EX DETENUTI = IMPRENDITORI

A Frosinone, gli ex detenuti diventano imprenditori grazie a due “intuizioni geniali”. Al via il Progetto “Reinventa” per produrre e commercializzare il cono pizza e la scatola multifunzionale

Enza Colagrosso

Sta partendo in questi giorni, un progetto formativo per il reinserimento lavorativo dei detenuti, voluto da un ATI del frosinate (formata da associazioni, cooperative e un ente formativo), dalla Regione Lazio e sorretto dall’azione dell’Ente Nazionale del Microcredito. Allo schema formativo “Reinventa” stanno infatti lavorando: l’ente di Formazione IT Forum srl, la Cooperativa Essegi 2012, che già opera all’interno del carcere di Frosinone, il Gruppo Idee che avrà il compito di far rete con gli altri istituti di pena, l’Associazione d’inventori “ArKetipi 2000” che mette a disposizione due brevetti, la società “Fog Master srl” che si occuperà della gestione del business che si svilupperà da tutto il progetto e il Microcredito di Mario Baccini, per la prima volta direttamente coinvolto in un programma legato al mondo delle carceri. “Reinventa” è geniale, perché pensato da l’“inventore”, medico dentista, Luigi Proietti, che ha trovato il punto di intersecazione tra il difficilissimo problema del reinserimento degli ex detenuti nella società, al termine della loro pena, e le problematiche incontrate dagli “inventori” nel far decollare un loro brevetto a causa dei costi, tra cui quello della manodopera. Una sensibilità diversa è quella che sta esprimendo questa iniziativa che sta cercando, in una realtà solcata dalla crisi, come è quella della provincia di Frosinone (LT), di far attecchire una speranza nuova in coloro che, gettate le divise del carcere potranno pensare che si apriranno nuove opportunità, e questa volta insieme a persone che “fuori le mura” cercano di veder realizzate le loro “intuizioni” avviando, con loro, impresa. E’ per questo che inventori hanno messo a disposizione i loro brevetti, i formatori la loro esperienza e altri il loro know-how con l’intento di favorire la nascita di imprese e cooperative tra ex detenuti, per produrre e commercializzare il cono pizza e la scatola multifunzionale. Il cammino tracciato dalla nostra legislazione, che vuole la formazione dei detenuti come strumento per il successivo reinserimento sociale, è sicuramente difficoltoso. La legge 196/97 e il suo decreto attuativo n.142/98, meglio nota come “pacchetto Treu”, disegna come via unica attraverso cui deve passare il recupero del detenuto, quella del lavoro e della formazione, considerati leve fondamentali per la sua riabilitazione. I tempi che viviamo però accentuano le difficoltà del reinserimento nel contesto sociale ed è per questo che l’Ente nazionale del Microcredito, ha deciso di partecipare al progetto “Reinventa”, che parte nel Lazio come pilota, ma a breve sarà poi replicato sull’intero territorio nazionale, ponendo per la prima volta la sua azione a sostegno di un intervento finalizzato a sviluppare imprenditorialità, e quindi recupero e reinserimento sociale tra gli ex detenuti. L’integrazione e la sinergia che andrà a svilupparsi tra la Casa Circondariale di Frosinone, i componenti dell’ATI e l’Ente del Microcredito sarà uno degli elementi caratterizzanti l’attuazione del progetto.

DETENUTI ED EX DETENUTI NEL LAZIO E IN ITALIA

Nel Lazio i detenuti sono 6.277, di cui 2.684 sono stranieri, e sono reclusi nei 14 istituti penitenziali regionali. Quasi 900 sono in attesa di giudizio, 1.004 sono condannati non definitivi, solo i rimanenti sono i condannati in maniera definitiva. Nel Carcere di Frosinone, che è una struttura pressoché recente risalente al 1991, ci sono 498 detenuti, censiti a luglio 2014, (dati DAP) di cui la metà sono stranieri, e vivono in celle progettate per una sola persona, ma occupate da almeno due. Allargando lo sguardo all’intero territorio nazionale la popolazione carceraria, dai dati forniti sempre dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a luglio 2014, è di 54.414 detenuti ospitati in 205 istituti di pena. Tra questi 17.423 sono stranieri, la maggior parte provenienti dal Marocco, ci sono poi i Rumeni, i Tunisini e gli Albanesi. Italiani e stranieri fanno però i conti con il fatto che la reale recettività delle carceri è di circa 49.402 posti. Succede quindi che in ambienti dove è già veramente difficile vivere, si trovano a convivere persone che parlano lingue diverse, hanno stili di vita differenti e sono costretti a condividere servizi igienici posti nella stessa cella, magari separati solo da una tendina, e a vivere uno spazio che li obbliga a passare gran parte del giorno sdraiati sulla branda. Eppure, non dimentichiamolo, il fine ultimo della detenzione, in Italia, è la rieducazione del condannato!

