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VITTORIO EMANUELE AGOSTINELLI

Consulta giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura

THE TRANSITION TO ADULTHOOD: THE PARADIGM OF “NEETS” IN ITALY AND IN EUROPE

- Abstract NEETs are young people who do not study, do not have a job and are not engaged in training courses. The acronym appeared for the first time in 1999 in a study by the Social Exclusion Unit, a department of the United Kingdom government concerned that young people "Not in Education, Employment or Training" were in a condition of exclusion that would favor starting of criminal careers. The NEET condition is closely associated with the transition phase to adulthood, in which we pass from young to adult. Sociology teaches that the transition in the Western model of society is marked by five stages: leaving the parents' home, completing the educational path, entering the job market, forming a family and finally hiring responsibility towards children. From the 70s-80s this phase began to get longer and longer. If before the model was "school-work-family" at about the same age for everyone, today the path is much more bumpy, personalized and unpredictable.

Disoccupazione giovanile, mercato del lavoro, formazione, disuguaglianze territoriali e politiche sociali.

Sommario
1. Introduzione.
2. I dati socio-economici in Italia.
3. I fattori di classificazione dei NEET.
4. I numeri in Europa e in Italia.
5. L’impatto sulla persona e sulla società.
6. Come intervenire per contrastare il fenomeno.

1. Introduzione
I NEET sono i giovani che non studiano, non hanno un lavoro e non sono impegnati in percorsi formativi.
L’acronimo compare per la prima volta nel 1999 in uno studio della Social Exclusion Unit, un dipartimento del
governo del Regno Unito preoccupato che i giovani “Not in Education, Employment or Training” fossero in una
condizione di esclusione tale da favorire l’avvio di carriere criminali. In Italia sono 2.116.000 i giovani NEET
secondo gli ultimi dati dell’Istat. La condizione di NEET è strettamente associata alla fase di transizione all’età
adulta, in cui si passa da giovane ad adulto. La sociologia insegna che la transizione nel modello di società
occidentale è segnata da cinque tappe: l’uscita dalla casa dei genitori, il completamento del percorso educativo,
l’ingresso nel mercato del lavoro, la formazione di una famiglia ed infine l’assunzione di responsabilità verso i
figli. A partire dagli anni ’70-’80 questa fase ha cominciato a diventare sempre più lunga. Se prima il modello era “scuola-lavoro-famiglia” più o meno alla stessa età per tutti, oggi il percorso è molto più accidentato, personalizzato
e imprevedibile.

2. I dati socio-economici in Italia1
Il tasso di povertà assoluta, già consistente in Italia nelle regioni meridionali, cresce con la crisi (Tab. 1).

E ancora di più cresce l’incidenza della povertà relativa (Tab. 2).

Se una ragione di questa evoluzione è l’estrema difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, è vero anche che
rispetto a prima si studia di più e si viaggia di più. Si diventa quindi grandi più tardi per necessità ma anche per
passione. Il decennio 2008-2018 ha visto aumentare la distanza fra giovani e adulti rispetto alla stabilita􀀀 del
lavoro: la quota di dipendenti a tempo indeterminato tra i giovani e􀀀 scesa dal 61,4% del 2008 al 52,7% del 2018,
mentre quella degli over 35 e􀀀 aumentata di 1,1 punti attestandosi al 67,1%. Inoltre, circa un terzo dei 15-34enni
occupati nel 2018 ha un lavoro a tempo determinato. Anche a ragione della minore esperienza lavorativa, tra i
giovani sono più rappresentate le professioni addette al commercio e servizi (il 26,9% dei giovani e il 17% degli
adulti) e meno nelle professioni qualificate (rispettivamente 29% e 37%). Tra le professioni qualificate in cui i
giovani sono più presenti (costituendo più di un terzo degli occupati in quella professione) vi sono tecnici del
web e del marketing, operatori video, ingegneri industriali, gestionali, elettronici e meccanici, restauratori e
ricercatori in scienze della salute; al contrario gli under 35 costituiscono meno del 10% degli occupati tra i
professori di scuola primaria e secondaria superiore e tra i medici specialisti. L’innalzamento del livello medio di
istruzione della popolazione (nel decennio 2008-2018, la percentuale di laureati sulla popolazione di 15 anni e più
passa dal 10,7% al 14,7% e, su quella tra i 20 ed i 34 anni, dal 16,3% al 22%), fa s􀀀i che il ricambio generazionale
degli occupati avvenga in favore di coorti sempre più istruite.

