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Microfinanza e Cooperazione allo sviluppo: le origini dell’ENM. Intervista all’Ambasciatore Giuseppe Deodato

Emma Evangelista

Direttore Microfinanza

Le origini dell'Ente Nazionale per il Microcredito risalgono ad un appello delle Nazioni Unite raccolto dal nostro Paese attraverso un'illuminata intuizione della Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e alla volontà politica ed istituzionale di due illustri rappresentanti della Farnesina: l’Ambasciatore Giuseppe Deodato, allora a capo della Direzione e al Sottosegretario agli Esteri, con delega per le Nazioni Unite, Mario Baccini. Dall'appello, all'idea di costruire un comitato promotore per la microfinanza, oggi sono trascorsi 18 anni. Per la maggiore età di un progetto che ha prodotto in poco tempo la realizzazione di 18mila imprese nel nostro Paese, sfidando la povertà e l'esclusione finanziaria delle fasce più deboli della popolazione, abbiamo chiesto all'Ambasciatore Deodato di raccontarci la nascita di una 'chimera' chiamata Microcredito che oggi è divenuto l'Ente Nazionale per il Microcredito.

Eccellenza, Le volevo chiedere di come nasce il microcredito, perché da quanto mi ha raccontato il Presidente Baccini Lei è stato il primo ispiratore e soprattutto è stato Lei a recepire l’accordo delle Nazioni Unite, il Millennium goal e a proporre all’allora Sottosegretario Baccini il recepimento di questa grande iniziativa dell’anno internazionale del microcredito.

All’epoca ricoprivo la carica di Direttore Generale per lo sviluppo al Ministero degli Affari Esteri, è stata un’iniziativa che presi e che diressi personalmente. Il concetto di microcredito è stato concepito e sviluppato da un finanziarie bengalese molto noto, che si chiama Yunus, e che per questo ha ricevuto il Premio Nobel per la pace, oltre a tantissimi altri riconoscimenti internazionali. Poi già nel 1976 creò una banca in Bangladesh, che esiste tutt’ora, una banca particolarissima perché è di proprietà delle persone che ricevevano il credito e, per una piccola parte, del governo bengalese. Le Nazioni Unite hanno poi sviluppato il concetto del microcredito, che oggi è affermatissimo in tutto il Mondo e che è gestito in tanti modi e in tanti istituti di credito pubblici e privati. Quando nacque in Bangladesh ovviamente era un concetto abbastanza nuovo perché si trattava di gestire una situazione piuttosto difficile. Il calcolo e le cifre che prese in considerazione Yunus quali furono? Furono che quasi la totalità della popolazione mondiale, lui calcolò l’80% circa, otteneva solo il 5% del credito il che creava grandissimo squilibrio, e allora la sua idea fu di concedere dei piccolissimi prestiti, e basti pensare che la stragrande maggioranza, credo superi il 90%, dei crediti dati dalla banca, Yunus li concesse a donne, questo per dare un’idea di come lui riusci a creare un meccanismo che non solo concedeva dei crediti a persone senza garanzie materiali ma anche l’integrazione e lo sviluppo della donna in Bangladesh e in tanti altri Paesi. Questa è in breve la storia di come nacque e si affermò il microcredito. Nel 2000 fu sottoscritta, da tutti i 193 Stati membri dell’ONU, la nota dichiarazione del millennio, che si proponeva 8 obiettivi, il primo di questi era lo sradicamento della povertà. Con queste premesse, l’anno 2005 venne scelto, dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, come l’anno internazionale del Microcredito che prevedeva che ciascuno degli Stati membri formasse una struttura per dare nuovo “traffico” a questo obiettivo. Essendo io, nel 2005, Direttore Generale per la Cooperazione pensai che fosse estremamente opportuno dare un seguito pratico a queste iniziative. Come venne dato questo seguito pratico? Con la creazione del Comitato italiano per il Microcredito. La Presidenza del Comitato fu assunta dal Senatore Baccini che era allora Sottosegretario agli Esteri e che aveva una preparazione specifica sull’argomento. In seguito a questa importante iniziativa nacque l’Ente Nazionale per il Microcredito.

Ambasciatore io sono quasi emozionata, perché sono 14 anni che seguo l’attività dell’Ente ma nessuno mi aveva mai raccontato veramente le origini di questa iniziativa. Si mi avevano lungamente parlato dell’accordo delle Nazioni Unite, però lei in questo momento mi ha reso chiaro quello che è stato tutto il percorso tecnico, che per noi è molto importante. Lei che cosa pensa di questa iniziativa, oggi io non so se ha visto qualche dato, magari poi glieli farò avere, siamo riusciti in 6 anni di attività, grazie al fondo statale che garantisce l’80% dei prestiti, a realizzare 19600 imprese in Italia. Quindi questo microcredito che nasce in Paesi in via di sviluppo e come lotta alla povertà, si è trasformata, però lei stesso è stato lungimirante in questo, perché ho visto le dichiarazioni del 2005, mentre tutti parlavano di lotta alla povertà, lei parlava di accesso al credito. Quindi che cosa ne pensa di questo suo “figlio” perché io la ritengo genitore insieme a Baccini, di questo grande processo.

