IL MADE IN ITALY NEI PAESE EMERGENTI

UNA BORSA DI STUDIO PER INCENTIVARE L'IMPRENDITORIA FEMMINILE

Francesca de Palo | Direttore Generale di BAU Roma

L'economia del ventunesimo secolo ha il viso di una donna! Più lavoro retribuito per le donne, più guadagno per tutti.

Il rapporto OCSE "Going for Growth 2016" pubblicato alla fine dello scorso Febbraio in occasione del G20 finanziario di Shanghai, riconferma i risultati delle ricerche degli anni precedenti sulle ineguaglianze di genere e lavoro, che cioè se il tasso di partecipazione delle donne a lavoro retribuito fosse identico a quello degli uomini, il PIL aumenterebbe in media più dell’1,5% ogni anno. Tra le riforme p olitiche di prioritaria importanza per innescare un processo di crescita robusta e sostenibile dell’economia e un'inversione di tendenza della preoccupante recessione in atto a livello mondiale, l'OCSE raccomanda l’urgenza di interventi strutturali e incentivi fiscali per aumentare la partecipazione delle donne alla forza lavoro e ridurre le disuguaglianze di reddito tra uomini e donne, sostenendo i percorsi scolastici delle donne e investendo in infrastrutture pubbliche, nei settori della sanità, delle pensioni, delle politiche abitative, della mobilità geografica, nonché incoraggiando l’imprenditoria femminile con investimenti, misure finanziarie e linee di credito ad hoc.

Dall’analisi dei Paesi del Nord Europa, è emerso inoltre che la partecipazione delle donne al lavoro retribuito full time è direttamente proporzionale alla crescita demografica di un Paese, un indicatore questo che in tempi di crollo delle nascite e progressivo invecchiamento della popolazione mondiale, è entrato di rigore tra i nuovi parametri del 21mo secolo per valutare la ricchezza, il potenziale di crescita e la produttività di un territorio. Lo documentava già nel 2012 la ricerca HSCB “the World in 2050”, che rivedeva la TOP-30 dei Paesi leader dell’economia globale includendo in una nuova lista delle 100 migliori economie del mondo, paesi dell’Asia, del Sub-Sahara e dell’America Latina che di promettente hanno soprattutto l’indice demografico stabilmente in crescita. In buona sostanza, in un Paese che incentiva il lavoro femminile retribuito, annulla il divario di reddito tra uomini e donne e risolve gli ostacoli alla realizzazione di un normale progetto di vita che includa la famiglia e il diritto alla maternità, si innesca un circuito virtuoso tra crescita demografica, consumi e produttività.

Vale la pena richiamare a questo proposito la sempre attuale ricerca pubblicata nel 2009 su Harvard Business Review ”The Female Economy", che annunciava per la prima volta con il supporto di dati concreti alla mano, l’avvento della PINKONOMICS, un mercato femminile grande più di due volte rispetto all’intera popolazione di Cina e India messe insieme, in grado di controllare 20 miliardi di dollari dei consumi mondiali. L’indagine fu condotta da due ricercatori di Boston Consulting Group (il famoso gruppo americano di consulenza manageriale noto per aver codificato negli anni ’70 la matrice BCG questionmark/ star/dog/cash-cow per la gestione del portafoglio d’impresa) su di un campione di 12000 donne da 50 organizzazioni attive in 13 differenti settori industriali, che risposero con disarmante sincerità a un questionario di 120 domande sul proprio comportamento di acquisto in circa tre dozzine di categorie di beni e servizi concernenti educazione, finanze, casa, beni, lavoro e carriera, interessi, relazioni, speranze e paure (estratto disponibile su www.womenspeakworldwide.com).