Conseguentemente, aumenta nel decennio la quota di laureati tra gli occupati, che passa dal 17,1% al 23,1% (pari a
1 milione 431 mila laureati in più). Un livello di istruzione più elevato si lega a un maggiore investimento dell’individuo per accrescere il proprio bagaglio di conoscenze e competenze.

1 Rapporto annuale Italia, Eurispes, 2020 (https://eurispes.eu/pdf-reader/web/viewer.html?file=https://eurispes.eu/wpcontent/
uploads/2020/02/2020_rapporto_italia_eurispes.pdf); Ipsos Flair, IPSOS, 2020 (https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/publication/
documents/2020-02/ipsos-flair-2020.pdf); Rapporto annuale, ISTAT, 2019 (https://www.istat.it/storage/rapportoannuale/
2019/capitolo4.pdf).

3. I fattori di classificazione dei nEET2
Il fenomeno sociale dei giovani “Not in Education,
Employment or Training” nasce da mutamenti sociali,
economici e culturali protratti nel tempo, con situazioni
sono molto diverse tra loro. L’ultimo rapporto dedicato
ai NEET da Eurofound, agenzia di ricerca dell’Unione
Europea, nel 2012 individua cinque sottogruppi all’interno
del mondo NEET:
- i disoccupati;
- gli indisponibili (che non hanno possibilità di
svolgere attività lavorative o formative per ragioni
di salute o per responsabilità familiari);
- i disimpegnati (che per scelta passiva non cercano
né lavoro né occasioni formative);
- i cercatori di opportunità (che sono alla ricerca
attiva dell’opportunità lavorativa o formativa che
reputano più adeguata a loro);
- i volontari (che sono NEET per scelta attiva,
perché si sono presi uno stacco per fare un viaggio
o un’esperienza di volontariato o di piacere).
Al di là dei percorsi individuali, ci sono dei fattori socio-
economici che possono favorire l’ingresso e la
permanenza nella condizione di NEET. Il rapporto
di Eurofound li riassume così:
- Educazione: un basso livello di istruzione aumenta
di 3 volte il rischio di diventare NEET;
- Genere: le donne hanno il 60% di probabilità in
più di diventare NEET;
- Migrazione: avere un background migratorio
aumenta del 70% il rischio di diventare NEET;
- Disabilità: avere una disabilità aumenta il rischio
del 40%;
- Famiglia:
• genitori divorziati: rischio maggiore del 30%;
• genitori disoccupati: rischio + 17%;
• genitori con basso livello di istruzione raddoppia
la probabilità di diventare NEET;
- Residenza: vivere in aree remote aumenta di 1,5
volte la probabilità di diventare NEET.

Un insieme di fattori che ha un’evidente connessione
con la strutturazione delle disuguaglianze socio–economiche
anche in molti altri aspetti della società.
4. I numeri in Europa e in Italia3
Siamo il Paese europeo con la più alta percentuale di
giovani NEET. Quasi un italiano su quattro tra i 15 e
i 29 anni non lavora, né studia, né si sta formando.
Questo potrebbe in linea di massima anche significare
che tanti giovani italiani sono in giro per il mondo in
cerca di opportunità. Oppure che sono chiusi in casa
senza la spinta a studiare o cercare lavoro. O ancora
che stanno lottando per trovare una via d’uscita dall’universo
NEET senza trovarla. È il limite dei numeri,
quello di non raccontarci le storie. Nel resto d’Europa
il fenomeno è molto più contenuto. Anche nei Paesi
mediterranei, che di solito non discostano molto dai
dati dell’Italia, i giovani NEET sono molto meno che
nel nostro pPaese: il 19,5% in Grecia, il 15,3% in
Spagna, il 9,6% in Portogallo, il 7,3% a Malta. I dati
Eurostat sono disponibili dal 2004 e da quell’anno, in
cui eravamo al 19,6%, il dato ha continuato a salire,
salvo lievi oscillazioni, fino al 24,1% del 2017, poi il
lieve calo dell’ultimo anno. La storia è molto diversa
negli altri Paesi europei, dove il fenomeno decresce
in modo significativo da 3-4 anni e dove è sempre
stato abbastanza contenuto, fatta eccezione per gli
anni più duri della crisi economica. Così, mentre
negli ultimi 10 anni la media UE è scesa dal 14,8% al
12,9%, il dato italiano è salito dal già altissimo 20,5%
al 23,4%. Solo Grecia, Romania e Danimarca hanno
visto salire la loro percentuale di giovani NEET nello
stesso periodo. In termini assoluti, come anticipato, i
giovani NEET in Italia sono 2.116.000, in calo di 73
mila unità rispetto al 2017. Il picco è stato toccato nel
2014 (2.413.000 NEET), la buona notizia è quindi
che negli ultimi cinque anni il valore assoluto è
diminuito di quasi 300 mila unità. Vi è una leggera
prevalenza femminile (52,6%), anche se guardando il
trend notiamo che rispetto a 10 anni fa le giovani
NEET sono aumentate solo del 4% mentre i maschi

