Dalla parte della giustizia

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Paola de Nicola affronta il tema della violenza economica e dell’educazione finanziaria

Emma Evangelista

Paola Di Nicola è una magistrata, una scrittrice, ma soprattutto una donna impegnata per sostenere i diritti e le libertà dell’individuo. La sua battaglia contro la violenza di genere ed a favore dell’educazione come battaglia sociale e culturale l’ha portata spesso alla ribalta dei riflettori. Ha partecipato al TEDx, ha firmato un volume per HarpereCollins (La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio) in cui affronta gli stereotipi più comuni che negli anni di toga ha potuto incontrare nelle aule di tribunale, proprio laddove si batte per l’uguaglianza della persona e del diritto. Con Microfinanza ha voluto esprimere le sue opinioni sulla violenza economica che colpisce non solo le donne ma spesso l’intero nucleo familiare in cui si ingenerano situazioni di sudditanza psicologica e ricatto che ledono la dignità e non permettono lo sviluppo integrale di adulti e minori che ne sono vittime.

Innanzitutto Le volevo chiedere, ho visto che Lei ha tenuto dei tedx*, tante cose interessanti, tante novità, ma soprattutto fa qualcosa di bello per le donne!

Ci proviamo! Nel senso che ognuno prova a fare quello in cui riesce e che può.

Parliamo di microfinanza, quindi di accesso al credito e sostanzialmente di microcredito come strumento per l’equità di genere a tal proposito volevo parlare con Lei di violenza economica. Oggi che cosa significa per una donna in Italia entrare in banca e sentirsi ancora dire che non può aprire un conto, che c’è bisogno della firma del marito, oppure che comunque non ha garanzie da poter dare per aprire autonomamente un conto o una linea di credito? Noi con il microcredito stiamo combattendo questo, però la realtà spesso non è facile per le donne, Lei che si occupa da magistrata anche di violenza di genere, cosa ne pensa?

