, il quale può indicare un nome o un intermediario a cui rivolgersi. Il suggerimento di un’apparente soluzione alle proprie difficoltà può far scattare la convinzione che il ricorso agli usurai sia l’unica strada percorribile per evitare l’accumularsi delle insolvenze. Spesso ci si indebita con più usurai per importi differenti e può capitare che si arrivi a chiedere soldi in prestito proprio per cercare di estinguere un debito usuraio pregresso fino a che la situazione non diventa insostenibile. La crisi e coloro che la subiscono sono anch’essi variabili del fenomeno. è così che l’usura di realizza in molteplici forme a seconda del settore d’interesse e delle disponibilità economiche dello stesso usuraio.

Gli usurai, pronti a fornire la cifra richiesta dietro firme di cambiali, assegni post datati, non danno quasi mai la cifra pattuita e cercano sempre maggiori garanzie. Quando rendono effettivamente disponibile il denaro richiesto pretendono una percentuale variabile di interessi da restituire contestualmente alle rate del prestito o come pagamento secondario. Il piccolo usuraio tende a muoversi nell’ambito del vicinato, tra le famiglie, e andando incontro alle esigenze di queste ultime. Le reti organizzate e le mafie soprattutto, puntano a soddisfare le proprie mire, instaurando rapporti con clienti imprenditori e commercianti. A seconda delle usure realizzate, naturalmente cambiano i tassi d’interesse e le garanzie richieste. Inoltre, la differenza tra usura classica e strutturata in merito alle dinamiche sociali è sostanziale. Nel caso dell’usura di quartiere vittima e carnefice condividono uno stesso ambiente sociale e gli stessi valori, convivono nello stesso spazio sociale. È praticata da un usuraio parassita il cui unico scopo è quello di lucrare il più possibile sulle possibilità di liquidità di un singolo, sul rinnovo degli assegni, fingendo di accontentarsi di un gioiello, un orologio d’oro, per concedere una proroga al pagamento o un rinnovo. I capitali d’usura sono generalmente risparmi, liquidità o il ricavato di piccoli reati. L ’usura strutturata, invece, è praticata da organizzazioni criminali o mafiose attraverso gruppi costituiti da almeno una dozzina di partecipanti con compiti definiti. Questi chiedono in garanzia quote di partecipazione delle aziende, procure a vendere, compromessi di acquisto di case o altri beni, ma anche assunzioni di personale. Fino ad arrivare a casi in cui l’usuraio “espropria” l’azienda, ne sottrae la proprietà, lasciando l’usurato come dipendente a subire i traffici che da quel momento in poi i prestatori sono liberi di compiere. Puntano alla spoliazione completa delle vittime e, in alcuni casi, a coinvolgerli in altre pratiche illegali. Quelle attività commerciali diventano così ottimi strumenti di riciclaggio per i capitali che provengono da altri reati: gioco d’azzardo, ricettazione, fino ai proventi del racket e del traffico di droga. È stato calcolato che in Italia, ogni giorno, l’industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni all’ora, 285 mila euro al minuto, 4.750 euro al secondo. Bankitalia stima che rappresenti da solo il 10% del PIL, attestandosi di poco sopra i 1.500 miliardi di euro. Con un fatturato di 150 miliardi la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese Italia.