2 M. Mascherini, L. Salvatore, A. Meierkord, J.M. Jungblut, NEETs - Young people not in employment, education or training:
Characteristics, costs and policy responses in Europe, Eurofound, 2012 (https://www.eurofound.europa.eu/it/publications/report/2012/labour-
market-social-policies/neets-young-people-not-in-employment-education-or-training-characteristics-costs-and-policy).
3 Ipsos Flair, IPSOS, 2020 (https://www.ipsos.com/sites/default/files/ct/publication/documents/2020-02/ipsos-flair-2020.pdf); M.
Mascherini, L. Salvatore, A. Meierkord, J.M. Jungblut, NEETs - Young people not in employment, education or training: Characteristics,
costs and policy responses in Europe, Eurofound, 2012 (https://www.eurofound.europa.eu/it/publications/report/2012/labour-market-
social-policies/neets-young-people-not-in-employment-education-or-training-characteristics-costs-and-policy).

in condizione di NEET sono aumentati del 34%.
Quanto alla distribuzione territoriale dei giovani
NEET in Italia, sono le regioni del sud a presentare i
dati più alti. Sicilia, Calabria e Campania superano
abbondantemente la quota del 30% di NEET, seguite
da Puglia, Sardegna, Basilicata, Molise, Lazio, Abruzzo
e Liguria con una quota tra il 20% e il 30%. Le
regioni con le percentuali più basse sono quelle del
nord est, che hanno dati in linea o solo leggermente
superiori alla media europea, seguite dalle altre regioni
del centro-nord con percentuali tra il 15 e il 20%.
Analizzando i dati dell’occupazione notiamo come
nel 2018 gli occupati nel Mezzogiorno sono circa 300
mila in meno rispetto al 2008, mentre nel Centro-
Nord del Paese aumentano di circa 400 mila unità.
Non solo, i nuovi posti di lavoro sono sempre più a
bassa professionalità. Questo per tutto il Paese, anche
se nel Centro-Nord si registra una piccola crescita
anche dei lavoratori a elevata professionalità (Tab. 3).
Indubbiamente i dati dell’occupazione segnano una
crescita dopo gli anni di crisi (Tab. 4). Ma se guardiamo
al variare delle caratteristiche dei contratti, il dato che
emerge e􀀀 evidente e drammatico (Tab. 5).
La nota positiva è che l’incidenza dei giovani NEET
è in calo in gran parte delle regioni rispetto al 2017,
con le eccezioni di Sicilia (+1 punto), Lazio (+0,7
punti), Valle d’Aosta e Molise (+0,4 punti).
5. L’impatto sulla persona e sulla società4
A livello individuale, più tempo si passa in questa condizione
più aumenta il rischio di accumulare svantaggi
nell’accesso al mondo del lavoro e ad un reddito adeguato,
di sviluppare comportamenti devianti e problemi
di salute fisica e mentale, di impoverire le proprie
relazioni sociali. Questa configurazione di svantaggio
non può che avere anche un impatto sociale più
ampio: i giovani NEET sono meno propensi dei loro
coetanei a partecipare attivamente alla vita sociale,
culturale e politica. Tutto questo ha anche un costo
economico. Calcolarlo è molto complicato, e forse
per questo è stato fatto una volta sola in maniera
comparativa, nel rapporto di Eurofound del 2012, e
quindi purtroppo i dati, riferiti al 2011, iniziano ad
essere lontani dai reali dati attuali. Ad ogni modo, secondo questi calcoli, si è stimata per il 2011 una
perdita economica correlata al fenomeno dei giovani
NEET in Europa pari a 153 miliardi di euro, l’1,2%
del PIL europeo. A livello di singoli stati, l’Italia guida
la classifica dei costi economici del fenomeno NEET,
con una spesa di 32 miliardi di euro, seguita da Francia
(22 miliardi), Regno Unito (18 miliardi), Spagna (16
miliardi) e Germania (15 miliardi). L’importo è stato
Microfinanza • 2020 • n. 29 29
4 M. Mascherini, L. Salvatore, A. Meierkord, J.M. Jungblut, NEETs - Young people not in employment, education or training:
Characteristics, costs and policy responses in Europe, Eurofound, 2012 (https://www.eurofound.europa.eu/it/publications/report/2012/labour-
market-social-policies/neets-young-people-not-in-employment-education-or-training-characteristics-costs-and-policy).
