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A Milano esiste un percorso immaginario che lega per un chilometro esatto l’Hotel Principe di Savoia, storico albergo d’eccellenza nel cuore di quella che oggi viene considerata la capitale mitteleuropea della moda, e piazza Gae Aulenti, cuore pulsante delle nuove sfilate e delle maison. Questo cosiddetto chilometro giallo, come il metro dei maestri della sartoria su misura, racchiude tutta la storia di Arbiter, rivista per eccellenza dell’eleganza maschile, da molti stimata come il gotha della sartoria da uomo made in Italy. Nel corso del workshop organizzato proprio dalla rivista Arbiter nel mese di settembre 2020 si sono svolte due manifestazioni di rilevo. Una conferenza a cui hanno partecipato Letizia Moratti, Carlo Calenda, Maurizio Dallocchio, docente di management in Bocconi, il giornalista Stefano Zurlo e il presidente dell’Ente Nazionale per il Microcredito Mario Baccini. E, successivamente, un vero e proprio “torneo” dedicato alla sartorialità in cui si sono sfidati, punto su punto, i migliori artigiani italiani e in cui sono stati presentati ai giovani anche gli strumenti economici di sostegno alla impresa. Tra questi, naturalmente, vi era anche il Microcredito ed i prodotti finanziari ad esso connessi. Un connubio perfetto, dunque, tra economia, finanza e saper fare. Quello di Milano è stato un momento di incontro tra la sartorialità italiana e le nuove possibilità di impresa, nonché la dimostrazione di quanto il made in Italy sia ancora una risorsa fondamentale per il Paese ma anche un biglietto da visita per quanto riguarda l’eleganza maschile nel mondo. A raccontare il perché di quanto realizzato tra l’Hotel Principe e Piazza Gae Aulenti è stato proprio l’editore e direttore storico di Arbiter, Franz Botrè. “Siamo ripartiti - ha spiegato - dalla nostra storia, da un luogo che simbolo per la nascita del nostro giornale e di tutto quello che riguarda il mondo dell’impresa e della sartoria. Nel 1927, l’allora direttore convocò proprio qui, al Principe di Savoia, quindici fra i più famosi e bravi sarti italiani e da lì nacque la nostra rivista che si fermò solamente durante il periodo della guerra. Nel 1946, infatti, è ripartita la nostra attività editoriale e la nostra impresa e da qui, oggi, vogliamo che riparta la nostra Milano, al termine della pandemia. Non potremmo che ripartire da qui: questa è la nostra storia.

Storia e radici hanno importanza nella vita. Un altro numero molto importante per noi è il 52. Sono 52 anni che questa manifestazione manca sulle scene italiane e, all’epoca, si faceva a Sanremo. Ma 52 è anche l’anno in cui Arbiter organizzò la prima sfilata di moda maschile al mondo. In quell’occasione, non c’era la confezione e pertanto sfilavano i sarti e i maestri o i clienti, persone comuni, con difetti e pregi del caso. E poi oggi inizio il mio 52esimo anno di lavoro. In 10 anni di Arbiter siamo entrati in contatto con 135 sartorie, di cui molte sono qui: questo testimonia il grande coraggio di questi imprenditori, persone diverse che lavorano con la mente, la mano e la materia e non è per tutti. Stesso discorso per gli artigiani. Sono loro che dobbiamo gratificare. Si può fare, ce la possiamo fare: Milano è sempre stata all’avanguardia in questo, il rifiutarsi di mollare. Del resto, questa manifestazione ne è l’esempio: la vita va avanti, continua. Siamo noi che dobbiamo adeguarci e fare un passo avanti con coraggio. Raccogliendo le sfide proposte dai nostri ospiti potrei sintetizzare che, seguendo le parole di Carlo Calenda, abbiamo una ricchezza alle spalle ma, spesso, non sappiamo cosa farcene. Chi ci sta guidando oggi non ha la cultura e la preparazione adeguata per decidere. Inoltre l’analisi fatta da Mario Baccini è indispensabile alla sopravvivenza di un artigianato così importante per il Paese: noi pensiamo alla creatività, voi