LE IMPRENDITRICI TRA AUTONOMIA E DIPENDENZA ECONOMICA

Print Friendly, PDF & Email

LE IMPRENDITRICI TRA AUTONOMIA E DIPENDENZA ECONOMICA

Tiziana Lang - Ricercatrice INAPP, esperta di politiche del mercato del lavoro

Parole chiave: impresa femminile, lavoro autonomo, dipendenza, autoimprenditorialità, microimpresa, fondi europei, network, agevolazioni, InvestEU, politiche di Coesione

The present paper describes the latest developments in relation to forms of support and financial instruments and facilities offered to women wishing to become entrepreneurs. The persistence of gender stereotypes against female self-employe and entrepreneurs holds back women’s full participation in economic growth and development, even though women’s enterprises are largely carriers of approaches sensitive to environmental and social sustainability.

Several recommendations for policies that effectively support women entrepreneurs are indicated.

  1. Le imprenditrici e lavoratrici autonome: tra libertà e dipendenza.

Il lavoro autonomo offre alle donne l’opportunità di autorealizzarsi e di trarre benefici diretti per la propria indipendenza economica. Tuttavia, proprio le lavoratrici autonome durante la pandemia sono state più esposte alla condizione di dipendenza economica, ossia al rischio di dipendere da pochi clienti, con poca o nessuna autonomia nella gestione della propria attività.

1.1 Lavoro autonomo e dipendenza economica.

In un recente rapporto di ricerca di Eurofound (2024)1 si richiama la dimensione di autorealizzazione individuale che il lavoro autonomo può offrire, grazie alla notevole autonomia e al controllo sul proprio lavoro nonché ai benefici diretti del guadagno personale (anche elevato). Il lavoro autonomo di tipo imprenditoriale, in particolare, spinge l’innovazione e stimola la creazione di nuovi posti di lavoro. Soprattutto nei territori dove le piccole imprese costituiscono la spina dorsale dell’economia, come l’Unione Europea, la spinta all’autoimprenditorialità e all’avvio di impresa dovrebbero essere incoraggiati dalle istituzioni con adeguati programmi e incentivi, sia allo start up sia per il rafforzamento e ampliamento delle attività. Nel medesimo rapporto, tuttavia, si evidenzia il fenomeno del lavoro autonomo non scelto liberamente e vincolato alla committenza di un unico soggetto, che finisce per condividere le caratteristiche del lavoro dipendente, perdendo i vantaggi dell’autonomia (libertà nei tempi e modalità di realizzazione della prestazione lavorativa), e non riuscendo al contempo a godere delle tutele offerte dal diritto del lavoro e dalla sicurezza sociale ai dipendenti con rapporti di lavoro standard (a tempo indeterminato e determinato, full time). Questa tipologia di lavoro autonomo, ossia il lavoro autonomo economicamente dipendente, è spesso caratterizzata da un basso reddito e dall’insicurezza finanziaria.

In generale, la percentuale di lavoratori autonomi nell’Unione Europea non è aumentata dall’inizio di questo secolo e, anzi, tra il 2010 e il 2022 è diminuita di quasi due punti percentuali (dal 15,4% al 13,7%). Il calo è stato più pronunciato tra gli uomini, con una riduzione complessiva di 2,5 punti percentuali rispetto a 0,8 punti percentuali tra le donne. Se si considerano poi, i lavoratori autonomi con dipendenti, ossia gli imprenditori, si osserva una diminuzione costante tra il 2010 e il 2020 (circa mezzo punto percentuale, dal 4,7 al 4,1%). Anche in questo caso la riduzione maggiore si è verificata tra gli uomini, poiché la percentuale di donne lavoratrici autonome con dipendenti è rimasta stabile per tutto il periodo (circa il 2,6%) (Fig.1).

Secondo i dati dell’indagine europea sulle condizioni di lavoro, condotta da Eurofound, nel 2021 i lavoratori autonomi con dipendenti, ossia gli imprenditori e professionisti con dipendenti, erano pari al 4,4% del totale della forza lavoro, di questi il 2,9% erano donne contro il 5,7% degli uomini. L’otto% erano invece lavoratori autonomi senza dipendenti, dei quali il 6,8% donne e il 9,1% uomini. L’1,3% della forza lavoro complessiva era costituita da lavoratori autonomi economicamente dipendenti, rispettivamente 1,1% uomini e 1,4% donne (v. figura 2). Per contro i dati Eurostat sulle forze di lavoro nell’UE del 2022 riportano una quota di lavoratori autonomi economicamente dipendenti molto più elevata (4%), ma in questa indagine i lavoratori autonomi economicamente dipendenti sono indicati come coloro che, senza dipendenti, negli ultimi 12 mesi hanno lavorato per un solo cliente o per un cliente dominante, ossia in dipendenza economica, che ha deciso il loro orario di lavoro (dipendenza organizzativa) (Fig. 2).