calcolato considerando i costi diretti (pagamento di
sussidi di disoccupazione e altri sussidi di welfare) e i
costi indiretti (mancanza di reddito generato, tasse
pagate e monetarizzazione dei costi sociali).
6. Come intervenire per contrastare il
fenomeno5
Le istituzioni cruciali quando parliamo di giovani
NEET sono:
• il sistema educativo,
• il sistema di welfare,
• il mercato del lavoro.
Le politiche che vogliono intervenire sul fenomeno
devono quindi intervenire sul funzionamento di queste
tre istituzioni. Per prevenire l’ingresso nella condizione
di NEET il sistema educativo gioca un ruolo determinante:
occorre prevenire e contrastare l’abbandono
scolastico e supportare la transizione scuolalavoro,
misure che hanno una lunga e radicata
storia nei Paesi del centro-nord Europa e che
sono invece molto recenti e ancora insufficienti
nel sud ed est Europa.
Con riferimento ad esempio
all’introduzione e potenziamento
delle azioni di alternanza
scuola-lavoro, che consentono –
o dovrebbero consentire – agli
studenti di fare esperienze diretta
del mondo del lavoro
e, più in generale,
ad interventi di
innovazione della
didattica che rendano l’esperienza scolastica più avvincente
e adeguata al mondo contemporaneo. Ancora,
occorre implementare programmi di prevenzione dell’abbandono
scolastico rivolti a gruppi socialmente
svantaggiati, coloro che con più probabilità finiscono
poi per affollare le fila della popolazione dei giovani
NEET. Programmi che sperimentino metodologie
didattiche innovative per promuovere un approccio
orizzontale e ludico all’apprendimento, diminuendo
lo stress da performance e il senso di immobilità
spesso percepito a scuola da questi alunni. Sul fronte
del lavoro sono decisive le politiche attive del lavoro, che promuovano la formazione e orientamento al
lavoro e la realizzazione di tirocini e apprendistato
come effettive esperienze lavorative. L’apprendistato
risulta in particolare una misura particolarmente
efficace perché in grado di includere, spesso con successo,
anche i giovani con basso livello di educazione,
come dimostrato dalla ricerca dell’OCSE “NEET
Youth in the Aftermath of the Crisis” del 20156.
Erasmus Plus 2014-2020 è il primo programma dell’Unione
Europea che ricomprende i settori dell’educazione
formale, non formale e informale dei giovani
- Istruzione, Formazione, Gioventù e Sport - ed
integra tutti i meccanismi di finanziamento attuati
fino al 2013. Favorisce l’apprendimento attraverso la
mobilità transnazionale, promuove l’equità e l’inclusione,
facilitando l’accesso ai partecipanti provenienti da
ambienti svantaggiati e con minori opportunità
rispetto ai loro coetanei,
sostiene attività nell’ambito di tre
Azioni Chiave. Nello specifico,
il settore Gioventù promuove
la partecipazione
attiva dei giovani
attraverso
l’Azione Chiave
1 - Mobilità individuale
ai fini dell’apprendimento
tramite: gli Scambi
di giovani, che permettono a
gruppi di giovani da 13 a 30
anni di almeno due Paesi diversi di incontrarsi e
vivere insieme per un breve periodo; la Mobilità degli
animatori giovanili, che consentono il loro sviluppo
professionale partecipando ad attività, quali seminari,
corsi di formazione, visite di studio a livello transnazionale
e internazionale. I Progetti di dialogo giovanile
- Azione Chiave 3 - promuovono la partecipazione
attiva dei giovani da 13 a 30 anni alla vita democratica
e alla loro interazione con i decisori politici. I progetti
prendono la forma di riunioni, conferenze, consultazioni
in cui i giovani possono esprimere le loro opinioni,
formulare proposte e raccomandazioni sul modo in
cui le politiche nel settore della gioventù dovrebbero essere progettate e attuate in Europa. Ad ottobre
2018, su iniziativa dell’Unione europea, e in continuità
con il Servizio Volontario Europeo del programma
Erasmus Plus, nasce il nuovo programma Corpo
europeo di solidarietà.

