MULTIFORMI CARATTERISTICHE DEL MICROCREDITO

Ainhoa Agullò Fernandèz

Si è concluso, in questo mese di dicembre, il Progetto.

Il monitoraggio sul microcredito mostra come, da una parte, esso si stia radicando nel nostro Paese, offra possibilità di accesso o reinserimento nel mercato del lavoro per donne, giovani e immigrati; dall’altra, venga anche preso in considerazione in quanto valida alternativa per fronteggiare l'emergenza povertà che colpisce strati sempre più ampi di popolazione.

Si tratta, dunque, di un fenomeno in espansione, che offre una opportunità concreta e tangibile di integrazione sociale e di inserimento nel mercato del lavoro (e creazione di posti di lavoro, non soltanto per i beneficiari diretti), specie per le fasce più deboli e nelle aree più svantaggiate. Le previsioni più ottimistiche sul 2014, infatti, provengono dai promotori sia di programmi volti all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità, sia di progetti dalla duplice valenza sociale e produttiva, mentre i promotori di iniziative a finalità esclusivamente sociale propendono in maggioranza per previsioni di stabilità, sia nel numero che nell’ammontare dei microcrediti che saranno concessi nel 2014.

Contemporaneamente il microcredito, però, interviene anche nello sviluppo di nuove opportunità di investimento e di nuove attività di micro-impresa, il ché stimola l’inserimento produttivo e la dignità di chi usufruisce di questo strumento e sostiene così la fiducia nelle loro potenzialità e in quelle dei loro progetti.

Da questo punto di vista, perciò, può essere considerato non solo come un mezzo in grado di creare e sostenere l’occupazione, capace di generare profitti e di promuovere lo sviluppo economico, ma anche come il rappresentante, a livello finanziario, di un nuovo orientamento etico-sociale. Il Decreto Legislativo n. 141 del 2010 introduce, per la prima volta nell’ordinamento italiano, la disciplina in materia di microcredito, configurandone una duplice finalità: di carattere produttivo, per le attività imprenditoriali o di lavoro autonomo; o di tipo sociale, erogato a beneficio delle sole “persone fisiche in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale”; essendo anche possibile che venga erogata una terza via “mista”, contenente entrambe le finalità.

Attraverso questa recente regolamentazione, l’Italia si pone all’avanguardia europea in materia di inclusione finanziaria e sociale, collocandosi quale terza Nazione che si dota di una legge sul microcredito, dopo la Francia e la Romania. La reale applicazione della legislazione in materia è tuttavia ancora limitata dall’emanazione delle norme di attuazione, ad opera del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sentita la Banca d’Italia.

La neo-regolamentazione del fenomeno del microcredito, attraverso il D.Lgs. n. 141 del 2010, è il segno evidente del passaggio da uno sviluppo autonomo e spontaneo del settore alla necessità di avere un settore regolamentato e disciplinato, che permetta di incrementare la sua efficacia e di radicarsi come strumento di politica attiva del lavoro. Prestando attenzione ai dati concreti monitorati nel Rapporto, benché, per numero, la maggioranza dei microcrediti sia stata concessa con finalità socio-assistenziale, per ammontare erogato, invece, prevale il valore di quelli concessi con finalità produttiva che assorbono quasi i ¾ delle risorse complessivamente impiegate.

E ciò, malgrado in ambito sociale si riesca a soddisfare quasi il 60% della domanda, mentre, in ambito produttivo appena il 30% dei richiedenti riesce ad ottenere il microcredito richiesto (questo può essere attribuito all’ammontare medio, decisamente contenuto nel caso del microcredito sociale e significativamente più elevato in quello del microcredito produttivo: meno di 5mila euro contro i quasi 19mila, nel triennio 2011-2013). Per quanto riguarda gli andamenti dei diversi tipi di microcredito, ci sono grandi differenze, nell’ultimo biennio 2012-2013, tra quelli a finalità sociale, cresciuti poco per numero e stabili in termini di volume finanziario complessivo, e quelli concessi per finalità produttive, che raddoppiano sia per numero che per dimensione dei finanziamenti concessi.

