ECONOMIA ALTERNATIVA

Che cosa avranno in comune una capra, una spazzola per i capelli, una vettura, delle sementi, dei mattoni, un chioschetto in legno e una macchina da cucire?

Romina GOBBO | giornalista freelance, più volte inviata in aree di crisi e Paesi in via di sviluppo

Che restituiscono dignità personale e autostima. Allora ben venga “l’economia alternativa”, per chi, a causa dell’impossibilità di presentare garanzie, non può accedere al finanziamento bancario. Benvenuti nel mondo del microcredito, che offre opportunità e stimola le potenzialità produttive e commerciali. Là dove le opportunità mancano, una capra può essere il viatico per riprendere in mano la propria vita e dare un futuro ai figli.
La capra è latte, capretti e sterco. Latte per i figli denutriti, ma anche prodotto da vendere; capretti, da donare ad altre donne bisognose della comunità, per alimentare un circolo economico virtuoso; sterco, da usare come combustibile, per riscaldare le gelide notti afghane. Dal 2002, a consegnare personalmente le capre nei quartieri più poveri di Kabul, ma anche nei villaggi rurali, in quelli più impervi, a oltre 2.000 metri d’altezza, proprio posti “da capre”, ci va Carla Dazzi, responsabile di “Una capra per le donne afghane”, un progetto della onlus bellunese “Insieme si può”, realizzato in collaborazione con il Cisda (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) e le partner in loco: Hawka (Humanitarian Assistance for Women and Children of Afghanistan) e Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan).
Sempre puntuale, Carla, anche nei luoghi più a rischio, come Arghandai, nella provincia di Kandahar, ex roccaforte dei talebani, e anche nei momenti di maggior tensione. «Allora bisogna consegnare e scappare». “Beneficiarie privilegiate” sono le vedove. Hanno perso il marito durante i vari conflitti, oppure per l’esplosione degli Ied (Improvised Explosive Devices), gli ordigni rudimentali, che tanto piacciono agli insorgenti, e che tengono con il fiato sospeso militari e civili.
«Le vedove sono le più reiette della società, è necessario aiutarle nell’acquisizione di una piccola autonomia economica - spiega la Dazzi -. Portiamo le capre, perché sono tra i pochi animali in grado di sopravvivere in quelle terre aride e stremate da una guerra senza fine. Non c’è niente di più bello che vedere la felicità negli occhi di queste donne, mentre ricevono un dono, per noi insignificante, ma per loro straordinario».
L’autosufficienza economica è il primo passo verso il riscatto sociale delle donne, soprattutto nei Paesi dove hanno sempre contato poco. E la voglia di riscatto è la spinta per la riuscita.
Maty, 58 anni, tre figli, ma una grande famiglia allargata di 40 persone, una tipica African family, è una delle donne inserite nel progetto “Village Saving and Loans Association” (VSLA) di Plan Italia, in Senegal, nel villaggio di Cherif Lo, nella regione di Thies.
Maty è un’imprenditrice “multitasking”: si occupa di pastorizia, agricoltura e, grazie all’acquisto di una vettura, trasporto pubblico. Il tutto è iniziato grazie ad un prestito di 1.000 dollari. Una cifra interessante, considerando che a certe latitudini già 50 o 100 euro fanno la differenza. Maty aveva già le attività, ma il credito le ha permesso di implementarle e, soprattutto, migliorarne la redditività, grazie anche alla formazione, parte fondamentale del progetto. «Uso una pressa a freddo per produrre olio di arachidi, tengo quello che mi serve, il resto lo vendo. La polpa di arachidi rimasta è cibo per i miei animali, così risparmio». Non c’è spreco, né dispendio di denaro. «Si chiama value chain, catena di valore, una parola che ho imparato durante la formazione», spiega soddisfatta Maty.