La violenza economica è una delle violenze meno denunciate che costituiscono proprio la struttura della violenza di genere, perché le donne sono state abituate e vengono cresciute con un totale disinteresse per i profili economici, questo proprio per una questione di carattere culturale perché il denaro è qualcosa che attenendo all’esercizio del potere e esprimendosi attraverso attività che economicamente sono collegate ad attività di potere, le donne ne sono culturalmente e simbolicamente estromesse. Quando poi appartengono addirittura a famiglie facoltose e benestanti molte donne non sono nominate dai loro padri nell’ambito proprio imprenditoriale o con i ruoli apicali all’interno delle aziende di famiglia perché vengono preferiti sempre i maschi. Questo continua ad avvenire, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Quindi se tutto questo riguarda situazioni non di violenza immaginiamoci quando l’effetto di un’assenza di capacità economica di autonomia economica avviene in una condizione in cui una donna è anche vittima di violenza. La violenza di solito si esprime nelle modalità più note che sono quelle fisiche, ma quelle meno visibili sono la violenza psicologica e la violenza appunto economica, che si esprime in diversi modi. Innanzitutto in fase di separazione attraverso l’assegno di mantenimento dei figli, quindi una delle modalità tipiche in cui una donna che è stata assoggettata al proprio marito per anni, che ha dovuto rinunciare alle proprie ambizioni di studio o professionali, spesso si trova alla fine in un momento separativo a dover accettare condizioni economiche capestro. Condizioni economiche in cui spesso lei è costretta ad esempio non essendo proprietaria della casa a dover lasciare la casa familiare, perché altrimenti il marito fa una guerra sottile di natura psicologica rappresentandole che lei sta approfittando della situazione, che quella casa è frutto della fatica e del lavoro del marito, della sua famiglia e dei risparmi eccetera eccetera... Quindi anche quando viene assegnata la casa familiare la donna si sente intrusa e tutto il contesto è volto a colpevolizzarla rispetto a una forma di “approfittamento” economico. Quindi questo quando c’è una condizione di fragilità economica quando la donna è già vittima di violenza psicologica e quando una donna si trova a separarsi da quell’uomo violento. Un altro profilo della violenza economica è quella della intestazione di beni, quando l’uomo sta in fase di fallimento, infatti gran parte delle bancarotte fraudolente per esempio, vedono donne, che solitamente sono mogli o figlie di uomini che ben consapevoli che si sarebbe verificato il fallimento dell’azienda, hanno depauperato l’azienda e hanno lasciato l’intestazione fittizia in capo a figlie, mogli o sorelle, questa è un’altra modalità che noi vediamo nell’ambito del penale. La terza modalità è quella dell’assegno di mantenimento dei figli, come le dicevo prima, cioè gran parte degli uomini maltrattanti e violenti non pagano l’assegno di mantenimento per i figli minorenni e anche quando questi diventano maggiorenni. Questo cosa determina? Una donna che ha per anni investito tutto il suo tempo, le sue risorse e le sue energie nella famiglia, ed è stata anche spesso costretta a fare questo, perché quell’uomo non voleva e anzi la limitava nelle sue scelte professionali, una volta che avviene la separazione, l’uomo omette di pagare il mantenimento per i figli perché l’assegno di mantenimento è ritenuto una sorta di ulteriore strumento per tenere e mantenere il controllo su quella donna e per non consentirle di esercitare appieno la sua libertà di lavorare e di condurre la vita che ritiene. Quindi attraverso, prima l’obbligo di non lavorare e poi attraverso la necessità di mantenere i figli, senza avere il sostegno economico imposto dall’assegno di mantenimento che non viene pagato, queste donne si trovano in una condizione di difficoltà assoluta. Molte donne vittime di violenza che hanno anche una o due lauree questo glielo dico perché è esperienza vissuta da me proprio come giudice, vanno a fare le pulizie pur di mantenere i figli, a fronte di mariti violenti che hanno loro impedito di lavorare, che in fase di separazione non dando loro l’assegno di mantenimento, impongono una attività lavorativa che è al di sotto della formazione, delle competenze e delle ambizioni di quella donna. Quindi l’ulteriore lesione della dignità che avviene appunto sotto il profilo economico, è una di queste. Cioè imporre a una donna che ha un profilo culturale e formativo alto, pur di mantenere i propri figli, di svolgere attività di manovalanza che non appartengono al suo profilo. Questa è una delle forme più diffuse di violenza economica. Per non parlare di quella più eclatante che avviene invece in costanza di matrimonio e che è il controllo ossessivo degli scontrini fiscali per sapere la spesa come è stata fatta, cosa si è comprato, quanto si è speso, dove si è andato da acquistare, se si è acquistato presso il fornitore stabilito dal marito, eccetera eccetera… Queste donne quindi a cui vengono dati per esempio 10 euro al giorno anche se hanno quattro figli, devono alla fine della giornata rendere conto con gli scontrini di tutto quello che hanno acquistato. Mi sono capitati processi in cui avevo migliaia di scontrini che erano stati poi sequestrati. E questa è una forma di umiliazione, che passa appunto attraverso il controllo economico, che è una forma di umiliazione gravissima, perché è come se fosse un guinzaglio e a ciò si aggiunge che per esempio spesso questi uomini impongono l’acquisto di determinate cose. Ho avuto un caso in cui per esempio una madre aveva acquistato di nascosto delle mele perché il figlio amava e mangiava solo le mele, anziché le pere come aveva richiesto il marito, e quindi poi con lo scontrino non si trovava con i conti. Questi sono solo una serie di esempi che le dimostrano come la violenza economica è quella meno vista, perché appartiene ad un retaggio culturale, per cui le donne non si occupano di denaro, le donne si occupano invece dei sentimenti e di altro. E poi di come invece questa modalità si appaia in maniera assolutamente stringente con la violenza psicologica e fisica.

Noi abbiamo parlato di violenza, adesso vorrei parlare con Lei di giustizia. L’iconografia classica dipinge la giustizia con una donna, ma oggi senza la parità di genere quale giustizia c’è?