Tra le motivazioni che spingono le donne ad avviare un’attività in proprio (e imprenditoriale) spicca la difficoltà a trovare un lavoro dipendente di qualità che consenta di conciliare al meglio l’attività professionale con la vita privata. Come indicato nel recente rapporto di OCSE e Commissione Europea dedicato agli “imprenditori mancanti” (2023)2, persistono atteggiamenti sociali e culturali negativi riguardo alle donne che lavorano, ancor più se lavoratrici autonome o imprenditrici, nonché ostacoli istituzionali e pregiudizi dei mercati finanziari che ostacolano l’accesso ai finanziamenti e incentivi per l’avvio di impresa e autoimpiego. Eppure, sempre secondo gli esperti dell’OCSE, se le donne di età compresa tra i 30 e i 49 anni partecipassero all’avvio di un’attività imprenditoriale allo stesso ritmo dei loro coetanei uomini, nell’UE ci sarebbero 5,5 milioni di donne imprenditrici in più. Le donne, infatti, rappresentano circa il 73% del totale degli imprenditori mancanti nel territorio dell’Unione. Il costo sociale ed economico dell’assenza di queste imprenditrici per le economie nazionali può essere considerevole3.

In un’indagine su larga scala condotta in Germania (2021), le donne lavoratrici autonome durante la pandemia hanno avuto il 30% di probabilità in più di subire una perdita di introiti rispetto alle controparti maschili4, ciò in quanto le donne che svolgono un’attività autonoma senza dipendenti (quindi che non sono imprenditrici o professioniste con dipendenti), hanno mostrato di avere maggiori probabilità di essere in condizione di dipendenza economica rispetto ai loro colleghi uomini (rispettivamente il 13% e il 7%), perché dipendenti da pochi clienti, con poca o nessuna autonomia nella gestione della propria attività. Tale condizione, sembrerebbe essere confermata da uno studio spagnolo secondo cui, la percentuale di donne lavoratrici autonome che contribuiscono al tasso minimo è maggiore di quella degli uomini lavoratori autonomi (59,2% rispetto al 48,8%), proprio a causa dei profitti più bassi. Un’ultima informazione, non meno rilevante per il contesto qui preso in esame, ci viene da Landour e Mias (2022) che, nel disegnare le traiettorie occupazionali e le condizioni di lavoro degli autoimprenditori francesi, rilevano come a tre anni dalla creazione dell’impresa il 90% dei microimprenditori guadagni meno del salario minimo legale. Il documento analizza, inoltre, in che misura la creazione di una microimpresa - e il lavoro autonomo, spesso condotto in condizioni di dipendenza dal cliente - peggiori le condizioni di vita e di lavoro degli auto-imprenditori, giungendo alla conclusione che tale peggioramento non si verifica quando altre fonti di reddito familiare intervengono a mitigare gli aspetti precari dello status di lavoratore autonomo complessivo. In altri termini, la sussistenza delle neo-microimprese e attività autonome dipende fortemente dalla presenza in famiglia di una pensione di anzianità, dallo stipendio del coniuge o dal patrimonio personale.

Resta, infine, da evidenziare che nell’UE durante la pandemia il sostegno al lavoro autonomo, pur presente, è stato concesso in un secondo momento rispetto ai lavoratori dipendenti, in misura inferiore, per un periodo di tempo più breve e solo dopo aver superato maggiori ostacoli in termini di criteri di ammissibilità (ad es. dimostrazione del mancato o ridotto reddito rispetto a quanto dichiarato fiscalmente nell’annualità precedente). Senza dimenticare, che l’aumento della povertà dei lavoratori autonomi è stato spesso causato dalla forte concentrazione di lavoratori autonomi e microimprenditori in alcuni dei settori più colpiti dalla pandemia (turismo, servizi alla persona, accoglienza, ecc.).

1.2 I numeri delle imprenditrici in Italia.

Le donne lavoratrici autonome rappresentano il 27,7% del totale dei lavoratori indipendenti in Italia, una quota decisamente inferiore rispetto alla percentuale di donne occupate sul totale degli occupati (42,2%). A dicembre 2023, il divario di genere nell’occupazione, seppur in calo rispetto al 2022, era ancora superiore al 18,0%. Come noto, il tasso di occupazione femminile risente fortemente del titolo di studio, della distribuzione territoriale e dalla presenza o meno di figli, laddove le donne madri con basso titolo di studio e residenti nelle regioni del Sud risultano meno attive sul mercato del lavoro rispetto alle donne single con titoli di studio più elevati e residenti nel Nord Italia. Eppure, rispetto alle altre donne europee le donne italiane dimostrano una maggiore propensione all’imprenditorialità, con circa 1,4 milioni di lavoratrici indipendenti, seguite dalle donne francesi (1,2 milioni), tedesche (1,1) e dalle spagnole (1 milione).