Tra i reclusi il 59,9% (circa 38.845 detenuti) sono stati condannati, il 18,9% è in attesa di una sentenza definitiva (12.302) e i rimanenti, circa 12.333 sono i detenuti in attesa di primo giudizio. Detto più semplicemente quasi 4 detenuti su 10 si trova in carcere in attesa di un giudizio definitivo. Un altro dato interessante che fotografa la popolazione carceraria ci dice che, su un rilevamento fatto sul 54,6% dei reclusi, l’età media è bassa (il 39,5% ha infatti meno di 35 anni e il 9% ne ha meno di 25), solo lo 0,9% è in possesso di una laurea, il 5,9% possiede un diploma di scuola media superiore o professionale, mentre il 32,5% risulta in possesso di un titolo di scuola media inferiore ed il 14% è privo di titolo di studio o in possesso del solo titolo di scuola elementare ed è ancora presente una percentuale dell’1% completamente analfabeta.

I dati DAP ci dicono ancora che sono stati spesi circa 125,00 euro (al giorno) per ogni detenuto nel 2011 che, moltiplicati per tutta la popolazione carceraria, equivale a circa 1 miliardo e 239 milioni di euro. Tale cifra, destinata a coprire le spese di vitto, alloggio e del finanziamento dei progetti educativi e lavorativi finalizzati al reinserimento del carcerato, a fine pena, nel contesto sociale “fuori le mura”, affinché sia preservato dal reiterarsi del suo agire, è stata drasticamente rivista negli ultimi anni, fino a toccare tagli pari quasi al 40%. Appare quindi evidente, dopo l’analisi dei dati riportati, che la situazione generale del sistema penitenziario italiano è in netto contrasto con il fine ultimo della pena e della detenzione in carcere che, come sancito sia da fonti di diritto nazionali che da norme internazionali, deve necessariamente tendere alla rieducazione del condannato. Non va mai, infatti, dimenticato che la rieducazione e riabilitazione dei carcerati, principio cui abbiamo detto, deve necessariamente tendere la pena, non passa solamente attraverso la garanzia di condizioni di vita dignitose durante la detenzione, ma anche nel perseguire programmi specifici che mirino a contribuire alla loro formazione personale e professionale.

