Il volto sociale dell’Italia: i dati sulla povertà e le fragilità

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Maddalena Mezzacapo - Consulente finanziario

Poverty in Italy and employment fragility: A structural phenomenon redefining the social landscape of the country

This article examines the evolving nature of poverty in Italy, showing how economic vulnerability is increasingly linked to labour market fragility. Drawing on the 2025 ISTAT, Caritas and ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) reports, it highlights the rise of in-work poverty, stagnant wages, regional inequalities and the growing impact of precarious employment. Poverty appears to be a multidimensional condition, combining economic hardship with housing, health and social challenges. The analysis argues that only integrated policies improving job quality, strengthening welfare and reducing territorial gaps can effectively address these structural trends.

  1. Introduzione

Negli ultimi anni la povertà in Italia ha assunto forme nuove, più complesse e più difficili da contrastare con gli strumenti tradizionali. L’equazione “povertà uguale mancanza di lavoro”, che per decenni ha guidato la narrazione pubblica, non è più sufficiente per interpretare ciò che accade oggi. Infatti, sempre più persone in difficoltà economica possiedono un’occupazione, che molto spesso è però precaria e sottopagata, diventando così una nuova via di accesso alla vulnerabilità.

I rapporti più recenti pubblicati nel 2025 da ISTAT, Caritas Italiana e Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (d’ora in poi ASviS) convergono nel rappresentare una realtà in trasformazione: la povertà è ormai un fenomeno multidimensionale, che deriva da una combinazione di fattori economici, demografici, sociali e territoriali. Le reti familiari, un tempo elemento protettivo fondamentale, si sono indebolite; il costo della vita è aumentato rapidamente in settori essenziali come energia e alimentare e il mercato del lavoro è diventato più segmentato, con una crescente polarizzazione tra lavori ad alta e bassa qualità.

  1. Il quadro ISTAT: un paese più esposto alla vulnerabilità economica

Il Rapporto ISTAT 2025 documenta come nel 2023 le famiglie in povertà assoluta siano 2,2 milioni (8,4% del totale) e gli individui coinvolti pari a 5,7 milioni (quasi il 10% della popolazione residente in Italia)1, livelli che non trovano precedenti negli ultimi vent’anni. Ancora più significativa è la percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale che nel 2024 riguarda oltre un quinto della popolazione residente (23,1%)2. Questo indicatore racchiude non solo il reddito, ma anche la deprivazione materiale e sociale e la bassa intensità lavorativa.

Se da un lato l’occupazione “standard” è cresciuta (63% nel 2024, +2,1 punti sul 2023), dall’altro la sua struttura è cambiata profondamente. La quota di contratti a tempo determinato e part-time involontari, soprattutto tra giovani e donne, rimane molto elevata3. I salari reali, pur mostrando un lieve recupero nel 2024, non hanno compensato la forte inflazione degli anni precedenti, che ha colpito principalmente i beni essenziali. Gli indicatori su produttività e dinamiche retributive mostrano un Paese in cui molti lavoratori, anche a tempo pieno, non riescono a condurre una vita economicamente stabile.

Secondo stime ISTAT ed Eurostat, tra i lavoratori full-time, circa il 10% rientra oggi nella categoria degli working poor4 cioè quei lavoratori che, pur avendo un reddito, non riescono a condurre una vita dignitosa. Questa percentuale colloca l’Italia tra i Paesi europei con maggiore incidenza di lavoratori poveri, insieme a Spagna e Grecia. Il fenomeno è particolarmente evidente in settori labour-intensive come logistica, servizi alla persona, ristorazione, turismo, agricoltura, oltre che in molte categorie del lavoro autonomo a basso reddito.

La dimensione territoriale è un altro fattore decisivo, il divario tra Nord e Sud non solo persiste, ma tende ad ampliarsi. Nel Mezzogiorno l’incidenza della povertà assoluta e relativa è quasi doppia rispetto al Centro-Nord. Le cause sono molteplici come una minore disponibilità di lavoro qualificato, infrastrutture più deboli e tassi più elevati di disoccupazione sia giovanile che femminile. A ciò si aggiunge un costo della vita che, seppure più basso rispetto alle regioni settentrionali, grava pesantemente sulle famiglie con redditi instabili. Le grandi città del Centro-Nord, invece, scontano un’altra criticità ovvero il costo della vita. Affitti elevati, spese condominiali e caro-energia rendono vulnerabili anche i nuclei con due redditi, soprattutto se formati da giovani coppie o da famiglie monogenitoriali.