I risultati di questo sondaggio - ancor oggi menzionato nel rapporto OCSE "Going for Growth 2016" a sostegno delle raccomandazioni di cui sopra - testimoniano che anche se la maggior parte dei consumi e delle decisioni di acquisto che sorreggono il sistema produttivo dell’economia globale sono fatti dalle donne, paradossalmente molte aziende non tengono conto dei fattori che influenzano il loro comportamento d’acquisto, perfino nel comparto dei consumi domestici e familiari. E così, dai cosmetici, all’abbigliamento, alle automobili fino al settore finanziario e sanitario, circolano tuttora prodotti e servizi che non rispondono alle esigenze delle donne che lavorano con figli, e si rivolgono a uno stereotipo di donna codificato dall’immaginario maschile, di solito succintamente vestita, spesso di nero, magrissima, sotto i 50, a meno che non si parli di presidi medici, prodotti o servizi di assistenza e per trattare le disabilità. Eppure l’IFC (International Finance Corporation) - istituzione del World Bank Group che si è data da fare con il programma Banking on Women per promuovere l’accesso al credito delle donne imprenditrici nei paesi emergenti - ha stimato che il 30% delle imprese nel mondo sono fatte dalle donne. Il ruolo delle SMEs femminili di nuova generazione è di vitale importanza per la crescita sostenibile dell’economia globale, in particolare nei paesi emergenti come il Subsahara, dove le donne producono l'80% delle derrate alimentari per l'intero continente africano.

Dunque in buona sostanza, le donne controllano di fatto i consumi dell'economia globale, ma con poca voce in capitolo, perché pur partecipando ad attività produttive che soddisfano le esigenze basilari dell'esistenza, lo fanno per lo più part-time e sotto banco, con forme non riconosciute e non garantite. A completare il quadro, si aggiungano l'ancora modesta partecipazione delle donne ai vertici decisionali delle aziende, lo scarso accesso agli strumenti di credito e agli incentivi per le imprese, il consistente divario di reddito rispetto ai colleghi uomini, con medesime mansioni e livello di esperienza.

Quest'ultimo fenomeno, anche detto pay-gap, è stato studiato dall'economista di Harvard, Claudia Goldin su di un campione di studenti MBA osservati a 15 anni di distanza dal completamento degli studi. Goldin ha osservato che in media a 40/50 anni le donne del campione preso in analisi non hanno fatto carriera come i colleghi uomini, perché per non rinunciare alla maternità e alla famiglia, hanno scelto occupazioni più flessibili, con orari part-time, salari più bassi e opportunità professionali meno o affatto premianti. Il gap salariale è la cartina tornasole di un sistema socio culturale dove è accettabile che la donna, non l'uomo, si escluda dalle dinamiche del lavoro retribuito e riconosciuto per mettere su famiglia. Le donne quindi continuano ad ingrossare le fila di una corrente che nutre si' l'economia mondiale, ma in silenzio e "under ground".

In questo contesto si inserisce il partenariato di Bahçeşehir University (BAU) con l’Ente Nazionale per il Microcredito (ENM), che prevede iniziative e programmi a sostegno di capacità e progetti imprenditoriali che si auspica possano essere di grande impatto sociale per il futuro economico di Italia e Turchia e per le relazioni bilaterali dei due Paesi, già peraltro molto attive. L’Italia è il secondo maggiore Paese fornitore e il quarto maggiore cliente UE della Turchia, con più di 1000 aziende nazionali sul territorio turco che contribuiscono al flusso di merci e risorse tra i due Paesi con attività buy-back (Rapporto ICE 2012), particolarmente nel settore tessile, abbigliamento, macchinari, veicoli e ingegneria meccanica. BAU & ENM intendono cooperare nelle aree dell’innovazione, dell’imprenditorialità, della “social responsibility” e dell’internazionalizzazione, attraverso progetti condivisi sviluppati per aiutare individui e aziende a restare competitive nel mercato globale ed espandere i loro network in Europa ed Eurasia. In questo quadro spicca il programma MBA r ibattezzato d elle due Rome, un Master in Business administration che si svolge tra R oma e Istanbul e mostra alle piccole e medie imprese italiane che rappresentano la spina dorsale del nostro Paese, come penetrare le economie caratterizzate da bassi costi di produzione e grande attenzione al Made in Italy brand, in linea con gli obiettivi OCSE di inclusione sociale, eliminazione del pay-gap e crescita solida e sostenibile del sistema produttivo.

Una borsa di studio che copre il 50% della retta di frequenza e svariati altri contributi parziali sono stati istituiti dalla Fondazione BAU per incoraggiare la partecipazione delle donne alla creazione di un n etwork di imprese, operatori finanziari e competenze in grado di lanciare il sistema produttivo di Europa e Eurasia sul mercato globale.

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