La legge italiana si è espressa in tal senso andando a garantire istruzione, formazione professionale e lavoro nel percorso del soggiorno dentro il penitenziario. Pensiamo ad esempio all’art 37 comma 3 della Costituzione Italiana, ma nonostante ciò, tale aspetto sembra non essere perseguito anche dagli stessi detenuti tanto che sempre leggendo i dati del DAP risultano essere iscritti, al 30 giugno 2012, a un corso scolastico di alfabetizzazione o di scuola primaria il 23,9% dei detenuti di cui solo meno della metà hanno superato positivamente gli esami di valutazione finale, mentre appena il 3% dei detenuti sembra abbia terminato con successo un corso di formazione professionale. La situazione cambia poco anche quando si parla di attività lavorativa, i dati ci raccontano di un 21% dei detenuti che lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria mentre solo 2.251 sembrano essere i lavoratori in proprio o alle dipendenze di terzi. Quella che viene descritta dai dati forniti dal DAP è l’immagine di una piattaforma veramente difficile da cui far decollare un vero ravvedimento e una nuova inclusione sociale degli ex reclusi che ci dicono arrivare a fine pena dopo aver passato gran parte del loro tempo semplicemente in cella, in attesa di libertà. Tale situazione sembra poi essere alla base degli alti tassi di recidiva che arriva a toccare punte anche del 70%. Si è visto che tali numeri cambiano drasticamente solo se i carcerati hanno seguito dei percorsi formativi che, iniziati all’interno del carcere sono stati poi proseguiti all’esterno. 58tabOgni anno escono dal carcere circa 8mila detenuti, ma solo a fine luglio 2014 ne sono usciti 14.762 tra uomini, donne e stranieri che, finita la loro pena detentiva, hanno lasciato l’Istituto spesso senza neanche i soldi per comprarsi un biglietto per quel treno che avrebbe dovuto riportarli nella loro città e nella loro famiglia. Azioni importanti sono state avviate per creare delle condizioni di reinserimento lavorativo agli ex detenuti, tra questa quella di riconoscere sgravi fiscali e contributivi alle imprese che assumono, per un periodo non inferiore a trenta giorni, lavoratori detenuti. Il credito di imposta mensile concesso alle imprese per ogni detenuto e internato assunto, è di 700,00 euro per il 2013 e 520,00 euro dal 2014; per i lavoratori semiliberi gli sgravi previsti sono di 350,00 euro per il 2013 e 300,00 dal 2014. Sgravi fiscali sono stati previsti anche per le imprese che propongono attività formativa a detenuti seguita poi dalla loro immediata assunzione o dall’impiego professionale in attività lavorative gestite dall’Amministrazione penitenziaria. Il legislatore, dopo aver constatato le difficoltà e i limiti che incontra l’amministrazione penitenziaria nel reperire occasioni di lavoro per gli ex detenuti, sta studiando strategie diverse al fine di favorire l’attività lavorativa, e dunque il reinserimento sociale, dei detenuti e degli ex detenuti. L’ente del Microcredito forse è uno dei primi che ha risposto prontamente a questa nuova visione che si sta disegnando, e ha voluto per questo finanziare 2 start up d’impresa dedicate alla produzione e commercializzazione del cono pizza e della scatola multifunzionale.

IL PROGETTO "REINVENTA"

Già l’art. 1 della legge 354/1975 chiede che: “Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”. Continuando poi la lettura della stessa legge, si arriva all’art 15 dove si legge: “Ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro”. Ribadisce poi l’importanza della formazione anche il D.P.R. 230/2000 che all’art. 48, punto 1 recita: “Le direzioni degli istituti favoriscono la partecipazione dei detenuti a corsi di formazione professionale, in base alle esigenze della popolazione detenuta, italiana e straniera, e alle richieste del mercato del lavoro. A tal fine promuovono accordi con la regione e gli enti locali competenti. Ai sensi dell’ultimo comma dell’articolo 21 della legge, i corsi possono svolgersi in tutto o in parte, con particolare riferimento alle esercitazioni pratiche, all’esterno degli istituti”. Senza però dover ricorrere al sostegno della legge, l’esigenza di strutturare un indirizzo lavorativo alle persone che escono dal carcere è certo ormai condivisa da tutti. Nel Lazio però, all’esigenza si è aggiunta l’idea e così è nato “Reinventa” che non propone ai detenuti e agli ex detenuti la semplice e consueta formazione professionale, ma la possibilità di condividere un sogno, che fino a ieri sembrava esclusivamente appartenere al mondo “fuori le mura”, ma che ora, con l’impegno e la determinazione, può diventare realtà anche “dentro le mura”: far impresa individualmente. L’idea è nata intorno a due “invenzioni”: il cono pizza e la scatola multifunzionale. Due idee incredibili, due brevetti, che per decollare con un marketing importante lamentavano il bisogno di una manodopera a prezzi equi e di ottimi promotori. Ma cosa sono il cono pizza e la scatola multiuso?

L’Italia è famosa per i suoi coni gelato, che allietano il palato dei residenti e dei tanti stranieri che visitano il nostro Paese. L’idea allora è questa: stesso sistema di degustazione, il cono, ma fatto di pasta di pizza, e riempito, non di creme gelate, ma dei sapori tipici italiani come: mozzarella, scamorza, pomodori ecc. Idea geniale anche quella della scatola multiuso che accoglie ogni tipo di materiale e si chiude con due semplici mosse, in maniera ermetica.

