ALBANIA. UNA NAZIONE CHE RIFLETTE

Dopo le rivoluzioni culturali e politiche degli anni ’90, l’Aquila bifronte si prepara oggi ad essere accolta nell’Unione europea, senza fretta, puntando sull’agricoltura

Emma Evangelista

La classe politica del Paese viene dal mondo universitario che ha favorito la rivoluzione politica e culturale portando l’Albania a una trasformazione che oggi la proietta verso l’Ue e il mercato internazionale. L’Ambasciatore in Italia, il professor Neritan Ceka, fotografa una nazione con molta voglia di crescere

Ambasciatore quale tipo di collaborazione tra Italia e Albania?
Il legame tra l’Italia e l’Albania si è creato anche grazie ai programmi governativi. Senza l’Italia non sarebbe stato possibile realizzare le nostre ambizioni politiche: creare uno Stato europeo, un’Albania moderna, in tal senso l’aiuto dell’Italia è stato fondamentale. In Italia sono venuti mezzo milione di albanesi, gran parte della nostra classe operaia lavora in Italia. Esiste una migrazione fluida in quanto gli albanesi vengono in Italia, fanno i capitali, accumulano l’esperienza, poi tornano in Albania e investono in Albania. Non c’è più la barriera che esisteva prima. Gli albanesi che vivono in Italia hanno creato 32.000 piccole e medie imprese dove lavorano anche gli stessi italiani. Abbiamo creato circa 500 imprese che producono quasi la metà delle nostre esportazioni nel campo delle calzature e dell’abbigliamento. L’industria sfrutta anche il lavoro degli albanesi in Patria perché ha ancora dei prezzi interessanti. Dal 1992, anno del primo accordo nel campo dell’economia, gli aiuti italiani per l’Albania superano un miliardo di euro, un quarto del budget annuale distribuito in 20-25 anni. Noi abbiamo 12.000 studenti albanesi che studiano in Italia. C’è una fluidità di relazioni tale che non è facile registrare questi flussi. Stiamo diventando una buona e sana provincia economica dell’economia italiana ma anche di quella mediterranea.

L’Albania è ricca di storia, archeologia, nonostante sia una terra di confine. Si potrebbe creare qualche interesse, se già non esiste, per ciò che riguarda il turismo?
Lavoriamo da due anni in questa direzione ma ci sono delle difficoltà. In Albania non esiste ancora un turismo organizzato, tanti italiani in Albania hanno trovato un ambiente piacevole, c’è un contatto facile con le persone. Sta crescendo un turismo spontaneo anche se non organizzato. D’altra parte gli albanesi sono orientati verso mercati meno cari e più facili; migliaia di turisti albanesi vanno in Turchia, dove trovano sole e acqua, questa è un po’ la tradizione del turismo albanese anche nel tempo del comunismo. Per le vacanze si prenotava una camera e si andava tutti insieme con la famiglia in spiaggia. È mancato questo turismo di interesse culturale che sta crescendo per il momento. Gli albanesi che vanno in Turchia amano le vacanze in relax, con il tempo dovremmo offrire agli albanesi un turismo più dinamico. Alcuni turisti in inverno vengono in Italia in quanto in Albania non esistono impianti turistici per sciare.

Vi state apprestando all’ingresso nell’Eurozona, come si sta preparando il Paese?
Integrarsi nell’Unione Europea per gli albanesi significava acquisire libertà di movimento. Noi abbiamo più di un milione e mezzo di albanesi nei Paesi dell’Unione Europea: Grecia, Italia, Germania e Austria. Ora le cose sono un po’ cambiate sempre in senso positivo e realistico. Gli albanesi sanno bene di dover entrare nell’UE e per farlo ci si deve preparare per essere compatibili e competitivi. Occorre prepararsi, non c’è fretta, ma sappiamo bene di non essere ancora pronti come dovremmo, ma noi siamo ottimisti, e sappiamo che non c’è un’altra scelta. Facendo un sondaggio abbiamo scoperto che più del 90% degli albanesi sono pro-Europa, metà del mio popolo ha vissuto nei Paesi europei per cui sa già cosa significa essere “europeo”.

L’Albania ha una storia particolare legata all’Ex Unione sovietica. Cosa pensa dell’attuale crisi in Ucraina, come crede possa incidere sull’economia anche albanese?
Finora non ne vediamo gli effetti diretti, noi viviamo in un altro mondo, siamo legati con la Grecia e con l’Italia, soprattutto con quest’ultima. Il legame con la Russia per noi è nel campo dell’energia, del petrolio, per questo abbiamo insistito da almeno 10 anni sul programma TAP, un’alternativa che crea altre possibilità di rifornimento di gas da quello che viene dalla Russia. Siamo stati realistici insistendo sul programma TAP che non è solo un gasdotto che percorre l’Albania ma dà la possibilità di riqualificare tutte le regioni che attraversa, dà la possibilità anche agli imprenditori italiani di investire e di far parte di questo nuovo mercato in tutti i Balcani in quanto ad essere coinvolta non è solo l’Albania ma ci sono anche: la Macedonia, il Kosovo, il Montenegro e la Croazia e forse anche un po’ la Serbia. Crediamo che il programma TAP sia molto interessante non solo per noi ma anche per la possibilità futura di sviluppare altri programmi con l’Italia.