come microcredito pensate al sostegno economico. Ogni sarto ha la sua strada ed è giusto che sia così ma quello che voglio dire ai sarti è che devono essere coesi. Ognuno fa la sua parte ma tutti i sarti dovrebbero essere uniti senza disperdere le energie. Prendiamo esempio dai vini francesi. Io parlo di fatto a mano. Quello che fanno i veri artigiani sarti non può essere confuso con ciò che fanno le grandi aziende che hanno creato il Made in Italy. Voi fate un’altra cosa. Voi fate l’eccellenza, lavorate prodotti unici fatti a mano. Oggi siamo qui perché dobbiamo tornare a capire cos’è lo stile e il gusto italiano che va oltre. Dobbiamo essere italiani. Abbiamo dalla nostra la potenza della cultura e dell’esperienza del fatto a mano, dobbiamo solo metterli insieme. Dobbiamo, per dirla con termini sartoriali, cucire tutto insieme. Oltre all’esperienza, tuttavia, dobbiamo guardare anche a quelle che sono le necessità dell’indotto economico che gira intorno ad un abito ed è per questo che bisogna potenziare tutte quelle attività che si occupano dei particolari. Naturalmente si parla di accessori di lusso che possano essere aggiunti a quelle che sono le potenzialità di un abito ben fatto. Scarpe di buona fattura, cinte, cravatte, gioielli, tutto ciò che può essere o che può caratterizzare un uomo elegante. I temi ricorrenti si ripetono: e a farla da padrone è sempre l’esperienza, quell’evoluzione naturale, dura e necessaria che porta a diventare un vero e finito maestro. Una strada, permettetemi, contraddistinta dalle tre M: parliamo sempre del maestro che fa mente, mano, materia. Tutti questi prodotti devono però sempre avere due importanti elementi: devono emozionare e dare qualità. L’emozione è il maestro che la dona con la foggia, il tessuto e la sua interpretazione, il taglio; la qualità è invece riconosciuta dal cliente che acquista il capo. Da qui l’esigenza di creare clienti colti, poiché spesso è proprio la cultura di base a mancare. Vogliamo rivolgerci a persone che hanno questa cultura, che riconoscono la qualità dei tessuti, che quando guardano un abito esigono qualcosa. Uno dei problemi della sartoria è la sua rigidità che arriva dal passato: molti clienti oggi vorrebbero infatti una sartoria più moderna, attuale. Secondo me lo sforzo che bisogna fare in sartoria è rivivere i valori qualitativi del passato ma applicandoli alla contemporaneità così che un ragazzo di 22 o 25 anni possa entrare in sartoria, farsi il suo abito perché ne ha la cultura, ma con un tocco più giovanile. Dobbiamo comporre questa che mi sentirei di definire nazione sartoriale. Una volta creato un organo, bisogna fare un ulteriore sforzo in comunicazione. Tutti questi passaggi vanno pianificati step-by-step, ma vanno fatti. L’uomo che va in sartoria è un uomo di cultura che non vuole essere omologato alla massa. Per raggiungere un obiettivo comune e per sostenere il mondo della sartoria bisogna fare squadra, scendendo se necessario dal piedistallo. C’è un aspetto importante di cui forse si è già parlato: l’unione e la commistione tra voi. Vi racconto una storia. Parte nel 1935, dagli archivi di Arbiter: Mussolini era infastidito perché si parlava della moda inglese, dello stile francese e di quello americano ma nessuno parlava della moda italiana che invece era molto forte. Lui così ebbe l’idea della prima fiera della drapperia italiana a Palazzo Torlonia, a Roma, dove invitò tutti i produttori italiani di tessuti e invitò anche la classe dei sarti per creare un concetto di moda italiana. Questi sarti però, che facevano abiti perfetti, mancavano di grazia, di colore, di stile. E per questo Mussolini invitò artisti, pittori, architetti, riunendoli tutti insieme. L’invitò a parlarsi, con l’obiettivo finale della creazione di una vera, originale, autentica e distintiva moda italiana. E lì nacque, effettivamente, la moda italiana nacque.

