IL RISVOLTO SOCIALE DELL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI

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IL RISVOLTO SOCIALE DELL’ENCICLICA FRATELLI TUTTI

DISCORSO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

  1. EM.ZA CARDINALE MAURO GAMBETTI

Illustri Signore e Signori,

nel rivolgervi un cordiale saluto ringrazio per l’accoglienza il Presidente della Camera Roberto Fico, rappresentato dal Vice Presidente Ettore Rosato, ringrazio il Presidente dell’Ente Nazionale per il Microcredito Mario Baccini per aver promosso l’evento, il Governo rappresentato dal Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e i Rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, le Alte magistrature dello Stato, le parti sociali, il Corpo Diplomatico, tutte le personalità presenti e il carissimo Prof. Piero Schiavazzi, al quale sono riconoscente in particolare per avermi offerto l’occasione di riflettere con voi sul risvolto sociale dell’Enciclica Fratelli tutti, promulgata dal Papa, il 3 ottobre 2020, vigilia della Festa di San Francesco.

Ricordo che in quell’occasione ero vicino al Papa mentre firmava il testo all’altare della tomba di San Francesco. Si intuiva che si trattava di un testo programmatico, di lungo respiro, il cui contenuto era un dono ma allo stesso tempo una responsabilità per tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Introduzione

Il “risvolto sociale” dell’Enciclica è rinchiuso nelle parole del sottotitolo “fraternità” e “amicizia sociale”. Un sogno che vuol diventare un progetto per costruire un paradigma sociale nuovo. Si tratta di un vero e proprio principio d’ordine che offre un orizzonte onnicomprensivo, in grado di contenere e mettere a sistema tutte le nuove variabili che negli ultimi decenni hanno fatto irruzione prepotentemente nella società globalizzata.

Infatti, la società contemporanea attraversa un passaggio epocale, sollecitato da sfide che rendono l’attuale modello economico e politico molto fragile e spesso incapace di rispondere alle domande della realtà.

Senza avere la pretese di essere esaustivo, vorrei elencare alcune delle sfide in corso:

  • anzitutto quella della centralità del soggetto nella pluralità dei suoi spazi di comunicazione, che rischia di portare al relativismo e a una sorta di identità “inventata”, ma allo stesso tempo costituisce anche un potenziale terreno di dialogo e di incontro;
  • in secondo luogo, quella della destrutturazione personale e sociale dei contenitori dell’affettività, che porta ad affermare il dato esperienziale e istintuale su quello cognitivo-normativo, ma offre anche la possibilità di superare le forme di quell’ipocrisia per favorire la ricerca di autenticità;
  • inoltre, quella della globalizzazione, di infrastrutture e tecnologia, che ci fa correre il rischio dell’uniformità a discapito delle differenze, con la perdita di biodiversità, di identità e di tradizioni locali, ma consente anche la crescita delle connessioni e degli scambi di mercato, di informazioni e delle positive contaminazioni culturali;
  • ancora, quella della cura dell’ambiente, che può divenire un’ossessionante e irrazionale tutela di una ipotetica natura incontaminata a discapito della centralità della persona, ma è anche la condizione per una crescente attenzione ai territori e per la promozione della transizione energetica e delle buone pratiche a livello personale e comunitario;
  • non ultima, poi, quella della crisi economica del sistema, che fa crescere la forbice sociale con pesanti ricadute sulle classi meno abbienti e su quelle medie, ma al contempo sta stimolando una maggior attenzione all’impatto ecologico e sociale delle attività produttive;
  • infine, gli imponenti flussi migratori, che possono generare una destabilizzazione sociale, ma anche un arricchimento reciproco, in termini economici, culturali e sociali.

