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Mauro Nicastri

Presidente AIDR

Il 21 luglio scorso il Consiglio Europeo (l’organo che raduna tutti i capi di stato dell’UE) ha approvato il NextGenerationEu chiamato anche Recovery Fund. È un piano da 750 miliardi con cui, per la prima volta, i Paesi dell’Unione Europea hanno deciso di finanziare facendo debito comune: un’espansione del bilancio europeo e l’inizio di una nuova stagione di politica fiscale per le istituzioni dell’UE. Il NextGenerationEu prevede tre pilastri: sostenere la ripresa degli Stati membri, rilanciare l’economia e sostenere gli investimenti privati e trarre insegnamenti dalla crisi. Ciascun pilastro prevede diversi canali di finanziamento. Insieme si arriva ai famosi 750 miliardi, che sono divisi in sussidi e prestiti a tasso agevolato.

Gli Stati Membri hanno presentato alla Commissione europea i propri Recovery Plan, per ottenere gli aiuti del “Recovery Fund” o “Fondo per la ripresa”.

L’Italia, che è tra i maggiori beneficiari del piano di aiuti previsto dal Recovery Fund, riceverebbe 209 miliardi di euro, di cui 127 miliardi sotto forma di prestiti e altri 82 miliardi come sussidi. I fondi si potranno spendere seguendo determinate linee guida dettate dalla Commissione Europea (ad esempio assicurandosi che venga allocata la giusta quota alla digitalizzazione o alla riconversione energetica).

Il Recovery Plan italiano è stato denominato Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e si focalizza in particolare sulla Riforma fiscale, sulla digitalizzazione e sulla transizione verde: un’occasione unica per l’Italia per mettere in atto tutte quelle riforme che aspettano da tempo di essere attuate.


L’eccessiva complessità delle procedure di rendicontazione e certificazione dei fondi UE

Analizzando i criteri di allocazione delle risorse del Recovery Fund risulta pertanto prioritario investire tutti i fondi con la giusta tempistica impegnando giuridicamente più del 50% delle risorse entro il 2022 e per la restante parte entro la fine del 2023 con l’auspicio che la maggioranza dei fondi venga gestita e condotta dai singoli Stati Membri, piuttosto che essere centralizzata a livello europeo. Questi due aspetti potrebbero trasformarsi in un ostacolo all’utilizzo pieno e tempestivo dei fondi per quei Paesi, come ad esempio l’Italia, che nel passato ha sempre avuto difficoltà nel mettere a frutto i fondi UE e i cofinanziamenti nazionali e regionali. I tanti miliardi destinati ad aiutare i giovani nella ricerca di un posto di lavoro, a promuovere l’imprenditorialità, a ricollocare i disoccupati, a finanziare lo sviluppo sostenibile, la competitività delle piccole e medie imprese, la ricerca e le nuove tecnologie, l’istruzione, la messa in sicurezza delle scuole restano sempre in gran parte inutilizzati.

Accanto alla complessità oggettiva dei regolamenti europei pesa la scarsa disponibilità di esperti nella fase progettuale e amministrativa, che chiama in causa la preparazione della Pubblica Amministrazione e delle aziende.

È indubbio che la riuscita in termini di impiego delle risorse del Recovery Fund dipenderà essenzialmente da quanto adeguato e coordinato sarà il nostro Recovery Plan.


L’importante ruolo dell’Ente Nazionale per il Microcredito

Il caso dei fondi europei è esemplare. Perché vengano utilizzati occorre che l’imprenditore affianchi al contributo che riceve dal fondo due cose: un progetto adeguato con un business plan convincente e soprattutto aderente agli standard dell’Europa (che ha diritto di pretenderne l’osservanza) e inoltre una partecipazione di capitale proprio che sia esattamente nella stessa misura del fondo utilizzato. Su tutti e due i fronti la classe imprenditoriale italiana naufraga miseramente. Trovare un progetto efficace, con un imprenditore motivato e consapevole della necessità di iniettarvi una buona dose dei suoi risparmi come capitale di rischio, è cronicamente difficile. Altrimenti non si spiegherebbe il perché di tutti quei fondi inutilizzati.

In tale contesto un importante ruolo di supporto alle PMI italiane nelle attività di analisi, progettazione, gestione e rendicontazione potrebbe svolgerlo l’Ente Nazionale per il Microcredito. L’Ente potrebbe porsi al centro, in determinati casi, della progettualità che interessa i fondi del Recovery Plan offrendo il proprio know-how ed esperienza per affiancare gli imprenditori e redigere programmi aderenti ai criteri europei che convincano l’interlocutore della bontà dell’iniziativa proposta. Iniziative del genere si stanno realizzando in diversi Paesi europei dove lo Stato non è solo un’ente erogatore di fondi ma attraverso proprie strutture affianca l’imprenditore nella fase progettuale e dei modelli di business.

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