Si offrono così alle giovani opportunità
di partecipazione ad attività di Volontariato,
Tirocinio e Lavoro nell’ambito di progetti destinati ad
aiutare comunità o popolazioni in Europa, e ai gruppi
di giovani, non appartenenti ad organizzazioni, di realizzare
Progetti di solidarietà a livello locale, con
l’obiettivo di costruire società più inclusive, prestare
aiuto a persone vulnerabili, rispondere ai problemi
sociali, promuovere cambiamenti positivi. Il neonato
Corpo europeo di solidarietà poggia le basi sui risultati
di oltre 25 anni di programmi europei nel settore della
gioventù e della solidarietà, in particolare
sul successo del Servizio Volontario
Europeo.
L’idea di promuovere
la solidarietà trova
in questo Programma
un forte aggancio
con l’apprendimento,
con l’acquisizione
di
competenze e
con il mondo del
lavoro: principalmente
attraverso il
volontariato, ma anche
per mezzo di tirocini
e opportunità di lavoro
retribuiti, nel proprio Paese o all’estero,
i giovani esprimono il proprio impegno a
beneficio delle comunità e acquisiscono al contempo
esperienze, abilità e competenze utili allo sviluppo
personale, sociale, civico e professionale, migliorando
così la loro occupabilità. Un’esperienza di crescita
personale e umana, sociale e professionale. Queste
esperienze di apprendimento hanno una forte influenza
sul miglioramento dei risultati nell’istruzione e nella
formazione formale, oltre al loro potenziale per il
reinserimento nella società dei giovani NEET o con
minori opportunità. FV I sistemi di educazione formale
e non formale contribuiscono entrambi ad accrescere
le potenzialità dei giovani. In particolare, l’educazione non formale sostiene lo sviluppo delle competenze
trasversali, utilizzando strumenti e metodi complementari
e approcci pedagogici innovativi. I programmi europei,
intesi come strumenti per la realizzazione degli obiettivi
strategici e politici, hanno come obiettivo comune
quello di assicurare che abilità e competenze siano
adeguatamente individuate e documentate attraverso
l’uso di strumenti dell’Ue per il riconoscimento dell’apprendimento
non formale e informale, come Youthpass
ed Europass. Le ultime ricerche RAY condotte
dall’Agenzia Nazionale Giovani insieme alla rete RAY
(Research-based Analysis and Monitoring of Erasmus+:
Youth in Action Programme) nell’ambito delle competenze
e abilità acquisite dai giovani confermano che
il programma Erasmus+ Gioventù è:
- uno strumento valido per accrescere
e consolidare le competenze;
- un’occasione
per accrescere
il livello delle
competenze
linguistiche,
per agire riflessivamente
sulla
consapevolezza della
dotazione di cui si dispone,
o per stimolare l’avvio
di percorsi formativi per il
loro accrescimento;
- un’opportunità per acquisire
maggiore consapevolezza delle
proprie prospettive educative, formative e professionali
e per programmare i percorsi futuri e l’acquisizione
di ulteriori competenze;
- uno strumento per rafforzare il sentimento di adesione
ai valori europei e all’identità europea;
- uno stimolo verso un atteggiamento più riflessivo
e critico nei confronti delle Istituzioni comunitarie
e delle politiche dell’Unione europea;
- una possibilità strategica per favorire le sfere della
partecipazione e della cittadinanza attiva tra i
giovani che vi aderiscono.
Il capitolo dedicato alle soft skills (competenze trasversali)
del “Rapporto Giovani 2018”7 sostiene che le competenze trasversali non solo sono “applicabili
a compiti e contesti diversi”, ma “connettono in
modo efficace sapere, saper fare e saper essere” e saranno
