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SILVIA SITARI Giornalista

Cambiamento climatico, inquinamento, sovraffollamento, e ora, gli effetti della pandemia: le nostre città dovranno cambiare per essere capaci di farci inquinare di meno, consumare con responsabilità, essere inclusive e, dopo il Covid-19, permettere a tutti noi di vivere e lavorare in sicurezza in caso di nuove emergenze. In Europa lavorano da anni alle città del futuro, meglio conosciute come smart city o capitali verdi. Tra le molte, vediamo: Amburgo, dove hanno dato anche importanza all’inclusione e alla sostenibilità puntando su un’edilizia alla portata di più persone possibile, strutturata per abbattere le emissioni di CO2. Londra, con il claim che descrive il suo futuro “bigger and better”, ha gli obiettivi di potenziare le reti di trasporto urbano, digitalizzare i servizi della città, costruire edifici che producano poca anidride carbonica, creare una rete strategica di strutture verdi, utilizzare rifiuti per produrre energia, sviluppare una green economy a basse emissioni di carbonio; ma per ripararsi dal rischio idrogeologico ed essere pronta, e resiliente, al cambiamento climatico, la grande sfida londinese sarà ristrutturare la sua rete fognaria che è ancora quella dell’epoca vittoriana. Parigi, nei suoi progetti di riqualificazione urbana, mette il cittadino “al centro” rendendolo partecipe dell’evoluzione urbana; sono previsti lo sviluppo digitale per servizi sempre più efficienti, il rafforzamento del ruolo della natura all’interno della città, far diventare il consumo più responsabile e la mobilità ecosostenibile, creare abitazioni dove coesione e inclusione si concretizzeranno anche con l’edilizia sociale che non sarà come i quartieri dormitorio di oggi. E ancora Lubiana, per certi versi simile ad una delle nostre città in quanto a storia e colpita in passato da terremoti, si è evoluta all’insegna della continuità, cambiando e rinnovandosi rispettando sempre l’esistente, dando un’idea di equilibrio. Insignita del titolo “Capitale verde d’Europa”, è considerata una delle città più vivibili: la gestione del trasporto urbano, l’accessibilità per i pedoni e le reti ciclabili sono i suoi punti di forza. Con una mirata gestione dell’acqua e una protezione della natura è stata capace di unire gli interessi di cittadini e imprese avendo cura dell’ambiente. E le città d’Italia? Abbiamo chiesto all’architetto Fabrizio Pistolesi, già consigliere dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia, presidente della Federazione degli Ordini degli Architetti del Lazio e consigliere nel Consiglio Nazionale Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ricoprendo la carica di Segretario. Attualmente fa parte del Tavolo di Lavoro presso il Consiglio Superiore dei LL.PP. per la modifica del D.P.R. 380/2001 (Testo Unico per l’Edilizia), della Commissione consultiva per il monitoraggio del D.M. 28.02.2017 n.58, e dei tavoli presso l’AGID che si occupano di innovazione tecnologica. E non solo.

Questa pandemia ha cambiato tutto il nostro vivere quotidiano e sembra che alcuni di questi mutamenti siano destinati a restare: come saranno, nel futuro prossimo venturo, le città in cui vivremo?

La recente pandemia ha stravolto quanto era emerso nel nostro Congresso nazionale, nel 2018: avevamo dibattuto su questi temi con una ricerca approfondita per capire quale evoluzione avrebbero avuto le nostre città metropolitane, quelle più piccole e i borghi, realtà culturali uniche che sono parte del nostro Paese. Avevamo fatto un giro per l’Italia, in quattordici tappe, tra cui anche Roma, Milano e Torino, per capire quali erano le diversità e, quindi, le possibili trasformazioni che le città stavano avendo in quel momento. Ora le carte in tavola sono cambiate: ci siamo resi conto che le nostre città non erano assolutamente pronte ad affrontare il tipo di vivibilità che è stato necessario adottare, e questo è valso sia per le case sia per gli spazi sociali privati e pubblici, che si parli di interni o esterni. All’interno delle singole abitazioni, per esempio, ci si è resi conto che, riguardo alla gestione dello smart working, gli appartamenti molto piccoli, che eravamo abituati ad avere, non andavano bene e, appena possibile, si è dovuto ricorrere a degli spazi di co-working in cui si potesse svolgere il proprio lavoro con un minimo di sicurezza e non...dal tavolo della cucina di casa. Tutto questo, quindi, ha già cambiato radicalmente il modo in cui noi architetti approcciamo una ristrutturazione di un appartamento o di un immobile privato e, certamente, la visione della città del futuro è cambiata ancora in questi mesi, proprio per questa pandemia. A grandi linee questo si è ripercosso anche negli spazi sociali della città come luoghi di incontro, giardini pubblici e altri posti che la città mette a disposizione e che prima, venivano considerati quasi spazi di risulta e invece, oggi, stanno ritrovando la centralità nella progettazione all’interno dello spazio cittadino. Stiamo assistendo anche alla riforestazione urbana in molte città, a nuovi piani urbanistici che prevedono la riduzione, quasi a zero, del consumo di suolo a favore della riqualificazione del patrimonio edilizio esistente.