Per quanto riguarda la proprietà delle imprese italiane, nel 2021 meno di un terzo di coloro che possiedono una parte o la totalità delle azioni di un’impresa (escluso le microimprese senza dipendenti) sono donne. Le donne, inoltre, detengono in genere quote minori dell’impresa: in media ogni azionista donna detiene il 33% delle azioni dell’impresa, contro il 39% degli uomini. Solo il 27% del totale delle imprese è “impresa femminile” nel senso stretto del termine, ossia dove le donne possiedono almeno il 50% dell’azienda. E questa quota è rimasta stabile dal 2010. Le imprese femminili sono generalmente più piccole, rappresentano meno di un quinto delle imprese con più di 50 dipendenti e si concentrano in alcuni settori dei servizi, in particolare la sanità e l’istruzione e i servizi di alloggio e ristorazione, che hanno livelli di produttività (ricavi per lavoratore) più bassi. Questi stessi settori sono stati tra i più colpiti dalla crisi pandemica, causando una riduzione del lavoro indipendente femminile di 7,8 punti percentuali tra la fine del 2019 e settembre 2021, superiore a quella degli uomini lavoratori indipendenti (-6,1%). Secondo, l’ultimo rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile (2022)5, le imprese gestite da donne nel 2021 sono 1.342.000, in larghissima parte microimprese (96,7%) o piccole imprese (3,1%). Solo lo 0,3% delle imprese di donne sono di dimensioni medio-grandi. Le ditte individuali rappresentano il 61,7% delle imprese femminili, seguite dalle società di capitali, di persone e altre forme giuridiche, nell’ordine 24,3%, 11,1% 2,9%. Le imprese di giovani donne costituiscono l’11,3% del totale delle imprese femminili, simile percentuale è segnata dalle imprese femminili straniere (11,6%). Sono meno del 16,3% le imprese artigiane mentre le imprese cooperative guidate da donne rappresentano il 2,2% delle imprese femminili nazionali. Il 2021, secondo i ricercatori di Unioncamere, vede un nuovo approccio della “donna” all’impresa verso modelli aziendali più strutturati, con le società di capitali condotte da donne in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente arrivando a rappresentare oltre il 24,3% delle imprese femminili.

In questo scenario è da considerare come e con quali strumenti, finanziari e non, si può supportare l’imprenditoria femminile affinché possa effettivamente contribuire allo sviluppo economico del Paese. (Box 1)

  1. Strumenti e programmi a supporto dell’imprenditoria femminile

Nel paragrafo si riepilogano le caratteristiche dei programmi di supporto e accompagnamento che, in risposta alle raccomandazioni sia dell’OCSE sia della Commissione Europea, offrono servizi e misure eterogenei per la creazione d’impresa femminile. Dalla formazione delle competenze imprenditoriali al coaching e mentoring, dalla consulenza alla creazione di appositi strumenti finanziari per l’accesso al credito, fino alla costruzione di reti professionali e alla proposta di modelli di ruolo femminili e servizi per la conciliazione vita-lavoro.

2.1 I Fondi europei e nazionali per le imprese femminili

Le donne imprenditrici incontrano ancora oggi maggiori difficoltà nell’accesso ai finanziamenti per l’avvio di un’impresa rispetto agli uomini, a causa di una serie di questioni legate all’offerta (ad esempio, prodotti e servizi finanziari non adatti ai tipi di imprese condotte da donne, pregiudizi inconsci tra i finanziatori e gli investitori) e di fattori legati alla domanda (ad esempio, livelli più bassi di alfabetizzazione finanziaria). Le misure governative tradizionali a sostegno delle donne imprenditrici comprendono garanzie sui prestiti e sovvenzioni. L’uso di programmi di microfinanza è in crescita, tuttavia, la domanda di microfinanza rimane sostanzialmente insoddisfatta, soprattutto nell’Unione Europea e sono ancora carenti i servizi di qualità di tipo non finanziario.

Tra gli approcci politici emergenti segnalati dall’OCSE (2023) che facilitano l’accesso ai finanziamenti per le donne imprenditrici, in primo luogo, il fintech (letteralmente: tecnofinanza) quale valido strumento per colmare le possibili lacune finanziarie delle donne imprenditrici7. La fintech comprende i mercati finanziari come le piattaforme per la raccolta di fondi (crowdfunding), dove le donne imprenditrici hanno molto successo8, e le innovazioni (ad esempio i big data) che guidano le decisioni di investimento e di prestito. Inoltre, i vari governi stanno aumentando gli investimenti a sostegno delle donne imprenditrici più propense alla crescita di impresa mediante strumenti azionari e la creazione di reti di investitrici.

