GLOBALIZZAZIONE DISFUNZIONALE

MARCELLO DE ANGELIS | PERIGEO ONG

Quando il termine “globalizzazione” ha iniziato a dilagare nel linguaggio giornalistico.

ci volevano convincere che si trattasse di una possibilità concreta per un miglioramento diffuso delle condizioni di vita per tutta la popolazione mondiale.

Oltre a descrivere la visione di un ravvicinamento di tutti gli uomini grazie alla velocità del web alla riduzione dei tempi di comunicazione e invio di prodotti, si sosteneva con scioccante superficialità che l’occupazione sarebbe cresciuta ovunque e quindi sarebbero migliorate le condizioni economiche e sociali di centinaia di milioni di persone.

Ben prima della nascita di movimenti alla moda, no-global o new-global che dir si voglia, qualsiasi operatore economico si è reso conto che le visioni rosee erano tutt’altro che da condividere. La globalizzazione avrebbe nell’immediato beneficato solo un cartello di grandi società che già detenevano il 40% del fatturato mondiale e ambivano ad ampliare in fretta e di molto il proprio share di profitti. Per tutti gli altri gli effetti sono stati più negativi che positivi. Ma la trasformazione, inevitabile quanto irrevocabile, è servita anche a cambiare radicalmente la visione e la mentalità di molte imprese, nel cui lessico è entrato prepotentemente il termine “internazionalizzazione”, come consapevolezza che in un mercato ormai divenuto mondiale per tutti, fosse necessario adottare strategie che permettessero di competere a livello mondiale.

La prima opportunità e necessità compresa da molte aziende è stata la delocalizzazione, procedimento che in molti casi si è dimostrato miope e volto a un guadagno a breve termine che non si è poi consolidato. L’idea attraente e semplice è stata quella di smantellare le proprie attività per trasferirle in un altro luogo del pianeta dove le procedure fossero più semplici, le tasse minori e il costo del lavoro più basso. Molti di questi esperimenti non sono andati a buon fine, perché le aziende non conoscevano le realtà dei territori in cui si trasferivano.

L’idea inoltre di inseguire la mano d’opera al ribasso, ha messo in moto un pericoloso nomadismo aziendale che ha portato a delocalizzare più volte a mano a mano che le condizioni e il costo del lavoro cambiavano in meglio. Nel frattempo, la mano d’opera che non aveva intenzione di stare ad aspettare ai margini del mondo si trasferiva in massa nei Paesi dove riteneva che ci fosse più possibilità di occupazione. Così siamo giunti alla fase attuale, che ha del paradossale: in Europa le aziende chiudono o si trasferiscono altrove facendo crescere in modo esponenziale la disoccupazione, mentre da quell’altrove arrivano qui centinaia di migliaia di persone in cerca di occupazione. Le regole dell’economia sono piuttosto rigide e non sono necessariamente le stesse del profitto.

Una strategia economica di medio-lungo raggio non si ferma alla logica predatoria del “prendi i soldi e scappa”. Che le valutazioni che quasi tutti condividevano all’inizio di questo millennio fossero in buona parte errate è sotto gli occhi di tutti. Ora si parla di nuovo e più diffusamente della necessità per le imprese di aggiungere costi, investimenti e possibili guadagni sociali alle proprie previsioni di bilancio e i Paesi abituati a essere trainanti nell’economia mondiale debbono rivedere le proprie strategie. Ci sono alcuni fatti oggettivi ineludibili. Il primo è quello dei trend demografici. L’Europa – e l’Italia più di tutti – ha intrapreso un cammino difficilmente invertibile verso la denatalità e l’invecchiamento. I dati del 2014 sono inquietanti. Abbiamo toccato il livello minimo di natalità dall’Unità di Italia e l’età media della nostra popolazione sarà di 45 anni nel 2030. Inoltre, calano i consumi perché ci sono meno soldi in circolazione e si riduce di conseguenza il gettito fiscale, c’è meno occupazione e cresce la spesa assistenziale.

