IL MICROCREDITO IN GHANA È GIOVANE

Un aiuto concreto per passare dalla povertà a una condizione di vita migliore e per favorire in primis lo sviluppo umano, non solo quello economico.

La povertà induce all’azione. Lo sapeva già Friedrich Wilhelm Raiffeisen. E lo sanno bene i volontari dell’organizzazione internazionale Projects Abroad impegnata, tra le diverse missioni umanitarie, a promuovere progetti di microcredito in Ghana per aiutare le persone bisognose ad avviare piccole attività imprenditoriali attraverso l’accesso a piccoli prestiti finanziari. Ma, ciò ancora più importante, è che Projects Abroad fornisce, oltre al credito, orientamento e formazione in modo da garantire maggiormente la sostenibilità e la replicabilità del sistema di prestiti. Perché il microcredito, prima ancora che moneta, vuol dire fiducia. Alla persona e al suo progetto.

A raccontarci la sua entusiasmante esperienza è Ilenia Pertusi, partita con l’organizzazione Projects Abroad per seguire il progetto di microcredito in Ghana, a Koforidua.

“Ho scelto il Microcredito perché sono fermamente convinta che l’indipendenza sia il dono più prezioso che quelle meravigliose popolazioni possano ricevere ed ho scelto Il Ghana perché mi è sembrato che racchiudesse tutto quello che desideravo come prima esperienza in Africa: l’inglese come lingua ufficiale, il volto vero ma non estremo del continente nero e la tranquillità di un Paese politicamente stabile e democratico. Arrivata a Koforidua, ho iniziato a conoscere i meccanismi di quella che poi si è rivelata l’esperienza più importante della mia vita: il Microcredito. Sono arrivata in ufficio, ho conosciuto Kizi, mio insostituibile partner locale e dopo un’introduzione generale, insieme abbiamo pianificato le diverse attività, nonché la prima settimana di lavoro. Il progetto mi ha subito entusiasmato molto, anche perché ho realizzato che mi avrebbe offerto la possibilità di trascorrere molto tempo all’esterno in giro per i diversi villaggi e regalato, quindi, un contatto reale con le popolazioni locali, con la loro quotidianità. Come probabilmente si potrebbe immaginare, infatti, tutte le dinamiche in un contesto del genere risultano estremamente diverse rispetto a quelle a cui noi siamo abituati; non erano i “clienti” (generalmente donne, necessariamente in gruppo) a venire in ufficio per richiedere un prestito, per versare la loro quota di rimborso settimanale o per qualsiasi altra evenienza ma eravamo noi ad andare da loro, nei loro villaggi, nelle loro abitazioni o nei luoghi in cui svolgevano le attività imprenditoriali per le quali era stato concesso loro un prestito.
Dei cinque giorni settimanali lavorativi, tre erano dedicati alla raccolta delle quote di rimborso, uno all’aggiornamento e alla creazione di file e report in ufficio e l’ultimo, infine, variava di settimana in settimana in relazione a diverse esigenze, quali concessione di nuovi prestiti, verifiche sui prestiti erogati, rinegoziazione dei prestiti in caso di inadempimento e così via. I prestiti venivano concessi quasi esclusivamente a donne, necessariamente in gruppi, mediamente di tre o cinque persone. A donne perché considerate più responsabili nella gestione del denaro, ma soprattutto più attente al soddisfacimento dei bisogni primari della famiglia; essenzialmente si cerca di evitare che il prestito abbia un risultato finale diverso dal miglioramento delle condizioni di vita della famiglia. In gruppo perché si ritiene che l’idea di una responsabilità collettiva riduca al minimo la percentuale di inadempimento. Il prestito è unico e l’importo totale è la somma delle quote distribuite alle diverse donne del gruppo più un’aggiunta del 5%, copertura minima contro l’eventuale non rimborso di uno o più prestiti. I rimborsi vengono interamente utilizzati per concedere nuovi prestiti. Tutti i membri del gruppo sono teoricamente responsabili per l’intero importo ma credo che raramente questo abbia risvolti pratici. Quasi mai riuscivamo a recuperare le quote settimanali di rimborso di tutti i beneficiari dei prestiti; a volte non riuscivamo a trovarli, altre volte non avevano il denaro sufficiente. Il mancato rimborso di una o due quote non era un vero problema perché nella maggior parte dei casi la settimana successiva o quella seguente pagavano più quote insieme. Quando questo non avveniva cercavamo di fissare con la persona insolvente un appuntamento per abbassare la quota di rimborso settimanale e permetterle di pagare con regolarità. Prima del mio arrivo era stato, ad esempio, concesso un prestito a due sarte per l’acquisto di una macchina da cucire, purtroppo non riuscivano a guadagnare abbastanza per vivere e pagare la loro quota settimanale. Abbiamo dovuto rinegoziare il prestito per ben due volte, ma alla fine hanno iniziato a pagare settimanalmente. I prestiti concessi erano mediamente di importo non superiore ai 150/200 cedi (35/42 euro) per persona e dovevano servire per avviare un’attività imprenditoriale tale da permettere di provvedere al fabbisogno familiare, nella mia esperienza principalmente vendita ambulante o stabile soprattutto di prodotti alimentari (plantain, yam e così via) e cibi cotti (riso, dry fish e così via). Un’eccezione alla regola generale era il prestito concesso a due uomini per estrarre gin dalle palme.
Al momento della concessione di un nuovo prestito preparavamo un contratto da far firmare (in realtà con un’impronta del pollice) ai beneficiari e una sorta di libretto da lasciare al gruppo, dove annotavamo i pagamenti di volta in volta effettuati, eventuali mancati pagamenti e così via. Questo il meccanismo del microcredito. Sono rientrata dal Ghana ormai già da diversi mesi e raccontare la mia esperienza mi risulta ancora difficile probabilmente perché, per quanto banale possa sembrare affermarlo, è semplicemente impossibile descrivere l’intensità delle emozioni vissute. Le persone che ho conosciuto in Ghana sono indimenticabili, sempre gentili ed estremamente disponibili. Affrontano la quotidianità con immensa dignità, anche quando la vita priva di qualsiasi confort che conducono rende i loro volti esausti. La semplicità di ciò che mi circondava mi riempiva così profondamente che per un mese intero mi sono sentita felice, serena e soddisfatta, come mai prima. A testimonianza che il mal d’Africa esiste ed è forte”.
Al momento Projects Abroad sta lavorando con tre gruppi di donne nella regione di Juaben, area orientale del Ghana.
Grazie ad un prestito di 1.200 cedi ghanesi, il gruppo del villaggio di Akokoa gestisce un piccolo commercio di generi alimentari e sta registrando i primi successi.
Nel villaggio di Akwadum un numeroso gruppo di donne ha ricevuto un prestito per l’acquisto di una macchina da cucire ed una macchina da ricamo, utilissime a migliorare la produzione.
Un terzo gruppo si è formato nel villaggio di Kwamoso per avviare un piccolo commercio alimentare. Con il credito ricevuto è stato possibile acquistare materie prime e dare inizio all’attività.
E’ stupendo vedere come un intervento apparentemente di tipo solo economico, un micro-credito, possa innescare delle dinamiche virtuose all’interno della comunità. Per una economia ‘più umana’ e più accessibile.

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