Una svolta evidente: niente piani regolatori basati su nuove costruzioni ma, piuttosto, su interventi di riqualificazione e conservazione dell’edilizia esistente, declinati secondo sostenibilità ed economia circolare perché, la pandemia, ha anche aumentato l’attenzione sui temi ambientali, giusto?

Esattamente, è ormai noto che la legislazione sta andando in questa direzione: il Superbonus 110%, di cui si parla tanto in questo momento, è proprio improntato sulla riqualificazione, sia energetica sia strutturale, del patrimonio edilizio esistente, dove lo Stato, ma anche l’Europa, mettono a disposizione ingenti finanziamenti che consentono anche al condomino incapiente di poter fare lavori di manutenzione, anche importante, sui propri edifici. Parallelamente a questo, sta avendo grande risalto nazionale la semplificazione delle norme che regolano questo Superbonus, attuata con la trasformazione in legge del Decreto 77/2021, che permetterà, finalmente, l’utilizzo di questa misura ad un numero sempre più ampio di persone, dopo una partenza piuttosto difficile a causa delle complicazioni burocratiche. Dopo di che bisogna pensare anche al progetto della città e, per questo, il Governo sta prendendo in considerazione i vari disegni di legge sulla rigenerazione urbana racchiudendoli in uno unico che è già in discussione e per il quale sono state fatte anche le audizioni parlamentari. Se riuscissimo ad avere una legge sulla rigenerazione urbana che guardi anche ai bisogni generati dalla pandemia avremmo un grande strumento per intervenire sulle nostre città. Se prima, realizzare una nuova costruzione era meno dispendioso per le imprese, oggi, il Superbonus ha invertito questo paradigma facendo diventare più conveniente anche intervenire sul patrimonio edilizio esistente, a vantaggio del risparmio di suolo divenuto fondamentale.

Entrando un po’ nello specifico: lavoreremo quindi da casa o in spazi diversi dagli uffici di oggi?

Penso che la pandemia da Covid abbia creato una frattura e non torneremo più a come era prima. Anche la visione di città, il progetto di una casa privata non sarà più come adesso. È cambiato il modo di vedere dei cittadini. Ci siamo resi conto di avere bisogno di spazi diversi da quelli che immaginavamo fino a due anni fa. E questo, forse, è il bene che la pandemia ci ha lasciato perché abbiamo capito che, probabilmente, stavamo andando verso modelli di città non fatti per l’uomo, ma fatti per l’automobile e per altre cose. Le case erano luoghi dormitorio dai quali uscivamo al mattino e tornavamo la sera e che, quindi, non necessitavano di quegli spazi che, invece, normalmente dovrebbero avere. E questo vale nel micro come nel macro: dobbiamo progettare le nostre città in maniera diversa. Il co-working, il fatto che lavoreremo sempre più da casa, la possibilità di utilizzare la video conferenza per incontri lavorativi ci hanno fatto capire che si può lavorare in questa maniera, che tecnicamente questa modalità è possibile, che ci sono perfino dei risparmi notevoli. È cambiato perfino il nostro modo di vivere gli spazi e gli ambienti: dobbiamo ripartire con una mentalità nuova, approfittando delle esperienze che sono maturate in Europa e iniziare a concepire nuovi modelli di vita e di città. Pensiamo, ad esempio, come si sono ripopolati alcuni dei nostri borghi in questo ultimo anno: le persone, durante la pandemia, hanno preferito andare nel paesino di campagna di famiglia che, avendo anche la linea internet veloce, gli ha consentito di lavorare tranquillamente stando in un ambiente più salubre, meno preoccupante e più a misura d’uomo. Lo spopolamento progressivo dei nostri borghi antichi, che sono un altro patrimonio culturale fondamentale del nostro Paese, e la conseguente crescita a dismisura delle nostre città potrà essere un fenomeno che troverà un equilibrio.

Vivremo, quindi, le case in maniera diversa?

Noi vivevamo molto fuori casa, ci tornavamo solo per dormire, pranzavamo spesso fuori, facevamo la nostra vita sociale fuori. Nel lockdown, invece, ci siamo accorti che le case devono rispondere ad esigenze diverse. Consideri che l’Italia è una realtà diversa da tutta l’Europa perché più del 72% dei fabbricati sono di proprietà di chi li abita. E questo, se da un lato ci rende abbastanza ricchi, dall’altro ci fa essere meno propensi al cambiamento. A Parigi, per esempio, una persona con due figli ha un appartamento dimensionato per quello che serve. Quando i due figli crescono ed escono dalla casa dei genitori, la coppia si sposta e prende in affitto una casa più appropriata alle esigenze del momento. E questo avviene con molta semplicità. Noi non abbiamo questa concezione, abbiamo la “casa per la vita” dove ogni variazione mette in crisi quello spazio. Se vogliamo, il grande abusivismo che abbiamo proviene spesso da questo: chiudiamo un balconcino per ingrandire uno spazio che serve per un figlio appena nato. Questa è una condizione che non è comune in nessun’altra parte d’Europa in cui la percentuale dei proprietari di casa è assai inferiore.