Un altro aspetto importante di cui si occupa il Rapporto riguarda il “raggio di azione” dei programmi finanziati: - soltanto 4 hanno carattere nazionale (sia in campo sociale che produttivo), rivestendo però un ruolo molto rilevante sul totale nazionale, soprattutto per quanto riguarda il microcredito sociale (più della metà dei prestiti concessi, per un 71% circa dell’ammontare erogato con tale finalità in tutto il territorio nazionale); - gli Enti Regionali, che stanno, negli ultimi anni, adottando sempre più spesso il microcredito come strumento di welfare, ovvero di sostegno allo sviluppo del sistema produttivo locale. La scelta prevalente delle istituzioni pubbliche locali, infatti, è stata quella di adottare il microcredito per integrare opportunamente il mix di strumenti a sostegno delle imprese e dello sviluppo già attivati sul territorio regionale con altre misure, venendo incontro alle più specifiche esigenze di quanti - sempre più numerosi - non solo non dispongono di capitali anche minimi per intraprendere una attività, ma non possono neanche fare ricorso al credito, perché non hanno garanzie da offrire in cambio.

I programmi “a raggio regionale” hanno una notevole incidenza sulle dimensioni del fenomeno, sia per numero di microcrediti concessi (attorno al 30%), sia per ammontare erogato (più del 40%). Infatti, più della metà dei microcrediti e dei volumi finanziari concessi a scopi produttivi in Italia va attribuita all’operatività dei soli programmi degli Enti regionali; - come terza e ultima categoria c’è il cosiddetto "microcosmo del microcredito": si tratta di una realtà composita, sorretta soprattutto da operatori di enti religiosi, del terzo settore, ma anche di enti locali minori, cui va ascritta una quota significativa di prestiti accordati (meno del 30%) ed un volume di finanziamenti più modesto (poco più del 15%) e che concedono microprestiti di importo medio molto contenuto (pari a circa 6.500 euro). In tutti i programmi di microcredito, in qualsiasi caso, la presenza più rilevante, tra gli attori, è quella degli Istituti bancari (partecipano a più del 80% dei progetti), che intervengono con diverso titolo, ma che, in alcune circostanze, dovendo anticipare propri fondi come microcrediti, chiedono di intervenire nelle decisioni e pretendono di selezionare con proprie istruttorie i soggetti meritevoli, finendo per escludere proprio i soggetti più deboli, ovvero coloro che l'istituzione pubblica si era prefissata di sostenere attraverso lo strumento del microcredito.

Sono, in effetti, le banche le istituzioni che si trovano in prima posizione, per quanto riguarda le risorse economiche fornite al microcredito e mantengono, anche esse, il primato in termini di numero di crediti di questo tipo concessi, al di là della tipologia di progetto a cui ci si riferisca. Dall’altra parte della classifica, troviamo i fondi europei, statali e regionali, che intervengono in un numero molto limitato di iniziative, ma che costituiscono, però, la fonte più rilevante in termini di volumi erogati. I fondi europei, d’altronde, sono usati esclusivamente per il finanziamento dei microcrediti con propositi produttivi.

Quelli statali, regionali e provinciali, hanno un utilizzo molto limitato nei progetti a carattere sociale e sono relativamente più presenti in quelli volti all’autoimpiego. Per mitigare il rischio di credito connesso all’erogazione dei prestiti, nel 75% dei programmi si è provveduto ad istituire una qualsiasi forma di fondo di garanzia. Il dato più significativo che invece si può trarre al rispetto, riguarda il fatto che i pochi programmi che operano senza fondi di garanzia (un 25%) concedono un numero di microprestiti molto rilevante (pari al 45,5% del totale concessi nel 2013) oltre a mobilitare volumi ancora più significativi (pari al 47,7% dell’ammontare totale erogato nel 2013). In termini quantitativi, ciò significa che circa 4.500 microcrediti, per un valore complessivo di circa 48 milioni di euro, sono stati concessi nel 2013, senza che a fronte vi sia stato un qualsivoglia sistema di garanzia.