L’Albania guarda la Grecia in questo momento? E in cosa sta investendo?
Abbiamo 700mila albanesi in Grecia e una crescita della disoccupazione meccanica del 16%, una disoccupazione a volte nascosta in quanto metà della popolazione vive nei villaggi dove si pratica solo l’agricoltura. Non sappiamo bene se molti di quelli che si sono dichiarati disoccupati sono in realtà impiegati nelle loro proprietà agricole, e se una parte di quelli realmente disoccupati si dichiarino tali. C’è un po’ di confusione comunque in Albania negli ultimi tempi, abbiamo una crescita costante della produzione agricola. Rientrando dall’Italia, molti albanesi hanno deciso di investire nell’agricoltura.

L’agricoltura è uno dei punti fondamentali dell’Expo, l’Albania ci sarà all’Expo 2015?
Si certamente. L’agricoltura tenta di essere pura, ecologica. L’Albania è considerato un Paese dove convivono tante religioni e c’è una pace perfetta; porteremo all’Expo i migliori esempi di cucina e religione con la possibilità di integrarli per vantare una diversità di piatti e servizi.


Agricoltura sociale e microcredito, questo il tema che l’ENM ha adottato per l’Expo. Qual è il vostro interesse?

In Albania c’è una tendenza a spostarsi dal villaggio verso la città; coloro che abitano nei villaggi si occupano di piccole e medie imprese che sono industriali non più agricole. Noi viviamo un conflitto di interessi sulla proprietà che, in Albania, è piccolissima, al massimo raggiunge un ettaro. Migliaia di fattorie a conduzione familiare che hanno tentato di sviluppare un’agricoltura intensiva legata al mercato non riguardante la produzione di grano o mais, hanno cominciato ad esportare. Il microcredito come strumento credo sia fondamentale e già sviluppato. L’unico settore del credito che ha funzionato, diversamente da quello delle banche che è invece fallito. Coloro che hanno tentato di creare grandi imprese nell’agricoltura sono quasi tutti falliti. Il microcredito è fondamentale perché ha permesso ai Paesi più remoti di investire nei settori dell’agricoltura, ha consentito di organizzare un credito che ha dato risultati eccellenti a vantaggio di gran parte della popolazione impedendo un movimento demografico talvolta catastrofico. In Albania tre quarti della superficie agricola si trova nella zona collinare e delle montagne dove c’è solo viticoltura, olivicoltura e quasi non esiste la coltivazione del grano e mais che potrebbe servire per il bestiame. Un’economia tendenzialmente autarchica che rifornisce l’Albania, che esporta poco. Ma credo che l’Albania sia l’esempio di un Paese basato sulle piccole e medie imprese, è un’economia che ha superato la crisi. Non siamo stati eccellenti: abbiamo avuto anche nell’ultimo anno l’1% di crescita del PIL. C’è una crescita di produzione specialmente nel settore agricolo, stiamo facendo piccoli passi avanti, non si avverte il pessimismo che invece si percepisce in Grecia, ad esempio. Gli albanesi si sono rimboccati le maniche e si adattano a qualunque mestiere. Ad esempio uno studente, pur avendo frequentato la facoltà di ingegneria meccanica, magari decide di lavorare in un’officina meccanica. Lo stesso dicasi per i camerieri in Albania, che possono essere laureati in tutte le facoltà. Noi abbiamo esportato quasi due milioni di albanesi all’estero che poi, rientrando, hanno importato nel Paese. La tendenza, quindi, è quella di importare know-how. Noi abbiamo quasi metà della popolazione fuori dall’Albania. Chi lavora all’estero manda il denaro e lo investe in Albania, il PIL risulta quindi essere positivo. Finora ha funzionato bene, vedremo in futuro. Un altro fenomeno da segnalare, la presenza di circa 10 mila immigrati italiani in Albania. Si parla soprattutto di operai e tecnici, ma anche studenti. C’è un grande interesse degli imprenditori italiani che desiderano investire in Albania negli ultimi anni. Forse 30 mila posti di lavoro derivano da investimenti italiani. Il problema albanese è sempre il mercato, abbiamo meno possibilità di investimenti nel campo dei processi di trasformazione dei prodotti, ci sono ad esempio fabbriche che producono olio perché alcune politiche italiane hanno agevolato crediti per comprare i frantoi in Italia.

Quanto è tecnologica l’Albania oggi?
Gli albanesi sono molto ambiziosi, non manca niente, abbiamo tutto, dall’aratro all’ultima tecnologia. Ad oggi ci sono sia semplici impianti del XIX sec. che impianti modernissimi che rispettano gli standard europei.

Cosa ci dice della partecipazione dell’Albania alle missioni internazionali e alle missioni della NATO?
Siamo in Afghanistan, siamo in Iraq, siamo anche in Ciad. Tre corpi albanesi che fanno parte di queste missioni delle Nazioni Unite. Siamo stati sempre molto attivi nella politica contro il terrorismo. Il nostro ministro degli Interni è stato in Italia e poi lo stesso Alfano è stato in Albania nel mese di gennaio. Stiamo lavorando nello scambio di informazioni diretto tra le forze di polizia e sicurezza. Fa parte della nostra strategia di protezione dell’architettura e di sicurezza europea.

Siete europei a tutti gli effetti, aspettate soltanto un atto formale?
Da parte nostra non c’è fretta, ma nemmeno da parte dell’UE, per ora l’idea è congelata almeno per i prossimi 5 anni. Noi abbiamo avuto la fretta di diventare candidati, ora cominciano le trattative per diventarne membri, stiamo cercando di rispettare tutti i criteri affinché possiamo poi entrare a pieno titolo nell’UE.

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