Come noto, al termine della programmazione 2014-2020, la Commissione Europea ha deciso di riunire tutti gli strumenti finanziari precedenti a gestione diretta dell’UE all’interno di un unico programma ombrello denominato “InvestEU” con l’obiettivo di rendere più semplice, efficiente e flessibile l’accesso ai finanziamenti e agli investimenti in imprese e progetti europei. Il programma fa leva su fondi pubblici e privati a sostegno della ripresa sostenibile dell’Europa e contribuisce a mobilitare gli investimenti privati per le principali priorità politiche dell’UE, come la transizione verde e digitale, l’innovazione, gli investimenti sociali e le competenze. Tra i piani sostenuti anche il REPowerEU, la risposta della Commissione alle perturbazioni del mercato energetico mondiale causate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. Il programma InvestEU è costituito da tre componenti: il Fondo InvestEU, l’InvestEU Advisory Hub e il Portale InvestEU. Il Fondo InvestEU è gestito mediante partner finanziari che investono in progetti beneficiando della protezione della garanzia di bilancio dell’UE. La garanzia di bilancio dell’UE, pari a 26,2 miliardi di euro, sostiene gli investimenti dei partner finanziari (ossia i “partner esecutivi”), aumentando la loro capacità di resistere ai rischi e consentendo di mobilitare almeno 372 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Questi tipi di finanziamento sono erogati tramite intermediari finanziari ovvero istituzioni

finanziarie locali. A titolo esemplificativo, il Comitato di investimento del Fondo InvestEU ha approvato l’utilizzo della garanzia del programma a giugno 2023 per una operazione quadro9 che mira ad affrontare la mancanza di accesso ai finanziamenti da parte delle microimprese e delle imprese sociali. Tutti i singoli progetti di impresa (sotto-progetti) dovranno essere attuati a beneficio dei segmenti più vulnerabili e non bancabili dell’ecosistema delle micro, piccole e medie imprese, e fortemente incentrati sulle priorità politiche chiave dell’UE, tra cui la microfinanza e l’imprenditoria sociale. L’operazione mira a coprire le garanzie con massimale che il FEI deve stipulare con gli intermediari finanziari (IMF) che sostengono i settori della microfinanza e dell’imprenditoria sociale nei singoli paesi membri dell’UE. Gli intermediari che sostengono l’asse della microfinanza forniranno microcrediti insieme a servizi di accompagnamento allo sviluppo del business, tra i quali consulenza individuale, formazione e tutoraggio, estesi a persone e microimprese che incontrano difficoltà nell’accesso al mercato del credito ai fini dell’attività professionale e d’impresa. L’area target delle competenze, dell’istruzione e della formazione è invece coperta da un’operazione quadro separata. Diversamente, i contributi dell’UE sono di solito gestiti indirettamente dalla Commissione attraverso i governi nazionali o regionali e sono finanziamenti a fondo perduto destinati alle start-up, agli imprenditori e imprenditrici con età inferiore ai 35 anni, alle imprese che operano in territori svantaggiati e che promuovono la nascita o la ristrutturazione di attività imprenditoriali e l’inserimento dei disoccupati.

Per quanto concerne i finanziamenti per le imprese femminili, in Italia a partire dal 2021 gli strumenti di supporto per la creazione e lo sviluppo di imprese femminili sono stati potenziati con misure di rafforzamento del sostegno al credito nonché forme dirette di supporto accompagnate ad azioni per promuovere la cultura d’impresa tra le donne, a valere sulle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza e della legge di bilancio per il 2021. Purtroppo, le risorse del Fondo impresa femminile, gestito da Invitalia SpA, sono andate esaurite in pochissimi giorni a giugno 2022, a fronte delle 8000 domande presentate in meno di una settimana, per un totale disponibile di 400 milioni di euro. Lo strumento, che ha l’obiettivo fondamentale della creazione e del rafforzamento d’impresa femminile, non è stato ad oggi rifinanziato.

Il Nucleo di valutazione e analisi della programmazione (Nuvap)10 ha pubblicato a ottobre 2023 un rapporto di valutazione dedicato all’efficacia delle misure per il sostegno all’autoimpiego e alla creazione di impresa finanziate con le politiche di Coesione che da più cicli di programmazione, agevolano l’avvio di attività di lavoro autonomo e la creazione di impresa con risorse comunitarie e nazionali soprattutto nelle regioni meno sviluppate (Mezzogiorno). Grazie alla continuità e intensità dell’impegno delle politiche di coesione, si afferma nel rapporto, è stato possibile accumulare una notevole esperienza nell’attuazione di misure e strumenti finanziari.