La pratica del microcredito, però, non è immune dai rischi che possono comprometterne lo sviluppo e l’efficacia. Uno dei problemi che più di frequente ne limita l’operatività risiede nella presunta maggiore esposizione al rischio di insolvenza dei beneficiari in quanto privi di mezzi e di garanzie personali. L’insolvenza media nel microcredito, nel 2013, si attesta intorno al 15% dei casi. Il valore medio delle sofferenze si innalza a quasi il 20%, nel caso di programmi con obiettivi sociali, mentre è molto più contenuto nei progetti con finalità produttiva (poco più del 10%) e in quelli che perseguono il duplice scopo sociale e produttivo (12%). Le quote di sofferenza del microcredito produttivo possono addirittura essere considerate fisiologiche.

In qualsiasi caso, dal 2009, come conseguenza della crisi economico-finanziaria, è in aumento l’incidenza di tutte le sofferenze bancarie in Italia.

Come cause principali dell’insolvenza, i promotori, in primo luogo, indicano una bassa redditività o insostenibilità dell’impresa finanziata (dovuta a una inadeguata gestione del progetto o a una scarsa reattività del mercato). Non vengono, invece, individuate quasi mai come cause di insolvenza gli errori nella valutazione della capacità di restituzione da parte del beneficiario, la debolezza del tutoring oppure l’inefficacia o l’inefficienza degli strumenti finanziari offerti. In effetti, anche se il nuovo articolo 111 del T.U.B. prevede l’obbligo che alle attività finanziarie si accompagnino, da parte dell’operatore, sia nella fase istruttoria che nel periodo di ammortamento del prestito, servizi di bilancio familiare, nel caso del microcredito sociale, e di assistenza e monitoraggio, nel caso del microcredito produttivo non esiste ancora la normativa di attuazione che stabilisce quali saranno tali servizi concreti e le modalità di fornitura degli stessi. Finora, in effetti, il supporto ai beneficiari di microcredito è molto spesso basato sull’opera di volontari, riuniti o meno in nodi formali, che non rappresentano una voce di costo se non in misura limitata, senza la quale difficilmente le iniziative di microcredito sarebbero sostenibili.

Sono le reti sociali, con diversi soggetti, sia pubblici sia del no profit, che magari già operano sul territorio a sostegno delle imprese, delle famiglie, dei soggetti più svantaggiati, che reggono l’impalcatura dei servizi di supporto e rappresentano un elemento costitutivo caratteristico degli interventi di microcredito, componente quasi sempre costante e permanente.

In termini più specifici, i principali protagonisti, in base all’esperienza fin qui compiuta, avvertono l’esigenza di attività ancora più vicine ai beneficiari di quelle fin qui realizzate, come ad esempio il “mentoring”, ma anche la necessità che esse siano condotte da soggetti che devono integrare competenze tecniche (hard skills), pur necessarie nei servizi di accompagnamento e tutoring connessi al microcredito, con soft skills, vale a dire con quelle competenze trasversali di tipo relazionale, abilità o qualità - definite soft poiché intangibili - proprie della sfera personale e delle caratteristiche individuali del singolo. Per quanto riguarda i target a cui è destinato il microcredito, sul totale dei microcrediti erogati in Italia, le donne ne hanno assorbito il 47,5%, i giovani solo il 17% e gli immigrati il 40% circa.

In termini di ammontare concesso sul totale dei rispondenti, il 42,8% è stato distribuito a donne, il 17% a giovani ed il 21,4% ad immigrati. I prestiti accordati a quest'ultima categoria, perciò, sono prevalentemente di carattere sociale e quindi mediamente di importi più contenuti rispetto a quelli riconosciuti ai giovani e anche alle donne. Per quanto riguarda queste ultime va segnalata poi una loro maggiore partecipazione al microcredito sociale, mentre per i giovani si registra invece una più lieve propensione verso quello produttivo. Gli immigrati rappresentano una categoria di intervento per quanti operano sull'intero territorio nazionale, che in qualche caso privilegia appunto questo target di beneficiari.

Anche le donne risultano proporzionalmente più numerose sia nell'ambito dei programmi a valenza nazionale, sia in quelli afferenti al “microcosmo”, cioè a valenza locale. I giovani, infine, sono significativamente più numerosi nell'ambito dei programmi di microcredito a valenza locale con finalità produttiva. Queste tendenze trovano conferma anche nei volumi finanziari mobilitati per i diversi target.

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