Due prodotti così appetibili Luigi Proietti, presidente dell’associazione “Arketipi 2000”, ha pensato di affidarli alla manodopera dei detenuti e ha disegnato un business che li metterà in condizione di avere la chance di diventare imprenditori, grazie all’intervento del Microcredito che finanzierà, con 25.000,00 euro, la start up delle imprese che si formeranno. Già accettato dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, ora il progetto “Reinventa” sarà ufficializzato dalla Regione Lazio che finanzierà l’intero percorso formativo con 350.000,00 euro. Con tale somma verranno garantiti, ai 25 soggetti che sono stati già selezionati all’interno dell’Istituto penitenziario di Frosinone, 12 mesi di formazione teorica e pratica organizzati in 12 moduli per un totale di 200 ore, durante le quali i corsisti impareranno a fare sia il cono pizza che la scatola multifunzionale, lavorando alle macchine che li producono. Al termine del percorso formativo i detenuti e gli ex detenuti, potranno scegliere di avviare una loro impresa, con l’aiuto appunto del Microcredito, altrimenti, se decideranno di non voler iniziare l’attività individuale o di entrare a far parte delle cooperative impegnate sul progetto del cono pizza e della scatola, potranno essere assunti nelle aziende nascenti o comunque in quelle legate alla produzione e diffusione dei due brevetti.

DUE INVENZIONI OFFRONO UN FUTURO AI CARCERATI

Intervista a Luigi Proietti, il medico inventore, motore di un interessante business che coniuga le esigenze degli inventori e il bisogno di ricominciare dei detenuti.

Come nasce, e perché nasce il progetto “Reiventa”?

E’ difficile definire quando sia nato “Reinventa”, di sicuro bisogna tornare indietro di molti anni, precisamente al 1995, quando brevettai un sistema per prevenire la formazione della nebbia. Fu allora che conobbi, o meglio entrai nel complesso mondo degli inventori e dei brevetti. In Italia non era facile allora, e non è facile ora, trasformare la propria intuizione in un vero e proprio business che possa produrre sviluppo e creare posti di lavoro.

pizza

Prima di continuare a parlare di “Reiventa” può illustrarci meglio la situazione degli inventori in Italia?

Tutti gli inventori che arrivano a portare le loro “intuizioni” (come io amo definire quei “colpi di genio” che non hanno dietro anni di ricerca universitaria ma solo l’ingegno di un uomo o di una donna), in Camera di Commercio molto spesso non si rendono conto che per brevettare bisogna pagare un conto molto salato. Infatti, nel momento in cui si deposita un brevetto in realtà si firma un contratto che t’impegna a pagare una tassa per i successivi 10 o 20 anni. Una tassa a fondo perduto che non ti garantisce alcuna apertura o contatto con il mercato, né tanto meno l’appartenenza a una “categoria”, quella degli inventori appunto, in grado di coagulare una forza capace, ad esempio, di sostenere almeno la richiesta per il contributo per una start up.

Il contesto che lei ci sta illustrando è comune a tutto il nostro territorio nazionale, o lo si vive solo nel Frosinate?

Assolutamente sì! Gli inventori vivono questa realtà da Palermo a Trento, ed è per questo che io, un medico chirurgo, per scelta odontoiatra e inventore, ho deciso di creare nel 2000 un’associazione di inventori, “Arketipi 2000”, per valorizzare l’idea di ognuno ma soprattutto per dar voce ai tanti geni “trasparenti” a una società che non si mostra interessata al loro ingegno e che non mette a frutto le loro intuizioni. Il nostro fine era quello di diventare una forza per cui il nostro Stato sentisse il desiderio e il bisogno di legiferare per tutelarci e magari sponsorizzarci. Le porto un esempio: in Italia la protezione della proprietà intellettuale di una canzoncina di tre minuti dura per tutta la vita dell’autore e per 70 anni dopo la sua morte mentre, un brevetto industriale dura 10 o 20 anni. In pratica questo significa che se un’azienda avvia il suo business su un brevetto, questo gli scade ancor prima che i suoi operai vadano in pensione e, dal 21esimo anno in poi, chiunque potrà copiare quel brevetto e portarlo sul mercato cannibalizzando i suoi guadagni. E’ anche per questo che di idee, come il cono pizza o la scatola a chiusura integrata, al pratico gli stessi inventori non sanno come metterle a frutto.