Oggi, in effetti, i maestri della sartoria sono un po’ architetti e un po’ pittori, e anche un po’ designer. Mi piacerebbe che ogni mese, due o tre maestri mi raccontino la loro vita, il loro modo di vivere, il significato della loro giacca e del loro abito. Una delle città di grande successo sulla sartoria è Venezia. Visto che il mondo cambia, la sartoria dev’essere pronta a soddisfare tutte le esigenze. La sartoria dev’essere pronta a dare un valore aggiunto. In sostanza non basta più far riferimento al concetto di Made in Italy, limitativo e ormai appropriato solamente per la grande industria. La sartoria non è la grande industria, la sartoria è mente, mano, materia. E allora dev’esserci un punzone, ovvero delle persone che ogni tanto arrivano dentro l’azienda e guardano tutti i processi come riconoscimento di qualità. Questo sarebbe una cosa interessante da realizzare per differenziare il fatto a mano e fatto su misura. Io sono un artigiano e lo voglio fatto a mano e fatto su misura. Dovete essere consci che voi sarti avete un gap di 60 anni: per 60 anni siete spariti e vi siete chiusi a riccio limitandovi a esprimere un futile narcisismo tutto personale. Ho conosciuto tanti sarti, tutti geni, chiusi nelle loro cattedrali. Feci il primo progetto di Arbiter nel 1983 e lo si chiuse perché i sarti non spendono, non parlano. Sono sì tutti bravi, ma anche molto chiusi. Spiegatevi oggi perché i giornali non parlano di sartoria. La sartoria era refrattaria ai riflettori. Da qui nacque l’idea di Il Piacere, nel maggio 1934, dove mettevamo dentro un po’ di sartoria anche se era più ghiotto parlare di Versace, Armani, Gucci. Quando la sartoria sparì, nessuno replicò, nessuno se ne preoccupò. Mentre, per fare un esempio, i signori chef si svegliarono, capirono che c’erano delle possibilità, reagirono, fecero investimenti, fecero pubbliche relazioni. Gli chef non erano importanti, lo sono diventati. Ci hanno messo 20 anni, hanno lavorato. Guardate quante pagine hanno dato ai giornali per far parlare di cucina. E la sartoria? Chiedetevi questo. Fatevi un esame di coscienza. Oggi è Kairos, è il momento opportuno di fare qualcosa, se il settore ha voglia. Per sessant’anni siete stati nella vostra parrocchia, tranne per qualcuno che ha avuto il coraggio, come a Napoli, città nella quale hanno fatto rumore e notorietà. Ma oggi non basta più. Voi siete i signori artigiani, avete un potenziale, siete gente che plasma un abito addosso a un uomo. Dovete solo fare un passo indietro e mettervi insieme, fare quadrato. Un altro messaggio che voglio dare alla categoria è che bisogna sì confrontarsi ma soprattutto vedere e confrontarsi con gli altri che vedono da fuori, con la gente che non fa il vostro mestiere ma che ama la sartoria. Solo così potrete vedere i vostri problemi da fuori, e non solo da dentro. Faccio un esempio banale che voi tutti conoscete, riguardante gli orologi Rolex. C’è un direttore generale che decide le linee degli orologi ma chi dà l’approvazione definitiva ai prodotti è un gruppo esterno che appartiene alla fondazione, composta da gente che arriva da altri luoghi e che giudica l’operato del DG. Lo stesso discorso vale per il mio giornale: è inutile che continuo a parlare con i giornalisti, il mio punto di confronto deve essere il lettore esterno. La sartoria deve fare questo passo, deve affacciarsi all’esterno e parlare fuori. Sono felice di avere due donne che espongono abiti maschili. Mia madre era una sarta e io fino a sei anni, indossavo solo ciò che cuciva mia madre. Adesso questo trend sta tornando: quante donne che facevano i design in grandi gruppi, innamorate di questo lavoro, sono andate a rilevare le sartorie. Diciamo che entro tre anni