Imparando a essere duttili e a ragionare su una temporalità più breve, daremmo anche una spinta diversa e nuova al nostro mercato immobiliare?

Senza dubbio. Immagini quanto pendolarismo c’è in Italia: tante volte ci si chiede perché uno non prenda casa nel luogo dove lavora, fintanto che lavora. Non lo fa perché, spesso, abita in una casa dei genitori, l’ha ereditata o acquistata “per la vita”: le motivazioni sono tante ma questo porta, nell’economia di scala, ad alcuni svantaggi come l’incremento della CO2 per gli spostamenti, l’allungamento dei tempi di ritorno a casa dovuti al traffico: tutte queste cose vanno reinterpretate. Se fossimo più disponibili ad una mobilità dei nostri appartamenti vivremmo condizioni migliori in case dimensionate a quelle che sono le nostre reali esigenze. Questo cambiamento di paradigma, però, deve avvenire piano piano e prima nella nostra mentalità. Certo dovranno cambiare alcune modalità che oggi caratterizzano la compravendita di immobili nel nostro Paese: pensi, per esempio, alle spese del notaio, che sono altissime. Nel resto d’Europa non è così. Ritengo che, un governo saggio, dovrebbe favorire questo cambiamento con norme che vanno in tal senso.

Architetto Pistolesi, abbiamo appena introdotto il concetto di “mobilità immobiliare”! Ma anche la digitalizzazione potrebbe facilitare questo cambiamento?

Certamente! In Italia abbiamo un’inventiva e una capacità eccezionali nell’individuare le necessità del futuro. Ho avuto modo di conoscere giovani architetti, e giovani professionisti di grande bravura e competenza. E le start up sono una risorsa di valore incommensurabile. È chiaro che la digitalizzazione gioca un ruolo fondamentale perché se posso decidere di andare a vivere in uno dei nostri meravigliosi borghi, dove la mia qualità di vita è migliore perché mangio cibi sani e sto in un luogo più salubre, devo avere la possibilità di lavorare e collegarmi in maniera veloce alla rete. Vero è che in questo momento il nostro Stato ha compreso bene questa problematica e sta facendo un grandissimo investimento riguardo a fibra ottica, digitalizzazione e quant’altro. È chiaro, però, che ci arriveremo gradualmente e anche con qualche cambiamento in corsa poiché tutto cambia sotto i nostri occhi ad una velocità incredibile e noi dobbiamo imparare ad essere resilienti, dobbiamo adattarci perché la natura ci insegna che gli animali che sopravvivono ai cambiamenti sono quelli capaci di modificare la loro adattabilità all’ambiente e alla natura: se non siamo resilienti siamo destinati a scomparire. Fino a poco tempo fa pensavamo di poter modificare la natura e le cose a nostro vantaggio, con la forza che avevamo, oggi la natura ci ha insegnato che questo non è vero: con i disastri ambientali, i cambiamenti climatici, gli incendi di questa estate, la natura ci dice che dobbiamo cambiare il nostro modo di essere, essere capaci di cambiare noi stessi ai cambiamenti della natura. Questo sarà il tema delle prossime generazioni di urbanisti e di architetti che vivranno questi cambiamenti.

Per concludere, come si pone la città del futuro sui temi di socializzazione ed inclusione per una società sempre più multietnica e multiculturale?

La nostra cultura ci insegna che non facciamo un passo avanti se non abbiamo cognizione di quello che è stata la nostra storia. Pensiamo ai nostri edifici che venivano realizzati con i cortili interni, dove i bambini andavano a giocare e, verso una certa ora, le donne si ritrovavano con la loro sedia a chiacchierare mentre lavoravano a qualcosa: questo avveniva sia nei cortili dei palazzi sia nelle piccole stradine delle città e dei borghi dove non c’erano le automobili di oggi. Persone diverse stavano insieme, condividendo quel momento e quello spazio. Ritengo che la nostra città del futuro vada in questa direzione, recuperando gli spazi sociali. Pensi a quante terrazze sono state abbandonate nei nostri palazzi e quanto sono state utili durante il lockdown! Dovremo favorire la socializzazione. Lavoreremo da casa e svolgeremo le nostre funzioni ma poi, uscendo dovremo avere a disposizione la nostra socialità, la nostra possibilità di avere scambi culturali. Le nostre città erano state costruite così nei decenni passati e noi le abbiamo snaturate affinché fossero fatte a dimensione dell’automobile e non per quella umana. Un esempio esistente? Il quartiere Esquilino a Roma dove il Comune e l’Ordine degli Architetti di Roma, nel 2002, hanno dato vita nello spazio dell’Acquario Romano, alla Casa dell’Architettura, in cui realtà multietniche hanno trovato una socializzazione e dove è nata l’ormai famosa “Orchestra di Piazza Vittorio”, composta da ragazzi di culture, etnie e realtà diverse: questo quartiere è un modello di quello che dovrà essere la città del futuro.

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