Mi viene in mente il teorema di Gödel. Intorno alla metà del secolo scorso, il matematico austriaco riuscì a dimostrare che un sistema è completo quando le regole di deduzione permettono di dimostrare tutte le formule logicamente valide (e, viceversa, una formula è logicamente valida se e solo se è dimostrabile). Alla luce di tale assunto, si comprende, ad esempio, come mai, mano a mano che si osservavano nuovi dati fenomenici che non si potevano spiegare con il sistema tolemaico geocentrico, vi fu una “rivoluzione copernicana”, che si configurò come un nuovo sistema, eliocentrico, per riuscire ad integrare tutti nuovi dati in un modello esplicativo completo. Allo stesso modo accade quando studiamo la realtà: la chimica non è più un sistema completo quando si considerano le variabili introdotte dall’emergere della vita fisica, per cui occorre passare alla biologia, che risulta insufficiente per comprendere le variabili introdotte dalla vita intelligente o da quella sociale, ecc.

Similmente, oggi abbiamo la necessità impellente di passare ad un altro sistema più elevato e ampio per rispondere ai molteplici e nuovi fattori che hanno messo in crisi l’attuale modello ecologico-economico, ma anche sociale e geopolitico, che risulta sempre più “incompleto” e insostenibile.

Il Papa nell’enciclica Laudato sì, scritta nel 2015, aveva anticipato, e la storia di questi ultimi mesi lo conferma, che «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio ambientale», che la violenza e la guerra contribuiscono ad alimentare: “Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali”» (LS n.142). Nella Fratelli tutti lo ribadisce ponendo la fraternità come radice dell’equilibrio ambientale che nutre il rapporto con se stessi, con gli altri, con la natura e con Dio.

La complessità della realtà chiede di allargare il sistema, cambiando sguardo prospettico.

  1. I presupposti del modello sociale attuale: l’egocentrismo

Alla radice dell’attuale sistema, da est a ovest, dalla Piazza Rossa alla Baia di Manhattan, viene accettato un principio d’ordine che potremmo parafrasare così: “il mercato regge e dà forma alla convivenza civica”. Il problema – si badi bene – non è il mercato in sé e nemmeno la politica, che a fatica riesce a governare i fenomeni, in questione c’è la mentalità a cui tutti ci conformiamo e verso la quale molti si prostrano in adorazione. È la mentalità su cui si regge il patto segreto tra libertà e uguaglianza, le figlie illegittime dell’illuminismo e della rivoluzione francese.

Quando nella storia si esaurì la parabola di entrambi i movimenti, rimasero i due grandi ideali della libertà e dell’uguaglianza a fronteggiarsi nel panorama delle ideologie e delle economie di mercato. Queste hanno prodotto due imperi, quello capitalista e quello comunista, mentre la violenza e le guerre contribuirono ad alimentare, ieri come oggi, le crisi che ne scaturirono.

Nel frattempo era maturato il patto tra i concetti filosofici che giustificavano lo sviluppo dei due imperi: da una parte il mercato libero fondato sulle concezioni del pragmatismo anglosassone – che dell’utilitarismo ha fatto un must, tanto da arrivare a considerare giustizia e ingiustizia, moralità e immoralità, bontà e cattiveria come meri termini collettivi, indicatori convenzionali di un grado maggiore o minore di utilità collettiva; dall’altra parte l’organizzazione sociale fondata sull’idea di uguaglianza, un’astrazione del concetto di pari dignità tanto assolutizzata da giungere a negare la realtà nelle sue caratterizzazioni e molteplici differenze. Entrambe le concezioni condividevano il medesimo fine: la soddisfazione dei bisogni materiali dell’individuo, seppur da perseguirsi con modalità differenti.

Per dare un fondamento a questa antropologia è stato legittimato acriticamente il principio filosofico contenuto negli scritti giovanili di Marx, che aveva proposto un nuovo paradigma rispetto a quello dell’umanesimo: l’uomo si fa con il lavoro. Si tratta di un principio di autodeterminazione del sé che mina alla radice il riconoscimento della preziosità del dono. Accogliendo questa premessa maggiore, a poco a poco si sono polverizzati il valore dei beni spirituali (confinati nelle sacrestie o in circoli alternativi) e dei beni relazionali (dalla famiglia ai patti sociali tra generazioni e istituzioni), il valore della vita (dai genocidi all’aborto) e delle differenze (di genere, culturali, etniche), perché furono esclusi da quel paradigma.