Il costo del lavoro e la pressione fiscale si mantengono alti e intanto cresce quello dei materiali importati. I nostri prodotti non sono economicamente competitivi. Di fronte a noi c’è un mondo in via di sviluppo che va rapidamente nella direzione inversa: la popolazione cresce e ringiovanisce, ma crescono anche il Pil, il potere d’acquisto e i consumi.

Cresce anche l’occupazione, perché altri Paesi economicamente in espansione (come l’India e la Cina) continuano a fare investimenti strutturali e industriali in quei Paesi in cui si trovano materie prime e il costo della manodopera è ancora basso, perché basso è il costo della vita. Ma investono lì per restarci e approfittare delle prospettive di sviluppo di quei mercati.

Tanto per farsi un’idea, secondo le stime della Price Water House (la più grande azienda di servizi professionali del mondo), nel 2050 la Nigeria sarà il Paese che avrà la maggior crescita demografica e contemporaneamente il maggior incremento di reddito pro-capite.

Secondo il McKinsey Global Insitute, già nel 2020 la metà delle famiglie di tutta l’Africa raggiungerà un reddito che gli consenta un margine di “spesa discrezionale”, cioè la possibilità di acquistare beni non direttamente legati alla sopravvivenza.

I quattro settori industriali che avranno la maggior crescita nei prossimi anni in Africa, sono quelli dei servizi verso i consumatori, delle risorse naturali, delle infrastrutture e dell’agricoltura. Il 60% del territorio mondiale che può ancora essere utilizzato per nuove colture è in Africa. Nel 2040 la forza lavoro africana sarà la più giovane e più numerosa del mondo. L’Africa sarà anche il centro di una nuova urbanizzazione che vedrà crescere rapidamente gli investimenti nel settore delle costruzioni e delle necessarie infrastrutture: stradali, logistiche, gestionali, eccetera. Grazie ad un netto miglioramento dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, si innalzeranno sia il livello professionale che le condizioni di vita. C’è da chiedersi perché allora centinaia di migliaia di africani affrontino viaggi disperati per venire qui da noi. La risposta è semplice: perché non hanno i dati per valutare la situazione futura e perché non hanno la voglia o la possibilità di aspettare che questo futuro arrivi. Le imprese e la politica invece possono e debbono ragionare in termini strategici. E delle intelligenti e tempestive scelte imprenditoriali e di politica economica possono ancora arginare le crisi e accompagnare i popoli verso percorsi più convenienti. Perché conviene fare del bene e fare del bene conviene.

A tutti. Come possiamo tutti comprendere, oggi non è più tempo di vedere l’Africa come un territorio dove portare assistenza senza prospettive risolutive, ma intenderla piuttosto come una terra di opportunità. Il nostro aiuto deve essere focalizzato alla realizzazione in quei Paesi delle condizioni di crescita che già sono iscritte nelle previsioni macro-economiche. Formare gli africani per accelerare la loro crescita professionale e avere il know-how per cogliere le opportunità che gli si prospetteranno a breve. Ad esempio nei settori dell’innovazione tecnologica e delle comunicazioni. Il fatto che in molti Paesi non si siano sviluppate reti telefoniche o strutture bancarie diffuse, si è già dimostrata una opportunità per una rapidissima diffusione della telefonia mobile e dell’utilizzo di app avanzatissime e dell’e-banking. Le aziende italiane più virtuose sono abituate a pensare ai Paesi in via di sviluppo come possibili beneficiari di iniziative di solidarietà, aziende meno virtuose li hanno sempre visti come luoghi dove fare razzia di materie prime o fare dumping di prodotti di scarto. Ora ci si deve rendere conto che il momento è arrivato per inserirsi nel tessuto di quei Paesi per approfittare delle loro prospettive di crescita e crescere con loro. Non si tratta più di produrre lì a basso costo per rivendere qui a prezzi alti. Nemmeno sottrarre a loro le materie prime per trasformarle qui in beni costosi da rivendere a quelli tra loro che se li possono permettere. Bisogna lavorare per cucire insieme due realtà e fare sì che una sostenga l’altra.