Può spiegarci cos’è il cono pizza e magari raccontarci qualcosa del suo inventore. Le dico il nome del suo inventore: Rossano Boscolo, un maestro dell’arte culinaria italiana, che nel 2002 deposita il brevetto del konopizza, frutto di avanzati studi di ricerca sia a carattere culinario che di innovazione tecnologica. Boscolo inizia un business forse un po’ carente sotto certi aspetti (la scelta di prodotti non italiani: pomodori cinesi, olive spagnole, mozzarella irlandese ecc) ed avvia franchising che sembrava esser stato bene accolto in Italia e all’estero ma che in realtà, da noi, è finito nel breve tempo di un fuoco di paglia. Il maestro mise a punto una macchina per sfornare il konopizza: un prodotto precotto fatto della pasta della pizza e avente appunto la forma di un cono. Boscolo fallisce in Italia e sposta l’intera produzione all’estero, dove il mercato sembra apprezzare di più il prodotto, che tra l’altro lì non veniva soffocato dagli alti prezzi di produzione da cui era stato invece gravato in Italia.

Come arriva a lei, il Konopizza?

Ripresento in Italia il brevetto del cono pizza definendolo un “contenitore commestibile alimentare per la degustazione dei prodotti tipici regionali”. Boscolo lo aveva deposito esclusivamente come Konopizza con le varianti di Konopizza margherita, Konopizza boscaiola, ecc. Incontro Boscolo a Roma, in uno dei suo alberghi, l’Esedra, e gli presento il mio brevetto e gli illustro l’idea di far ripartire in Italia il business del cono pizza valendomi della manodopera e dell’entusiasmo imprenditoriale dei detenuti. Lui si dice d’accordo e mi fa subito una commissione di 1milione e 200 mila coni all’anno, da rivendere poi all’estero. Come ho già detto il prodotto esce dalla macchina precotto e solo al momento della commercializzazione viene fritto oppure infornato e quindi poi farcito, su richiesta del cliente.

Parliamo ora della scatola multifunzionale con coperchio integrato.

A Frosinone lavorava una piccola impresa che faceva buste per lo shopping e negli ultimi tempi navigava in cattive acque a causa della concorrenza del mercato straniero. Mentre gli affari non prosperavano, il proprietario ebbe però una di quelle che io chiamo intuizioni e creò la scatola multifunzionale: un rettangolo con ai lati un gioco di pieghe del cartone, che funzionano un po’ come lo zoom di una macchina fotografica, che con due semplici gesti: avvitamento o svitamento, fanno chiudere ermeticamente l’involucro, oppure aprirlo. L’inventore, preoccupato di salvaguardare questa sua idea, quando viene a conoscenza dell’associazione “Arketipi 2000”, si rivolge a me per avere un orientamento su come tutelare la sua intuizione e su come portarla sul mercato. Io allora ho subito capito che: la scatola poteva essere pensata per molteplici destinazioni d’uso ma aveva dei costi di produzione troppo alti.

Come le è venuta l’idea di legarla al mondo dei detenuti?

Conosco bene la realtà dei detenuti perché esercito come dentista nel carcere di Frosinone. Ecco allora l’idea: far diventare loro, i carcerati, attraverso una formazione mirata, quella manodopera a prezzi concorrenziali, che serviva per portare questi due prodotti sul mercato. In cambio loro potevano avere, oltre a una formazione professionale altamente specialistica, la possibilità di diventare imprenditori, oppure rappresentanti del prodotto sul territorio, una volta finita la pena, o in alternativa essere assunti in una delle imprese che sarebbero nate dallo sviluppo del nuovo business.

“Reinventa” è quindi una grande chance per i detenuti, ma chi può accedervi?

Il progetto prevede di reclutare 250 detenuti nel carcere di Frosinone per poi selezionarne e formarne i 25 che mostrano le attitudini e le caratteristiche più attinenti al percorso che dovranno fare. La formazione sarà extramuraria e sarà fatta su macchine dedicate, dove loro impareranno a fare sia il cono pizza, che la scatola. Abbiamo già iniziato a formare due detenuti sulla macchina che produce la scatola. Ora questi, all’interno dell’istituto carcerario, formeranno i detenuti che non possono uscire perché non possono usufruire dell’art. 21. A breve poi, nel carcere di Sulmona, io stesso formerò 10 detenuti all’uso in sicurezza della macchina per la produzione del cono pizza. Questo perché, a Sulmona, dove ci sono detenuti ergastolani, e dove oggi è direttrice dell’Istituto la vice Direttrice del carcere di Frosinone, il progetto è già arrivato e a breve prenderà il via una sorta di panetteria che produrrà il milione e 200 coni all’anno, che soddisferà la richiesta di Boscolo.