  1. La prospettiva Caritas

Una prospettiva complementare è fornita dal Rapporto Caritas 2025, che evidenzia quanto la povertà sia spesso accompagnata da un insieme di fragilità simultanee. Nel 2024 la rete Caritas ha seguito 277.775 famiglie, pari al 12% dei nuclei in povertà assoluta. Rispetto al 2014, l’incremento è del 62,6%5, segno di un disagio che si espande e non trova sufficienti vie di uscita.

Per comprendere meglio la complessità delle condizioni di povertà, è stato realizzato uno studio pilota nazionale volto a costruire un indice sintetico di vulnerabilità individuale, capace di descrivere in modo più completo le fragilità economiche e sociali delle persone assistite. L’indagine evidenzia che il 67,4% di coloro che presentano tre o più ambiti di bisogno ricade in una fascia di vulnerabilità medio-alta o alta.

Le fragilità rilevate si concentrano soprattutto su due dimensioni: quella materiale che comprende povertà economica, redditi instabili, insicurezza abitativa e sovraindebitamento e quella sociale, legata a disoccupazione, basso livello di istruzione, irregolarità giuridica, isolamento e carichi familiari.

Le situazioni più gravi, come povertà estrema (ad esempio, mancanza di dimora, dipendenze, violenza), raramente compaiono isolate, tendono invece a sovrapporsi e a rafforzarsi reciprocamente, generando percorsi di esclusione profondi e difficili da invertire. Ne emerge così una povertà sempre più multidimensionale, in cui diverse forme di deprivazione si intrecciano amplificando il loro impatto complessivo6.

Un altro fenomeno in crescita è la povertà energetica, cioè l’incapacità di sostenere i costi dell’elettricità e del riscaldamento. Viene definita proprio come una “nuova” povertà originata dagli effetti della crisi climatica che ha creato nuovi rischi ambientali e sociali e incrementato le disuguaglianze, producendo quindi nuove forme di povertà7. Non si tratta più semplicemente di contrastare una povertà “tradizionale” con gli strumenti assistenziali del passato, ma di ripensare l’intero sistema di welfare in un’ottica integrata, capace di coniugare sostenibilità ambientale e giustizia sociale.

  1. ASviS e l’Agenda 2030: povertà crescente e ritardi strutturali

Su un piano più macro, anche il Rapporto ASviS 2025 conferma che la povertà in Italia sta peggiorando nel medio periodo: nel 2023 la povertà assoluta ha raggiunto il 9,7%, contro il 6,9% del 20148. L’Italia, dunque, ha visto crescere la povertà mentre altri paesi europei nello stesso periodo hanno registrato stabilizzazioni o diminuzioni grazie a politiche redistributive più incisive.

Il quadro delineato da ASviS mette in luce anche le profonde disuguaglianze sociali. La povertà minorile raggiunge il 13,8%, uno dei valori più elevati dell’Unione Europea, e segnala una criticità che non riguarda solo il presente ma anche il futuro del paese. I bambini che crescono in famiglie vulnerabili hanno maggiori difficoltà scolastiche, minori opportunità educative e una più alta probabilità di diventare adulti poveri. Il ciclo della povertà, dunque, tende a riprodursi, alimentando diseguaglianze intergenerazionali difficili da spezzare.

Le famiglie straniere sono tra i gruppi più esposti: l’incidenza della povertà assoluta oscilla tra il 30,4% e il 35,2%, contro il 6,2% delle famiglie italiane9. Le cause sono molteplici e tra queste ritroviamo la presenza di lavori a bassa qualificazione e barriere linguistiche. Inoltre, molte famiglie straniere incontrano difficoltà nell’accesso ai servizi pubblici e alle misure di sostegno. Un segnale positivo arriva invece dal miglioramento delle condizioni abitative: tra il 2010 e il 2024 la percentuale di persone che abitano in edifici con problemi strutturali è scesa dal 20,5% al 16,3%.