La ringrazio di avere sottolineato che l’iconografia classica rappresenta la dike con una donna e l’ipocrisia di questa iconografia sta nel fatto che nonostante da millenni, la giustizia sia rappresentata con una donna, la stessa donna, non poteva entrare in un’aula di giustizia, non solo non lo poteva fare come avvocata nel sostenere e nel rappresentare gli interessi di altri/e ma non lo poteva fare quale interprete e giudice e quando entrava invece per esercitare i diritti di una donna la sua parola vale meno di quella di un uomo. Quindi le dichiarazioni di una donna dovevano essere supportate dal diritto romano e dalle dichiarazioni di due uomini. Questo per far capire quanto da un lato la rappresentazione simbolica della giustizia celi in realtà una assenza di potere sostanziale, dall’altra la Convenzione di Istanbul, che per noi è la più importante convenzione ratificata in Italia e in Europa che disciplina e contrasta la violenza domestica e di genere. Nel suo preambolo scrive espressamente che, la violenza nei confronti delle donne ha una natura culturale e strutturale, cioè è la radice delle relazioni umane in Italia e nel mondo. Quindi se poi non la vediamo questa violenza quotidiana che intesse qualsiasi tipo di rapporto in qualsiasi contesto socio-economico, non siamo in grado di aggredirla. Allora come giustamente lei diceva, una giustizia che non parte dallo scardinare la discriminazione di genere, è una giustizia che non può essere mai una giustizia efficace ed adeguata. La giustizia deve innanzitutto supportare le donne perché in tutti i contesti le donne partono da una condizione di svantaggio, in secondo luogo, la giustizia deve avere un’ottica di genere, quindi deve vedere questa struttura gerarchica che non consente una equità e una parità di relazione e in terzo luogo deve sostenere e interpretare, a seguito di questa lettura, le norme di legge, tutte le norme di legge del Codice Penale, del Codice Civile, del Codice Amministrativo, del Processo Civile, nel Processo Penale e minorile, ecc. Tutte devono essere lette in un’ottica di genere. Perché altrimenti manteniamo fermo quello che ci siamo dette all’inizio e cioè che la giustizia si rappresenta con una donna ma quella donna non può accedere alla giustizia.

Parliamo di parti rovesciate, nel senso che, la magistratura in questo periodo in Italia non sta vivendo una stagione diciamo felice e tranquilla per i noti accadimenti, però questo è l’anno in cui si festeggiano i 60 anni dalla sentenza di Rosa Oliva, in cui la Cartabia è stata portata come l’esempio di quello che è la magistratura femminile, ma le donne salveranno la magistratura?

Intanto le donne sono entrate in magistratura con le unghie e con i denti e attraverso ricorsi alla Corte Costituzionale come ci insegna appunto Rosanna Oliva, senza di lei e senza quelle donne noi oggi non indosseremmo la toga come giudici, quindi il primo passaggio è un segno di riconoscimento per le donne che ci hanno precedute e che ci hanno consentito di esercitare dei diritti che prima non avevamo e che per millenni non abbiamo avuto. Quindi questo è il primo passaggio, il secondo è che, alle donne è stato vietato l’ingresso in magistratura e prima ancora in avvocatura, perché non si voleva che interpretassero le norme. Quindi potevano scrivere quelle norme, ma era loro impedito di interpretarle. Perché questo? Perché l’attività interpretativa è un’attività che modifica i codici comunicativi, i codici valoriali, modifica l’assetto culturale e quindi una giustizia al femminile nel senso di una giustizia che porta a un punto di vista escluso per millenni è una giustizia ovviamente più completa. Però allo stesso tempo questo non basta perché ci vogliono anche, non solo le donne in quanto tali ad interpretare la giustizia e questo è semplicemente un atto di eguaglianza e di applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, ma serve anche che le donne che interpretano abbiano consapevolezza di genere, cioè sappiano anche di avere un ruolo interpretativo nuovo e diverso, che è stato vietato proprio in quanto si temeva che potesse apportare delle modifiche decisive e definitive nell’assetto ordinario. Concludo dicendo appunto questo, che le donne ci sono, hanno interpretato e stanno interpretando il mondo del diritto ma soltanto se sono consapevoli del genere a cui appartengono e quindi portano quel pezzo mancante, solo in questo modo, saranno in grado veramente di cambiare l’assetto esistente fondato ancora sulla discriminazione di genere.

Anche in politica diciamo che esiste ed è ancora fortemente percepita la discriminazione di genere, ma lei lascerebbe mai la toga per il seggio in Parlamento?

No! Perché intanto credo che ognuno debba fare il proprio lavoro, per cui i magistrati sono abituati ad una attività interpretativa e la politica richiede una formazione diversa, una formazione e un impegno che difficilmente un magistrato è in grado di cogliere proprio sulla base della posizione e dell’autonomia che negli anni ha imparato ad avere. La politica è fatta di alleanze, è fatta di sintesi, è fatta di scelte, mentre noi magistrati siamo abituati a fare un altro tipo di lavoro, che è un tipo invece di lavoro assertivo, un lavoro nel quale si sceglie, si decide, si fa o a o b e quindi non ci sono possibilità di mediazione di sorta o si è colpevoli o si è assolti. Quindi è proprio una forma mentis completamente diversa e ritengo che il politico debba fare il politico e il magistrato debba fare il suo mestiere

Nel suo tedx io ho visto e sentito che lei raccontava di come era automatico il modo di definirsi al maschile, senza avere cognizione di quella che è l’essenza femminile della persona, quanto conta oggi l’educazione al femminile?