MICROCREDITO + REINVENTA, PER GLI EX DETENUTI LA CHANCE DI FARE IMPRESA

Il parere di Angiolo Marroni, Garante dei diritti dei detenuti, nel Lazio sul progetto Reinventa

Quali sono le novità e quali le particolarità del progetto “Reinventa” che a breve partirà nel carcere di Frosinone?

Il progetto Reinventa, porta come novità l’azione del Microcredito a favore del reinserimento degli ex detenuti. La sua formula, quella cioè di finanziare impresa, non è però nuova perché noi l’abbiamo scelta già da tempo, da quando cioè abbiamo deciso di non elargire più i soldi pubblici a pioggia ma di finanziare ai detenuti e agli ex detenuti, solo azioni mirate alla creazione d’impresa, un’impresa che sicuramente produce reddito. La nostra non è stata una scelta semplice, abbiamo accettato che si riducesse drasticamente il numero dei destinatari dei finanziamenti puntando con determinazione al risultato che ha prodotto l’avvio di imprese, che mostrano andamenti soddisfacenti, e ha consolidato l’idea dell’obbligo di restituzione dei soldi, sia pure con un rientro programmato, anticipati da noi soli in prestito. Si, perché ci vuole serietà e severità nel gestire i soldi pubblici che, se vengono dati a fondo perduto, con una certa faciloneria, come è stato fatto appena è entrata in vigore la norma, si rischia di perdere il denaro senza portare beneficio a nessuno.

Ci spieghi meglio: come è nata la scelta di sostenere con i soldi pubblici la creazione di impresa fatta dai detenuti e dagli ex detenuti?

Ci sono dei fondi destinati ai detenuti, per sostenerli durante il reinserimento fuori le mura. Questi soldi dovevano e potevano esser destinati per pagare le spese iniziali correnti di gestione di attività, oppure per la manutenzione della casa ecc. Nel tempo abbiamo però constatato che i risultati ottenuti, a fronte di cifre spese anche importanti, erano deludenti e inoltre le somme impiegate non venivano quasi mai restituite. Questo andamento stava screditando la nostra azione, facendo perdere prestigio al provvedimento e lasciandoci apparire come quelli che sprecavano il denaro pubblico. E’ stato allora che abbiamo deciso di correggere il tiro destinando i finanziamenti solo a coloro che esprimevano la volontà di avviare un’impresa capace di produrre reddito. Ovviamente questo, come ho già detto, ha ristretto solo a pochissimi candidati la possibilità di accedere a questi fondi pubblici.

In Reinventa allora la vera novità è il Microcredito? Quale sarà l’azione di questo Ente?

Il Microcredito ha saputo cogliere lo spirito della nostra scelta, e nel progetto Reinventa sosterrà 2 startup di imprese che produrranno e commercializzeranno il Cono pizza e la Scatola multiuso. Sono stato molto interessato a questa proposta che, seppur allineata al nostro pensiero di finanziare solo impresa, allarga le possibilità di recupero dei detenuti. Reiventa infatti, finanzia impresa, e per questo si rivolge a un numero veramente ristretto di candidati che saranno selezionati alla luce di requisiti precisi, ma ha previsto anche la possibilità d’impiego dei detenuti e degli ex detenuti, nelle imprese che nasceranno e ancora l’opportunità di diventare promotori dei prodotti. Reinventa propone insomma, un sistema più composito, rispetto al nostro.

Come hanno accolto i detenuti la nuova proposta di finanziare solo impresa? Progetti così specifici come vengono coniugati in una realtà variegata e complessa qual è quella delle nostre carceri?

Devo dire che i detenuti hanno colto la serietà della nostra iniziativa. Noi abbiamo l’obbligo di trasmettere questa idea di serietà. Sanno poi che c’è una Commissione che lavora per scegliere i candidati e lo fa con assoluta trasparenza. Questa Commissione, per cui lavora anche il mio ufficio con un ruolo dominante, ha la possibilità di decidere a chi, e se, dare denaro. Certo negli Istituti di pena abbiamo una popolazione di detenuti variegata, ma ad oggi domande per il finanziamento d’impresa ci sono state presentate solo dagli italiani, forse anche perché richiediamo ai candidati requisiti certi tra cui una buona esperienza nel settore che sia spendibile sul nostro mercato. L’aiuto, torno a ripeterlo, viene dato in modo molto rarefatto ma cercando di centrare l’obiettivo.

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