In Senegal, Plan Italia ha sostenuto la creazione di 657 gruppi, di cui fanno parte 1.763 donne, in 146 villaggi, nell’area arida e secca compresa fra Saint Louis (capoluogo del Paese prima dell’attuale Dakar), Thies e Kaolack. «Il progetto VSLA - spiega Insa Gassama, project manager di Plan Senegal per la microfinanza - contribuisce anche a cambiamenti di strategia, in termini di una migliore pianificazione finanziaria. Nei nostri corsi, educhiamo proprio a questo. Le persone acquisiscono tutti gli strumenti per poter avviare progetti dai risultati sicuri. Per lo più, i prestiti vengono erogati ad un gruppo, i cui membri sviluppano fiducia e solidarietà nei confronti l’uno dell’altro. Più tutti sono regolari nei pagamenti delle rate, più il sistema funziona e il gruppo può continuare nella propria attività senza difficoltà». Il “metodo Plan” significa anche condivisione della conoscenza. Il piccolo villaggio di Guelakh, nel nord del Senegal, ad una ventina di chilometri da Saint Louis, ne è un esempio. Quando Plan è arrivata in queste terre, ne ha capito subito le potenzialità, rendendosi però anche conto delle grosse difficoltà, come la scarsità d’acqua. L’approccio integrato - che ha combinato miglioramenti infrastrutturali con investimenti in capitale umano - ha portato questo villaggio, non solo sulla strada dello sviluppo, ma anche a porsi al servizio di altri villaggi vicini, alla ricerca di un futuro migliore. È nata pure “Saving and Loan Association”, che fornisce prestiti fino a 25mila franchi sefa (circa 38 euro) per sei mesi, senza interessi, per aiutare i piccoli imprenditori, e le attività si sono moltiplicate e diversificate. Oggi a Guelakh arrivano giovani da fuori, per imparare le basi della meccanica, la falegnameria, il cucito ed il commercio.
«La mia vita è totalmente cambiata - conclude Maty - quando, durante una sessione formativa, intitolata “Modello di imprenditorialità”, ho ricevuto una scheda con il disegno di un’automobile; riguardava il business dei trasporti. L’idea di acquistare un veicolo per farne un’attività commerciale, non mi era mai venuta, perché mi sembrava impossibile da realizzare. Ma quel giorno, mi sono detta: “Perché no?”».
I progetti di microfinanza devono essere contestualizzati e, naturalmente, in accordo alle leggi del Paese. Ecco perché in questo periodo il microcredito in Burkina Faso, del Movimento Shalom di San Miniato (Pisa) è in stand by, in attesa del nuovo agreement con il Ministero dell’economia, dopo una recente revisione legislativa. Procedono invece i progetti in Senegal e Uganda. Dal 2010, quando Shalom ha avviato l’iniziativa, nei tre Paesi interessati, sono state raggiunte 1.600 donne (699 solo in Senegal), che rimangono le beneficiarie privilegiate, anche qui per lo più riunite in cooperative o gruppi formali, che garantiscono trasparenza e tempestività. «Viene stilata una successione temporale, pertanto chi è in lista d’attesa si premura di “stimolare” i predecessori alla restituzione del debito, in una sorta di autocontrollo interno - spiega il referente Stefano Torre - così facendo, i debiti vengono saldati in 12/15 mesi. Alla quota capitale, viene aggiunta una piccola percentuale di interesse, in modo da generare utili per la copertura delle spese di gestione del progetto stesso».
In Senegal, la referente Shalom è Fatou Kebe, felice dei successi ottenuti con il microcredito. «C’è chi ha aperto una sartoria, e confeziona anche abiti da sposa, ma anche chi ha aperto un negozio di alimentari, e poi abbiamo aiutato ad avviare molte attività agricole». Con Fatou, percorriamo le strade di Dakar, per visitare i vari progetti, fino ad arrivare alla grande fiera agricola, dove mi presenta orgogliosa le “sue donne imprenditrici”, che espongono i loro prodotti.
Alle ugandesi le idee non mancano. Così, grazie al microcredito, sono sorti saloni di parrucchiere, attività di produzione e vendita di carbone, ma anche di alimentari, attività agricole e di ristorazione, nonché negozi di abiti. Qui alla capra si preferisce la mucca, ma l’utilizzo è lo stesso: latte e carne per sé e per la vendita. E, se tutto va per il verso giusto, si parte con un animale e si realizza un allevamento. Un “giro d’affari” che si vede dalle case: il fango lascia il posto a mattoni e lamiere. È evidente che lo sviluppo di un Paese è direttamente proporzionale alla sua stabilità politica. Ed ecco perché Burkina, Senegal e Uganda hanno grandi potenzialità.