Nel ciclo di programmazione 2014-2020, la nascita e il consolidamento delle micro, piccole e medie imprese (MPMI) ha rappresentato uno dei risultati attesi dell’Accordo di partenariato, associato all’obiettivo tematico 3 (OT3) volto alla promozione della competitività delle PMI, il settore agricolo e il settore della pesca e dell’acquacoltura. Per l’importanza della dimensione finanziaria, l’ampiezza della platea dei destinatari, la pluralità dei settori d’impresa ammissibili e il significativo periodo di attuazione maturato, la misura Resto al Sud (finanziata dal Fondo Sviluppo e Coesione – FSC – per un valore di 1.250 milioni di euro), attiva dal 2018, è stata al centro della valutazione degli esperti del Nuvap. L’agevolazione, che ha lo scopo di sostenere la nascita e lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali e libero professionali nelle regioni del Mezzogiorno, nel tempo è stata estesa a un numero crescente di tipologie di beneficiari (per fasce di età) e a ulteriori territori (ad esempio il cratere sismico nel Centro Italia) e copre il 100% delle spese mediante contributi a fondo perduto e il finanziamento bancario garantito da una sezione dedicata del Fondo di Garanzia per le PMI, in regime de minimis. Nel quinquennio 2018-2022, nelle regioni del Mezzogiorno, le domande presentate da imprenditori e imprenditrici sono state 39.747 (nell’ultimo biennio 2021-2022, il numero di domande è pari a circa il doppio di quello del primo anno di operatività). Tra coloro che hanno richiesto il contributo predominano le persone disoccupate o inoccupate anche se, nel tempo, la quota di persone occupate è aumentata e quella dei disoccupati si è ridotta. Il 40% delle domande proviene da donne, il cui peso relativo aumenta in particolare nel 2022. Nelle tabelle 1 e 2 sono riportati i dati assoluti di domande presentate per numero di soci dell’impresa e per genere del titolare rappresentante. Le imprese individuali sono prevalenti sia per gli uomini che per le donne rappresentando il 66% delle domande presentate da uomini e il 71,7% del totale delle domande di imprese femminili.

(Tabelle 1 e 2)

La composizione per genere vede una minore presenza di titolari donne nelle attività libero professionali, dove la quota è del 29,7%. Rilevano anche i settori prescelti dalle donne per il fare impresa, ossia, la sostenibilità ambientale e la tutela dei territori (oltre il 70% delle richieste delle imprese femminili sono riferibili a questi settori) e la coerenza tra i percorsi individuali delle imprenditrici e le iniziative di impresa. Da segnalare, infine, che più della metà delle donne che richiedono di accedere all’agevolazione possiede un alto livello di formazione (laurea e oltre). Contrariamente a quanto auspicato dalla Commissione europea e dall’OCSE per gli strumenti finanziari che mirano all’inclusione e innovazione sociale, lo strumento non prevede riserve di genere né particolari forme di assistenza per le donne proponenti; anche se nei territori target, soprattutto quelli meridionali, il problema del gender gap nell’occupazione è tradizionalmente rilevante. Probabilmente, su questa scelta pesa il fatto che le differenze con le altre macroaree del Paese sono meno accentuate se si considerano l’imprenditorialità femminile e il lavoro autonomo. A riprova di ciò, secondo chi gestisce la misura il numero elevato di progetti presentati da donne, evidenzia come non ci sia un problema specifico di gender gap nell’attuazione della misura. Secondo i valutatori, tuttavia, la stessa generalità della misura la rende poco idonea a raggiungere categorie più fragili non prevedendo premialità specifiche per coloro che hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro (come le donne al Sud).

2.2 La valutazione dell’efficacia dei programmi in ottica di genere.

Nella valutazione di efficacia dei programmi per lo sviluppo delle microimprese femminili in contesti diversi dall’Unione europea, come gli Stati Uniti, si guarda alla loro capacità di migliorare l’autosufficienza psicologica ed economica delle donne attraverso l’avvio di impresa, l’aumento dei redditi, l’empowerment e l’uguaglianza di genere. Al contempo, l’appropriatezza dei programmi viene fatta riferire alla misura in cui il disegno dei programmi è sensibile al genere (gender sensitive) e riflette la situazione tipica delle donne, come le discriminazioni relative al capitale finanziario, sociale e umano e la segregazione di genere nel mercato del lavoro.