Se l’uomo di Marx si costruisce con il suo lavoro – assoggettando sé e gli altri alla logica produttiva –, il self made man di oggi non conosce più la logica della condivisione e del dono, ma solo quella del valore aggiunto: vali per quanto valore riesci ad aggiungere alla società di mercato (in termini materiali - es. produttività – e immateriali – es. consensi –, ma anche in termini relazionali – es. capitale sessuale – e intellettuali – es. premi Nobel); oppure, vali per quanto diritto ti è riconosciuto al godimento di risorse e beni.

Così oggi facciamo i conti con un sodalizio, impossibile da riformulare all’interno del sistema di riferimento. Le intelligenze e le coscienze, le volontà e le libertà sono divenute ostaggio del modello basato sulla ego-nomia, dove l’ego, esaltato e messo al centro, può essere individuale, aziendale o statale. Ne deriva un’alternativa, anzi un tradimento dell’oiko-nomia (l’ordinamento della vita della casa, della famiglia) e dell’oiko-loghia (il discorso sulla casa comune).

Tuttavia una via d’uscita c’è. È possibile uscirne abbracciando un “punto di vista capovolto”, per un salto al sistema esplicativo e regolativo della realtà superiore a quello attuale, come è avvenuto con Copernico nel passaggio dal geocentrismo all’eliocentrismo: dall’egocentrismo all’allocentrismo.

  1. La proposta della Fratelli tutti: una svolta copernicana

L’enciclica nasce da una preghiera al Creatore che sgorga dal cuore del Papa:

Signore e Padre dell’umanità, infondi nei nostri cuori uno spirito di fratelli. Nella Fratelli tutti il Papa desidera “far rinascere un’ispirazione mondiale alla fraternità” (FT 6), perché considera la fraternità come uno dei “segni dei tempi” messi in luce dal Concilio Vaticano II.

D’altra parte è difficile immaginare un futuro senza fraternità. Credo che sia ormai chiaro a tutti che il mondo non ha futuro se non si sviluppa un ordine sociale, economico e politico fondato sulla fraternità. Si tratta di una scelta da “dentro o fuori”: o gli altri sono fratelli o sono avversari, non c’è più una terra di mezzo.

Per questo, dalla solitudine dell’io l’Enciclica è un appello a costruire un “noi sociale”. Francesco non si stanca di richiamare il cambiamento antropologico che ha inciso nei legami sociali: «“La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. Aumentano piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori» (FT, n. 12).

Per costruire una “fraternità aperta” il Papa chiede di tenere fisso il nostro sguardo sulla figura di San Francesco che – scrive – «invita a un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» (FT, n. 1) e «dappertutto seminò pace e camminò accanto ai poveri, agli abbandonati, ai malati, agli scartati, agli ultimi» (FT, n. 2).

Papa Francesco è convinto che “investire” sulla fraternità aiuti a ritrovare il senso della libertà e dell’uguaglianza: «La fraternità - scrive - ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza» (FT, n. 103). Il paradigma illuministico ha infatti esasperato le libertà, privatizzato l’uguaglianza rendendola l’oggetto dell’azione filantropica, ma ha svuotato la fraternità nel suo significato.

Sappiamo bene che, quando la Repubblica francese si costituì, il suo programma fu sviluppato sul trinomio maturato nei club parigini durante la rivoluzione francese: libertè, égalité, fraternité. È rilevante il fatto che la fraternità fosse già allora considerato uno dei principi fondamentali attorno ai quali orientarsi per superare la crisi sociale.