L’iniziativa nasce in un contesto molto favorevole e si basava su due presupposti, il primo in una qualche disponibilità finanziaria da parte della Direzione Generale per lo sviluppo che desse modo al comitato di nascere e di agire e il secondo nel sostegno politico che venne dato dal Senatore Baccini che ha avuto la lungimiranza di capire che si trattava di un argomento di grandissimo rilievo, sia dal punto di vista etico che pratico. Quando si crea qualcosa di nuovo che abbia una proiezione esterna così forte, il sostegno politico è assolutamente necessario. Quando noi abbiamo avviato questa iniziativa, hanno aderito moltissimi enti e associazioni, strutture anche di partito come la Banca d’Italia e i vari ministeri dell’economia e delle finanze, l’artigiancasse, l’unioncamere, ecc.. Insomma una serie di strutture che hanno capito che effettivamente era un obiettivo da perseguire. È vero che da parte della direzione generale c’è stato l’apporto tecnico e finanziario però è anche vero che abbiamo trovato terreno fertile a livello Nazionale e un sostegno politico estremamente valido, la validità del sostegno politico è dimostrata dal fatto che poi si è potuto, non solo affermare il concetto di microcredito in questo senso, ma come sottolinea lei, è stato sviluppato nel nostro Paese ed è stato creato addirittura un Ente italiano per il Microcredito. Il merito di questa iniziativa ovviamente è del promotore quindi del Senatore Baccini, ma anche del Governo che obbiettivamente ha capito che si trattava di una iniziativa sostenibile e di grandissima attualità e validità.

Lei oggi cosa ne pensa del microcredito, lei in quale alveo lo inquadrerebbe? In un alveo di cooperazione oppure lo individua più come uno strumento finanziario sempre di politica estera?

Guardi in più di 20 anni la situazione economica e finanziaria del pianeta è chiaramente cambiata, di conseguenza sono cambiati i termini di riferimento, gli obiettivi che i Governi si prefiggono. Tuttavia il problema che sta alla base del concetto di microcredito non è cambiato perché, purtroppo, la povertà rimane per una grandissima parte degli abitanti del pianeta, continua ad essere difficile il raggiungimento di un benessere economico sostenibile e soprattutto continua ad essere difficile ottenere un finanziamento per le proprie iniziative in tantissimi Paesi super popolati. Quindi il concetto di microcredito se da una parte trova gli interlocutori che hanno una situazione finanziaria, economica e sociale diversa, dall’altra conserva in pieno la sua validità e la conserva perché resta una necessità che può trovare una risposta solo in un regime e in un sistema che abbia un concetto non solo etico ma anche pratico, cioè che capisca che chi ha bisogno va aiutato e soprattutto che a queste persone che hanno un bisogno economico va data fiducia! Infatti il concetto base del microcredito è la fiducia, dare la possibilità di esprimere la propria personalità è un concetto di grandissima validità, e se non vado errato la stragrande maggioranza, diciamo anche la quasi totalità dei microcrediti viene restituita.

Assolutamente si, il default è bassissimo. Tutto dipende anche dalla formazione, dell’educazione finanziaria dei futuri beneficiari, questo è un dato di fatto. Come la diplomazia può intervenire in questo sistema, come può essere favorito?

Un altro dei concetti in fase di evoluzione è proprio quello della diplomazia. La diplomazia da un lato ha sofferto e continua a soffrire di questa inimmaginabile rapidità delle comunicazioni e delle notizie, dall’altra però conserva una esperienza e una possibilità di movimento sul posto che nessun’altro può avere. Perché il diplomatico è la persona che vive nel Paese dove rappresenta il proprio governo e che capisce bene e si rende conto di quella che è la realtà, quindi questa realtà che molto spesso sfugge nella velocità dell’informazione nell’inseguirsi delle notizie e nella inevitabile superficialità di chi deve gestire dei notiziari 24 ore su 24, tutto questo non dovrebbe e generalmente non sfugge al diplomatico il quale vive per la realtà e quindi può informare in maniera molto accurata, particolareggiata e sensibile il proprio governo. Quindi il ruolo della diplomazia resta fondamentale anche come capacità propositiva, perché il diplomatico può comunicare alla struttura da cui dipende quelle che sono le necessità del Paese e quindi di poter intervenire. Ovviamente come per tutti i Paesi, il microcredito cioè l’aiuto allo sviluppo, sono sempre sul filo, da un lato per l’aiuto disinteressato che è necessario e dall’altro sul filo della sicurezza politica. Ora sarebbe ipocrita negare che un Paese che ha la possibilità di aiutare un altro in qualche modo non ne riceve un beneficio ma questo beneficio deve essere un beneficio positivo, di fiducia e di collaborazione reciproca che si può ottenere con l’atteggiamento tradizionale del nostro Paese che è quello di aiutare senza la necessità di forzare la presenza, oppure di imporre dei modelli in politiche che il nostro Paese ha sempre cercato di rispettare.