L’ASviS avverte che, senza un cambiamento strutturale del sistema economico, l’Italia faticherà a raggiungere non solo il Goal 1 (Sconfiggere la povertà), ma anche il Goal 8 dedicato al lavoro dignitoso. Quest’ultimo mostra segnali di stagnazione a causa di un tasso di produttività bassa e politiche attive poco efficaci, rispetto al quadro europeo10. In questo scenario, la crescita occupazionale non basta, servono lavori migliori, non soltanto più lavori.

  1. Un mercato del lavoro sempre più segmentato: dinamiche, cause e conseguenze sociali

Per comprendere la relazione tra povertà e fragilità occupazionale è necessario partire dalle evidenze empiriche contenute nei rapporti ISTAT, Caritas e ASviS relativi al biennio 2024 - 2025. Tutte e tre le fonti concordano sul fatto che la vulnerabilità economica in Italia sia sempre più associata a forme di lavoro instabili, scarsamente tutelate o insufficientemente retribuite, e che questa trasformazione abbia contribuito all’aumento della povertà, pur in presenza di livelli occupazionali formalmente in crescita.

I dati ISTAT mostrano come, accanto all’aumento del numero degli occupati, sia cresciuto anche il peso di rapporti lavorativi caratterizzati da discontinuità e part-time involontario, fenomeni che riguardano in particolare donne, giovani nella fascia 16-34 anni e residenti al Sud. Tali condizioni lavorative rendono più elevata la probabilità di sperimentare periodi senza reddito o redditi troppo bassi.

Le analisi Caritas confermano questa dinamica dal punto di vista sociale: una quota significativa delle famiglie seguite dai centri di ascolto presenta problemi occupazionali. La fragilità del lavoro si traduce spesso in difficoltà nel far fronte alle spese essenziali come affitto, utenze e alimentazione, e tende a generare vulnerabilità persistenti.

Dal lato degli indicatori macro, ASviS evidenzia che la povertà assoluta in Italia è cresciuta nel medio periodo e che il paese fatica a migliorare sugli obiettivi legati al lavoro dignitoso. Il lento recupero dei salari reali e l’impatto dell’inflazione sui beni essenziali hanno aggravato la condizione dei lavoratori con redditi medio-bassi, aumentando il rischio di cadere sotto la soglia di povertà assoluta o relativa.

Nel loro insieme, queste evidenze mostrano come la povertà non sia più riconducibile esclusivamente alla mancanza di un’occupazione, ma riguarda in misura crescente anche coloro che un lavoro ce l’hanno, ma non sufficiente o non continuativo. In questo quadro, la fragilità lavorativa emerge come uno dei fattori strutturali che alimentano la vulnerabilità economica delle famiglie italiane.
6. Conclusioni

La povertà in Italia è diventata un fenomeno strutturale, profondamente connesso alla fragilità del lavoro e alle disuguaglianze territoriali. Per spezzare il legame tra lavoro precario e vulnerabilità economica è necessario un cambio di paradigma: non basta aumentare l’occupazione, occorre migliorare la qualità del lavoro. Allo stesso tempo, il welfare deve essere modernizzato per intercettare tempestivamente le fragilità e sostenere le famiglie. Solo politiche coordinate, capaci di unire lavoro dignitoso, welfare inclusivo e investimenti territoriali, potranno riportare il Paese su un percorso di maggiore equità, coesione sociale e sviluppo sostenibile.

Note

1 ISTAT, Rapporto Annuale 2025. La situazione del Paese, 2025 p. 11

2 ISTAT, op. cit., p.10 / 3 ISTAT, op. cit., p.9

4 EUROSTAT, Living conditions in Europe - poverty and social exclusion, Aprile 2025

5 Caritas Italiana, Rapporto su Povertà ed Esclusione Sociale in Italia 2025, 2025, p. 2

6 Caritas Italiana, op. cit., p. 2-3 / 7 Caritas Italiana, op. cit., p. 5

8 ASviS, Rapporto 2025 Goal 1 “Sconfiggere la povertà”, 2025

9-10 ASviS, op. cit.

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