A mio avviso, la fraternità era posta come coronamento di un climax interno al trinomio: accanto alla libertà, per lo più inerente all’individuo, c’era l’uguaglianza, per lo più consequenziale ad un confronto dell’individuo con i suoi simili relativamente al proprio stato sociale, al fine di raggiungere la fraternità, evidentemente sbilanciata sulla relazione.

È noto, la fraternità, del trinomio, è stato il valore maggiormente disatteso dai rivoluzionari, ma è innegabile che fosse idealmente desiderato.

  1. Perché fratelli tutti?

Innanzitutto, credo vi siano tre ordini di motivazioni esistenziali. La prima ragione poggia su un asse orizzontale: organizzare la società intorno al principio della fraternità risolverebbe la questione relazionale capitale – sono amato? – perché la sottrarrebbe al vulnus della competizione e la questione ineludibile dell’esercizio dell’asimmetria dei rapporti – chi obbedisce? – perché la emenderebbe dalla deriva narcisista.

La seconda ragione è metafisica: se gli altri non sono miei fratelli è posta in questione ontologicamente la mia origine – sono sbagliato, sono frutto del caso?

Vi è poi una ragione ancora più profonda, in qualche modo teologica: se non ho fratelli e sorelle, cioè se non esiste qualcuno che è alla pari con me e non è in rapporto con me per motivi di necessità o di interesse, la mia solitudine è irrisolvibile, non vi sarà possibilità di trascendenza (i rapporti restano nell’ordine della maternità/paternità e della sponsalità contrattuale).

In secondo luogo, vi è una motivazione eminentemente sociale, perché mentre restituisce umanità e dignità ai cittadini pone un argine alla ragione di Stato che, per difendere l’ideologia, talora sacrifica le persone ed esalta gli interessi delle nazioni.

L’esperienza delle Costituzioni democratiche in Paesi come l’Italia ci aiuta a capire come la fraternità è stata inclusa nei principi costituzionali.

Gli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana hanno alla base “una scelta di fraternità” tra culture diverse. Allo stesso modo molte riforme sociali sono state approvate facendo la stessa scelta. Qui mi limito a ricordare la riforma del sistema sanitario italiano realizzato grazie a testimoni come Tina Anselmi, la prima donna ministro della Salute, quando nel 1978 si è battuta per permettere a tutti di curarsi.

Purtroppo, la fraternità non si acquisisce “per sempre”, può regredire e sotto le sue ceneri le generazioni rischiano di dimenticare il male dei lager e degli eccidi, la resistenza e la fede nella dignità umana, le conquiste sociali e la scelta di un’Europa dei popoli antidoto ai nazionalismi.

Il 2021 si è chiuso con un dato che desta preoccupazione: il 70% della popolazione del pianeta vive sotto regimi autoritari. Secondo l’Istituto V-dem di Gothenburg in Svezia, le democrazie liberali in dieci anni sono passate da 41 Paesi nel 2010 a 32 nel 2020 e rappresentano solamente il 14% della popolazione mondiale.

  1. Fraternità come esperienza sociale

Riconoscersi “fratelli tutti” significa anzitutto riscoprire ciò che si rischia di dimenticare. Lo ricorda l’etimologia della parola “fraternità” che rimanda al “nascere accanto a un altro”.

Occorre però saper discernere tra la “fraternità”, che è universale e riguarda “tutti”, dalla “fratellanza” che è particolare e riguarda i vincoli di sangue o etnici oppure rimanda all’appartenere a una squadra o a una Nazione. Certo la fratellanza è inclusa nella fraternità ma non la esaurisce, anzi rischia di escludere il diverso quando non si riconosce Dio come padre e creatore. Con una sorta di slogan potremmo dire che occorre partire dalla fratellanza per arrivare alla fraternità.

È il paradigma alternativo al gesto di Caino contro Abele nel libro della Genesi. In quel gesto la violenza è diretta contro chi ha il proprio sangue non contro il diverso e lo straniero. Ne facciamo esperienza tutti, la gelosia dei rapporti tra fratelli nasce dalle eredità da dividere, dai privilegi accumulati, dalla solidarietà negata, dalle storie non riconciliate e dagli interessi del più forte. Quando poi la gelosia innerva le culture sociali allora “l’altro” diventa un pericolo e un nemico da sopprimere.