Una domanda adesso più generale, dopo la pandemia dopo la guerra, o meglio, nel pieno della nostra guerra, qual è oggi a suo avviso il ruolo della diplomazia italiana? Come possiamo considerare il ruolo della diplomazia italiana, rispetto a quando lei era attivamente a servizio della nostra diplomazia.?

La diplomazia italiana è quella di un Paese con una rilevantissima forza economica. Purtroppo ha una forza politica inferiore a quello che è il suo sviluppo. La diplomazia italiana inevitabilmente, come ha sempre fatto, deve tener conto delle nostre capacità operative all’estero, come Paese, delle nostre risorse e di quello che è il contesto generale nel quale ci possiamo muovere. Si tratta di una diplomazia estremamente rodata, estremamente valida dal punto di vista professionale, questo posso permettermi di dirlo non essendo più parte in causa. È una diplomazia che si è saputa evolvere e adattare nel tempo. Mi permetto anche di sottolineare che si tratta di una diplomazia che ai giovani di oggi ha saputo dimostrare in maniera anche pratica e dolorosa alcune volte, come resta in prima linea sotto tutti i punti di vista.

Abbiamo avuto un collega che, come sappiamo, è stato vittima di un doloroso episodio in Congo, collega che io conoscevo benissimo perché abbiamo lavorato insieme, altri che hanno saputo dimostrare, in maniera per fortuna non così tragica, come si è capaci di operare anche sul terreno e mi riferisco all’evacuazione dell’Afghanistan dove il Ministero degli Esteri è stato presente in maniera pratica con i nostri giovani colleghi.

Quindi si tratta di una presenza estremamente valida, sempre all’altezza della situazione, anche oggi nella quotidianità con tutti gli interventi, il Ministero degli Esteri continua a svolgere un ruolo fondamentale per quello che riguarda la protezione del nostro Paese all’estero e per la tenuta della nostra economia.

Parlando di economia, di piccole imprese, di esteri, lei ha ricordato il ruolo centrale dell’ambasciata e degli ambasciatori che sono sul territorio. Le ambasciate a suo avviso potrebbero diventare o supplire a quella che sembra essere una carenza negli ultimi anni degli istituti esteri di commercio, potrebbero diventare un punto focale per il nostro export? Oppure è necessaria grazie anche alla digitalizzazione delle nostre imprese, una forma diversa di approccio all’estero.

Noi come italiani abbiamo una caratteristica, non sono il primo a rilevarlo, è la capacità di criticarci e di trovare sempre qualcosa da migliorare nelle nostre strutture, questo è giustissimo ed è ovvio che venga fatto, perché le strutture italiane all’estero sono il riflesso del nostro Paese. Quindi tutte le problematiche che ciascuno di noi incontra ogni volta che si entra in un ufficio pubblico, trova un riscontro quando l’ufficio pubblico anziché essere in italia è all’estero. Questo lo dico perché le ambasciate sono degli uffici pubblici regolati dalla stessa normativa che vige in Italia, quindi sono legati a tutto il complesso sistema di norme e controlli che devono essere osservati. Normalmente si tratta di piccole strutture quindi generalmente sono anche un pò più facilmente gestibili. Con questa premessa, devo anche dire che, tra i luoghi comuni del nostro Paese, c’è quello di dire che gli uffici all’estero non funzionano mai. Ovviamente ci saranno anche degli uffici che non funzionano, come in tutti i Paesi di questo mondo, però posso assicurare che in grandissima parte le ambasciate svolgono già questo ruolo, lo dico perché a riprese sistematiche succede, mi viene in mente il primo governo Berlusconi che con le sue caratteristiche avviò proprio un’iniziativa dicendo alle nostre ambasciate di trasformarsi in uffici commerciali ecc.. Gli uffici commerciali esistono già nelle ambasciate, e svolgono un ruolo più che decoroso, considerando, ripeto quelle che sono le nostre strutture, le nostre normative e le nostre capacità finanziarie. Ovviamente va tutto migliorato, quando noi andiamo all’estero e ci confrontiamo con gli altri Paesi ci accorgiamo che esiste di meglio, però in qualche modo siamo in grado di difenderci e di gestire in maniera adeguata da quelle che sono le necessità del posto. Va considerato anche che le nostre ambasciate hanno degli interlocutori vocali, cioè il Governo, dall’altra i nostri agenti e i nostri imprenditori piccoli e medi che sono presenti sul territorio o che vogliono esserlo con tutte quelle caratteristiche che sono presenti nel nostro Paese, quindi non dobbiamo dimenticare che nel momento in cui si entra in contatto con l’ambasciata, da un lato c’è l’ambasciata dall’altro c’è l’imprenditore con tutte le sue varie problematiche. Però ripeto, nel complesso, il sistema generalmente funziona.

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