Le valutazioni tendono a dimostrare che i servizi non finanziari offerti in affiancamento al microcredito, ad esempio, sono efficaci ma spesso si fermano a un livello di base. Questi servizi non finanziari sono tipicamente più impattanti per le donne imprenditrici con lacune relativamente maggiori in termini di competenze di base e che, nella norma, non annoverano nelle loro reti professionisti specializzati. Le stesse pratiche commerciali delle istituzioni di microfinanza, che amministrano le risorse dei programmi a gestione diretta dell’UE come InvestEU, potrebbero spingersi oltre nell’utilizzo di strumenti digitali che possono migliorare l’efficienza dei processi aziendali interni. Ad esempio, l’introduzione della firma elettronica o “e-signature” da parte di Adie in Francia ha ridotto i tempi di elaborazione dei prestiti e accelerato l’erogazione dei fondi.

In relazione al capitale finanziario, pertanto, nel predisporre programmi di sostegno all’imprenditorialità femminile sarà necessario tenere conto della tendenza prevalente nelle donne a ricorrere al capitale individuale e ai prestiti personali, rispetto ai colleghi uomini che fanno maggiore affidamento sulle risorse finanziarie formali, come i prestiti bancari e il venture capital. Inoltre, è opportuno considerare che le donne imprenditrici hanno minori probabilità dei loro colleghi maschi, di avere esperienze manageriali, industriali e imprenditoriali pregresse. Questa mancanza di esperienza relega le microimprese femminili nei settori dei servizi e della vendita al dettaglio che hanno più alti tassi di fallimento e i minori tassi di profitto. Infine, le donne possiedono prevalentemente un capitale sociale fondato su relazioni intense fra i membri di network sociali chiusi (ad esempio le famiglie, i parenti e gli amici), mentre gli imprenditori maschi si poggiano su network più estesi, fatti di persone con differente età e, status socio-economico ed etnia, inseriti in contesti organizzativi più ampi.

Nella strutturazione di programmi agevolativi delle imprese femminili sarà opportuno, pertanto, porre maggiore attenzione ai fattori di conversione di tipo socio-ambientale anche per evitare la segregazione delle imprese femminili nei cosiddetti pink collar jobs che rafforzano la discriminazione di genere nel mercato del lavoro. (Box 2)

Conclusioni

Secondo l’OCSE, i governi dovrebbero continuare a utilizzare, potenziare e sviluppare ulteriormente la politiche per l’avvio e il rafforzamento dell’impresa femminile, quali le garanzie sui prestiti e la formazione per la preparazione degli investitori, al fine di annullare le barriere dei mercati finanziari nei confronti delle imprenditrici sia dal lato dell’offerta (ad esempio, la sottorappresentazione dei decisori femminili e l’inadeguatezza dei prodotti e dei servizi finanziari) sia dal lato della domanda (ad esempio, i bassi livelli di alfabetizzazione finanziaria). A tal fine, governi e pubbliche amministrazioni dovrebbero esplorare ulteriori approcci per migliorare l’accesso e aumentare l’offerta di finanziamenti disponibili per le donne imprenditrici, tra in quali la microfinanza e il fintech per garantire un’offerta sufficiente e rafforzare l’inclusione finanziaria. Sempre secondo OCSE è fondamentale aumentare l’offerta di finanziamenti rivolti alle donne imprenditrici ad alto potenziale (ad esempio, fondi dedicati con meccanismi di selezione competitivi) nonché offrire adeguati servizi non finanziari, come la formazione manageriale.

Come ci ricorda l’ultimo rapporto del Global Entrepreneurship Monitor (GEM, 2023)12 dedicato all’imprenditoria femminile “le donne imprenditrici non sono tutte uguali”. Pertanto, è opportuno che decisori e amministratori, come pure gli istituti di microfinanza (IMF), definiscano delle linee guida utili a individuare le imprenditrici ad alto potenziale e a combattere lo stereotipo corrente secondo cui tutte le donne imprenditrici sono povere, vulnerabili e svantaggiate. Al contempo è necessario tener conto che le donne che provengono da famiglie meno avvantaggiate, con livelli di istruzione più bassi e che si confrontano con la scarsità di posti di lavoro nei rispettivi territori, hanno maggiori probabilità di essere coinvolte nell’avvio di un’attività imprenditoriale rispetto a quelle che provengono da contesti più avvantaggiati (questi modelli sono particolarmente evidenti nelle economie emergenti).

Tra le raccomandazioni del GEM per avere programmi efficaci di sostegno alle donne imprenditrici vediamo: a) la realizzazione di un’attenta e approfondita analisi delle differenze di genere all’interno di settori e segmenti specifici per controllare l’inevitabile influenza delle differenze strutturali di genere nei tassi di attività imprenditoriale; b) il sostegno ai costi della digitalizzazione e l’accesso alla tecnologia da parte delle donne imprenditrici (la digitalizzazione comporta alcune sfide aggiuntive in termini di costi e di accesso per le piccole imprese, soprattutto nel divario digitale di genere e nelle implicazioni per i mercati delle economie emergenti e delle aree rurali); c) fornire sufficienti agevolazioni e incentivi a beneficio delle imprese guidate da donne che pongono le pratiche di sostenibilità al centro della loro strategia aziendale.