Mi preme ripeterlo: la fraternità non si dà biologicamente, va costruita socialmente e culturalmente attraverso un processo che coinvolge la memoria e la ragione, il cuore e gli affetti, i sogni e i progetti, i desideri di pace e di giustizia, le ricomposizioni dei conflitti e la mediazione durante le guerre. Si può costruire la fraternità se si mettono in campo beni relazionali come la fiducia e il dialogo, la mediazione e la partecipazione, l’accoglienza e la stima.

Sembra un paradosso ma nell’enciclica non si trova una definizione teorica di “fraternità”; essa è anzitutto un appello alla coscienza dell’umanità: mentre il mondo sembra avere smarrito la méta ed erige muri (FT. nn. 9-55), Francesco invita ad abbandonare il modo di vivere da consumatore, da spettatore o da socio, in cui i legami sociali si fondano esclusivamente sugli interessi (FT. n. 102).

La chiave ermeneutica del testo rimane il “ritorno alla compassione”, descritta nella parabola del Samaritano al capitolo 10 del Vangelo di Luca.

Il samaritano è disprezzato dalla cultura giudaica ma definisce l’identità del prossimo nella vita sociale: egli «non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi», scrive il Papa. La fraternità va oltre le culture e le appartenenze.

Il superuomo lascia spazio all’«uomo mite», quello che assume il limite e la fragilità, una comunità nasce «da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune» (FT, n. 67).

Così il risvolto sociale dell’Enciclica che mi avete chiesto di approfondire è semplice e allo stesso tempo complesso. È rispondere ai bisogni delle persone ferite lasciate sul ciglio della strada. L’esperienza del samaritano è quella dell’uomo che diventa «politico» per gli altri e il fine della politica è rispondere ai bisogni di coloro che amministra. Al punto che l’evangelista Luca descrive colui che si fa prossimo nello spazio pubblico attraverso dieci verbi: «lo vide», «si mosse a pietà», «si avvicinò», «scese», «versò», «fasciò», «caricò», «lo portò», «si prese cura», «pagò»; fino all’undicesimo verbo: «Al mio ritorno salderò».

Questo movimento di ek-stasi, di uscita da sé per andare verso l’altro, è la premessa della fraternità che Umberto Eco aveva descritto così: «La dimensione etica inizia quando entra in scena l’altro. Ogni legge, morale o giuridica che sia, regola sempre dei rapporti interpersonali, compresi quelli con un altro che la impone [...]. Non si tratta di una vaga propensione sentimentale, bensì di una condizione fondante la fraternità» (U. ECO, Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997, 85).

  1. La declinazione della fraternità attraverso tre macro-temi sociali

5.1 Il dialogo sociale

Emerge una novità dal testo di Francesco, il dialogo è inteso come “metodo” e non solamente come dimensione antropologica: «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media» (FT, n. 199).

Un metodo che si definisce a partire da alcuni verbi: «Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare» (FT, n. 198).

In fin dei conti si tratta di tornare a pensare la persona umana cooperante per natura, perché ogni uomo è amico dell’altro uomo (homo homini natura amicus), secondo la linea di pensiero aristotelico e, in generale, dei filosofi antichi e medievali. A cominciare dal Parlamento italiano, dovrebbe essere abbandonato il pregiudizio filosofico che ogni uomo è un lupo per l’altro uomo (homo homini lupus). Il filosofo inglese Thomas Hobbes considerava la persona umana come un essere malvagio, incapace di cooperare volontariamente, se non per un principio di convenienza. Solo grazie a un “contratto sociale” le persone smettono di farsi guerra per convivere. Non è vero.