L’usura, si è detto, è un fenomeno tanto diffuso quanto sommerso, tanto che gli esigui dati delle denunce ne danno un quadro estremamente inferiore alla sua reale portata numerica. Nonostante l’apparente divisione territoriale Nord/Sud della Penisola, le situazioni di sofferenza sono diffuse così quanto il rischio di divenire vittime d’usura. Le imprese sono sempre più nelle mire degli usurai. Il numero di imprenditori e commercianti coinvolti nel fenomeno cresce costantemente, così come cresce, purtroppo, il numero delle cessazioni di attività a causa dell’usura. Siamo evidentemente di fronte ad uno scenario che si allontana dalle statistiche ufficiali. Le Associazioni di categoria che monitorano le condizioni delle imprese e i centri antiusura, osservatori privilegiati del fenomeno, forniscono dati allarmanti di fronte ai quali le denunce si rivelano in tutta la loro insufficienza nel dimensionare il fenomeno. Secondo i dati forniti da Sos Impresa, la categoria più colpita è quella dei commercianti e dei piccoli artigiani, almeno il 60% dei casi d’usura che coinvolge le imprese. è possibile stimare il numero dei commercianti coinvolti in rapporti usurari in non meno di 200.000 unità. Inoltre, poiché ciascuno s’indebita con più strozzini, le posizioni debitorie si moltiplicano superando le 600.000 unità, ma ciò che è più preoccupante è che in almeno 180.000 casi sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura. Molto spesso, inoltre, anche i tentativi di salvare la propria attività avvengono in un contesto di marginalità economica in cui l’usura garantisce la sua presenza. Non tutte le attività chiudono definitivamente. Alcuni tentano di intraprendere un’attività diversa, spostandosi verso un altro settore commerciale, cambiando la propria ragione sociale. Altri provano ad intestare l’attività a figli o altri familiari pur di evitare l’uscita dal mercato. Si tratta di cittadini che non godono di accesso al credito legale, o peggio, ne sono stati espulsi. I dati fino ad ora riportati indicano l’esistenza di una vera e propria società invisibile, che troppo spesso sfugge alle rilevazioni statistiche, finendo per alimentare, con considerevoli traffici di denaro, un mercato parallelo. Al di là della destinazione ultima del prestito, le cause che ne generano la necessità di accesso sono le più varie. Le percentuali più alte riguardano le cause riferibili alla gestione dell’impresa (33%), la gestione economica familiare (22%) e la gestione dell’attività commerciale (14%) e i debiti pregressi (12%). Seguono, poi, con percentuali inferiori le cause riferibili alla disoccupazione della vittima (6%), gioco e dipendenze di diversa natura (5%) e la necessità di coprire spese mediche per una malattia (2%). Resta un ulteriore 6% di casi che riguardano altri tipi di ragioni come l’acquisto di un’automobile o la ristrutturazione dell’appartamento o anche un improvviso cambiamento nella gestione familiare.

Le famiglie con una grande esposizione all’usura con i conti in fallimento sono aumentate del 53,5%, passando da 1 milione e 277 mila a quasi due milioni (1.959.433). La “Riserva economica”, ovvero il margine che si presenta nella disponibilità della famiglia, è diminuita infatti del 13%. Rispetto alla distribuzione geografica, con la minore esposizione all’usura troviamo nove province del nord-est, 11 del nord-ovest, 6 del centronord e la Capitale. La grave esposizione all’usura, invece, riguarda tutte le province calabresi (Reggio e Crotone in modo particolarmente drammatico), 7 province siciliane, quelle pugliesi e Potenza per la Basilicata. Solo Benevento e Avellino restano fuori dal campo delle maggiori crisi, pur collocandosi la provincia irpina appena fuori dell’area del rischio estremo. Sono alcuni dei dati emersi dalla Ricerca presentata dal prof. Maurizio Fiasco nell’ambito della prima parte del convegno organizzato dalla Consulta Nazionale Antiusura Giovanni Paolo II su “Usura e criminalità: Imprese e famiglie”, tenutosi a Milano presso Palazzo Marino. La Ricerca si pone in diretta continuità con gli approfondimenti realizzati dalla Consulta delle Fondazioni a partire dal 1997. Sono seguite le regolari diverse versioni della ricerca: nel 2001, nel 2005 e nel 2008 e, da ultimo, nel 2014. L’edizione 2018 descrive il panorama che si presenta nell’undicesimo anno della gravissima crisi finanziaria internazionale e del nostro Paese. La Ricerca si riferisce agli anni 2006 – 2016 e si basa su 29 indicatori, suddivisi in quattro sottolivelli: Criminologici, Finanziari, Sociali, Economici. Incidono sulla esposizione debitoria l’omogenea diffusione dei sistemi di sicurezza sociale e la più contenuta stagnazione economica. Tre province venete (Treviso, Padova e Belluno) hanno un punteggio basso per la salute dei conti finanziari (tra i 499 e i 556 punti). Per l’incidenza degli indicatori criminologici, ben nove hanno valori compresi tra 510 e 335, rispettivamente a Brescia e a Bologna. Nell’ordine gli indicatori che gettano il meridione nell’area dell’usura sono quelli criminologici (con incidenza sul totale in un range tra l’80 e il 51 per cento dei fattori), seguiti da quelli economici (tra il 63 e il 42 per cento) e quindi dai “finanziari” (tra 63 e 45 %). Da tale suddivisione dei pesi si può ottenere l’informazione che valga a orientare le priorità nelle politiche pubbliche: contrasto alla criminalità, interventi sociali, misure di stimolo all’economia, tutela e assistenza finanziaria. “In questi anni di persistente crisi economica e finanziaria molte imprese e famiglie sono state attratte dal circuito illegale del credito”, ha dichiarato il Vicepresidente della Consulta Nazionale Antiusura dott. Luciano Gualzetti. “La ristretta politica creditizia del sistema bancario non ha fatto altro che incrementare il tasso di insolvibilità creando nel contempo degli spazi di domanda del credito non soddisfatta dal sistema creditizio legale in cui la criminalità organizzata si è infilata offrendo prestiti a caro prezzo che agli imprenditori in difficoltà nell’immediato sono apparsi utili alla sopravvivenza. L ’opera delle Fondazioni Antiusura di collaborazione con le forze dell’ordine, della magistratura e delle istituzioni diviene, pertanto, necessaria sia per proteggere famiglie e imprese dalle pressioni e dalle interferenze criminali, sia nell’ambito dell’attività di prevenzione e di affermazione della cultura della legalità”. La ripresa del fenomeno dell’usura riguarda almeno tre componenti: le famiglie in condizione di povertà “tradizionale”; le famiglie (consumatrici e produttrici) che presentano un profilo di sovraindebitamento; le piccole e medie imprese che scivolano verso il fallimento per la progressiva e inarrestabile caduta della domanda di loro prodotti o servizi. “Non si può pensare di uscire dalla crisi con il fardello di una importante fetta della popolazione e della realtà delle imprese indebitata, a rischio usura o sotto usura”, ha dichiarato il prof. Maurizio Fiasco. “È necessario che ci si muova verso una nuova frontiera di solidarietà, che raggiunga capillarmente le famiglie in difficoltà, all’insegna di una responsabilità condivisa”.