molto ricercate dal mercato del lavoro tra 10-
20 anni. I partecipanti ai progetti Erasmus Plus affermano
di aver acquisito molte competenze trasversali,
anche se in pochi sono convinti che le stesse siano
immediatamente spendibili nel mercato del lavoro.
Ma le più recenti indagini europee (ad esempio, lo
studio sull’impatto del tradizionale Erasmus) confermano
che i datori di lavoro nel 78% dei casi valutano
in egual misura le soft skills e le competenze tecniche,
addirittura l’8% degli imprenditori valuta le soft skills
in maggior misura rispetto a quelle tecniche e specialistiche
(“Rapporto Giovani 2018”, Unioncamere,
dati 2015). Il recente monitoraggio ex-post sull’esperienza
del Servizio Volontario Europeo
(SVE), condotto dall’Agenzia Nazionale per i
Giovani su 548 ex volontari italiani, conferma
i risultati delle ricerche RAY: sull’acquisizione
di soft skills non ci sono
dubbi.
Il dato interessante
è che
il 62,6% del
campione
afferma che
il Servizio Volontario
Europeo è stato
utile per accedere all’attività
lavorativa; il 74,7% lo ritiene efficace
per l’individuazione della propria carriera professionale;
l’89,4% dichiara che lo SVE ha permesso
di sviluppare e/o acquisire competenze che ha potuto
spendere nell’attuale attività lavorativa (Pubblicazione:
SVEliamo l’Europa). In molti Paesi europei questa è
una realtà e si dovrebbe fare in modo che le competenze
trasversali possano essere un elemento chiave per il
successo nella vita, nelle relazioni sociali e nel lavoro
dei nostri giovani.
Molto più complicato, almeno in Italia, agire sul
sistema di welfare. Il welfare italiano presenta infatti
tutti gli ingredienti necessari a generare e far proliferare
il fenomeno NEET. Assegnando un ruolo determinante
alla famiglia e limitando l’intervento dello Stato ai
casi in cui essa si dimostra incapace a soddisfare i bisogni,
lega l’esperienza della transizione all’età adulta
e l’integrazione socio-economica dei giovani alla
capacità familiare.
Chi non ha una famiglia alle spalle, o chi ha una
famiglia non in grado di fornire un sostegno socio–
economico sostanziale e continuativo, parte da una
situazione di svantaggio che in Italia più che in altri
Paesi è difficile da recuperare. Questa configurazione
del welfare impatta anche sulla lunghezza della transizione
all’età adulta dei giovani italiani, che escono
dalla casa dei genitori in media a 30,1 anni contro una
media europea di 26,1 anni, un dato peraltro in
continua crescita.
Questo ha un impatto sul più ampio percorso verso
l’autonomia sociale ed economica,
e contribuisce a
incrementare il numero
dei giovani NEET.
Occorre quindi
intervenire con
politiche in
grado di
sostenere il processo
di emancipazione
dei giovani dalle famiglie, con supporti pubblici
che consentano loro di vivere da soli, studiare,
formarsi senza dover dipendere dalle risorse familiari.
Un intervento questo che pare tuttavia difficile da
immaginare nel breve periodo.
In conclusione, i giovani NEET sono un segmento
di popolazione che nel nostro Paese assume proporzioni
molto rilevanti. Quando i numeri sono così grandi significa
che le cause sono strutturali.
Risiedono cioè nel modo in cui sono organizzate la
società e l’economia. Oltre a pensare a politiche e interventi
rivolti ai giovani NEET sarebbe quindi il
caso di agire sulle cause strutturali, creando un
contesto dove i giovani abbiano la possibilità e il desiderio
di studiare, lavorare e vivere appieno come
cittadini.

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