Papa Francesco ribadisce invece che «siamo fatti per l’amore» (FT n. 88). Certo, la condizione è quella di un ambiente nel quale l’animo umano cresca realizzando naturalmente azioni e relazionali positive. Il contesto culturale nel quale le persone vengono educate può, infatti, trasformare l’animo umano in un lupo famelico pronto a vedere nel “tu” il nemico da abbattere. Per questo motivo, il tema educativo è la pietra angolare che può consentire di costruire un’esperienza sociale ed un’economia intorno al principio di fraternità. E questo è un tema eminentemente politico, che spero possa essere preso in seria considerazione. È l’investimento più importante che una comunità matura e consapevole può realizzare. Parlando dei valori della solidarietà la Chiesa richiama la responsabilità della famiglia, della scuola e delle istituzioni culturali come ambiti privilegiati nei quali innestare processi educativi e formativi con i giovani.

Il dialogo come metodo nutre la “laicità positiva”. Nella Fratelli tutti, si trovano vari affondi che potrebbero essere utili anche a coloro che sono chiamati a rappresentare e governare il Paese.

Ad esempio, Francesco invita i governanti a “sopportare il conflitto”, che può essere considerato fisiologico, non patologico, in ogni esperienza di convivenza umana, per trasformarlo in un nuovo processo. Costruire “unità” non significa favorire l’omologazione o minimizzare le differenze, è sapere trasformare le conflittualità per costruire un bene maggiore che la Chiesa chiama da sempre “bene comune”.

Ancora, secondo Francesco dialogare può portare alla riconciliazione solo quando non omette la ricerca della verità: «Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. [...] Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci “diminuisce” come persone» (FT, n. 227). L’unico limite per la Chiesa rimane il rifiuto di ogni forma di vendetta.

Per la Chiesa dialogo e perdono, riconoscimento della colpa e verità sono interconnessi: «Perdonare non vuol dire permettere che continuino a calpestare la dignità propria e altrui, o lasciare che un criminale continui a delinquere. Chi patisce ingiustizia deve difendere con forza i diritti suoi e della sua famiglia, proprio perché deve custodire la dignità che gli è stata data, una dignità che Dio ama» (FT, n. 241).

Il dialogo include il perdono, esige la giustizia e anche la purificazione della memoria sociale: «Il perdono non implica il dimenticare» (FT, n. 250), ma rinunciare «ad essere dominati dalla stessa forza distruttiva» (FT, n. 251) di cui si sono patite le conseguenze. Infatti «la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente» (FT, n. 244).

5.2 Il lavoro umano

Il Papa lo dice a chiare lettere: «Il grande tema è il lavoro» (FT, n. 162). Il lavoro nell’Enciclica è una parola promessa. A volte tradita. Spesso mal vissuta. Per questo occorre porci alcune fondamentali domande: Cos’è il lavoro oggi? Che cosa può accadere a una società democratica quando diventa imbarazzante augurare ai giovani «buon lavoro»? Per quali motivi chi lavora è spesso insoddisfatto?

Sembra una provocazione, eppure la nostra Repubblica «è fondata sul lavoro» (art. 1), affermazione da cui discendono diritti e doveri per contribuire al progresso «materiale e spirituale della società».

Occorre intendere bene il principio costituzionale.

Credo che i padri costituenti sottoscriverebbero le parole di Papa Francesco: «Non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro. In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo» (FT, n. 162).

Infatti, la persona si costruisce e cresce (anche) spiritualmente mentre lavora perché il lavoro va inteso come un «atto creatore». E anche questo aspetto è garanzia di fraternità. Ma, al contempo, la fraternità è garanzia per il lavoro: per la Chiesa uno degli obiettivi sociali da perseguire non è in primo luogo il “reddito per tutti”, ma il “lavoro per tutti”, per garantire la dignità di tutti.