Ma soprattutto, serve che le istituzioni europee, nazionali e regionali insieme alle banche, istituti di microfinanza, servizi e reti di esperti per la consulenza e mentoring tengano conto delle motivazioni e aspirazioni specifiche delle donne imprenditrici.

Ultimo, ma non ultimo, una migliore raccolta di dati sull’accesso ai finanziamenti a debito e non a debito da parte delle donne imprenditrici è fondamentale per comprendere i persistenti divari di genere e per meglio adattare le politiche sopra indicate e il sostegno finanziario.

Box 1 - Lavoro autonomo e fertilità

Il lavoro autonomo, come visto nel precedente paragrafo, è spesso associato all’incertezza economica e all’instabilità del reddito. In questo senso, potrebbe essere correlato negativamente alla fertilità. Al contempo, tuttavia, proprio le caratteristiche del lavoro autonomo, ossia la flessibilità del posto di lavoro e un reddito potenziale più elevato, potrebbero influire positivamente sulla fertilità dei lavoratori autonomi e imprenditori. Come rilevato in un recente paper (2023)6 che utilizza i dati dell’Indagine sul reddito e la ricchezza delle famiglie della Banca d’Italia per il periodo 1995-2014, tutti i lavoratori autonomi e la maggior parte delle lavoratrici autonome mostrano tassi di fertilità più elevati rispetto a chi ha un lavoro dipendente. L’eterogeneità del lavoro autonomo gioca tuttavia un ruolo essenziale su questa maggiore spinta alla genitorialità; laddove, ad esempio, è presente il desiderio di passare il testimone alla nuova generazione da parte di imprenditori e imprenditrici e dei liberi professionisti e professioniste gli studi professionali oppure dove l’autonomia (economica e organizzativa) consente di meglio conciliare le esigenze di lavoro e di cura.

Un esempio interessante, in proposito, è fornito da una tendenza emergente, quella delle “Mumpreneurs” ossia le madri coinvolte in attività imprenditoriali. L’integrazione tra maternità e imprenditorialità consiste nel bilanciare lavoro e vita, nel senso di realizzazione e soddisfazione di sé, nell’aumentare il reddito, nel guadagnare rispetto sociale (pareggiando lo squilibrio di genere in famiglia e al di fuori) e nel diventare indipendente. Esse partecipano attivamente ai settori dell’imprenditoria “di genere”, domestica e relativa allo stile di vita (lifestyle). Ci sono tuttavia delle sfide che le mamme imprenditrici devono affrontare. Tra queste, l’avvio di imprese in mancanza di conoscenze adeguate, la limitatezza delle risorse, gli stereotipi, l’equilibrio tra vita e lavoro e le limitate opportunità di networking. Si torna, quindi, alla necessità di ottenere reali pari opportunità e un cambiamento nell’ambiente imprenditoriale, come pure, programmi più efficaci da parte delle istituzioni sociali e governative per sostenere al meglio le donne imprenditrici, affinché possano realmente contribuire all’economia e alla prosperità.

Box 2 - Enterprise Europe Network

La Commissione Europea mette a disposizione delle persone/imprese interessate a innovare e crescere su scala internazionale la rete Enterprise Europe Network11, la più grande rete di supporto al mondo per le piccole e medie imprese (PMI), costituita da esperti delle organizzazioni aderenti: camere di commercio e industria, organizzazioni di sviluppo regionale, università e istituti di ricerca, agenzie per l’innovazione. Le singole imprese non possono diventare membri della Rete, ma possono usufruire dei numerosi servizi offerti. Le squadre di esperti di EEN, presenti in ogni organizzazione, offrono servizi personalizzati alle imprese. Si tratta di persone con approfondita conoscenza dell’ambiente economico locale e hanno contatti per opportunità commerciali in tutto il mondo. La rete Enterprise Europe Network può anche offrire un approccio mirato al singolo settore di attività dell’impresa (dalla sanità, all’agroalimentare, all’energia intelligente, alla moda e al tessile). Inoltre, EEN sostiene le aziende nel miglioramento della propria resilienza e sostiene le PMI nella transizione verso modelli di business più sostenibili e digitali. Attiva dal 2008, ha sostenuto 2,9 milioni di PMI a innovare e crescere a livello internazionale. Dal 2021 a oggi più di 2 milioni di PMI si sono allineate alla crescita internazionale grazie alla formazione e alle informazioni offerte da EEN; 280 mila piccole e medie imprese hanno realizzato 785mila rapporti d’affari in occasione degli eventi di networking della Rete, 475mila PMI si sono avvalse della consulenza d’impresa degli esperti della rete EEN e 20mila PMI sono avanzate nell’innovazione sul mercato sotto la guida degli esperti di EEN.