Si rivolge invece a sostenere visite mediche e spese sanitarie il progetto di microcredito proposto dal Vis, Volontariato internazionale per lo sviluppo (che si ispira a san Giovanni Bosco) in Bangladesh, nell’area di Utrail, distretto di Netrokona, una delle zone più indigenti del Paese. L’intervento finora ha coinvolto 198 famiglie, ciascuna delle quali contribuisce, mensilmente, in base al proprio reddito, alla costituzione di un fondo, del quale potranno beneficiare quanti avranno bisogno di cure. Tale prestito viene poi gradualmente restituito secondo un programma personalizzato, a seconda della situazione economica. Finora il tasso di restituzione è stato del 98%. Un ottimo risultato, conseguenza anche del pieno coinvolgimento e della fattiva partecipazione delle famiglie beneficiarie, sia nella fase di ideazione che di implementazione. “Lavorare con” è la ricetta per la sostenibilità dei progetti, oggi una filosofia quasi ovvia, ma nel recente passato era il “sistema assistenziale-caritativo” ad essere ampiamente praticato da onlus e organizzazioni governative e non. Il Bangladesh, poi, ha una marcia in più, visto che il microcredito è nato proprio lì, grazie all’idea illuminata dell’economista e banchiere locale, Muhammad Yunus, che nel 2006 gli ha valso il Nobel per la pace.
Vendita di abiti usati e di pesci essiccati, bancarelle di frutta e verdura, ma anche di polli, piccole botteghe di sartoria, laboratori di intaglio del legno, produzione di ciabatte e souvenir. Tutte attività che possono essere avviate tramite Karibuni onlus, che ha ideato “Obiettivo lavoro”, su suggerimento della diocesi di Malindi, in Kenya. Ai parroci il compito di organizzare nelle varie comunità dei comitati, anche interreligiosi, allo scopo di individuare famiglie interessate ad aprire botteghe artigianali e commerciali, che diano garanzia di serietà e affidabilità nella restituzione del credito, dando priorità ad attività femminili. Un vero contratto d’onore e di fiducia tra la famiglia bisognosa e la diocesi, che funge da ente erogatore.
Ma non è solo una questione economica, ne sono convinti alla Fondazione Pangea onlus, che ha programmi di microfinanza in Afghanistan, Nepal e India. “A strumenti prettamente finanziari - si legge nel sito - affianchiamo sempre servizi non finanziari di formazione tecnica legata alle attività di imprenditoria, gestione del credito e raccolta del risparmio e, oltre a essi, strumenti che rafforzino nelle donne le capacità di leadership, l’autostima, la consapevolezza dei propri diritti, della propria salute; ogni programma nasce da un confronto con le donne delle comunità presso le quali si va a operare; ogni microcredito è concesso sulla base di regole trasparenti tra Pangea e la richiedente”. Sono le donne le protagoniste del microcredito, perché sono considerate più virtuose - da loro dipende la vita dei figli, e lo sanno bene - e anche perché molti padri, mariti e fratelli spesso sono emigrati. Oggi, dunque, empowerment, inteso come capacità di compiere le proprie scelte e perseguire obiettivi personali, è parola nota a tutte le latitudini, però in alcune la strada per arrivarci è ancora impervia.
Ma la strada alle donne africane - abituate da sempre a percorrere chilometri per andare a prendere l’acqua - non ha mai fatto paura.
Sembra di vederle, avvolte in tessuti colorati, con il loro portamento da modelle, aiutate nella postura da grandi ceste in equilibrio sulla testa. Camminano, scandendo i passi, quasi danzando, ogni tanto intonano un canto tradizionale, mentre si avviano chi alla bancarella, chi al negozio, chi nei campi a seminare... Sarà un’altra giornata dura. Ma quando il lavoro c’è, la vita può cambiare. Quello che non cambia in Africa sono i ritmi. Il sole scende e una coltre scura avvolge le attività diurne. È il momento del riposo. Ma prima c’è ancora un po’ di tempo, magari per un “sabar”, una festa improvvisata davanti a casa, per ringraziare a passi di danza delle opportunità insperate.
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ASSOCIAZIONI DI CUI SI PARLA
www.365giorni.org/
https://plan-international.org/where-we-work/africa/senegal
www.movimento-shalom.org/
www.karibuni.org/
www.volint.it/vis/
www.pangeaonlus.org/

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