Il rapporto tra la fraternità e il lavoro ci aiuta a rispondere a uno scenario in continua evoluzione. I principali dati sono noti a molti: il 65% dei lavori che faranno i nostri nipoti non esistono ancora, sono 250 mila gli italiani emigrati all’estero per lavoro, mentre per ogni 4 lavoratori italiani ci sono 3 pensionati. Se da una parte abbiamo il 40% di disoccupazione giovanile, dall’altra parte più di 200 mila persone non hanno potuto essere assunte per mancanza di sufficienti competenze.

Un Paese così invecchiato ha bisogno di una visione larga, che, ad esempio, non consideri più di serie B la cooperazione, le attività di assistenza e servizio, o il volontariato – è anacronistico in tal senso parlare ancora di terzo settore – e valorizzi il lavoro di quelle donne e di quegli uomini che scelgono la cura della casa e dei figli come principale attività – non si possono chiamare casalinghe o casalinghi quasi a sminuirne l’impegno lavorativo e sociale. Occorre assumere la visione della fraternità quale obiettivo e quale fondamento della società, per offrire campo aperto e sostegno all’ingegno e alla intraprendenza e restituire così la speranza ai giovani, affinché possano immaginare un futuro per sé e per i loro figli.

La politica ha la responsabilità di tracciare percorsi che riconvertano quei lavori che umiliano chi li compie e che promuovano l’imprenditorialità dei cittadini, sia in campo pubblico che privato. E i sindacati, nell’ottica della fraternità, non sono gli oppositori dei dirigenti, ma loro collaboratori alla ricerca del bene comune.

5.3 La giustizia oltre la vendetta

Un ultimo “risvolto sociale” che metto in evidenza dei contenuti dell’Enciclica è il significato di giustizia. Il titolo del capitolo - “Percorsi di un nuovo incontro” - ci aiuta a capire la direzione in cui la Chiesa si sta dirigendo. Il fine della giustizia è la ricostruzione dell’amicizia sociale infranta da atti commessi contro la legge. Per Papa Francesco solo l’«amore della giustizia» (FT n. 252) ci permette di ricostruire i legami spezzati a partire dal dolore di «ogni vittima innocente» (FT n. 253).

Il limite dell’odierna esperienza sociale legata alla giustizia è sotto gli occhi di tutti.

Richiamo tre dati che mostrano il limite anzidetto:

  • Anzitutto le sentenze non bastano perché non riducono il conflitto tra le parti e le tensioni sociali che le generano.
  • Inoltre il tasso di recidiva di chi ritorna a compiere un reato, pari a circa il 63 % dei detenuti, indica che il sistema fa fatica a riabilitare.
  • Infine nello schema della retribuzione le vittime rimangono le grandi dimenticate dall’ordinamento.

L’Enciclica ribadisce alcuni principi di giustizia che nascono dalla cultura biblica. Anzitutto è ricordato il principio di non farsi giustizia da soli, le pene sono stabilite dalle autorità competenti per coloro che fanno il male (cfr Rm 13,4; 1 Pt 2,14).

La Chiesa non ammette condanne extragiudiziali ed extralegali (FT, n. 267). Le pene devono essere «proporzionate alla gravità dei delitti» (FT, n. 250) per garantire al potere giudiziario «l’indipendenza necessaria nell’ambito della legge» (FT, n. 251).

L’Enciclica ci chiede di prendere posizione. Ribadisce il no alla pena di morte, il no alla corsa agli armamenti, il no all’ergastolo come una «pena di morte nascosta» (n. 268), il no alla giustificazione della guerra come “giusta” e poi come forma di giustizia fa l’appello al negoziato perché «la guerra mondiale a pezzi» (FT n. 259), non è «strumento di giustizia».

Ma c’è di più. L’Enciclica pone al centro l’incontro della vittima con il reo, che è chiamato a ripristinare l’oggetto o la relazione spezzata.

Servono mediatori penali e civili e una società che non consideri le carceri come delle discariche sociali, per utilizzare l’immagine di Bauman: «La giustizia la si ricerca in modo adeguato solo per amore della giustizia stessa, per rispetto delle vittime, per prevenire nuovi crimini e in ordine a tutelare il bene comune, non come un presunto sfogo della propria ira. Il perdono è proprio quello che permette di cercare la giustizia senza cadere nel circolo vizioso della vendetta né nell’ingiustizia di dimenticare» (FT, n.252).