Bibliografia essenziale

Bertrand, M., C. Goldin, and L. F. Katz, Dynamics of the gender gap for young professionals in the financial and corporate sectors, American economic journal: applied economics, 2 (3), pp. 228–55, 2010.

Billari, F. C., B. Ozcan, C. Rondinelli, Self-Employment, Entrepreneurship, Gender and Fertility. Working Papers, Banca d’Italia, 2023 (in uscita).

Caliendo, M., Graeber, D., Kritikos, A. and Seebauer, J. (2022), ‘Pandemic depression: COVID-19 and the mental health of the self-employed’, Entrepreneurship Theory and Practice, Vol. 47, No. 3, pp. 788–830.

Carta F., De Philippis M., Rizzica L., Viviano E., Women, labour markets and economic growth, Banca d’Italia, Roma, 2023.

GEM, 2022/23 Women’s Entrepreneurship Report: Challenging Bias and Stereotypes, Global Entrepreneurship Monitor, London, 2023.

GEM (2023), 2022/2023 Global Entrepreneurship Monitor (GEM) Global Report: Adapting to a “New Normal”, London, 2023.

Lang, T., I numeri della parità di genere e qualche proposta di policy, in Microfinanza anno VIII, n. 31, 2020.

Lang, T., Donne e impresa corsa a ostacoli o specie protetta, in Microfinanza anno VII, n. 26, 2019

Nel P., Maritz A., Thongpravati O., Motherhood and entrepreneurship: The Mumpreneur phenomenon, in International Journal of Organizational Innovation, vol. 3, pp. 6-34, 2010.

OECD/European Commission, The Missing Entrepreneurs 2023: Policies for Inclusive Entrepreneurship and Self-Employment, OECD Publishing, Paris, 2023

OECD, Inclusive Entrepreneurship Policies: Country Assessment

Note
s, OECD Publishing, Parigi, 2023.

OECD/European Commission (2021), The Missing Entrepreneurs 2021: Policies for Inclusive Entrepreneurship and Self-Employment, OECD Publishing, Parigi, 2021.

OECD, Entrepreneurship Policies through a Gender Lens, OECD Studies on SMEs and Entrepreneurship, OECD Publishing, Parigi, 2021.

OECD, Joining Forces for Gender Equality: what is holding us back?, OECD Publishing, Paris, 2023.

NOTE

1 Eurofound (2024), Self-employment in the EU: Job quality and developments in social protection, Publication Office of the European Union, Luxembourg.

2 OECD/European Commission, The Missing Entrepreneurs 2023: Policies for Inclusive Entrepreneurship and Self-Employment, OECD Publishing, Paris, 2023. https://www.oecd-ilibrary.org/employment/the-missing-entrepreneurs-2023_230efc78-en

3 A titolo esemplificativo, il rapporto cita alcune stime recenti, secondo cui il PIL del Canada e del Regno Unito aumenterebbe rispettivamente di 6 e di 12 punti percentuali se il divario di genere nell’imprenditoria fosse colmato entro il 2026.

4 Si veda in proposito, Kritikos et al (2021) un’indagine su larga scala condotta in Germania nel 2020.

5 Unioncamere, V Rapporto nazionale imprenditoria femminile, Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, Si.Camera, 2022.

6 Billari et al (2023). Lo studio si concentra su tre tipi di lavoratori autonomi, ossia i lavoratori autonomi dipendenti, gli imprenditori e i professionisti autonomi.

7 OECD, Joining Forces for Gender Equality: what is holding us back?, OECD Publishing, Paris, 2023 https://www.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/joining-forces-for-gender-equality_67d48024-en

8 Le donne imprenditrici sono più attive nei mercati del crowdfunding rispetto ai mercati di finanziamento tradizionali; al contempo le donne investitrici tendono a sostenere i progetti guidati da donne, piuttosto che quelli guidati da uomini.

9 Operazione quadro n. 24 per la microfinanza e le imprese sociali (https://investeu.europa.eu/investeu-operations/investeu-operations-list/framework-operation-24-microfinance-and-social-enterprises-capped-guarantee_en)

10 Nuvap, Rapporto di valutazione: per chi e dove sono più efficaci le misure per il sostegno all’autoimpiego e alla creazione di impresa?”, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Si.Valuta, ottobre 2023.

11 Per maggiori informazioni si veda al seguente link: https://een.ec.europa.eu/

12 GEM, 2022/23 Women’s Entrepreneurship Report: Challenging Bias and Stereotypes, Global Entrepreneurship Monitor, London, 2023.

Print Friendly, PDF & Email
© 2019 Rivista Microfinanza. All Rights Reserved.