Produrre in Africa beni e servizi da vendere agli africani e aiutare gli africani a produrre beni e servizi per se stessi e per commerciare con altri. La nuova soluzione, realizzabile anche e soprattutto tramite il microcredito, è di passare dalla cooperazione per lo sviluppo, allo sviluppo congiunto. Non più dargli il pesce se non hanno da mangiare e nemmeno, secondo una formula più accorta, “insegnargli ad usare una canna da pesca”, ma piuttosto invitarli ad andare a pescare insieme a noi.

Attualmente in Italia, come in Europa, si stanno verificando dei mutamenti normativi e legislativi che colgono la direzione dei mutamenti in atto. L’Unione europea, ad esempio, nel riprogrammare per il 2014/2020 la destinazione dei fondi già istituiti per far fronte alla crescente immigrazione - sempre meno programmabile e regolare - nonché per finanziare le misure di accoglienza e integrazione, ha spostato l’attenzione sulla necessità di “promuovere strategie di rimpatrio eque ed efficaci negli Stati membri, che contribuiscano a contrastare l’immigrazione illegale, con particolare attenzione al carattere durevole del rimpatrio e alla riammissione effettiva nei paesi di origine e di transito”.

La nuova legge sulla cooperazione che riforma la 49/87 introduce un’importante apertura all’intervento dei soggetti privati nei processi di crescita e sviluppo strategico dei Paesi con cui si hanno accordi bilaterali. Nell’articolo 23 si identificano esplicitamente come soggetti della cooperazione anche “i soggetti con finalità di lucro, qualora agiscano con modalità conformi, aderiscano agli standard sulla responsabilità sociale e alle clausole ambientali”.

Nell’articolo successivo si fa ancora più esplicita l’idea che le associazioni di settore possano partecipare ai processi di accompagnamento alla crescita in un’ottica di mutuo interesse: “L’Italia favorisce l’apporto e la partecipazione delle amministrazioni dello Stato, del sistema delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, delle università e degli enti pubblici alle iniziative di cooperazione allo sviluppo, quando le rispettive specifiche competenze tecniche costituiscono un contributo qualificato per la migliore realizzazione dell’intervento, e promuove, in particolare, collaborazioni interistituzionali volte al perseguimento degli obiettivi e delle finalità della presente legge”.

Con una oggettiva lungimiranza e capacità di andare incontro ai rapidi cambiamenti in atto, l’Ente nazionale per il microcredito ha di recente realizzato un’intesa con l’Organizzazione non governativa Perigeo, presente sia sul fronte domestico nella gestione dell’emergenza profughi che in iniziative di sviluppo e di impresa sociale nei Paesi di provenienza, per attuare fattivamente e in tempi brevi la nuova dottrina di inversione dei flussi. Lo strumento principale di questa azione sarà inevitabilmente la creazione di opportunità di occupazione e autoimpiego e la realizzazione di un virtuoso matching tra aziende italiane e nuove imprese in loco per creare complementarità e prospettive di crescita comune.

L’Ente per il microcredito, che in base alla legge ha anche il ruolo di “promozione, prosecuzione e sostegno ai programmi di micro credito e micro finanza destinati allo sviluppo economico e sociale del Paese, nonché ai Paesi in via di sviluppo e alle economie in transizione (microfinanza per la cooperazione), in sinergia con il Ministero degli Affari Esteri”, è già indicato come possibile attore protagonista della realizzazione di questa nuova e virtuosa dottrina di sostegno ai soggetti più deboli nell’ottica di una crescita stabile e duratura. L’accordo tra l’Enm e Perigeo è estremamente preciso su questo aspetto, impegnandosi “a promuovere congiuntamente azioni in grado di offrire strumenti adeguati per la realizzazione di progetti di sostegno all’imprenditorialità nei settori dell’agricoltura, dello sviluppo rurale, della pesca e dell’artigianato, con il fine di favorire il rientro degli emigrati e la realizzazioni di condizioni lavorative favorevoli che contribuiscano a far calare il numero dei soggetti costretti all’emigrazione in cerca di migliori condizioni di vita”. Un’impresa che, alla luce dei dati drammatici delle tragedie in mare, è destinata anche a salvare migliaia di vite.

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