Conta tutto! Perché nel contesto formativo e culturale, ripeto in Italia e nel mondo, il femminile è squalificante, il femminile è depotenziato, il femminile non esprime competenza, ricchezza, ambizione, coraggio, determinazione e potere, ma trasmette esattamente l’opposto. Questo non perché sia così, ma perché è stato imposto che sia così dalla notte dei tempi. Françoise Héritier è una sociologa e antropologa francese dice che addirittura questa struttura della evidenza che noi non vediamo nasce da 40mila anni a questa parte. Quindi noi ci stiamo misurando come donne con un assetto sociale e culturale che ci ha depotenziato e ci ha deprivato per millenni. Siamo tra le prime generazioni che si misurano invece con la costruzione di un femminile, che è un femminile potente, è un femminile che riconosce la propria competenza e la propria ricchezza e quindi dobbiamo lasciare alle nostre spalle tutta questa sottomissione, questa abnegazione, questa negazione a cui ci hanno costretto e fare tutto questo è molto difficile. Quindi dobbiamo cercare di riprenderci al di là di stereotipi e pregiudizi che riguardano uomini e donne, dobbiamo riprendere la nostra libertà e la nostra ambizione, perché le bambine continuano ad essere abituate a non avere ambizioni e continuano ad essere abituate al colore rosa e all’utilizzo del ferro da stiro, alla cucinetta, alla danza e a tutto quello che è volto a migliorare e a rendere bello, appetibile e fragile anche allo stesso tempo il nostro corpo. È proprio una struttura culturale di modelli che noi proponiamo e riproponiamo di questo genere. Una volta che abbiamo la consapevolezza che i modelli irrigidiscono le persone e non gli consentono di vivere la loro libertà e li avremo finalmente lasciati da una parte, non li avremmo perpetrati, solo in quel momento potremmo dire che la nostra educazione sarà una educazione libera dove le ragazze, le bambine e noi donne, potremmo veramente mirare in alto.

Cosa significa per lei l’educazione finanziaria e da madre come la intende?

Secondo me una cosa che si dovrebbe fare e non so se già lo fate, sono dei corsi obbligatori per le ragazze, dei corsi obbligatori nelle scuole, nei centri antiviolenza, nelle università, e coinvolgere tutte le ragazze, tutte le donne comprese anche quelle più anziane perché anche loro sono tra le prime vittime di violenza economica e in questi corsi fare formazione all’educazione economia e alla gestione del denaro. Perché altrimenti non se ne esce! Io le dico ho due figli, un maschio e una femmina, ho insegnato a tutti e due come si legge un contratto ho insegnato a mia figlia come si apre un conto corrente e mi sono accorta che mio figlio era molto più veloce nell’apprendere queste minimali regole, rispetto a mia figlia e ho cercato di spiegarle quali sono le sue potenzialità sotto il profilo economico. Le dico questo perché nella mia famiglia di denaro non si poteva parlare, è come se il denaro non appartenesse alla cultura delle donne, quando poi in realtà sono le donne che gestiscono il denaro delle famiglie e sono le risparmiatrici e quindi l’ossatura di un Paese. Quindi bisognerebbe fare educazione economica a partire dalle scuole elementari, e fargli capire che il denaro non vale in quanto tale, ma per gli uomini è uno strumento di potere e lo utilizzano per tenere le donne alla corda in contesti di violenza e non solo.

Una domanda di rito: Perché lei è stata la magistrata che è riuscita a impartire una lezione educativa contro la mercificazione non solo del corpo ma anche dell’anima. In questo senso, cosa prevede per il futuro se l’utilizzo dei social media e la comunità continuano a proporci modelli per cui le ragazze devono diventare veline. Cosa prevede e cosa secondo lei si può fare per contrastare questo?

Prevedo che questo è un sistema che fa comodo a molti, ovvero quello di non rappresentare l’intelligenza e la competenza femminile è un sistema che consente agli uomini di mantenere saldo il potere. Per contrastarlo c’è bisogno di aumentare fortemente la consapevolezza delle donne, a partire ripeto dalle bambine, incoraggiando anche le ambizioni più disparate per rompere gli stereotipi di genere e soltanto la libertà dagli stereotipi consentirà finalmente di non essere solo corpo e consentirà di vedere con tutta la sua luminosità la straordinaria ricchezza di cui le donne sono portatrici.

* TED (Technology Entertainment Design) serie di conferenze, chiamate anche TED talks

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