Normalmente, parlando di finanza e investimenti si fa esclusivamente riferimento a concetti come rendimento, profitto, remunerazione del capitale. Ritenere che questa sia la sola prospettiva possibile è tuttavia alquanto riduttivo: negli ultimi anni sta prendendo forza un nuovo movimento, composto da investitori che non si preoccupano solo di veder fruttare il proprio denaro, ma desiderano essere informati sul modo in cui esso viene impiegato per generare redditività. L’obiettivo perseguito con il sostegno ad imprese che prestano attenzione agli impatti socio-ambientali è quello, in ultima analisi, di migliorare le scelte degli individui e delle imprese.

Sebbene non esista una definizione univoca di finanza etica, in generale con tale termine vengono indicati sia la microfinanza sia il microcredito, rivolti alle fasce di popolazione più deboli. Sebbene avvicinare i due termini finanza ed etica possa sembrare un ossimoro, in quanto l’idea di “finanza” come speculazione e transazione di capitali ha assunto un’accezione negativa mentre il termine “etica” richiama a valori positivi e moralmente vincolanti, questi due termini accostati danno vita ad un’idea di semplice ed immediata comprensione. Riportare finanza e soggetti finanziari verso un’economia di tipo reale in un sistema mondiale sempre più globalizzato dove ogni scelta economica comporta conseguenze e richiede responsabilità. Nonostante la finanza etica rappresenti un fenomeno di importanza e diffusione mondiale, le modalità del suo sviluppo sono state alquanto varie e differenti da Paese a Paese. Se l’Europa ha risposto con la diffusione di banche popolari e casse rurali i Paesi anglosassoni più improntati storicamente verso i mercati finanziari hanno approntato strumenti ad hoc come i fondi pensione e fondi di investimento. Nel nostro Paese, l’associazione per la finanza etica (Afe), ha creato, nel 1998, il suo “Manifesto della finanza etica”, basandosi sulla considerazione delle esperienze “storiche” e di qualità nei vari Paesi e culture; documento quest’ultimo che ha raccolto nel tempo, intorno a sé ed ai suoi principi un sempre più vasto consenso.

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