mi piacerebbe poter rilanciare anche la sartoria femminile. Un altro sogno che mi piacerebbe realizzare e quello di creare un alma per la sartoria: Una accademia in cui si alternano sei mesi di studio e sei di apprendistato”. Anche il presidente dell’Ente Nazionale per il Microcredito Mario Baccini ha partecipato all’evento esponendo quelle che sono le potenzialità del Microcredito per l’Impresa e l’Artigianato: “Con uno strumento così piccolo, quello fornito dall’ENM, c’è la possibilità di sostenere tutto quel mondo di sarti e potenziali imprenditori della grande Made in Italy che possono che hanno necessità di avviare la loro impresa. Vogliamo ripartire dalle piccole e grandi aziende che possono competere per eccellenza e creatività. È una strada privilegiata per la rinascita di un territorio e del nostro Paese specie in quella che sarà la fase post-pandemica. Queste attività sono un biglietto da visita del nostro Made-in-Italy all’estero. Potranno tornare a far correre l’economia italiana anche sugli scenari internazionali riaffermando un primato, quello dell’alta moda tricolore. L’italianità è un valore, noi non siamo solo un popolo ‘simpatico’. L’italianità è un modo di essere, concepire le idee, svilupparle. È un modo di vivere, mangiare, abitare ed è questo che ci rende unici e, in molte occasioni, invidiati. Le occasioni di incontro come questa organizzata da Arbiter a Milano sono una ottima vetrina per presentare i propri prodotti, purché siano di grande livello e di fine cura. Queste occasioni sono fondamentali per conoscere e approfondire prodotti finanziari, con particolare attenzione al Microcredito, utile per le imprese e per le Start-Up. Oggi la ricercatezza nel vestire nel modo di essere e l’unicità di un prodotto lo rendono appetibile per il mercato e dunque realizzare un’impresa che possa concretizzare l’idea di una persona e ancora più innovativa come strada da perseguire per i giovani imprenditori. Un prodotto personalizzato o customizzato, che dir si voglia, rappresenta all’esterno la personalità dell’individuo che la richiede; unita al gusto e all’eccentricità di chi la realizza, sempre quella particolarissima cura per i particolari che rendono un determinato prodotto finito unico e appetibile ad una fascia di acquirenti del tutto esclusiva. Sono sicuro che anche attraverso eventi del genere in cui la stampa di settore le imprese la tecnologia finanziaria la leadership del mondo della cultura e della politica e soprattutto gli stakeholder della grande economia possono incontrarsi per sostenere soprattutto i giovani che vogliono avvicinarsi al mondo dell’impresa, dell’artigianato e della sartoria possono rinnovare la tradizione con un supporto economico anche dello Stato attraverso il microcredito e la Microfinanza, per preservare la scienza e la tecnica di una sapienza antica che rende l’uomo elegante un modello da imitare. Quello che manca in questo sistema potrebbero essere più attori: a mio avviso sarebbero necessarie più botteghe e molti più maestri che tramandino la tradizione sartoriale. In compenso, quel che abbonda è invece la burocrazia e la capacità di attrarre fondi ed investimenti che permettano una maggiore produttività. Manca la fiducia nei giovani che vogliono intraprendere in un settore che punta sulla qualità e non sulla quantità. La cultura e l’arte sartoriali devono potersi esprimere sulla base id un piano economico sufficiente. Grazie a questo tipo di manifestazioni c’è la possibilità che domanda e offerta si incontrino e che si aprano nuove prospettive di vendita e promozione per i marchi già noti, per quelli che possono crescere e per l’intero settore”.

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