In tale prospettiva, fraterna, il carcere deve essere chiaramente concepito come la soglia attraverso la quale è possibile integrare e recuperare. Don Bosco, alla domanda postagli da Francesco Crispi su come riformare le carceri, rispose: «Permettete ai cittadini di entrare nel carcere, tanti cittadini quanti sono i detenuti, senza paura».

Le carceri rimangono una questione sociale e l’idea di giustizia può essere nutrita dalla fraternità oppure dall’istinto di vendetta.

La strada da percorrere, in cui coinvolgere la scuola, le famiglie, le associazioni, le comunità ecclesiali, insomma la società civile, è quella che porta a pratiche condivise di giustizia riparativa. È forse il risvolto più grande che ci viene chiesto dall’Enciclica, capovolgere il significato della giustizia. In molte parti del mondo il modello della riparazione funziona, in Italia è applicato nel diritto penale minorile. Inoltre lo dimostrano numerose esperienze internazionali come quelle del Nord Europa, di alcuni Stati dell’America e nel Sud Africa con le Commissioni della conciliazione dopo l’Apartheid.

  1. Il nostro impegno sociale:
    La fondazione Fratelli tutti

L’8 dicembre scorso Papa Francesco ha fatto nascere la fondazione Fratelli tutti per promuovere la fraternità e l’amicizia sociale. La Fondazione che nasce dalla Basilica di San Pietro attraverso la forza simbolica dell’abbraccio al mondo espressa dal colonnato del Bernini la Fondazione si pone “sulla soglia”, tra la Basilica di San Pietro e la città.

Cureremo il rapporto tra l’arte e la fede per aiutare i visitatori a vivere un’esperienza spirituale e cogliere il senso delle varie dimensioni della bellezza.

Investiremo nel campo della formazione per costruire una comunità intorno a San Pietro attraverso seminari, lezioni, eventi, esperienze, percorsi.

Vogliamo poi investire sul dialogo con le culture, le altre confessioni cristiane e le altre religioni sui temi delle ultime encicliche del Pontefice, per costruire «alleanza sociale».

Stiamo progettando di organizzare un Festival della Fraternità.

Il Nuovo Umanesimo ha bisogno di riscrivere la “grammatica dell’umano” che ci faccia ri-conoscere anche quando non ci conosciamo di persona. A questo progetto siete tutti invitati a partecipare attivamente.

*****

Vorrei chiudere questo mio intervento offrendovi un’ultima citazione dell’enciclica che ci aiuta a guardare lontano e a concentrarsi sull’essenziale. Il Papa ci invita a riflettere sullo scorrere del tempo, a fare un bilancio della propria vita e a spenderla su ciò che vale «perché, dopo alcuni anni, riflettendo sul proprio passato, la domanda non sarà: “Quanti mi hanno approvato, quanti mi hanno votato, quanti hanno avuto un’immagine positiva di me?”. Le domande, forse dolorose, saranno: “Quanto amore ho messo nel mio lavoro? In che cosa ho fatto progredire il popolo? Che impronta ho lasciato nella vita della società? Quali legami reali ho costruito? Quali forze positive ho liberato? Quanta pace sociale ho seminato? Che cosa ho prodotto nel posto che mi è stato affidato?» (FT 197).

Il percorso che abbiamo fatto insieme ci aiuta a scommettere sulla fraternità e l’amicizia anche come Paese debitori delle generazioni che ci hanno preceduti. La storia lo insegna, «Ci sono persone che lo fanno e diventano stelle in mezzo all’oscurità» (FT, n. 222).

È il mio augurio: che ciascuno possa divenire una stella in mezzo all’oscurità.

Ancora grazie a tutti per la vostra attenzione.

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